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Foto profilo

Convalle Stefania: Data di nascita: 18 Luglio 1962
Luogo di nascita: Milano
Indirizzo: Via Don Minzoni 25 – 20900 Monza (MB)
Telefono: 347 59 64 320
Mail: steficonvalle@gmail.com
Pagine Facebook Principali: https://www.facebook.com/stefania.convalle.5
https://www.facebook.com/DentroLamore
https://www.facebook.com/solobelleopere/
https://www.facebook.com/groups/1202175799816324/
Blog:
http://st62co.blogspot.it/
Istruzione: Diploma di Liceo Scientifico presso L.S.S. “S. Allende” di Milano.
Corso di Giornalismo e Scrittura Narrativa “L’ora di scrivere” promosso dalla rivista “Storie”, anno 2002.
Diploma di operatrice Zen Shiatsu conseguito presso il Monastero “Il Cerchio” di Milano, anno 2012.
 
Pubblicazioni:
Tra le varie Antologie, segnalo quella legata al Festival delle Lettere:
Antologia dei finalisti del concorso “Festival delle lettere” con l’opera “Lettera alla madre”, anno 2006, a cura dell’Associazione “365 gradi”. La lettera è stata rappresentata al Teatro del Vigentino di Milano il 21 Novembre 2006, per la regia di Isabella Cremonesi;
 
Romanzo “Tre. Il numero imperfetto”, Sangel Edizioni, 2012. Nuova edizione nel 2015 con Demian Edizioni.
Raccolta di racconti “Dentro l’amore”, Demian Edizioni, 2013. Nuova edizione nel 2019 con Edizioni Convalle.
Raccolta di Poesie “Storie in verticale, Demian Edizioni, 2014.
Romanzo “Una calda tazza di Caffè Americano”, Rapsodia Edizioni, 2015. Nuova edizione nel 2017 con Edizioni Convalle
Romanzo “A quattro mani”, co-autore Carlo Baroni, Demian Edizioni, 2016
Romanzo “Dipende da dove vuoi andare”, GoWare, 2017. Nuova edizione nel 2020 con Edizioni Convalle.
Nel 2017 fonda la casa editrice Edizioni Convalle, 87 titoli all’attivo (agosto 2021).
Poesie “Il sole delle cinque”, Edizioni Convalle, 2017
Book trailer: https://youtu.be/2g05uk-Rh5k
Divertissement, “Dalla A alla Zeta”, un’opera a 8 mani da un’idea di Stefania Convalle, Edizioni Convalle, anno 2017
Romanzo “Il silenzio addosso”, Ed. Convalle, ISBN, 2018.
Romanzo “Cerca di non mancarmi troppo”, co-autore Riccardo Simoncini, Ed. Convalle, 2018.
Romanzo, “Anime Antiche”, Ed. Convalle, 2019
Manuale di scrittura, “Scrivere. Alla ricerca di sé e del proprio stile”, Ed. Convalle, 2019
Poesie, “In ordine sparso. Come la vita”, Ed. Convalle, 2020
Romanzo, “Lo specchio macchiato dal tempo”, Ed. Convalle 2020
Romanzo, “Il Manoscritto”, Ed. Convalle, 2021
IN USCITA: “Una straordinaria solitudine” Romanzo                  
  
Premi
Finalista al concorso: “Festival delle lettere 2006” con l’opera “Lettera alla madre”;
Seconda classificata al concorso letterario “Il poeta e il narratore” con il racconto “Gli occhi non invecchiano mai”; edizione 2010.
Nota critica sull’annuario di Fossacesia, a cura di Attilio Piccirilli.
Menzione d’onore con il racconto “Il ritrattista”, premio letterario LeggiadraMente, 2017.
 
