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Sguardo inquieto, romanzo di Donatella Garitta Saracino
ISBN versione cartacea:
978-88-6932-023-1 - Prezzo: 11,00 €.
ISBN versione elettronica:
978-88-6932-028-6 - Prezzo: 4,99 €.

Per i navigatori di Carta e Penna ecco le prime trenta pagine, per non comprare a "libro chiuso"...

A questo link le opinioni di chi lo ha già letto.

Qui si possono scaricare le prime trenta pagine in formato e-pub


Lo sai tu da chi sei nato?
Non lo sai.
E non sai che i tuoi genitori ti odiano,
chi è sotto terra, morto, e chi è sopra la terra, vivo;
e che un giorno la Maledizione, come un’arma a due tagli,
la maledizione di tuo padre e di tua madre,
t’inseguirà col suo piede tremendo e da questa terra ti scaccerà:
te che ora vedi chiaro e diritto, e dopo vedrai tenebra solamente…

(Sofocle, Edipo Re)


Ho ucciso.

In maniera premeditata, per odio e vendetta.

L’ho fatto con perizia, cercando di non lasciare nulla al caso; ho curato tutto nei minimi dettagli ma proprio un dettaglio, quasi insignificante, ha portato gli inquirenti ad arrestarmi e condannarmi.

Presto lascerò la prigione, per sempre, e avrò quella libertà a lungo desiderata e che speravo di raggiungere eliminando la persona che mi aveva a lungo fatto soffrire.

Quando la mia vittima ha esalato l’ultimo respiro e ho realizzato che tutto era terminato ho provato sollievo e poi… smarrimento.

Ho lasciato la casa, con prudenza; era notte e non c’era molta gente in giro. Ho percorso un paio di isolati, sino alla mia auto e ho raggiunto casa mia, dall’altra parte della città. Ho fatto la massima attenzione, sarebbe stato il colmo farsi fermare dalla polizia o dai carabinieri dopo aver ucciso qualcuno. Avevo i brividi, la tensione nervosa si stava allentando e il mio corpo reagiva in modo diverso dal previsto, non riuscivo a controllarlo.

A casa tolsi gli abiti, la biancheria, le scarpe, le calze e misi tutto in un sacco nero dell’immondizia, di quelli spessi; indossai una tuta, scarpe da ginnastica e scesi in strada; misi il sacco nel bidone della spazzatura…, dopo qualche ora sarebbe passato il camion a raccoglierla e tutto sarebbe stato distrutto.

Tornai nel mio appartamento, due stanze in uno di quei palazzoni anonimi che ospitano tanta gente, senza per questo accoglierla. Conoscevo di vista qualche altro condomino ma schivavo intenzionalmente ogni contatto che potesse impegnarmi in conversazioni o incontri prolungati.

Erano le tre del mattino e decisi di prendere delle gocce di Lexotan per calmarmi e dormire qualche ora, prima di cominciare una nuova giornata. Non fecero subito effetto, stentai a piombare in quel sonno profondo che, per qualche ora, sgancia la mente dalla realtà.

Al risveglio il primo pensiero, come tutte le mattine da tanto tempo ormai, era per la persona che mi aveva rovinato la vita e, per conseguenza, il sentimento di odio e vendetta che si univano a quell’individuo. Poi, appena ripresi contatto con la realtà, ricordai che non c’era più, era morto, l’avevo ucciso… non provai sollievo ma panico: e adesso?

Avevo trascorso tanto tempo a progettare la mia vendetta, nutrendomi di odio e rancore… e adesso? Sentivo un vuoto, una perdita inaspettata, quasi come se la sera prima con quell’uomo se ne fosse andata una parte di me.

Il piacere che pensavo potesse darmi il compimento della vendetta non c’era più, era durato pochi attimi; la soddisfazione di aver posto fine a una vita che giudicavo inutile, il pensiero che avevo giustiziato un boia, non erano sufficienti a colmare il vuoto che sentivo.

Mesi a progettare, modificare, pianificare il mio intento e poi… tutto finito… e adesso?

