Ferretti Antonio:

laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Perugia, ho poi conseguito la Specializzazione in Sicurezza, Assistenza e Previdenza Sociale presso l’Università degli Studi di Macerata.

 In qualità di Dirigente dapprima dell’I.N.A.M. e poi della Regione Marche – Assessorato alla Sanità e Sicurezza Sociale – a partire dagli anni ’60 ho redatto vari articoli di natura politica nonché, successivamente, in materia soprattutto di Sanità, specie con riferimento alle problematiche poste dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

 Formato negli studi classici, ho sempre amato la Poesia, specialmente quella tradizionale, espressa cioè in rima e in versi predeterminati nel numero delle sillabe, sulle quali far poi cadere gli accenti ritmici. Purtroppo ho potuto dedicarmi ad essa soltanto dopo il mio pensionamento. L’ho fatto però con un certo impegno, tanto che ho potuto procedere alla pubblicazione del libro: “ Gesù… parliamone in versi“ con cui ho cercato di delineare alcuni aspetti più significativi della figura di quest’UomoDio, salvatore dell’umanità, quali si evincono dai Vangeli e dagli altri scritti del Nuovo Testamento. Poi, nel libro “Gente di Posatora”, stampato nell’agosto 2020, ho cercato di descrivere, anch’esso in migliaia di versi rigorosamente in rima, gli eventi più importanti succedutisi negli ultimi 40 anni a Posatora, in questo bellissimo quartiere di Ancona nel quale risiedo, riportando anche le molteplici attività di carattere ricreativo ivi organizzate nonché le persone che vi hanno in vari modi partecipato, delle quali ho cercato di descrivere gli elementi umani e caratteriali più evidenti.

 In precedenza avevo pubblicato il libro in prosa: “Don Guido Minnucci, la gioia di vivere il Vangelo” con l’intento di mettere in luce le virtù cristiane di questo santo sacerdote e parroco, amato da tutti, e poi facevo stampare, senza pubblicare, l’altro libro sempre in prosa “Spiccioli di memoria”, nel quale ho descritto gli usi, i costumi, le condizioni di vita in essere nella mia terra d’origine negli anni ’40 del secolo scorso.

 Nell’ottobre del 2019 ho fatto stampare, senza procedere alla successiva pubblicazione, alcune copie del libro “Preghiamo il Rosario con Maria” con il quale ho cercato di proporre una forma particolare di Rosario meditato che prevede non poche novità, molto apprezzate , tanto da essere indotto ad una sua regolare prossima pubblicazione.

 Su esortazione di alcuni amici, infine, ho partecipato, per la prima volta, a un Concorso Letterario (l’Internazionale “Città di Ancona”) soltanto nel 2019 con una poesia, “La Lettura”, premiata con una Segnalazione di merito da parte della Giuria.

 Successivamente ho partecipato ad altri Concorsi Letterari, Nazionali e Internazionali, conseguendo i risultati di cui in appresso:

 

 Nello stesso anno 2019

 

-       Menzione d’onore nel Concorso Letterario “Leggiadra Mente” Settima Edizione per la poesia “Un fiore”;

-       Premio Speciale della Giuria nel 1° Premio Internazionale di Poesia Inedita “BESIO 1860” nella Sezione B INSIEME DI POESIE.

-       Premio Speciale della Giuria nel 26° Premio Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia” nella Sezione B – INSIEME DI POESIE .

 

 Nell’anno 2020

-       Premio Speciale della Giuria Le occasioni C19 – Premi Speciali 2020 Associazione Mondo Fluttuante – Terza Edizione Anno 2020 – per la Poesia “Stramaledetto Virus”.

-       Menzione di Merito della Giuria del “Premio Internazionale di Poesia Religiosa Beata Vergine Maria di Lourdes” – Prima Edizione per la Poesia “Un malato a Lourdes”.

-       Segnalazione di Merito Concorso Letterario Internazionale “PraderWilli” per la Poesia “Papa Bergoglio”.

-       Segnalazione di Merito Concorso Letterario Nazionale Prosa e Poesia – AGAPE per il Racconto “Un miracolo d’altri tempi” 

 

Nell’Anno 2021

 

-       Premio Speciale della Giuria nel 27° Premio Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia” per la Sezione “A” Poesia Singola “ L’amico fedele”.

