Chirico Roberto: nato a Mulhouse, in Francia, il 14 marzo1970, ha vissuto fino alla fine del Liceo Scientifico in Puglia, nel Salento. Dopo brevi parentesi di lavoro e di avventura a Barcellona e a Milano si è trasferito a Roma, una città che porterà sempre nel cuore. Vive e risiede dal 2000 in Abruzzo a Mozzagrogna (CH). E' insegnante disostegno e d'inglese nella scuola secondaria di 1° grado. Svolge attività di formazione nel campo della comunicazione interpersonale. Ha lavorato per anni nel sociale con varie categorie svantaggiate, in particolare con i diversamente abili. È felicemente sposato, sempre dal 2000, con due figli piccoli, due maschietti bellissimi e vivaci. Insomma, quanto basta per trovare un'infinità di stimoli e motivazioni per scrivere, scrivere, scrivere.
Proprio la narrazione è rimasta, sin dall'adolescenza, un sogno nel cassetto. Un sogno lungo un quarto di secolo. 
Da un po' di tempo è diventato realtà. 
Una fiumana di pensieri, immagini, fantasie, storie, sembrava non aspettasse altro. 
Uno dietro l'altro si sono materializzati una serie di racconti, come cavalli imbizzarriti, ancora oggi non del tutto domati. Gli hanno dato belle soddisfazioni, consentendogli di classificarsi al 1° posto al Concorso Letterario “Prader Willi” 2012, al 1° posto al Concorso Letterario “Prader Willi” 2010, al 2° posto al Concorso Letterario “Roma: prova a scriverla” 2010, al 9° posto del Premio Letterario “Città di Melegnano” 2010, di ricevere la menzione d'onore al “Concorso degli Assi” 2012 riservato a racconti classificatisi ai primi tre posti in altri concorsi letterari, di ricevere la menzione d'onore al Concorso Letterario Leggiadramente 2013, di ricevere la menzione d'onore al Concorso Letterario “Prader Willi” 2011, di essere tra i finalisti (o segnalati, o semifinalisti) in alcuni concorsi letterari (“Arte Città Amica” 2007, “Giovane Holden” 2008, “Prader Willi” 2008, “Prader Willi” 2009, “Trofeo Penna d'Autore” 2010) e di ricevere una menzione su Inchiostro (2007), una tra le riviste letterarie per scrittori dilettanti più diffuse in Italia.

Potete seguire l'autore su Facebook: http://www.facebook.com/roberto.chirico.792
o visitare il sito https://sites.google.com/site/robertochiricoautore/



Con Carta e Penna ha pubblicato:

OLTRE IL DOLORE, OLTRE LA MORTE

Copertina libro

OLTRE IL DOLORE, OLTRE LA MORTE è il secondo lavoro dell'autore e anche questa pubblicazione è il premio per essersi classificato primo al concorso Prader Willi 2012. Si tratta di una piccola raccolta di 5 racconti che include anche il racconto vincitore e focalizza l'attenzione del lettore su persone diversamente abili affette da malattie degenerative e su persone colpite da cancro. I narratori di questi racconti sono coloro che vivono a stretto contatto con persone dal destino già segnato, caratterizzato dalla sofferenza e da una morte annunciata. La scomparsa delle persone amate, con le quali si è condiviso un'intima sofferenza di immani proporzioni e la consapevolezza del triste epilogo, lascia un vuoto che ognuno cerca di riempire in modo personale, attraverso un percorso di riflessione interiore molto intenso e pervasivo. Interrogativi sulla vita e sulla morte sono la conseguenza necessaria di tale percorso umano e spirituale nello stesso tempo, allo scopo di dare risposte ai perché che tormentano l'animo dei protagonisti. L'evoluzione dei loro processi meditativi si configura come una sorta di pellegrinaggio in grado di fornire quelle risposte di cui ogni essere umano ha bisogno di fronte a un'esperienza emotivamente così intensa e difficile. Ogni racconto rappresenta un modo diverso di trovare risposte, una maniera particolare di elaborare quei significati che consentono prima di sopportare il dolore della sofferenza e della perdita e poi di andare oltre la morte,attribuendo all'esistenza un senso che attraversa le epoche e anche le dimensioni. L'ultimo racconto è la sintesi simbolica dei precedenti, raffigurando con un tunnel il duro cammino alla ricerca di una conoscenza tanto profonda quanto intima, che si manifesta attraverso il riverbero luminoso alla fine del tunnel.



Per i lettori di Carta e Penna ha scelto:

DISEREDATI

Ognuno dei racconti di questa raccolta affronta drammi individuali che sono, al contempo, importanti temi sociali, dallo stupro alla pedofilia, dall’immigrazione clandestina alla disoccupazione, dalle lacune del nostro sistema sanitario all’inquinamento ambientale e molto altro ancora. La narrazione ci pone nella condizione di immedesimarci nei protagonisti, di vestirne i panni e, quindi, di empatizzare con il loro dolore e la loro sofferenza. L’incedere degli avvenimenti è impietoso e l’autore lascia trapelare il proprio sdegno senza mascherarlo. I racconti diventano il mezzo privilegiato attraverso cui riflettere sui grandi problemi di attualità attraverso la ricerca di un forte coinvolgimento emotivo. Le storie prendono il posto delle notizie dei telegiornali, quelle che ascoltiamo ogni giorno, quasi fosse uno stillicidio quotidiano di cui ormai non riusciamo più a fare a meno ma a cui siamo talmente abituati da non farci più caso. Questi racconti scuotono le nostre coscienze, ci costringono a prendere posizione e ci impediscono di perseverare nel nostro colpevole distacco da quello che ci accade intorno. 