L’odio e il risentimento, nutrendo la mia anima, l’avevano anche resa sterile; scomparso l’oggetto su cui avevo focalizzato tutte le mie attenzioni non restava nulla: amici, parenti, anche solo conoscenti… non ne avevo quasi più perché tutta la mia esistenza, per tanto tempo, era stata organizzata per raggiungere lo scopo che ora avevo raggiunto e, con grande sorpresa, si rivelava vuoto, senza quell’appagamento a lungo cercato. E adesso?

 

Martedì, 9 febbraio 2010

Vedendo il numero sul display del telefono, Veronica decise di non rispondere.

Al terzo squillo partì la segreteria telefonica: "Non posso rispondere, lasciate un messaggio, vi richiamerò". Dopo il breve segnale acustico una voce maschile disse: – Sono il dottor Albertini, il direttore sanitario della casa di riposo Stelle d’argento. Avrei bisogno di parlarle, ma i miei precedenti messaggi non hanno avuto esito. Questa è l’ultima telefonata; purtroppo qualche ora fa sua madre è deceduta. Se non avremo disposizioni provvederemo a organizzare la sepoltura nel cimitero comunale. –

La comunicazione fu interrotta e la spia luminosa della segreteria iniziò a lampeggiare.

Veronica pigiò il tasto per riascoltare il messaggio; lo riascoltò due, tre, quattro volte. Il tono di voce del dottore era formale, ma si sentiva, verso la fine, una nota di disappunto.

Aveva ascoltato, nell’ultima settimana, i messaggi che il medico aveva lasciato sulla segreteria ma non aveva mai richiamato e anche ora non aveva voglia di comporre il numero, di parlare con qualcuno, di sentire parole inutili, vuote, false.

Sua madre era morta, un ciclo era finito, finalmente.

Riascoltò ancora una volta il messaggio; la voce sintetica che lo precedeva enunciava giorno, data, ora dell’incisione. Avrebbe aspettato ancora un po’, una mezz’ora almeno, prima di richiamare.

Stava pensando a che cosa fosse meglio fare: darle sepoltura in quel cimitero, alla fine, era la soluzione migliore.

Mentre poggiava la mano sul cordless, per richiamare la casa di riposo, inaspettatamente l’apparecchio squillò.

Veronica fece un balzo, istintivamente si ritrasse e al terzo squillo la sua voce riprese a dire: "Non posso rispondere, lasciate un messaggio, vi richiamerò."

Dopo il breve segnale acustico un’altra voce maschile disse:

– Ciao Veronica, sono tuo padre. Mi hanno telefonato dalla casa di riposo, tua madre è morta qualche ora fa. Chiamami appena senti questo messaggio, dobbiamo organizzare il funerale. –

L’interruzione della comunicazione fece nuovamente lampeggiare la spia luminosa della segreteria telefonica.

Veronica cancellò subito il messaggio, non aveva bisogno di riascoltarlo e non voleva sentire quella voce.

Allungò nuovamente la mano verso il cordless e riuscì ad alzarlo dalla base, compose il numero della casa di riposo e chiese del dottor Albertini.

– Pronto… –

– Sono Veronica Lerro, ho sentito il suo messaggio, che cosa devo fare? –

– Buona sera signora, condoglianze. – La voce del medico risuonò piuttosto ostile alle orecchie di Veronica – Dovrebbe prendere contatto con un’agenzia di pompe funebri, organizzare il funerale; si potrà fare da domani, trascorso il tempo di osservazione previsto. –

– Capisco – disse Veronica – domani mattina, verso le nove sarò lì, può andare bene? –

– Sì, può andar bene, a domani. –

– A domani. – ripeté Veronica.

Appoggiò il cordless sulla base del telefono e si stese sul divano.

Sua madre era morta, suo padre l’aveva chiamata, rovinandole quel momento di libertà che aveva iniziato ad assaporare, peccato.

Chiuse gli occhi e respirò profondamente.

Si allungò meglio sul divano, stese le gambe, alzò le braccia, cercò di allungarsi come le aveva spiegato l’istruttrice di fitness, per stendere muscoli e tendini; provò un sollievo piacevole nel distendere il corpo, allentando le tensioni che la portavano a contrarre, senza nemmeno accorgersene, gli arti e il collo.