 

 Alcune delle mie poesie sono state inserite in antologie promosse da varie Associazioni culturali mentre altre sono state pubblicate su periodici o riviste di varia natura e interesse.



Per i lettori di Carta e Penna ha scelto:

TSUNAMI

Ondate gigantesche giammai viste,

ovunque distruzione, morte e pianto.

Il mondo è ammutolito e resta triste

di fronte allo tsunami; e c’è intanto

chi spinto dalla rabbia e dal dolore

  si chiede dove mai stesse il Signore.

 

Sarebbe una domanda confacente

se ben non si sapesse, e pare chiaro,

che Dio sta nel luogo in cui la gente

 l’accoglie in umiltà. Il dirlo è amaro:

lontano se ne sta, forse nascosto,

perché in terra più non trova posto?

 

La stirpe umana è tanto peccatrice,

persegue spesso pure fini abbietti:

potrebbe la tragedia dirsi autrice

di giusta pena d’atti maledetti?

Ma tanti sono i morti a Dio vicini;

inoltre, cosa c’entrano i bambini?

 

Può darsi che la piena sua impotenza

di fronte a questo evento distruttivo

dell’uomo possa indurre la coscienza

a non vantarsi in modo mai eccessivo:

vedersi può l’invito qui del Cielo

a stender sull’orgoglio un po’ di velo?

 

In tanta di catastrofe un vantaggio:

è stato un susseguirsi di soccorsi,

di gesti d’altruismo e di coraggio.

Può uno la domanda ancora porsi:

venuto è il cataclisma eccezionale

per far più buono l’uomo e solidale?

 

Avvolta è nel mistero la ragione,

è tempo perso chiedersi il perché.

Volgiamo allora tutti l’attenzione

a ciò che attorno a noi di certo c’è:

tsunami di miseria, d’odio e guerra

n’esistono, e da sempre, sulla terra!

 

CHIUNQUE DICA DONNE...

"Chiunque dica donne dice danno":
e questo, a ben veder, è proprio vero
perché da far si danno tutto l’anno
  con slancio e sacrificio giornaliero!
 
Nel loro insieme fanno mille cose
e senza riposare mai un momento.
Si meritan ben altro che mimose:
se stesse danno fino a sfinimento!
 
Se di giorno lavorano in azienda,
non è che poi riposino alla sera:
aiuto danno in  più d’una faccenda.
Di quante cose belle son miniera!
 
Speranza danno ai figli sfiduciati,
sostegno a tutti quanti i familiari,
affetto ai propri  sposi affaticati.
Gli applausi? Assenti oppure rari!
 
E se si danno anche alla politica
da cui son state escluse fino a ieri,
la loro attività è assai prolifica
di risultati più che lusinghieri.
 
Concludendo; la detta locuzione
così va interpretata dappertutto:
ci dice ch’esse, senza esitazione,
fan diventare bello ciò ch’è brutto!

UNA DATA MEMORABILE

4/4/1944: un giorno che non potrò mai dimenticare. Quel martedì della settimana santa era una bella giornata soleggiata e dalla temperatura mite, che invitava ad uscire di casa e ad andare in giro per la campagna circostante Sasso, il mio piccolo paese d’origine, una delle frazioni del Comune di Serra San Quirico (AN).

Io e un mio carissimo amico, Ferruccio, approfittammo della favorevole circostanza per assolvere un impegno che avevamo preso qualche giorno prima: raccogliere dei fiori per farne omaggio alla nostra maestra. Dentro di noi, tuttavia, cullavamo pure la speranza di poter assistere, da una distanza di sicurezza, a qualche sparatoria di partigiani contro soldati tedeschi e fascisti che spesso transitavano lungo la strada statale n. 76 tra i Comuni di Serra San Quirico e di Mergo. I partigiani, per solito, li attaccavano appostandosi nei pressi di una villa, nota col nome di “Palazzo Vallemani”, situata su un’altura che sovrastava la strada statale e che qualche tempo dopo i tedeschi avrebbero distrutto, per rappresaglia, dandola alle fiamme.