Premio Giovani Premio Microeditoria di qualità 2017 per il romanzo “Dipende da dove vuoi andare”
Menzione d’onore Premio Letterario Città di Arcore 2018 per il romanzo “Il silenzio addosso”
 
Premio Giovani Premio Microeditoria di qualità 2018 per il romanzo “Il silenzio addosso”.
Menzione d’onore Premio Letterario Città di Arcore 2018 per il romanzo “Il silenzio addosso”
 
Finalista “Un libro per il cinema” 2019 con il romanzo “Il silenzio addosso”.
Marchio Microeditoria di Qualità, 2019, con il romanzo “Anime Antiche”
Premio Solo Poesia 2021 – Carta e Penna – 5° posto con la silloge poetica “In ordine Sparso. Come la vita.
Premio Michelangelo Buonarroti 2021 – Diploma d’onore con Menzione d’encomio
Premio Letterario Milano International 2021 – Diploma d’onore con il romanzo “Lo specchio macchiato dal tempo”
 
Note:

L’autrice ha promosso le sue pubblicazioni tramite un tour di varie tappe (la più prestigiosa a Volterra presso il Teatro S. Pietro), intitolato Poetango - Dentro l’amore in tour, durante il quale ha presentato i propri libri anche attraverso uno spettacolo di recitazione e tango argentino.
Ha all’attivo decine di presentazioni presso librerie, centri commerciali, associazioni culturali, gruppi di lettura, locali d’intrattenimento; tutto ciò su tutto il territorio nazionale.
È stata invitata nelle scuole superiori per parlare dei suoi romanzi e del mestiere dello scrittore.
Ha condotto una serie di laboratori di scrittura creativa presso il Collegio Villoresi di Monza, in quattro classi di quinta primaria.
Ha ideato e cura il Premio Letterario nazionale “Dentro l’amore”, giunto alla sesta edizione, organizzando la serata finale in teatro in qualità di Direttore Artistico.
Conduce laboratori di scrittura creativa. Organizza e conduce Poetry Slam ed eventi culturali di vario genere su tutto il territorio nazionale.
Nel Febbraio 2017, fonda la casa editrice Edizioni Convalle, per dare “casa” agli autori agli esordi (e non solo). Partecipa alle più importanti Fiere del settore: Salone del Libro di Torino, Salone della Cultura (Milano), Rassegna della Microeditoria di Qualità (Brescia), Più Libri Più Liberi (Roma) È stata ospite presso numerose radio locali e televisioni.
Le più importanti:
Novembre 2017, partecipazione al programma “Milleeunlibro” di Gigi Marzullo, Rai Uno.
Maggio 2018, partecipazione al programma “Milleeunlibro” Speciale Salone di Gigi Marzullo, Rai Uno, con il romanzo “Il silenzio addosso”.



Per i lettori di Carta e Penna ha scelto:

L'AMORE IMPERFETTO

Ha pareti storte

la nostra casa,

finestre oblique.

Non chiude bene la porta,

antiche ruggini e cigolii.

 

Ma le tegole accolgono un nido

e il fuoco arde dentro al camino,

non si spegne

anche se piove dal tetto

e il catino è in mezzo alla stanza.

 

Prendi quelle castagne, amore.

TI REGALO L'ORIENTE

Non ho paura
del piccolo pugno
chiuso nella mia mano mentre dormi.
È morbido e tenero
non può farmi male.
 
Sorrido ai tuoi sorrisi
e ballo ai tuoi balli
buffi e scalmanati.
 
Insieme
alziamo lo sguardo verso aerei e rondini,
sogni in attesa che salutiamo
mentre t’insegno
ad abbracciare un albero
e a sentirne la linfa.
 
Mi ricordi la vita,
di nuovo.
Come viverla,
rialzandosi dopo le cadute
con le ginocchia sbucciate.
Ed è bella come la favola
che ti racconto:
i lupi non sono cattivi.
Quelli veri.
 
Ti regalo l’Oriente
per riconoscerli
mentre m’incanto
allo schiocco dei tuoi baci.

ADAGIO

L’aria è più amica ora.
 