Respirò di nuovo profondamente alcune volte e, come le accadeva sempre, quando respirava profondamente per qualche minuto, iniziò a sbadigliare.

Si sistemò meglio tra i morbidi cuscini del divano, aggiustò quello di piume sotto il capo e svuotò la mente da ogni pensiero. Restò stesa sul divano sino a che giunse il sonno.

*****

Piccoli cristalli di neve si posavano sulla bara di Maria; il funerale fu brevissimo: Veronica decise che non fosse necessaria alcuna funzione religiosa; l’insistenza del padre l’aveva costretta a far benedire la bara, prima di calarla nella fossa.

Quattro persone erano presenti, oltre alla figlia e all’ex marito: il prete, accompagnato da una delle donne che frequentavano abitualmente la chiesa e che faceva eco alle preghiere, un uomo che, dalla somiglianza poteva essere il fratello dell’ex marito, e l’infermiera che si era occupata negli ultimi tempi di Maria. Era una donna robusta, dipendente della casa di riposo da molti anni; aveva accompagnato altre volte i suoi pazienti nell’ultimo viaggio e non era la prima volta che si trovava vicino a una bara, sola, con i parenti.

Più l’età della paziente era avanzata, meno gente era presente al funerale; Maria, però, aveva poco più di cinquant’anni e aveva pensato che, almeno al funerale, ci sarebbe stata qualche persona in più. Nei cinque anni di permanenza alla casa di riposo aveva visto raramente sia la figlia, sia l’ex marito.

Era stata ricoverata dopo un tentato suicidio, che l’aveva ridotta in fin di vita e poi inferma. Quando la figlia, forse una volta o due l’anno, si recava al capezzale della madre, restava immobile ai piedi del letto, non le sfiorava nemmeno la mano, non le dava una carezza. L’infermiera pensava che fosse a causa del fatto che Maria aveva tentato di suicidarsi e che, nel suo cuore, la figlia non glielo avesse perdonato. Come può una madre abbandonare una figlia? si chiedeva l’infermiera che avrebbe tanto voluto avere una famiglia numerosa, ma, purtroppo, non era riuscita ad avere nemmeno un figlio.

Immaginava che una madre fosse disposta a tutto pur di far star bene la sua creatura, pur di renderla felice e un suicidio non poteva che lasciare una ferita profonda nella personalità del figlio.

Il filo dei pensieri fu interrotto dagli operai che calavano la bara nella fossa. L’infermiera si fece il segno della croce, si avvicinò ai parenti, porse la mano per salutare e presentare le condoglianze. L’ex marito corrispose la stretta, la figlia finse di non vedere la mano e rispose a malapena al saluto. Il padre le rivolse uno sguardo di rimprovero e farfugliò delle scuse. L’infermiera fece un cenno col capo e se ne andò, seguita dal prete e dalla donna che lo accompagnava.

– Non puoi comportarti con educazione, almeno in un momento come questo! – esclamò il padre con tono esasperato.

Veronica lo fissò e non disse nulla.

– Non hai rispetto per nessuno, non sei una persona, sei un mostro, hai rovinato le nostre vite, sono tuo padre ma vorrei che tu sparissi subito, che non fossi mai nata!

Veronica avrebbe voluto ribattere, urlare che lui era un mostro, che non bastava fornire uno spermatozoo per diventare padre, ma resistette e continuò a non dire nulla, fissandolo negli occhi. Le venne in mente una frase: Il silenzio è la più perfetta espressione del disprezzo1 e un mezzo sorriso le tirò le labbra, col risultato di irritare ancor più il padre che prese la smorfia per un ulteriore segno di spregio nei suoi confronti.

– Non osare, non osare ridermi in faccia, maledetta… – e così dicendo le si avvicinò con fare minaccioso, alzando un braccio per schiaffeggiarla.

Soltanto la prontezza del fratello gli impedì di colpirla, gli fermò il braccio e lo esortò a calmarsi dicendo:

– Enzo, no, non qui, dai, vieni andiamo a casa, lascia stare, lo sai com’è fatta, lascia stare… – e così dicendo lo costrinse ad allontanarsi dalla figlia e si avviarono verso l’uscita del cimitero.