LA TATTICA DI ORONOZO

Nel maggio 2014 ha pubblicato il romanzo LA TATTICA DI ORONZO con Manni Editori, liberamente tratto da una storia realmente accaduta.
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Dalla IV di copertina:
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“La tattica di Oronzo divenne il fulcro della loro esperienza, il nuovo totem da tenere presente come una bussola, con un sentimento in grado di sdrammatizzare il peso dell\'esistenza per fare spazio a una visione più idealistica, romantica e, insieme, autoironica della vita. La tattica di Oronzo diventava la meta da conseguire, perché fioriva sul campo dei desideri, anche quelli più impensabili, rigenerando continuamente l\'interesse e le motivazioni alla base delle scelte dei ragazzi”
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Alla ventisettesima regata Brindisi-Corfù, nel giugno 2012, partecipa anche la Ninfa dei mari, prima barca social oriented: un gruppo di ragazzi svantaggiati affronta l\'esperienza entusiasmante di una gara in barca a vela, navigando per imparare a socializzare, ad essere solidali e responsabili.
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Il progetto dell\'associazione Alba Mediterranea trasforma i giovani in novelli Ulisse alla ricerca di sé e dell\'avventura.
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IL RITO DEL MAIALE

Nell'aprile 2014 ha pubblicato il romanzo breve IL RITO DEL MAIALE con la Graus Editore.
Il rito del maiale è un romanzo breve che ripercorre le fasi di un evento che ancora oggi ha luogo in varie parti d'Italia: l'uccisione del maiale da parte delle comunità contadine nel periodo invernale. Il romanzo è ambientato in Abruzzo, e precisamente nelle campagne attorno al monte Maiella, e si svolge nell'arco di due giorni, il tempo necessario per attuare questo antico rituale. In questi due giorni si procede alle varie fasi dell'uccisione del maiale, e alla conseguente sistemazione della carne, e il punto di vista con cui vengono raccontate le varie vicende è quello del protagonista, un ragazzo adolescente che freme dalla voglia di essere finalmente considerato adulto dalla famiglia e dalla comunità. Accadranno tante cose in meno di quarantott'ore: situazioni comiche e grottesche, l'innamoramento, l'acquisizione di una nuova consapevolezza.
Il rito, in realtà, assume una valenza altamente simbolica attraverso cui descrivere il carattere tipico delle comunità ancora legate a questa tradizione millenaria e diventa espressione della loro identità e del loro carattere, unico e particolare. Nello stesso tempo, il rito diventa la metafora di un altro rito, quello dell'iniziazione, del passaggio dalla giovinezza all'età adulta del protagonista.
Il rito, inoltre, nei suoi atti consuetudinari, si pone come l'archetipo di una serie di altri rituali, più moderni, in cui trova un nuovo modo di rappresentarsi la comunità di persone che è descritta nel romanzo. Uno strumento come facebook assume caratteristiche che alla prova dei fatti non fanno altro che riproporre costumi e abitudini antiche quanto il rito del maiale.
E' attraverso la ritualità che risalta l'atteggiamento tipico degli abruzzesi, ricco di contrasti che trovano un sostanziale equilibrio proprio nelle regole non scritte delle usanze e delle consuetudini sociali. Anche un sentimento profondo, intimo e rivoluzionario come l'amore trova una sua particolare collocazione nell'universo tipico di quella gente.
Il maiale, nella sua assoluta ambiguità di giudizi che lo riguardano, da sporco e lussurioso a dispensatore di vita, fino a essere un vero e proprio totem, è onnipresente in tutte le forme nel racconto, e racchiude quell'insieme di contrasti che scaturiscono dalla narrazione: sacro e profano, astratto e concreto, serio e faceto, controllato ed emotivo.
Ne scaturisce una narrazione che si dipana su vari livelli e che accoglie tutte queste dimensioni che s'intrecciano, all'interno di un percorso unico di crescita e di maturazione. Lo stile scelto per recepire tanta diversità, senza appesantire in alcun modo la lettura,è quello dell'ironia, dell'umorismo, della comicità. Perché è attraverso tali espedienti che si riesce a sdrammatizzare e a mettere insieme il significato profondo delle azioni umane con la realtà contingente.
La narrazione, quindi, passa man mano da una maggiore solennità a un tono più superficiale e scanzonato, senza abbandonare mai, però, l'occasione di stimolare una serie di riflessioni. Il linguaggio, pertanto, è semplice e si addice alla comunità che descrive, al punto da usare espressioni tipiche del dialetto abruzzese che creano diverse situazioni comiche o addirittura esilaranti. Il cerchio si apre e si chiude con il protagonista, che ormai è profondamente cambiato, che si confronta con un altro elemento simbolico, tipico di quelle terre, rappresentato dalla Maiella e dai tanti significati che le si attribuisce. 
 

IL PICCOLO EMANUELO NEL MONDO DI FANTASIA

Dalla quarta di copertina:  
 
Il mondo di fantasia è in subbuglio perché il povero Cimabue deve andare via e lasciare il posto a un personaggio sconosciuto.
Chi è costui?
Lo scoprirete solo alla fine, dopo tante situazioni esilaranti e grottesche, una girandola di personaggi, una gara rocambolesca, momenti toccanti e l'immancabile colpo di scena.
 
 
    Testo di Roberto Chirico
Casa editrice Happy Art Edizioni
Sezione Le Radici
Illustrazioni di Elisabetta Corti
Pagine 32 illustrate b/n
Prezzo € 13,50

NONNO MARIO

Menzione d'onore al CONCORSO LETTERARIO PRADER WILLI – Anno 2011 – Ottava edizione.
 