Il sole scalda la scopa di saggina
abbandonata sotto il portico.
 
Le tue rose
ritornano a essere boccioli.
E il rosmarino…
Lui profuma sempre.
 
Ma le scale di pietra sono vuote.
Prive della tua musica.
 
Cielo turchese
mentre scendevi dalle montagne.
Era l’ultima volta.
Sorridevi.
 
I miei occhi hanno visto
la dignità di morire.
 
E il freddo è dentro.

SE IL MONDO S'AZZITTISSE

E se il mondo
d’improvviso
s’azzittisse?
 
Sentiremmo il rumore di una foglia
cadente d’autunno
il suo volare a terra.
 
Il camminar d’una formica
che rotola una briciola di pane.
 
All’improvviso
se il mondo s’azzittisse
l’eco di un pianto o una risata
scuoterebbe cuori
e anime.
 
Se il mondo tacesse
nel cosmico silenzio troveremmo
– finalmente –
noi stessi e soprattutto
l’altro.
 
Se il mondo s’azzittisse.

IL RITRATTISTA

Mi siedo.
La piazza mi guarda e anche lui, il pittore, colui che si accinge a ritrarmi.
Prende la sua matita carboncino e la passa su una carta vetrata, mi fa venire in mente la lama di un rasoio e il gesto del barbiere per affilarla.
Mi sento indifesa di fronte a quel gesto come se gli avessi offerto il collo e gli avessi detto mordimi pure. E se lo facesse davvero?
Siedo, lo devo guardare – così mi ha detto – ma all’inizio faccio fatica a farlo, mi sento come una donna che sta per essere spogliata per la prima volta dal suo uomo. Lui mi spoglia con gli occhi, ma non gli interessa il corpo, gli interessa l’anima.
Mi chiede che faccio nella vita, scrivo, è la mia risposta.
Sento il carboncino scivolare sul foglio, non vedo cosa fa, ma so che sta scavando nei miei occhi e mi sento nuda.
Mi dice hai il tratto della scrittrice. Mi sta lusingando, lo so, ma quando i nostri sguardi sono fissi uno nell’altro, sento che ne è catturato.
«Quanto fuoco, sotto la cenere!»
Non rispondo, gli sorrido.
I movimenti della mano si fanno frenetici, prende la gomma e cancella qualcosa. Indugia sui miei occhi: «Quanta luce!»
Ma non rispondo di nuovo. Mi limito a sorridere.
Non riesce a smettere, la matita corre e m’insegue nei tratti, mi vuole e poco importa se ormai ha superato tutti i tempi canonici di un ritratto in strada.
Non parla più, sento solo il suo sguardo appoggiato su di me, leggero come quella matita e profondo come un blu cobalto.
«Mi fermo qui.»
«Posso guardare?» 
Sono emozionata. Mi alzo e guardo il ritratto. La mia bocca. I miei occhi parlano da quel foglio.
Rimango a fissare il ritratto, mi ha dipinta più giovane, con qualche particolare che non ritrovo in me, ma lui mi spiega che non è una fotografia, è come ti vede il pittore.
Arrotola il cartoncino e me lo consegna. Mi dispiace andarmene e indugio.
Lui lo capisce: «Se non hai fretta, possiamo fare due passi, ti mostro qualche angolo di Firenze poco conosciuto.»
Sorpresa gli rispondo: «Sì!»
Ripone tutte le sue cose, chiude il cavalletto, piega gli sgabelli che sono serviti a entrambi durante il ritratto e affida il tutto a un collega, lì come lui, negli assolati pomeriggi estivi ad aspettare i clienti nella piazza del Duomo. Cominciamo a camminare e presto ci infiliamo dentro dei vicoli che ci allontanano dalle vie principali del centro. Immediatamente si percepisce una quiete che placa la mente, l’ombra creata dai palazzi ravvicinati attenua l’afa che nella piazza, in pieno sole, era diventata faticosa da sopportare.
Camminiamo in silenzio ed è una sensazione nuova per me. Lui è uno sconosciuto, ma non sento il bisogno di riempire quel momento con delle parole, mi sento a mio agio e tranquilla.
Arriviamo nei pressi dell’Arno, ci sediamo sul prato che costeggia il fiume e da lì ammiriamo il Ponte Vecchio, un nuovo punto di vista, diverso dal classico a cui si è abituati. Ci sediamo su un muretto.
«Da qui vedere il tramonto è tutta un’altra cosa. Come ti chiami?»
«Valentina.»
«Nick.» 
Aspettiamo il tramonto e lo ammiriamo in quello scorcio da cartolina, mentre tutto sembra ammorbidirsi in quella luce più morbida e calda.
Tutto mi pare strano, ma non mi faccio troppe domande, mi godo quell’attimo di pace a fianco di un uomo mai visto prima, ma così vicino a me.