Veronica restò sola, vicino al cumulo di terra che gli operai avevano messo sulla bara della madre.

I piccoli fiocchi di neve continuavano a cadere ornando le lapidi, i mazzi di fiori, il vialetto.

Veronica si guardò attorno, attese qualche attimo, il tempo perché padre e zio fossero lontani e s’incamminò, lentamente, verso l’uscita.

Lunedì, 28 marzo 2011

Isabella parcheggiò la sua utilitaria a pochi passi dallo studio e pensò: "Sono fortunata, almeno ho trovato un posto vicino... sono già in ritardo; speriamo che lo sia anche il capo."

La nebbia aveva avvolto le strade e raggiungere Torino dalla seconda cintura non era stato semplice, complice anche l’intenso traffico del mattino, sia in tangenziale, sia nei corsi cittadini.

Le sue speranze però furono subito disilluse quando passò davanti all’ingresso carraio dello stabile dove aveva sede lo studio medico del dottor Masselli: nel cortile troneggiava la Porsche Cayenne color argento a indicare la presenza del boss di Isabella.

"Accidenti, pensò Isabella, proprio questa mattina che sono in ritardo questo doveva arrivare prima. Speriamo che sia di buon umore sennò chi lo sente!"

Svoltò l’angolo cercando le chiavi nella borsa e, arrivata all’ingresso del 37bis, aprì velocemente il pesante portone e superò i quattro gradini, di corsa, mentre ruotava tra le mani le chiavi per trovare quella giusta per aprire la porta.

Girò la chiave e si trovò inaspettatamente immersa nel buio. Sovrappensiero pigiò l’interruttore e i neon iniziarono a lampeggiare velocemente per illuminare a giorno l’ingresso.

Andò nello spogliatoio, si tolse le scarpe, indossò il camice da infermiera e le calzature bianche e iniziò a far sollevare le tapparelle motorizzate. Aprì la finestra della sala d’aspetto e, soltanto in quel momento si rese conto di aver fatto parecchio rumore ma di non aver sentito né un cenno di saluto da parte del dottor Masselli né segni della sua presenza.

Continuò nelle operazioni che eseguiva tutte le mattine finché arrivò alla porta dello studio privato del dottore; era chiusa e Isabella pensò che il dottore si stesse godendo gli ultimi minuti di tranquillità: entro un quarto d’ora la sala d’aspetto si sarebbe affollata di bambini di tutte le età accompagnati da mamme apprensive o babysitter annoiate, il vociare e i pianti sarebbero durati tutta la mattina.

Bussò alla porta ma non ricevette risposta; proseguì oltre e aprì l’ultima finestra, quella che dava verso il cortile. Nuovamente bussò alla porta dello studio privato ma non ricevette risposta; le venne spontaneo chiamare e disse: – Dottor Masselli... tutto bene? Ha bisogno di qualche cosa? – e, automaticamente, mise la mano sulla maniglia e aprì la porta.

Lo studio era al buio ma la luce dell’ingresso le fece intravedere la figura del dottore seduto sulla sedia.

– Dottore, sta male? Perché è al buio? – e così dicendo accese la luce.

Rimase impietrita per qualche secondo e poi fuggì urlando… fuori da quell’appartamento, fuori da quell’incubo.

La custode era intenta a togliere le foglie secche dalle piante dell’ingresso e l’urlo della signorina Isabella la fece trasalire. La vide fuggire e istintivamente la seguì, chiamandola per nome:

– Signorina Isabella, cos’ha, cos’è successo?

Soltanto quando giunse fuori dallo stabile, Isabella si fermò e si appoggiò al muro. Si passò le mani fra i capelli e si guardò attorno... la custode tornò a chiederle che cosa fosse successo e lei rispose col filo di voce che il fiatone le permetteva di usare:

– Il dottore, il dottore è morto... È seduto sulla sua sedia ma non si muove... C’è tanto sangue, Dio mio, cosa può essere successo?

– Signorina Isabella, è sicura di quello che dice? Mi sembra impossibile!

– Vada a vedere, vada a vedere lei... chiamiamo la polizia...