“Mamma, mamma, posso giocare con nonno Mario? Mi diverto un sacco con lui”. Nonno Mario, con occhi fieri e portamento austero, indugiava con lo sguardo su quel piccolo furetto. Lui stesso non si capacitava del legame stretto e viscerale che provava per quella peste minuta, dagli occhi furbi e la vocina squillante. “Certo. Figurati se nonno Mario non gioca con te!”, rispose Teresa, con tono pieno di affettuosa ironia. Con un rapido sguardo verso quel padre, per il quale sentiva uno smisurato rispetto, aggiunse: “Tuo nonno quand'è con te si rimbambisce del tutto. Non l'ho mai visto comportarsi così come con te”. Mentre il piccolo Mario rideva di gusto, nonno Mario, visibilmente imbarazzato, cercava di conservare un atteggiamento compassato. Ne veniva fuori un'espressione alquanto ridicola che scioglieva Teresa in una posa benevola, ricca di gratitudine per il padre, un tempo così controllato nelle proprie emozioni, ma tanto responsabile, al quale avrebbe affidato a occhi chiusi il proprio pargoletto. Non aveva dubbi che, malgrado l'età, se ne sarebbe occupato egregiamente nelle due ore successive in cui il resto della famiglia sarebbe mancato.
Andarono tutti via e il piccolo Mario non perse tempo e trascinò in un attimo l'anziano nonno nei suoi giochi pazzerelli. “Dài nonno!”, gridò a un tratto “adesso giochiamo a nascondino”. Non diede al nonno nemmeno il tempo di accennare a un diniego che già era scomparso dietro i rovi della campagna retrostante, correndo come un forsennato. “Vienimi a cercare” gridò subito dopo “sono nella caverna”. Scomparve del tutto, insieme all'eco già lontana della sua voce, e per un attimo nonno Mario si fermò a riflettere, quasi meditabondo. In un istante sequenze d'immagini del passato si intrecciarono scompostamente nella sua testa. Reminescenze in bianco e nero si sovrapponevano ad altre a colore.
La caverna! Ricordava che quand'era piccolo la chiamavano l'”Antro della Sibilla”, ma non sapeva perché. Lì si era rifugiata la sua famiglia allargata all'epoca dell'occupazione nazista, quando la linea del fronte passava per il martoriato, ma audace, Abruzzo. Con passo pesante e respiro affannoso, non solo per lo sforzo fisico, giunse nella caverna, nascondiglio naturale nelle viscere della collina. La caverna era grande, con una circonferenza dal diametro di quasi una dozzina di metri. Sebbene fuori ci fosse una forte luce solare, lì gli occhi faticavano a abituarsi all'oscurità del luogo, nel tentativo di vedere qualcosa e di trovare qualche punto di riferimento.
Nonno Mario incominciò a sentirsi turbato da quella situazione. Per quanto cercasse di tenere la calma, la sua voce, mentre chiamava il nipotino, tradiva un certo tremolio. Non vi fu risposta e una certa preoccupazione incominciò a farsi strada nell'animo di quell'uomo vissuto e maturo. In fondo alla caverna sapeva che c'era un passaggio angusto. I suoi parenti gli avevano sempre proibito di avventurarvisi dicendogli che era occupato da uno spirito vetusto che si sarebbe potuto arrabbiare. A quei ricordi nonno Mario sentì una scarica di brividi percorrergli la schiena. Rimase impietrito per qualche istante, titubante sul da farsi. Ma, soprattutto, si trovò di fronte alla sua ancestrale paura dell'ignoto, a pochi metri da quel buio gravido di mistero.
Improvvisamente sentì la voce impaurita del piccolo Mario che urlava “Nonno, aiuto! Mi sono perso! Aiutami!”. Il richiamo del sangue fu più forte. Sentì quel fluido vitale scorrergli dentro impetuosamente, quasi fosse ringiovanito di cinquant'anni e si decise ad affrontare il tanto temuto spirito. Si infilò nel passaggio e dopo qualche metro dovette abbassarsi fino quasi a strisciare. Si sentiva mancare l'aria. Il cuore gli batteva come quando era terrorizzato da bambino. Era passato così tanto tempo da quando non provava più certe emozioni. Finalmente sbucò dall'altra parte, in tempo per rispondere all'ennesima, lancinante richiesta di aiuto: “Sono qua piccolo, non aver paura. Sono qua con te”. “Nonno, nonno, mi hai trovato”, il piccolo Mario avvinse in un abbraccio il collo sudato del nonno, che strinse a sé il corpicino delicato del nipotino. Restarono alcuni minuti guancia a guancia, e nonno Mario aveva la sensazione di abbracciare quel bimbo impaurito del tempo che fu, quasi settant'anni prima. Oggi la Sibilla non appariva rabbiosa, ma forse benediva quell'abbraccio tra presente, passato e futuro.
Finalmente fuori, nonno e nipote, mano nella mano, tornarono a casa. Teresa, già di ritorno, non riuscì a trattenersi nel vedere i due Mario sporchi dalla testa ai piedi di terra e fango, come due radici estratte dal terreno, e si mise le mani nei capelli. La sua espressione era piena di sorpresa e lei non riusciva a trattenere del tutto la sua riprovazione. Ma non disse nulla. Prese la manina del piccolo Mario, che lasciò quella del nonno, e si avviò verso la macchina. “Mamma, il nonno è davvero forte, lo sai!”
Nonno Mario osservò quel piccolo ometto che si allontanava vispo e allegro con la sua mamma, e sentì dentro di sé un senso palpitante di profondo orgoglio. Una voce sibillina gli ventilava nel cuore che quella creatura racchiudeva il segreto delle sue origini e lo scopo futuro della sua stessa esistenza.