All’improvviso mi indica un abbaino che si affaccia sul fiume.
«Abito lì.»
«Accidenti! Mica male!»
«Sto per partire. Domani, per la precisione. Starò via qualche mese. Cerco qualcuno che badi ai miei fiori. Tu sei una scrittrice, ti va di stare a casa mia fino a quando tornerò? Ti assicuro che è un luogo dove l’ispirazione t’investirà. In cambio dovrai solo occuparti delle mie piante, le vedi? Su quel terrazzo…»
Rimango sorpresa da quella proposta. Per un attimo mi sfiora l’idea che sia un pazzo, ma siccome sono pazza anch’io, accetto. In fondo non ho nessuno a casa che mi aspetta. Sono libera.
Non penso a niente. Lui pare contento della mia decisione e sorride.
«Vieni, ti mostro la casa.»
Ci riportiamo sulla strada e raggiungiamo il palazzo dove abita. Un palazzo antico, malmesso, ma dignitoso e fascinoso nella sua decadenza.
Saliamo le scale fino all’ultimo piano dove c’è la sua porta, l’unica del pianerottolo. Sembra quasi di andare in un solaio. Mi attraversano mille pensieri – E se fosse un maniaco? Avrò fatto male a venire fino a qui? – Ho paura e penso che dovrei voltarmi e andarmene in fretta, ma qualcosa mi trattiene.
Apre la porta. La luce investe i miei occhi, un lucernaio rimanda gli ultimi raggi di sole del tramonto. Mi aspettavo un corridoio e invece sono in una serra. Enorme. Calda. Umida. Mi gira la testa, lui m’invita a sedermi, recupera una sedia. Mi porge un bicchiere d’acqua fresca. Bevo e guardo attraverso il vetro del bicchiere. Credevo si riferisse a pochi fiori di cui occuparmi, ma mi rendo conto che è molto di più, qualcosa di incredibile. Accende uno stereo e la stanza si riempie della musica di Mozart. Mi fa cenno di seguirlo e mi conduce verso l’altra parte della casa. Ora tutto appare più normale, un unico spazio arredato in qualche modo, ma pur sempre qualcosa che assomigli a un appartamento.
«Sei turbata dalla mia serra?»
«…Diciamo che non me l’aspettavo…  È insolito…»
«Adoro i fiori, le piante, ciò di cui è capace la natura. Lo so che questa casa è un po’ particolare: hai cambiato idea? Vuoi rinunciare a seguire i miei fiori?»
«…No… Anche se per un attimo l’ho pensato.»
Mi sorride e mi tende la mano, io la prendo e mi lascio condurre al tavolo dove m’invita a sedermi mentre si appresta a preparare qualcosa per cenare insieme. Lo osservo e mi accorgo della sua giovinezza, quella che è dentro i gesti, gli occhi, l’entusiasmo che si ha nel preparare un piatto di spaghetti al pomodoro fresco. Quasi non vedo più le rughe del suo viso che mi avevano fatto collocare la sua età intorno al mezzo secolo o qualcosa in più. Mentre apparecchia la tavola dal piano di marmo, come una vecchia cucina toscana, mi versa del vino e mi chiede di brindare al suo viaggio imminente.
«Dove vai, posso chiedertelo?»
«Sono un mercante, vado a scovare l’artigiano vero in Oriente.»
«Credevo fossi un pittore.»
«Faccio ritratti in strada, mi piace osservare le persone ed entrare nei loro sguardi mentre li ritraggo; mi piace vedere le titubanze quando si avvicinano, hanno quasi paura che qualcuno indaghi troppo dietro la maschera… Perché il ritrattista vede quello che c’è dietro, lo sai?»
Sorride sornione mentre me lo dice.
«E cosa hai scoperto di me?»
«…Che non indossi maschere e che sei perfetta per i miei fiori che vogliono solo mani candide.»
Arrossisco. Mi alzo e mi affaccio all’abbaino che mi aveva indicato dall’Arno; vedo di nuovo il Ponte Vecchio da una prospettiva ulteriormente diversa. La vista è bellissima e credo abbia ragione: l’ispirazione si impadronirà di me.
Dopo cena mi dà le istruzioni per prendermi cura della serra come se si trattasse di una figlia. Mi lascia il suo numero di telefono e, mentre prepara i bagagli, mi avvisa che alla mattina partirà molto presto e che sarà meglio salutarsi ora.
Credo di essere pazza, all’improvviso mi rendo conto che sto prendendo un impegno da cui non potrò scappare e non so quando tornerà. Glielo chiedo, ma lui risponde solo con un laconico tornerò.
E sia. Sia quel che sia.
 
