Lepre Marrani Yari: presenta tre poesie tratte dalla silloge “I canti di un pellegrino”(2025), Booksprint Editore:
Il capretto
Un capretto s’è fermato davanti allo steccato. lo vidi bianco e tremante e l’avrei scambiato per una goccia di stella sul prato se il suo belare non l’avesse scoperto al chiaro di luna. Non chiedeva aiuto o protezione quel capretto, al tacito morir di un giorno caliginoso che non aveva conosciuto il trionfo del sole. Ma gli spiriti della sera non sono forse conseguenza degli umori del mattino? Gettai il mio anello nuziale sul selciato del capretto, cadde su quella terra paludosa dove crescono i vermi e la natura mescola fango a ombre bucoliche. Mi parve di non aver più terra sotto i piedi e di essere baciato dai suoni delle zampogne giulive, di poter alzare la mia mano e toccare le volte celesti senza che i sorsi di rabbia notturna offuscassero la mia felicità. Ho aperto il selciato al tenero capretto e fui una cosa sola con lui, un solo violino accordato per suonare la musicalità 62 della terra mescolata al cielo: l’infinito.
La giostra solitaria
Si cammina per svago sotto le calde perle dell’estate, dimentichi delle rigide vanità dell’autunno, senza mete che non siano gli scogli disabitati da voci umane. Mi fu caro dimenticar l’estate solo quel giorno di rigido autunno quando la gente mi lasciò solo in quel parco solitario d’alberi rattristati e spogli. Fu l’apoteosi della vita nelle stagioni tristi quel mio incedere tra stradine appartate cosparse di foglie arricciate, calde, luminose ove il tempo sembra essersi fermato in una clessidra di strana malinconia. I rami d’autunno volteggiavano nell’aria secca e vidi una giostra dai colori spenti, le luci disattivate, il fanciullo spirito soffocato. Guardare e sorridere o osservare e piangere? Fuggì da me qualsiasi emozione innanzi a quella giostra spenta nello spiazzo di quel parco che ricordava l’estate ma non soffriva l’autunno. La giostra era sola, i fanciulli ne avevano un tempo cavalcato la festosità: ovunque non avrei voluto trovarmi se non davanti a quella giostra malinconica quella sera, ad osservarla nella sua diversa, infinita bellezza.
Israele
Sulle rive insanguinate dei tuoi fiumi e sul colle di Sion grida ancora Isaia d’animo inquieto per i tuoi figli perseguitati e persecutori. Egli cantò come Omero il poema del suo popolo, sfogò come Dante la sua nobilissima passione patriottica, dischiuse le porte del cielo come Milton e scandagliò come Shakespeare i misteri del cuore. Oggi la sua voce si dissolve in polvere né potrai vedere negli occhi dei secoli schiuso il mistero del tuo popolo che ancor racchiude pianti e sangue nel seno di un destino arcano. Nel cuore dolente di Mosè e Aronne sei nato né il malvagio cuore ti ha leso o soggiogato e a nuovi lutti ti condanna un ignoto fato. Ma le tue insanguinate rive di sangue ancor sazie non sono e i profeti oggi chiamano il tuo popolo a nuove virtù già incise sul petto d’Elia il selvaggio uomo né pace avevi o avrai perché il cielo ti darà guerra se chiederai pace e guerra se chiederai guerra allora, ieri, oggi o domani: questo è il ricatto che dà alla tua sventura una linfa vitale tanto lunga. |
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