L'AMICO DEL CUORE

Segnalazione di merito al Concorso Letterario Internazionale PRADER WILLI - Anno 2009
 
Mi trascinai stancamente per il viale che divideva in due lo squallido parchetto del quartiere alla periferia di Roma. L'aria afosa di quel giorno di aprile appiccicava addosso i vestiti e una snervante sensazione di prurito mi costringeva a grattarmi continuamente.
Era ancora presto per andare a casa di Sandro, così mi sedetti sulla panchina di marmo duro e, mentre guardavo distrattamente un fanciullo dai lunghi capelli neri, fui risucchiato dal turbinio dei miei pensieri contrastanti.
Mancavano pochi giorni alla Pasqua di Resurrezione e, contrariamente alle mie abitudini, decisi che questa volta avrei fatto una settimana intera di vacanze, non solo dal lavoro, ma anche dall'attività di volontariato che svolgevo senza interruzioni da ormai 15 anni, cioè da quando seppi che Sandro aveva una malattia rarissima.
Il fanciullo nel parco se ne stava mesto a guardarsi le mani, non ascoltato da quella che presumibilmente doveva essere la baby-sitter: «Alex, vai a giocare per il parco con la bici. Io devo telefonare, ma ti tengo d'occhio». Avvicinò il cellulare alla bocca e si dimenticò del tutto del bambino. Lui avrà avuto 7/8 anni circa.
Proprio a quell'età Sandro incominciò ad accusare i primi dolori, le prime fitte alle gambe e qualche raro episodio in cui perdeva per un attimo il controllo degli arti. All'inizio non gli credevano neanche in famiglia. Dicevano che era un'impressione, o che lo faceva apposta, o che non era niente di grave e sarebbe passato di lì a poco. A causa di quei dolori, a volte, Sandro non riusciva a giocare con i compagni e tutti lo prendevano in giro. Solo io gli ho sempre creduto, sin dal primo momento. L'ho sostenuto con tutta la delicatezza e la comprensione che un bambino può dare a una persona cara. Eravamo amici per la pelle e giurai che avrei sempre prestato fede a questo vincolo intenso e radicato.
Alex si avvicinò a un gruppo di bambini. Voleva giocare, ma senza troppi complimenti gli intimarono di stare alla larga. Restò isolato, mentre gli altri urlavano e si divertivano.
Per anni Sandro aveva girato in lungo e in largo l'Italia per capire cosa gli stava accadendo, per trovare la necessaria comprensione, trascinato dalla madre che, dal momento in cui si era convinta delle sofferenze del figlio, non si era data più pace.
A Sandro furono formulate decine di diagnosi diverse, anche da cosiddetti “luminari” della medicina: depressione, disturbi d'ansia, carenza di calcio, problemi al midollo, disfunzioni al sistema nervoso e via via la lista si ampliò con il nome di malattie la cui sola pronuncia bastava per atterrire Sandro nelle viscere e nell'animo; parole come cancro, sclerosi multipla, distrofia muscolare, ecc. Alle diagnosi seguiva immancabilmente il farmaco risolutivo.
Quante speranze andate in frantumi! Quante volte avevo cercato di reinfondere fiducia all'amico di sempre, con un sorriso, un po' di allegria e la mia disponibilità ad ascoltarlo. Non so se sono mai riuscito a celargli lo sconforto che io stesso pativo nel mio petto e se le mattine, quando ci incontravamo, lui notasse i miei occhi rossi e gonfi del pianto della sera prima, che tentavo metodicamente di nascondere.
La baby-sitter non fece alcuno sforzo per dissimulare quanto era seccata che Alex tentasse di comunicare ancora con lei, come se lei fosse l'ultima ancora di salvezza. Il responso giunse implacabile: «Possibile che non riesci a combinare niente di buono! Vai a giocare con gli altri bambini, non starmi appiccicato! Muoviti! Sei ridicolo!». Il tono non ammetteva repliche e il viso di Alex si trasformò in una maschera vitrea e impenetrabile. Alla fine giunse la vera diagnosi per Sandro, in una clinica dall'altra parte del quartiere, a due passi da casa: una malattia così rara da poter contare sulle dita delle due mani i casi conclamati in tutta Europa. Ho dimenticato il nome della malattia. Credo iniziasse con morbo di … e poi il nome straniero di qualche scienziato che l'aveva individuata e che sarebbe passato alla storia, e al ricordo dei posteri, proprio per tale motivo. Di cure neanche a parlarne.
Da allora, varie volte a settimana mi recavo da Sandro volontariamente. Mi ero iscritto a un'associazione di volontariato per poter usufruire del materiale che davano a disposizione, ma per me Sandro era un amico; anzi, l'amico del cuore.
Alla soglia dei 33 anni i sintomi erano degenerati enormemente: Sandro era sempre allettato, a meno che non venisse sollevato come un sacchetto di patate. Non vedeva più, sentiva poco, non controllava quasi per niente gli arti e il tronco e aveva bisogno di accudimento 24 ore su 24.
La cassa toracica si comprimeva sempre di più compromettendo il respiro e i battiti cardiaci. Ma il suo cervello e la sua anima erano intatti, chiusi in quella gabbia mortale che si richiudeva su di lui senza lasciare scampo alcuno.
Egli era perfettamente cosciente di quanto gli stesse accadendo e ciò, negli ultimi tempi, mi poneva in uno stato di prostrante afflizione e faceva vacillare la mia determinazione e le mie convinzioni. Che crudeltà era mai questa: vivere consapevolmente con la tortura di vedere mese dopo mese, anno dopo anno, il proprio corpo decadere miseramente pezzo per pezzo.
Alle lacrime silenziose di Alex si aggiunsero le mie, nel frastuono di un mondo circostante sordo e senza senso.
Risuonarono le campane. Era ora. Mi alzai e mi incamminai verso la casa di Sandro. In un minuto sarei stato lì. Anche oggi avrei continuato a leggergli, lentamente e scandendo le parole in modo chiaro, l'ultimo romanzo da lui scelto: “Rinascita”.
Non appena la madre aprì la porta pronunciò, con gli occhi umidi, poche parole: «Sandro se n'è andato per sempre, ieri sera. Grazie per essere qui. Vorremmo restare da soli nel nostro dolore». Lo disse con l'umiltà e la dignità che quella donna aveva sempre conservato in quegli anni. Assecondai la richiesta, anche se nella pancia sentivo un vulcano eruttare una tristezza e una pena smisurate.
Non appena uscii fuori le lacrime sgorgarono copiose e l'impotenza si trasformò in una rabbia controllata, mitigata da pochi interrogativi che ronzavano nella mia testa: “Perché?”; “E' stato meglio così, anziché continuare a soffrire?”; “Che senso ha una vita così?”.
Ad un tratto mi accorsi che il vuoto dentro di me era tale solo perché risaltava al confronto con la pienezza del mio essere e tale essere doveva a Sandro la parte migliore di sé. Come era stato giusto aiutare Sandro a vivere fino in fondo la sua esistenza, adesso era giusto espanderne il ricordo attraverso la voglia di vivere, lottare, amare, come lui aveva sempre fatto.
Alex era lì, tutto solo. I nostri occhi bagnati si incontrarono. Scambiammo due parole e due tiri a palla. Finalmente un sorriso irradiò il suo bel viso e a me parve di vedere il volto di Sandro. Giocai con lui, sicuro che questo era ciò che Sandro avrebbe voluto fare.