Al mattino mi alzo, lui è già partito, inizio questa strana esperienza e comincio a eseguire le istruzioni che mi ha lasciato.  Devo impegnarmi, non ho mai avuto un talento per il giardinaggio e ho paura di non essere capace di mantenere in vita quel polmone verde in una soffitta fiorentina.
I giorni trascorrono, uno dopo l’altro. Mi godo questa strana parentesi della mia vita in cui mi divido tra fiori, computer per scrivere, pochi passi fuori per la spesa e per scambiare due parole con qualcuno. E poi di nuovo nella soffitta, perché di questo si tratta, una soffitta adibita a serra e ad abitazione. Per qualche istante mi sento quasi Anna Frank, ma lei era condannata, io posso fuggire.
 
Fuggire. Mi accorgo che dopo qualche settimana è un pensiero che mi coglie spesso. Non ho notizie di lui. Potrebbe anche essere morto, non lo saprei. Non so quando tornerà, tra un mese, tra un giorno, tra un’ora, mai. Sento che comincio a essere preda dell’ansia. Cammino nella serra e guardo le piante, i fiori, li guardo sotto una luce nuova, vorrei capire chi è quell’uomo e perché ha scelto me per questo compito. Osservo i colori dei petali, le forme, il verde delle foglie, c’è un messaggio in mezzo a tutto questo, lo so, lo sento, lo posso avvertire sulla pelle perché i brividi mi stanno dicendo che c’è del vero in quello che sto pensando. Un messaggio, ma quale e per chi? Non certo per me che mi ha vista una manciata di ore.
Non trovo niente, so che è lì, sotto i miei occhi, ma non lo vedo, non lo metto a fuoco.
Esco, altrimenti impazzisco. Torno alla piazza dove l’ho conosciuto. Ci sono i suoi amici. Indugio, ma poi decido di chiedere qualche informazione su Nick. Sembra che nessuno sappia niente, oppure nessuno vuole parlare. Sono evasivi, poche parole, niente di più di quello che so. Delusa, mi avvio verso casa quando una donna sulla porta del suo negozio mi fa cenno di avvicinarmi.
«Cosa vuoi sapere di Nicola?»
«Qualsiasi cosa.»
«Perché?»
Non so rispondere. Non so se posso dire cosa sto facendo a casa sua. Cerco velocemente di trovare un motivo valido per le mie domande.
«Perché mi aveva fatto un ritratto e vorrei commissionargliene un altro.»
La donna mi guarda dritto negli occhi e capisco che non mi crede.
«Ti ha affidato i suoi fiori?»
La domanda mi disorienta. Non rispondo, ma il mio silenzio parla da solo.
«Entra.»
Mi conduce nel retro del negozio. Si mette a rovistare tra scatole e fogli, fino a quando trova una lettera. La apre e me la fa leggere.