Isabella si rese conto di non avere nulla con sé, la borsa era rimasta in studio e nella borsa il cellulare.

Intanto la custode era tornata all’interno dello stabile e, sentendosi come il capitano della nave, decise di andare a vedere che cosa fosse successo di così terribile.

"Quella signorina Isabella si spaventa per niente, è così magra e fragile... sempre a dieta, puoi capire cosa può essere successo... chissà che cosa ha creduto di vedere" pensò mentre percorreva i pochi metri che la dividevano dallo studio del dottor Masselli.

La porta era aperta e le luci accese; percorse il corridoio e arrivò davanti alla porta spalancata dello studio privato del medico e rimase impietrita, non riusciva più a respirare, il cuore sembrò fermarsi: il dottor Masselli era seduto sulla sua poltrona che, però, non era al solito posto, dietro la scrivania ma davanti a questa. Le braccia erano legate ai braccioli, in una posizione innaturale e il viso era sfigurato da una smorfia che rendeva i lineamenti regolari del dottore una maschera mostruosa. Sotto la sedia e tutto attorno a questa, sangue, sangue che copriva le gambe, le cosce e la poltrona... sangue rappreso che impregnava la stanza di un odore dolciastro e nauseante.

La custode restò a guardare il cadavere del dottor Masselli per qualche istante e poi i pensieri iniziarono a turbinarle nella mente: come poteva essere successa una cosa del genere nel suo stabile? Cercò di ricostruire le ore della sera precedente, della notte, cercò nella memoria dettagli, particolari che potessero portarla a una spiegazione... chi era entrato, chi era uscito nelle ore in cui la portineria era chiusa? Mille domande la tormentavano ma non vi erano risposte... non si era accorta di nulla di strano, di diverso dal solito. Non era la prima volta che il dottor Masselli passava in studio di sera, da solo; lei pensava che il dottore volesse starsene per conto proprio e qualche volta ebbe il dubbio che qualcuno potesse poi raggiungerlo, senza dare troppo nell’occhio... lei, comunque, non aveva mai visto nessuno, se riceveva gente era stato molto prudente.

– Signora, che cosa fa qui? Si allontani per favore.

La voce maschile la fece riemergere dai propri pensieri; voltandosi si trovò di fronte un agente di polizia che la invitava a uscire dall’appartamento. Obbedì come un automa: come poteva essere successa una cosa del genere nel suo stabile?

 

L’indagine

Svegliandosi in un letto diverso dal proprio era obbligato a trascorrere i primi istanti a ricordare come ci fosse finito.

Non era impresa facile, per il commissario Mario Cantamessa, poiché la mente, al risveglio, è come un foglio bianco e si deve andare un po’ a ritroso per ritrovare quel che si è fatto nelle ultime ore prima del sonno.

Guardingo, cercò di capire dove fosse dai rumori e dagli odori; percepì lo scroscio dell’acqua e dedusse che qualcuno si stesse facendo la doccia. Aprì, quindi, gli occhi, si guardò attorno e riuscì a mettere a fuoco le ultime ore.

Ricordò lo splendore di Emma, bella donna che si avvicinava alla mezza età con leggerezza e senza bisturi; non troppo alta, un po’ in carne ma al punto giusto, morbida. Un bel caschetto biondo miele che si muoveva con brio assecondando gli umori della bella testolina che girava a ruota libera, fuori dagli schemi. Non era la prima volta che finivano la serata a letto; il lato positivo della faccenda era dato dal fatto che Emma voleva continuare a vivere la propria vita senza complicazioni sentimentali; quello negativo era dato dal fatto che non sempre si adeguava ai ritmi di Mario e poteva capitare che passasse molto tempo prima di potersi incontrare, a discapito del buon umore che una serata, con notte movimentata, poteva portare.

Si frequentavano in modo saltuario da quasi sei mesi, ma si erano visti poche volte; nell’ultimo mese avevano trascorso assieme quattro serate ed era un record. Mario aveva capito che doveva esser Emma a prendere l’iniziativa d’incontrarsi; una telefonata poteva concludersi con un invito per la sera soltanto se la luna girava in quel verso. In più Mario aveva intuito che Emma era propensa a tenerlo sulla corda, a far passare molto tempo tra un incontro e l’altro. Comunque, alla fine, la serata arrivava e, come quella mattina, se voleva arrivare in ufficio a un’ora decente, doveva uscire, tornare a casa a cambiarsi e rendersi presentabile.