UN DISABILE NELLO SPAZIO

Segnalazione di merito al Concorso Letterario Internazionale PRADER WILLI - Anno 2008
 
21 giugno. Solstizio d'estate. Era una stupenda mattina di sole. Il cielo era terso e dal colore azzurro luminoso. Era uno di quei giorni in cui è possibile ammirare anche la luna; brillava di una luce surreale, ma così vera da lasciare attoniti.
Mi piaceva iniziare la settimana svolgendo il turno di lunedì mattina a casa di Giovanni, in una grande via di Monte Sacro, un quartiere di Roma pieno di vita e di giardini. Suonai al citofono e come di consueto mi rispose subito lo scatto di apertura del portone condominiale. Io ero sempre puntuale e loro erano assolutamente sicuri che fossi lì alla solita ora. Salii le scale con decisione. Amavo il mio lavoro. Ero un assistente domiciliare per persone con disabilità. Un'attività fatta di relazioni, fiducia, coerenza, empatia. Tra me e i miei assistiti esisteva un interscambio che ci arricchiva a vicenda. Sapevo di non fare torto a nessuno nel pensare che Giovanni fosse speciale: lui era affetto da tetraparesi spastica, ma aveva una grande forza di volontà, tanto dall'essere prossimo a laurearsi in fisica.
Erano quasi due anni che lo seguivo, per tre volte a settimana. Mi ero dedicato principalmente a sostenerlo nel rafforzare l'aspetto relazionale, la gestione dell'emotività e a migliorare il suo rapporto con il mondo, iniziando con lui un percorso verso una maggiore autonomia dalla famiglia.
La madre mi aprì la porta e mi accolse con il suo sorriso affabile. Era una donna eccezionale; conservava il buon umore anche nei momenti più duri. Senza preamboli mi avvisò: «Ci sono novità. Grosse novità». Sospirò. «Te ne parlerà direttamente Giovanni». Qualche ruga di preoccupazione comparve sulla sua fronte. «Io ti dico già che non sono d'accordo …». La frase restò sospesa. Mi diressi verso la stanza di Giovanni, bussai e quell'”avanti” un po' apprensivo e balbuziente mi avvertì che Giovanni era teso come una corda di violino. Entrai. Un sorriso a metà tra il comico e l'ironico mi si stampò sul viso, mentre con sguardo interrogativo lo fissavo in silenzio, in evidente attesa di notizie.
Giovanni impose il suo controllo sul proprio corpo e rimase immobile, seduto sulla sua insostituibile sedia a rotelle. La chiamavamo il carrarmato perché era in grado di contenere gli scatti portentosi del corpo muscoloso di Giovanni. Lui allenava il suo fisico da quando era piccolo. Non sarebbe mai potuto stare in piedi da solo, ma era in grado di battermi a braccio di ferro.
Per un minuto lunghissimo regnò il silenzio e la comica sfida ebbe termine perché ritenni più proficuo per me cambiare tattica: «Ehi, pesce lesso, come ti va?». Già. Scherzare era ormai una costante irrinunciabile del nostro rapporto. Giovanni esplose in una risata liberatoria e rispose prontamente con una voce dai cambi repentini di tono: «Bene, sardina!». Si rilassò e per un momento divenne assoluto padrone del proprio corpo.
«Devo dirti una cosa molto importante. Siediti, perché secondo me c'è il rischio che svieni» disse infine con espressione seria. La tensione si era scatenata nuovamente e costringeva Giovanni a una continua prova di forza per evitare l'incontrollato inarcamento della schiena e gli scoordinati movimenti degli arti che si catapultavano nelle direzioni più disparate. Aveva già cominciato a sudare copiosamente e le ultime parole erano state pronunciate con un profondo sussurro per la tensione sui muscoli del collo.
Conoscevo bene Giovanni. Mi sedetti in totale tranquillità, guardandolo senza fare gesti che potessero pressarlo. Un sorriso cordiale gli comunicò la mia disponibilità ad ascoltarlo rispettando i suoi tempi. Giovanni era caparbio e riuscì a riprendere il parziale controllo di sé.
«Ti ricordi la lettera che abbiamo inviato all'ESA l'anno scorso?» Questa volta fui io a sussultare. Spruzzi freddi di brividi inondarono il mio corpo partendo dalla schiena e i miei occhi disorientati vagarono per qualche istante nella camera di Giovanni in cerca di un nuovo equilibrio. La sua libreria era in perfetto ordine e i libri erano posizionati in fila per argomento e per grandezza, con una precisione maniacale. Libri e enciclopedie di fisica e astronomia lasciavano il passo ai massicci volumi di filosofia. In basso c'erano i dischi e i CD di Mozart, il nutrimento principale dell'anima di Giovanni. Egli si accorse della mia reazione e andò dritto al sodo: «Mi hanno fissato un appuntamento». La sua voce si fece più profonda: «Mi correggo: ci hanno fissato un incontro». Quel “ci” espresso con forza non lasciava dubbi.
Circa un anno prima, era stato bellissimo scoprire di avere un sogno nel cassetto in comune. Stavo facendo il bagno a Giovanni. Strappare tale incombenza con determinazione, ma con tanta dolcezza, alla madre-chioccia era stata una grande conquista. Lei aveva accettato, un po' per il manifestarsi dei primi acciacchi fisici, un po' perché mi aveva reso degno di tanta fiducia. In quell'occasione avevo confessato a Giovanni che mi sarebbe piaciuto tanto andare nello spazio qualche giorno. Poi sarei potuto anche morire. Per poco Giovanni non era scivolato dalla tavoletta posta sulla vasca, appositamente costruita per starci seduto durante il bagno.