Lo sai quanto tenga ai miei fiori, sono l’unica cosa che mi rimane di lei, ma senza di lei non so vivere. Tengo in vita la serra per avere l’illusione di toccare ciò che ha toccato, di sentire i profumi del suo profumo. Non so quanto possa reggere. L’altro giorno mi sono detto che se dovessi nascere oggi, da cosa ricomincerei? Azzerare il passato, i ricordi, i dolori, anche i momenti belli, sì, anche quelli, perché sono la causa di questo senso di mancanza di lei. Voglio andarmene, non so ancora se solo da questa città o da questa vita, ma voglio lasciarmi tutto alle spalle. Aspetterò il momento giusto, aspetterò l’impossibile, che il destino mi faccia incontrare una donna che mi ricordi lei e che si prenda cura di quell’amore; lo so, è una pazzia, la mia, qualcosa che difficilmente accadrà, ma credo che questa donna arriverà perché mi verrà mandata e io la riconoscerò.
Alzo lo sguardo, incontro gli occhi della donna pieni di lacrime.
«Ma di chi parla. Nicola, chi è la donna della serra?»
«Nostra figlia. Noi due non siamo più insieme da tanti anni e Anna era rimasta con lui, innamorata di quel luogo dove ha voluto creare quella serra che ha curato fino all’ultimo con un amore inesauribile per ogni forma di vita.»
Mentre la donna continua a parlare ricordo il particolare della cena con lui, quella luce che avevo colto nei suoi occhi, quell’amore ed entusiasmo per la vita. Non mi sembrava un uomo disperato. Glielo dico, ma lei mi risponde che probabilmente era euforico perché sapeva di essere libero; ora che aveva trovato la donna che cercava, alla quale affidare la serra, lui poteva andarsene, forse a morire.
Sono sconvolta. Mi sento impigliata in una rete da cui non so come liberarmi. Ricordo di avere il numero di telefono, quello che mi ha lasciato prima di partire, lo dico alla donna, glielo mostro, lei lo guarda e abbassa gli occhi.
«È il mio.»
Senza via d’uscita. Ecco come mi sento. Imprigionata in un compito affidatomi da un uomo che forse non tornerà più. Cerco la soluzione, mi sento responsabile per quella presunta eredità che mi ha lasciato. Vago per la città e poi mi ritrovo seduta lungo l’Arno, dove mi aveva condotta e da dove mi aveva mostrato quell’abbaino. Le ore passano lente, come il fiume davanti a me. Non so che fare. Potrei fregarmene e andarmene, consegnare le chiavi alla donna del negozio e che ci pensi lei a quei fiori…. Ma non riesco, sento quasi di avere un impegno morale verso quell’uomo. In fondo, lui mi ha affidato la cosa più cara che avesse, ha scelto me.
  