 Andammo di nascosto, senza avvertire i nostri genitori. Della nostra partenza erano al corrente soltanto alcuni compagni di scuola. Ci allontanammo per alcune centinaia di metri dal paese per poi fermarci nei pressi della casa colonica della famiglia Bonci, posta in un punto dal quale avremmo potuto osservare i movimenti lungo la strada statale, in linea d’aria distante da noi circa due chilometri. Tutto sembrava calmo. Stavamo per iniziare a raccogliere fiori quando udimmo dei rumori provocati da un pullman che dalla località di Sant’Elena saliva lentamente verso Sasso. Ferruccio, molto eccitato, mi disse: “È mio padre che trasporta il vino; se ci mettiamo a correre attraverso i campi forse riusciremo a raggiungerlo” (il padre di Ferruccio commerciava in vini e per il trasporto, a quei tempi, ci si serviva di qualunque mezzo).

 Mentre correvamo, il pullman si fermò. “Ci ha riconosciuti” disse Ferruccio tutto contento. Appena pronunciate queste parole scesero alcuni soldati, due dei quali salirono sul tetto del pullman ed iniziarono a sparare a raffica con una mitragliatrice lì sopra fissata, mentre altri sparavano contro di noi con fucili e mitra ed altri ancora iniziavano una manovra di accerchiamento.

 Un contadino del posto, di nome Attilio, vista la drammaticità della situazione, si mise a gridare a squarciagola verso i soldati dicendo loro di non sparare in quanto eravamo ragazzini, non partigiani; ed a noi di alzare le mani. Le sue grida, però, non furono udite dai soldati in quanto coperte dal fracasso provocato dagli spari. E poiché questi continuavano con sempre maggiore intensità, mentre Ferruccio riuscì a ripararsi dietro un dosso di terreno che a malapena riusciva a coprirlo, io, trovandomi del tutto allo scoperto, accortomi, dalla polvere sollevata dai proiettili, che le raffiche della mitragliatrice stavano per colpirmi, istintivamente mi misi a correre lungo il ripidissimo pendio e, rotolando, mi ritrovai alla fine dentro un fosso, privo di una scarpa.

 Rannicchiato in un punto coperto del fosso tutto tremante per la paura, sentivo le pallottole fischiare sopra la testa e i denti che mi battevano imitandone quasi il crepitio, mentre il cuore mi balzava in gola inducendomi a smozzicare le preghiere volte ad invocare l’aiuto del Cielo. I soldati, sempre sparando, si avvicinarono e ci circondarono. Un fascista mi diede un colpo alla spalla con la cassa del fucile perché, essendo ragazzi e non partigiani, avevamo fatto loro sprecare molti proiettili: come se fossimo stati noi a dire loro di spararci addosso! Lo strano è che i fascisti continuavano a sparare a raffica ed alla cieca rischiando di colpire persone eventualmente impegnate nel lavoro dei campi.

 Fummo molto fortunati, ritengo addirittura miracolati: è stato come passare tra una goccia e l’altra di pioggia senza bagnarsi, tanto era fitta la sparatoria! Inoltre, chi guidava quei militari – mi pare un tenente tedesco che nel frattempo s’era avvicinato – rimproverò aspramente gli esagitati fascisti per il trattamento riservatoci e per quel loro sparare all’impazzata. Seduto sopra un grosso masso di pietra cercò poi di rasserenarci regalandoci anche una “galletta”, una sorta di biscotto dalla pasta molto dura; quindi autorizzò una contadina del posto, la signora Angela Bonci, ad accompagnarci in paese dai nostri genitori.

 La fitta sparatoria, intanto, protrattasi per circa dieci minuti (si constatò poi che la casa dei Bonci, trovandosi nella direzione dei colpi a noi sparati, evidenziava moltissimi fori provocati dai proiettili sparati soprattutto dalla mitragliatrice) aveva messo in allarme gli abitanti del paese: in particolare i tanti giovani ricercati, ex soldati e renitenti alla leva, che rischiavano di essere catturati per poi essere deportati in Germania. Il loro numero era abbastanza elevato in quanto ai giovani del posto si erano aggiunti i tanti che erano sfollati con le loro famiglie da varie città per sfuggire ai bombardamenti aerei degli alleati.