Riavutosi dalla sorpresa aveva stretto forte il mio braccio e mi aveva detto a chiare lettere che lui nutriva da tempo lo stesso desiderio. «Dovranno pur decidersi a fare degli esperimenti sui disabili. Io mi vorrei candidare per andare lassù. Loro mi studiano e io realizzo il mio sogno» commentò serafico.
Ci abbracciammo come due fratelli e stringemmo un patto d'acciaio. Avrebbero avuto bisogno dell'assistente di Giovanni che masticasse un paio di lingue. Io ero la persona adatta. I nostri automatismi di coppia si perfezionavano ogni giorno di più. Ci candidammo insieme, come fossimo una persona sola, inviando una lettera dettagliata all'ESA.
Lo facemmo anche se non credevamo che qualcuno avrebbe mai assecondato la nostra richiesta. Ci sbagliavamo. In fondo fummo così testardi da nutrire, in un angolo sacro del nostro intimo, la speranza che ci potevamo sbagliare.
Dal giorno della lettera seguì un anno impegnativo, fatto di studi, esercitazioni pratiche, un training durissimo. La nostra simbiosi rese fiducioso tutto lo staff tecnico e gli astronauti che ci avrebbero accompagnato nello spazio, sulla Stazione Spaziale Internazionale. Scherzosamente dicevano che noi avevamo sviluppato la telepatia.
Finalmente giunse il momento fatidico, esattamente un anno dopo aver ricevuto la lettera. Guardare la Terra da lassù, che dà vita e nutre i suoi figli affettuosamente, ci fece sentire ancora più speciali nell'universo sconfinato. La luna, in certi momenti, sembrava quasi di poterla toccare con mano. Era il simbolo della realizzazione del nostro sogno.
Fluttuare in assenza di gravità fu per Giovanni un'esperienza che lasciò un segno indelebile nella sua vita. Il controllo di sé rese l'intera umanità più grande e tutti si immedesimarono nel viso squadrato e da bravo ragazzo di Giovanni.
Nello spazio smisurato Giovanni aveva fatto qualcosa di più che partecipare ad alcuni esperimenti: egli era riuscito a imbrigliare il disordine, lo aveva regolamentato e organizzato. Egli fu la vera stella di quella indimenticabile missione e io brillai di luce riflessa.
Ritornammo a terra vivi e felici e quando uscimmo dalla navetta spaziale una marea di gente applaudì al nostro trionfo. Giovanni era soddisfatto al massimo grado e il controllo della mente e delle membra stavano a dimostrarlo. Davanti a quel pubblico così numeroso Giovanni si girò un attimo e mi strizzo l'occhio. Ricambiai con un sorriso di gioia. Le lacrime solcavano i nostri visi trasfigurati. Io sapevo che Giovanni in quel momento in cuor suo mi stava ringraziando. Con la presunzione di aver realmente instaurato un contatto telepatico con lui gli mandai un messaggio affettuoso e riconoscente: “Grazie Giovanni. Grazie per il sogno meraviglioso che mi hai regalato”.

IL RICORDO EMOZIONANTE DI UNA VITA

Menzione dalla rivista Inchiostro che sceglie i racconti ideati su un incipit assegnato
 
Dalla terrazza della sua casa, Paola osservava in lontananza il mare. Era il 28 febbraio 2090, il giorno del suo novantesimo compleanno.
Una leggera brezza marina accarezzava dolcemente il suo viso rugoso. Il cielo azzurro era terso. Il sole alto scaldava la pelle e regalava un rassicurante tepore estivo. Il mare era di un blu abbagliante, leggermente mosso. Lo sguardo di Paola si lasciò cullare dalle ondine che riflettevano i raggi solari, generando una esplosione di puntini scintillanti. Si sentiva leggerissima. Si fece condurre nell'aria da un paio di ali immaginarie, imboccando con decisione la via della memoria. Iniziò un viaggio a ritroso, così come si era ripromessa di fare da alcuni giorni. Voleva fare un bilancio della propria esistenza. Ne sentiva l'intimo bisogno.
La prima tappa del suo viaggio nel passato la portò a dodici anni prima, ai festeggiamenti per le nozze d'oro. Quanto si era divertita quel giorno. Francesco, suo marito, era stato così caro e affettuoso. Avevano ballato, riso, cantato. Erano stati in allegra compagnia con tutti i familiari. Ma, più di ogni cosa, il viaggio sulla Luna era stato un regalo splendido. Avevano contribuito tutti e Francesco lo aveva tenuto nascosto fino all'ultimo. Che sorpresa! Aveva soddisfatto un desiderio che Paola nutriva da sempre: passeggiare sulla Luna dopo un viaggio estasiante sulla comoda navetta spaziale. Per dei giovani con un po' di soldini da spendere ciò era normalità. Ma per lei rappresentava un sogno che si avverava.
A migliaia di chilometri sopra la terra avevano passeggiato insieme mano nella mano sul suolo lunare, come due bambini che per la prima volta scoprono le mille meraviglie di un parco giochi spaziale ben attrezzato. Avevano apprezzato le grandiosità avveniristiche che la mente umana era riuscita a inventare. Avevano assaporato i futuri scenari della bio-tecnologia. In quella settimana magnifica avevano potuto rinnovare il loro amore.
Gli occhi di Paola si velarono di tristezza, mentre osservava una barchetta solitaria vicino alla linea dell'orizzonte, dove mare e cielo si congiungono come fossero un elemento unico, con diverse gradazioni di blu. Francesco se n'era andato due anni prima, dopo aver condiviso insieme a lei ancora un'altra decade. Era spirato mentre dormiva, con quel sorriso sulle labbra che aveva sempre connotato il suo temperamento.
 