È sera ormai, ma non mi decido a tornare in quella casa. Guardo l’abbaino e vedo la finestra illuminata. C’è qualcuno. Il cuore accelera il battito, ho paura, non so se è lui o chi altro, ma vado, devo andare a vedere.
Cammino sempre più velocemente, mi accorgo che ho cominciato a correre, salgo le scale due gradini alla volta, ma mi devo fermare, non sono più così giovane e mi chiedo come Nick abbia potuto vedere in me, una donna della sua età, qualcosa che gli ricordasse la figlia. Arrivo sul pianerottolo, la porta è socchiusa. Mi fermo un attimo e cerco di essere razionale, potrebbe essere un ladro, devo essere prudente. Mentre rifletto, eccolo, apre la porta e mi guarda.
«Mi sembrava di aver sentito qualcuno arrivare… Ciao…»
Sono sollevata, è lui, è vivo, è tornato. Lo osservo e ora sì, la scorgo quell’inquietudine che gli sta mordendo l’anima. Entro.
«Tu le assomigli tanto, lo sai?»
Sono ammutolita. Mi chiede se può abbracciarmi.
«Certo che puoi.»
Il nostro abbraccio dura un’eternità, mi avvolge, sento il suo corpo di uomo maturo e quasi mi vergogno per le emozioni che mi suscita perché in quel momento per lui è come se io fossi la figlia.
«Non sono lei, lo sai vero?»
«Sì, lo so, ma hai il suo candore.»
Scioglie l’abbraccio e un po’ mi dispiace. Mi fa i complimenti per come ho seguito la serra, ora ritrovo il suo sorriso, anche se, è vero, è pieno di malinconia.
«Sono contenta che tu sia tornato. Davvero.»
 
Il cerchio si chiude e si chiude con una nuova cena, come al mio arrivo, solo che adesso lui sa che io so e io so cosa gli attraversa l’anima. Questa volta i suoi gesti sono stanchi, come se non ce l’avesse fatta a farla finita e fosse rassegnato a vivere nel suo dolore, con la sua serra. Gli spaghetti non hanno lo stesso sapore della volta prima, sono pieni di amarezza e di solitudine.
Mi alzo, lo conosco appena, ma non riesco a vederlo così. Prendo una bottiglia di vino, la apro. Il rumore del turacciolo che esce dal collo della bottiglia richiama la sua attenzione, gli sorrido, verso il vino nel bicchiere. Lo invito a un brindisi. Questa volta sono io a proporlo. Ci guardiamo, i bicchieri allegri di vino rosso, lo guardo dritto negli occhi.
«A noi due, alla vita che apre nuove porte quando stavamo per gettare la spugna…»
Lui solleva lo sguardo e sembra che mi veda per la prima volta. So che mi sta vedendo in una nuova luce, non come quando gli ricordavo sua figlia. Me ne accorgo da una scintilla diversa, c’è curiosità verso di me.
«Hai voglia di andare a fare due passi? La serata è bella, fresca, voglio sapere di te.»
«Sì, andiamo.»
Mi prende per mano e questa volta sento le sue toccare quelle di una donna, una donna nuova.
Una vita nuova.

GLI OCCHI NON INVECCHIANO MAI

Ho ottant’anni.
Li sento nelle ossa consumate, nelle ginocchia che scricchiolano, sulla pelle rugosa, ma non negli occhi.
 
L’altro giorno mi guardavo allo specchio e ho visto lo stesso sguardo di me ragazzina. Sarà proprio vero che gli occhi sono la porta dell’anima? Certo, la vecchiaia è una gran fregatura. Ti porta via il corpo, ma ti lascia la testa per capire il tempo che passa. Anche le persone che si hanno intorno contribuiscono a farti sentire più di là che di qua! L’ho notato in occasione degli ultimi compleanni, a Natale, nelle ricorrenze varie, insomma, quando si presenta il momento di ricevere un regalo. Da un po’ di tempo a questa parte sono cominciati ad arrivare cioccolatini, biscotti, dolcetti, come se avessi poco tempo davanti e quindi mi regalano qualcosa che io possa “consumare” subito, alimenti con una “scadenza” vicina. Pare mi vogliano dire mangia in fretta, non si sa mai.
 
È da qualche anno che non ricevo più un libro, forse pensano che non abbia più la testa per leggere, per capire. Ma avete notato come la gente talvolta si rivolge ai vecchi? Manca solo che si mettano a sillabare, è come se parlassero con qualcuno che non capisce la loro lingua. Oppure, quelli che ti chiamano “nonna”.
Ma perché?
Improvvisamente si perde la propria identità, si diventa genericamente nonne e nonni.
 