Raccolse i suoi abiti e si rivestì mentre Emma terminava la doccia.

– Ciao, bella, scappo a casa che stamattina devo essere in ufficio un po’ presto.

– Ciao – rispose Emma – anch’io stamattina ho molto da fare. – e iniziò a strofinare i capelli con l’asciugamano, per asciugarli; sono poche le donne che non perdono fascino e bellezza avvolte in un accappatoio sformato e coi capelli arruffati e bagnati: Emma non era una di queste.

Il momento del commiato per Mario era il più imbarazzante; non era tipo da bacio appassionato o frasi stile film come: "Vorrei che questo momento non arrivasse mai." ma pensava fosse sconveniente uscire come se le ultime ore fossero trascorse senza lasciare traccia; si avvicinò a Emma, piegata in avanti che continuava a frizionare i capelli e le posò un bacio sul collo.

– Fai il romantico? – chiese lei con tono ironico.

Preso alla sprovvista pensò: "Stronza" ma rispose: – No, è un modo per augurarti una buona giornata. –

S’infilò il giaccone e uscì dall’appartamento.

La sera prima aveva parcheggiato l’auto nella piazzetta adiacente l’isolato in cui abitava Emma; il freddo del mattino iniziò a pungergli il viso e le orecchie; nella notte la temperatura era scesa ma le previsioni del tempo promettevano temperature intorno ai 15/16°. Sorrise tra sé pensando che il clima non era più quello di qualche anno fa e che… non ci sono più le mezze stagioni! Era un tormentone che ricorreva spesso nei discorsi con Emma, dato che il clima influiva anche sul suo lavoro. Saltellando da un pensiero all’altro giunse alla sua auto. C’è sempre un attimo, quando fa freddo, e sai che la giornata è intensa e ti serve la macchina, in cui preghi che la batteria non ti molli al primo avvio. Quella mattina fu fortunato: l’auto si avviò al primo tentativo e giunse sotto casa in pochi minuti, complici i semafori spenti e i pendolari parcheggiati ancora sotto i piumoni.

Aprendo la porta di casa fu accolto da un gradevole tepore e dal profumo della brezza marina che tanto piaceva a Elena, la signora che regolarmente puliva il suo appartamento. Accese la televisione, per abitudine, e sintonizzò Rai News 24 per ascoltare le ultime notizie; incappò nella solita pubblicità e si limitò a leggere la striscia rossa, sotto le immagini, dove scorrevano i titoli delle ultime notizie: la crisi economica che impoveriva le famiglie sarebbe stata superata nell’arco dei prossimi ventiquattro mesi, un incidente occorso a un gruppo di giovani aveva insanguinato le strade…

Decise di farsi una doccia e dopo una mezz’ora era nel solito bar a fare colazione: cappuccino, brioche, quattro chiacchiere col barista; al bar c’erano anche alcuni colleghi; insieme raggiunsero la Questura e presero servizio.

La mattinata si profilò tranquilla sino alle nove; poi ricevette la chiamata di una volante intervenuta a qualche isolato dalla Questura e la giornata si trasformò in movimentata.

Telefonò in Tribunale e chiese quale Giudice per le Indagini Preliminari fosse di turno; gli passarono il dottor Arroli; avevano lavorato insieme in passato, con affiatamento e senza grane e quindi fu contento della combinazione.

– Dottor Cantamessa, buon giorno, che cosa è successo? – gli chiese il GIP appena il centralino gli passò la comunicazione.

– Buon giorno giudice, un omicidio, a pochi isolati da lei, passo a prenderla tra una decina di minuti. –

– D’accordo, a dopo. –

*****

Per tenere lontani i curiosi i poliziotti avevano tracciato un perimetro, usando un nastro a strisce bianche e rosse e gli agenti presidiavano la zona per far rispettare il divieto.