Paola si staccò dal parapetto e si guardò attorno. Il suo terrazzo era apprezzato da tutti per la bellezza che centinaia di vasi fioriti gli conferivano. Un capolavoro d'arte, ricco di profumi e fragranze che riempiono le narici. Una distesa di colori che avvincono lo sguardo ipnotizzandolo. Le viole del pensiero spiccavano tra tutte con il loro potere di stimolare la riflessione e di riportare alla memoria gli eventi del passato.
Immancabile il mughetto portafortuna. Paola portava al collo un ciondolo che lo riproduceva. Nel giorno del suo compleanno di ogni anno bisestile non mancava di pronunciare un piccolo incantesimo per difendersi dalle malauguranti influenze del 29 febbraio.
In sequenza Paola aveva disposto trifoglio, iris e potentilla, che dal giorno della nascita della sua nipotina preferita non erano mai mancate nella sua splendida collezione. Fertilità, buona novella e amore materno avevano fatto da sfondo all'avvenimento più emozionante dei suoi ultimi trent'anni. Celeste era nata sulla stazione orbitante, secondo le ultime tendenze in fatto di parto. La mancanza di gravità aveva reso tale evento quasi indolore e privo di rischi. Dietro un vetro trasparente, chiunque avesse voluto, debitamente autorizzato dalla partoriente, avrebbe potuto assistere. E Paola lo fece. Appena nata Celeste, Paola si rese conto che avrebbe riconosciuto la sua nipotina tra mille neonati. Era uguale a lei e i mesi successivi lo avrebbero reso evidente a tutti. Da allora Celeste era il motivo di gioia più grande e più frequente. Da piccola Celeste era vispa e intelligente. Curiosa fino all'ossessione. Era l'unica che era stata in grado di convincere la nonna a confidare i propri segreti, dandole l'opportunità di aprire il proprio cuore totalmente. Si volevano un bene enorme e ora era Celeste a prendersi cura della cara nonnina.
Paola sospirò, perché tanto amore le aveva procurato molte notti insonni, per la paura ancestrale che alla piccola sarebbe potuto accadere qualcosa. Un corvo nero sorvolò sulla zona. Aveva qualcosa tra gli artigli. Paola si sforzò di scacciare via i brutti pensieri, accarezzando col dito il suo mughetto portafortuna.
 
Eleuterio le saltò letteralmente addosso, sicuro di poter contare sulla presa decisa della padrona. Paola accarezzò il suo pelo e godette delle fusa affettuose del raffinato felino. Lo aveva chiamato così perché Eleuterio significa libero, indipendente. Glielo aveva regalato alcuni anni prima suo figlio, Leone, e lei vi si era affezionata sin da subito. Avevano molto in comune Leone e il gatto. Eleuterio vide Clarissa sul balcone, che con movenze piene di femminilità richiamava la sua attenzione in modo chiaro e inequivocabile. Eleuterio abbandonò la stretta tenera e sicura della padrona e saltò sul muretto di cinta. Con il suo incedere altero e deciso si avvicinò alla seducente micia dal pelo bianco.
Anche Leone aveva lo stesso portamento il giorno del suo matrimonio, nel '55. Era stato celebrato su un aereo attrezzato per i matrimoni e il percorso previsto aveva portato gli invitati a compiere un giro completo intorno alla terra. Leone era un bell'uomo e per Paola staccarsi da lui era stato come essere pugnalata al cuore. A suo figlio aveva dedicato interamente un quarto di secolo della sua esistenza, dandogli tutto, emotivamente e concretamente. Non era preparata a cederlo completamente nelle mani di un'altra donna. D'altronde non lo sarebbe mai stata. Il suo amore materno era troppo viscerale. Doveva ammettere che la sposa era bellissima e oggi poteva affermare che era stata una moglie affettuosa e una nuora premurosa.
In abito bianco era incantevole e certamente all'altezza di Leone. Erano una coppia affiatata, di persone intelligenti e attive. Le avevano regalato un'infinità di soddisfazioni, anche perché le emozioni che lei provava da madre erano di una delicatezza e una sensibilità mai sperimentate prima. Eleuterio e Clarissa si lisciavano l'un l'altro e le loro effusioni era udibili in lontananza. Come una madre amorevole, Paola doveva accettare il distacco.
In realtà non c'era mai riuscita veramente. Aveva vissuto malinconicamente i cinque anni successivi, dedicandosi al lavoro, alla casa, alla carriera, al marito, a ogni cosa che le permettesse di non pensare al figlio. In un suo lavoro narrativo per un concorso letterario aveva riportato il deprimente sconforto che aveva ingrigito il suo animo così a lungo. La bizzarria del caso aveva voluto che lei vincesse quel concorso! Era uscita da quel tunnel solo alla nascita di Celeste, risorgendo a nuova vita.
 