Non sapete che cosa mi è capitato, questa ve la voglio raccontare. Ero all’ospedale, dovevo sottopormi a un esame per cui chiedevano di togliersi, tra le altre cose, eventuali dentiere. Anche se può apparire strano, alla mia veneranda età i denti sono ancora tutti miei, ma all’infermiera questo sembrava impossibile.
Se mi dice ancora una volta dai nonna togliti i denti giuro la pesto, pensai in quel momento. Per convincerla e farla contenta le dissi che se era proprio necessario avrei potuto abbattermi l’arcata dentale a colpi di martello. Alla fine mi ha creduta, ma che fatica!
La cosa mi diverte, in fondo, non me la prendo, anzi, alle volte fingo di essere sorda se non mi va di parlare o preferisco stare per conto mio. Allora li vedo che si guardano tra loro come se non avessi nemmeno più gli occhi, e dicono poverina, non c’è più con la testa.
Si dimenticano che ottant’anni di vita sono carichi di esperienza, vita vissuta, gioie, dolori, la saggezza dei vecchi. E chi ne tiene più conto, ormai. Quanta tenerezza mi fanno certi giovani, pensano che l’amore sia il teorema di Pitagora, magari hanno avuto qualche delusione e dicono “basta”, decidono che gestiranno le loro emozioni, i loro sentimenti. Vogliono razionalizzare l’amore. Li guardo e sorrido, perché so che si perderanno in tante di quelle passioni nella loro vita, che loro nemmeno possono immaginarselo.
E quelli che pianificano tutto? Quelli che dicono: “Mi voglio sposare e avere due figli, un maschio e una femmina”. Un maschio e una femmina? Mica siamo al supermercato, forse non sanno che ogni volta che inizia una vita è un vero miracolo della Natura, e nemmeno così scontato. Figuratevi se si possono fare ordinazioni sul sesso del nascituro… Sorrido.
 
E poi, quanto mi fanno arrabbiare i vecchi come me che esordiscono dicendo ai miei tempi. Di quali tempi parlano?!? Cosa significa? Qualcuno un giorno me lo dovrà spiegare questo mistero. Non sono forse anche quelli che stiamo vivendo i “nostri tempi”? Loro parlano come se la vita non ci appartenesse più e invece io la sento, eccome se la sento! Ora che dormo di meno, mi alzo e vedo l’alba che non ho visto da giovane. Ora che non ho più fretta mi accorgo anche delle piccole cose, come la magnolia davanti alla mia finestra; guardo la sua fioritura, la sua meraviglia, la vedo, la vivo.
E mi entra negli occhi.
Questi occhi che sono quelli di quando ero bambina; sì, forse un po’ appannati, forse con le palpebre cadenti, le rughe, ma dentro, dentro ci sono ancora i miei sogni, i miei desideri. Non più le paure, quelle no, le ho lasciate andare già qualche anno fa.
Che strano, alle volte mi sorprendo a pensare che non posso più fare programmi a lungo termine, non riesco più a dire l’anno prossimo farò, andrò…
Ma sapete che c’è? Ora esco, mi vesto, mi agghindo, voglio essere una bella vecchietta.
Vado qui di fronte, c’è un’agenzia di viaggio, tra due mesi sarà il mio compleanno e io… Io voglio prenotare un viaggio bellissimo, magari quello che non ho mai fatto. Ecco, sono pronta, ho messo anche un velo di cipria, un po’ di rossetto. Vicino a quell’agenzia c’è un Caffè e vedo sempre un signore più o meno della mia età. È sempre ben vestito, la barba curata, legge il giornale e quando mi ha vista altre volte passare di lì, mi ha sorriso. E sapete una cosa? Ho visto nei suoi occhi la mia stessa voglia di vivere, lo stesso entusiasmo.
 
È proprio vero, gli occhi non invecchiano mai.
 


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