 Tutti fuggirono: la maggior parte per i campi, in direzione opposta a quella da cui venivano gli spari. Uno di essi, Silvano, di Sasso, era talmente impaurito che, evitando le strade e correndo per i campi, riuscì ad arrivare a Fonte Geloni, una borgata di Castellaro, frazione di Serra San Quirico distante circa tre chilometri, appena in pochi minuti! Un altro giovane, Amerino, sfollato da Ancona, mostrerà poi la spallina destra della giacca lacerata da un proiettile! Qualche altro, invece, temendo brutti incontri, preferì restare in paese, come per esempio “Nando”, proveniente da Roma, che si nascose all’interno di una trebbiatrice in riparazione rischiando poi di essere catturato da

alcuni fascisti che ispezionarono quella macchina, ma lo fecero in modo, fortunatamente per lui, molto sommario.

 Comunque tutti poterono salvarsi. Tutti, tranne uno: mio cugino Dino. Rientrato da alcuni giorni in Italia dopo aver combattuto anche in Russia, decise di non fuggire ritenendo che i nazifascisti avrebbero senz’altro rispettato il suo status di reduce di guerra.

 All’ultimo momento, però, anche su sollecitazione del padre zio Ottorino, maresciallo dei carabinieri di Macerata sfollato a Sasso, si decise a scappare, ma quell’iniziale esitazione gli risultò fatale: percorsi infatti circa trecento metri, venne gravemente ferito da un colpo di fucile sparatogli da un milite fascista mentre era giunto nei pressi di una edicola dedicata alla Madonna lungo la strada che da Sasso conduce a Ville. Ancora una ventina di metri di corsa e sarebbe stato salvato dall’avvallamento del terreno!

 Barcollando, tentò disperatamente di allontanarsi, di tamponare in qualche modo la ferita con un pugno d’erba ma, avendo perduto molto sangue e ormai prossimo allo sfinimento, per alcuni fascisti fu facile, seguendone le tracce di sangue, riuscire a trovarlo ed a catturarlo nei pressi delle case coloniche di Michelangeletti e Pierelli, le cui famiglie poterono evitare l’accusa di favoreggiamento in quanto Dino stramazzò, esanime, prima di potervi trovare rifugio. Era ridotto ad una maschera di sangue. Ciò malgrado, i fascisti non esitarono a colpirlo con le casse dei fucili mentre lo trascinavano in paese, dove giunsero, urlando, nello stesso momento in cui io, senza una scarpa, e Ferruccio, entrambi molto provati, vi stavamo arrivando accompagnati da Angela Bonci (un angelo di nome e di fatto!).

 L’immensa gioia dei nostri genitori al vederci tornare sani e salvi erano alquanto trepidanti perché in precedenza informati da alcuni compagni di scuola della nostra presenza nella zona degli spari – fu molto attenuata nel constatare l’arresto di Dino, il tanto sangue che ricopriva il suo corpo e soprattutto il trattamento disumano a cui era sottoposto.

 Il padre, nel vedere suo figlio Dino ridotto in quello stato pietoso (lo credeva già morto), si scagliò contro il fascista, che gli aveva sparato e poi partecipato alla cattura ed al feroce pestaggio, gridandogli con tute le forze: “ Prega Dio che ti faccia morire prima della fine della guerra perché altrimenti verrò io stesso ad ammazzarti con queste mani ”! (Quel fascista sarebbe morto poco tempo dopo in seguito ad uno scontro con alcuni partigiani).

 Mentre i fascisti ed i tedeschi, rifocillati da un fascista del luogo, si apprestavano, sotto gli effetti del vino loro versato in abbondanza, a fare ritorno a Serra San Quirico urlando parole volgari e cantando in modo sguaiato, l’ufficiale tedesco si accorse, da un flebile sospiro, che Dino era ancora vivo anche se molto grave. Lo fece subito trasportare all’ospedale civile di Jesi dove venne immediatamente sottoposto ad un delicatissimo intervento chirurgico che, contro ogni più rosea aspettativa, riuscì a salvargli la vita ( il proiettile, nel trapassare il petto, aveva appena “ toccato ” anche il cuore ).

 Dopo qualche tempo, uscito dall’ospedale completamente ristabilito, Dino, vivamente grato, provvide alla ristrutturazione dell’edicola della Madonna nei cui pressi era stato gravemente ferito facendovi anche apporre una targa con sopra scritto: “DINO FERRETTI per grazia ricevuta 4/4/1944”.



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