Suonarono alla porta. In un attimo la casa e il terrazzo si riempirono di persone venute a farle gli auguri, portando chi un pensierino, chi un regalo importante. Paola aveva sempre amato stare tra la gente, sentirne il calore, comunicare. Era una donna in grado di catturare l'attenzione altrui perché fascino, simpatia e bontà la rendevano gradevole a tutti. Era sempre stata una buona oratrice e usava le parole con arguzia. Il suo umorismo metteva di buon umore. La sua ironia riceveva l'apprezzamento generale.
Tutte quelle persone le riempivano l'animo di gioia. Le aveva conosciute nell'arco della sua lunga vita. Molte di loro erano amicizie strette ai tempi dell'università. Quel ricordo le generava brividi di piacere. Era stato un periodo così pregnante e formativo che spesso le capitava di riportare alla mente le immagini di quel lungo lasso di tempo, passato tra le aule dell'Università, lo studio con le amiche fino a tarda ora, i giri in mensa per mangiare, il turbinio continuo di nuove conoscenze, alcune passeggere, altre durature. E poi, i viaggi in altri paesi, previsti dal percorso universitario, le interrogazioni in videoconferenza, le comunicazioni alla webcam del telefonino via internet con gente di tutto il mondo. Aveva lavorato tanto nel campo della sperimentazione e della ricerca, ritagliandosi uno spazio di tutto rispetto. Uno stormo di uccelli migratori passò rapidissimo, regalando l'attimo fuggente della loro incantevole e momentanea prestazione aerea. Si allontanarono in un baleno scomparendo celermente dalla visuale. L'andirivieni continuo di gente le rievocava i brandelli di emozioni che aveva lasciato dietro di lei, nei tanti anni della sua vita. Aveva conosciuto migliaia di persone, si era relazionata con essi, aveva provato gioia, dolore, odio, amore, tristezza, rabbia, felicità. Cosa restava di tutto ciò? Con le braccia intrecciate si diede calore, quasi cercando di raccogliere con la sua stretta l'universo umano di emozioni vissute. Si accarezzò dolcemente, amando la sua immensa capacità di sentire, provare, vivere…
 
Celeste, la sua adorata nipotina, la guardò con i suoi occhi scuri e penetranti, ricchi di significato. A volte Paola pensava che loro due riuscivano a comunicare telepaticamente. Era una donna bella, dal sorriso ammaliante e lo sguardo irresistibile. Era impossibile esserle indifferente, per chiunque. Gli invitati erano andati tutti via e loro erano in salotto. Celeste notò il viso stanco di Paola. Le sistemò lo scialle sulle spalle, con un gesto pieno di premura. Paola sentì il calore di quello scialle diffondersi per il corpo.
Lo scialle era appartenuto a sua madre. Paola lo conservava gelosamente insieme alle cose della sua tenera infanzia. Era stata una bimba felice, con mamma e papà che l'avevamo inondata di amore. Non erano stati avari di baci, carezze, abbracci, attenzioni di ogni tipo. Le avevano dato un'identità, una coscienza, dei principi, e tanto, tanto amore. Chiuse per un attimo gli occhi e idealmente mise il suo viso tra quello di mamma e papà, appoggiando le sue guance tra le loro. Lo faceva spesso da piccola, stringendo forte a sé con le sue braccine il collo di entrambi. Sentì le lacrime solcare l'attaccatura delle palpebre. Sapeva che Celeste la guardava, ma non aveva segreti per lei, né provava alcun imbarazzo.
«Nonna, io vado», le disse Celeste con voce soave. Paola aprì gli occhi e Celeste la accarezzò con una mano vellutata. Da alcuni anni gli acciacchi non permettevano a Paola di recarsi al cimitero per adempiere al gradito impegno che da ben 82 anni onorava almeno una volta al mese, ma spesso anche una a settimana. Quel fatidico 29 febbraio 2008 si trovava nella metropolitana con i suoi genitori. Un uomo uscì dal treno sparando all'impazzata con una pistola. Ad un tratto si era fermato e, per chissà quale strana ragione, aveva puntato l'arma dritto su di lei mentre erano a pochi metri di distanza. Paola aveva sfiorato istintivamente col dito l'angioletto portafortuna appeso al collo che sua nonna le aveva regalato. Un tipo le si era prontamente messo di fronte, ricevendo la scarica di colpi destinata a lei. Si era accasciato lentamente al suolo sorridendo a quella bambina, quasi che salvarla fosse per lui motivo di soddisfazione. Di lui non si riuscì mai a ricostruire l'identità. Era uno straniero, forse proveniente dall'est, senza documenti, né oggetti particolari addosso. Il pazzo con la pistola scappò via.
Mamma, papà e Paola lo avevano chiamato Sasha, nome russo per Alessandro, “protettore di uomini”. Solo Celeste sapeva di Sasha, oltre a Paola. La nipote uscì per portare un vaso di dalie in segno di riconoscenza e gratitudine sulla tomba di Sasha. Alla nascita di Celeste, Paola aveva invocato la sua protezione. Da 82 anni ogni sera pregava per Sasha e oggi la riconoscenza di Paola per quell'uomo era smisurata, perché era a lui che doveva tutto. Niente di quanto da lei vissuto sarebbe esistito senza il suo angelo custode. Paola uscì in terrazza. Il mare era diventato calmo. Era una tavola. I riflessi del sole al tramonto creavano sulla sua superficie giochi di colore di suprema bellezza. Sasha era in ogni cosa bella. Paola sapeva che presto avrebbe raggiunto Sasha, diventando parte di quel mare meraviglioso.