Era molto importante preservare la scena dove si era svolto il crimine da contaminazioni esterne. Nei telefilm gli agenti della scientifica e i capoccioni arrivano in pochi minuti a constatare di persona crimine e prove ma nella realtà è tutto più complicato.

All’arrivo della prima pattuglia di poliziotti, erano già entrate due persone nell’appartamento e parte delle prove potevano esser state inquinate.

Il commissario e il GIP giunsero dopo meno di un’ora dalla prima pattuglia di poliziotti e disposero che fosse interrotta la raccolta dei rifiuti, avviata l’identificazione di tutte le persone presenti e la raccolta delle deposizioni di chiunque fosse nei paraggi nelle ventiquattr’ore precedenti.

Il reparto di polizia scientifica era in arrivo e il Magistrato col Commissario entrarono per i primi sopralluoghi, indossando sovrascarpe monouso e ponendo la massima attenzione a ciò che facevano.

Un odore nauseabondo aggredì le narici dei due uomini; lo scempio compiuto sul corpo dell’uomo era raccapricciante; il sangue copriva completamente le gambe e i segni dell’evirazione non potevano non colpire come un pugno la sensibilità maschile.

– Che ne dice, Giudice? – chiese il commissario Cantamessa – Vendetta? Gelosia? –

– Di sicuro tanta rabbia – rispose Arroli – anzi, penso un grande odio, non solo verso l’uomo ma anche nei confronti del genere maschile… sentiamo uno psichiatra, magari ci può dare indicazioni utili. Le firmo i mandati per i tabulati telefonici e per i filmati delle videosorveglianze, private e pubbliche, anche quelle delle fermate della metropolitana, direi Bernini, Principi d’Acaja e Diciotto dicembre. Dobbiamo fare in fretta, se non la troviamo nell’arco di qualche giorno non la troviamo più. –

– Pensa anche lei a una donna? –

Sì, ho idea che sia una donna, magari tradita, lasciata, chissà. –

– Ok, indagheremo sulla vita privata del dottore. Professionalmente, che dice, potrebbe esserci qualche rilievo? –

– Mah, era un pediatra, un genitore deluso, per quanto arrabbiato non arriva all’evirazione, può pensare di farlo fuori, ma non credo in questo modo…–

Sì, penso anch’io, comunque, meglio non trascurare nulla. –

Entrò nella stanza il dottor Zoppelli e salutò i due funzionari prima di cominciare il sopralluogo.

Iniziò l’osservazione attenta del corpo del dr. Masselli e fece scattare numerose fotografie per documentare in modo dettagliato la posizione del corpo, le ferite, il sanguinamento e le orme lasciate nella pozza di sangue che attorniava la sedia e che si era ormai rappreso e iniziò a registrare le osservazioni preliminari:

– L’uomo è stato immobilizzato alla poltrona con del nastro adesivo da pacchi marrone; i polsi sono assicurati ai braccioli; la camicia è stata tagliata e il nastro adesivo è stato usato per bloccare il torace allo schienale della poltrona; anche il collo è saldamente fissato col nastro adesivo. La bocca è ostruita con del tessuto che analizzerò in laboratorio. La parte inferiore del corpo è fissata col nastro: le gambe dell’uomo, divaricate, sono assicurate ai supporti delle ruote e le cosce alla seduta della poltrona. Le ginocchia, con molti passaggi di nastro, sono assicurate alla parte inferiore dei braccioli. L’evirazione è stata effettuata con molti tagli, non troppo precisi ma profondi. Il dissanguamento è stato copioso ma la morte è avvenuta probabilmente a causa di un colpo al cuore inferto con un bisturi lasciato in loco. –

– Dottor Zoppelli, sa indicarci qual è l’ora presunta della morte? – chiese il dottor Arroli.

– Dalla temperatura del fegato presumo sia deceduto una dozzina d’ore fa.

– Grazie dottore.

– Sarò più preciso dopo l’autopsia, ovviamente.

– Certo, certo…

Il medico iniziò a tagliare il nastro adesivo per poter muovere la salma e trasportarla all’obitorio.

*****

I giornali dedicavano ampio spazio, nelle parte della cronaca cittadina, all’omicidio del dottor Masselli che aveva fatto rapidamente il giro delle redazioni dei quotidiani, delle radio e delle televisioni della città e un drappello di reporter si era assiepato attorno allo stabile dove era accaduto l’omicidio.

I giornalisti pressavano per avere informazioni e si attaccavano come sanguisughe a chiunque uscisse dallo stabile. Si erano susseguite interviste a tutte le persone che, per qualsiasi motivo, entravano o uscivano dallo stabile. Era stata intervistata la custode che aveva approfittato del momento di celebrità spiegando che mai era successa una cosa simile e che il dottor Masselli era veramente una brava persona e che lei l’aveva visto in quelle condizioni e non poteva darsi pace che fosse accaduta una cosa del genere nel suo palazzo.

Poi era stata la volta della signorina Isabella che, però, aveva preferito dire solo che per lei era stato traumatizzante trovare il suo datore di lavoro morto e che non voleva aggiungere altro. E poi altri commenti di passanti, impiegati che lavoravano in uffici dello stabile vicino...

L’uscita del magistrato che avrebbe seguito le indagini, riportò l’attenzione dei giornalisti sugli argomenti che potevano interessare l’opinione pubblica, piuttosto che stimolare la vanità del singolo.

Come sempre sia il magistrato sia il commissario si limitarono a dichiarazioni di routine: il dottor Masselli è stato ucciso nel suo studio presumibilmente ieri sera, ma ci saranno dati più precisi dopo l’autopsia e dopo i rilevamenti del caso.

La salma del dottore fu rimossa nel pomeriggio, usando l’ingresso del cortile al fine di rendere l’operazione un po’ più protetta da sguardi indiscreti e telecamere. Purtroppo qualche reporter non aveva esitato ad arrampicarsi sul muro perimetrale, pur di scattare qualche foto e rubare, morbosamente, attimi di quel dramma che si preannunciava portatore di pagine e pagine di articoli, pieni di congetture e possibili soluzioni.

I giornalisti, una volta portato via il cadavere, si diressero verso altre mete a seconda del taglio del proprio mezzo di comunicazione: le radio e le televisioni si spostarono sotto la casa del dottore per rubare immagini di dolore e documentare la sofferenza della famiglia; i cronisti della carta stampata tornarono alle proprie redazioni in attesa che i tempi maturassero per avere nuove notizie sulle quali imbastire articoli per i giorni successivi. Intanto era necessario documentarsi, capire chi fosse il dottor Masselli e perché fosse stato ucciso. Uno scoop del genere avrebbe reso bene alla carriera di un giornalista rampante e poteva essere un gradino in più verso quella notorietà difficile da raggiungere.

Eleonora Duccioli lavorava come giornalista presso uno dei quotidiani cittadini e decise di tornare in redazione per effettuare ricerche sul dottor Masselli e farsi un’idea dell’uomo e del professionista ucciso.

Sarebbe stato relativamente facile perché era primario all’ospedale pediatrico della città e quindi avrebbe trovato sicuramente notizie sulla sua vita pubblica. Per la vita privata la cosa si complicava un po’ perché era necessario risalire a colleghi e amici e non sempre era agevole entrare in contatto con persone disposte a chiacchierare, con una giornalista, di un persona deceduta malamente.

Iniziò la sua ricerca da Internet: digitando Sergio Masselli, oltre a diversi omonimi, furono segnalate alcune pagine dove compariva il nome del pediatra. La pagina a lui dedicata, e quindi ufficiale, dell’ospedale presso cui lavorava riportava la data di nascita, 1950, quella della laurea, 1975, la specializzazione in pediatria, 1979 e la posizione di primario del reparto di Pediatria I dell’ospedale Regina Margherita, ottenuta nel 1985. Si poteva evincere che il dottore Masselli era stato uno studente modello, laureato e specializzato nei tempi prescritti e giunto al massimo livello ancora molto giovane.

Conoscendo l’ambiente si poteva supporre che un tratto di carriera fosse stato agevolato da conoscenze o appoggi politici dato che la gerarchia ospedaliera portava ai massimi livelli persone gradite alle lobby...

 

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