Corrado Tocci ci manda il suo personalissimo tributo a quello che crede sia il più forte giocatore di pallacanestro sulla terra: Allen Iverson
L'ultima creazione di Corrado s'intitola «15 minuti per un amico», dedicato appunto ad un amico scoparso pochi anni fa.


L'urlo del ghetto

Tributo ad Allen Iverson

 

Ogni epoca genera i suoi eroi, gli esempi da seguire, e le sue icone, ma allo stesso tempo fa si che si manifestino anche idee ed eroi negativi. A volte l'impietoso giudizio della gente rende la linea che separa il buono dal cattivo così sottile che ci si può trovare dall'una o dall'altra parte di punto in bianco, senza neppure accorgersene, basta una parola sbagliata o un gesto avventato. Quando si è sotto i riflettori si ha sempre una tagliola puntata sulla propria testa che aspetta il momento giusto per scendere, a quel punto tutto quello che di buono si era detto o pensato di qualcuno si cancella e si deve ricominciare da zero per riguadagnare quella (presunta) credibilità e quell'aura di perbenismo che gli eroi devono necessariamente avere.
Difficilmente succede il contrario, difficilmente il nero diventa bianco e il cattivo diventa buono, e se questo accade c'è comunque la tagliola del pregiudizio ed il passato è il boia incappucciato.
E allora, amare od odiare Allen Iverson?
Oggi l'NBA è nelle sue mani più di quanto si possa immaginare. Shaquille O'Neill vincerà il suo terzo titolo consecutivo, sarà dopo Micheal Jordan il prossimo simbolo del basket mondiale, e i ragazzini compreranno la canottiera giallo - viola dell' omaccione col 34… Il compito che spetta ad Allen Iverson è qualcosa di diverso, di più profondo, di più impegnativo: lui non deve solo rappresentare il gioco che gli permette di guadagnare milioni di dollari, lui deve essere un simbolo per la sua razza, un punto di riferimento per gli afroamericani, una speranza per chi, come lui viene dal basso.
Nato da una madre di 15 anni, ha vissuto periodi senza ne elettricità ne riscaldamento, alla mercè del ghetto, qualcosa che non ti permette di sopravvivere se non sei forte abbastanza, che ti azzanna il collo e ti lascia senza respiro, che ti ingolosisce offrendoti soldi facili spacciando crack o unendoti ad una posse, il prezzo da pagare è il sentire proiettili sibilare tutti i giorni e lottare con la morte. Se sei fortunato ne esci e trovi un lavoro normale, se ti dice male ti ritrovi a marcire in un project fatto dalla mattina alla sera, o peggio perdi la vita in una sparatoria tra bande. Allen Iverson viene da questo, rappresenta questa realtà, il ghetto è in lui e lui è nel ghetto, sul corpo ne porta i segni: domino me stesso, non ho paura di nessuno, solo il più forte sopravvive, urlano i suoi tatuaggi. Questo è l'urlo del ghetto. Lui non si tappa le orecchie, anzi lo sente, lo vive, ne soffre e lotta, lotta sul campo da basket come ha sempre lottato nella vita. Il suo messaggio è: "se ce l'ho fatta io, possono farcela tutti", diretto ai suoi niggaz (o dawgs come va di moda dire in slang), diretto a chiunque lo voglia ascoltare.
Il suo palleggio incrociato, il modo in cui attacca il canestro, l'energia che sprigiona, la rabbia positiva che è in lui e che mette sul campo, sono un urlo, sono forza interiore, rispetto, amore…
Alto 180 centimetri per 74 chilogrammi di peso, si permette di segnare 30 punti a partita in una lega di giganti, grazie alla sua forza interiore, grazie al coraggio che ha di essere sempre e necessariamente se stesso: il talento non è tutto ci vuole anche il cuore.
Nuovo profeta dell'ira, continuatore del too black too strong dei Public Enemy, il suo rap e la sua lirica sono il gioco, ci sono in lui quella rabbia e quella spiritualità (soul) che mossero Malcolm X, è con il basket e con i muscoli della sua anima che lancia il suo messaggio di speranza ai fratelli, come il reverendo Jasse Jackson, guida spirituale degli afroamericani, anche lui mostra amore per la sua gente, attraverso quello che fa sul campo.
Tutto questo è abbastanza per non puntare il dito e storcere la bocca per le treccine, per i tatuaggi, per i vestiti larghi, per il platino e i gioielli che si mette addosso, per gli amici che non sembrano persone propriamente raccomandabili, ma che come dice lui "hanno sempre creduto in me e non mi hanno mai abbandonato, neanche nei momenti peggiori", e per il fatto che ha trascorso del tempo in galera (riconosciuto non colpevole di aver causato una rissa ad un bowling da cui alcuni uscirono con le ossa rotte).
Tutti dovremmo rivederci in lui, soffrire con lui, gioire per lui e con lui. Attacchiamo la vita come lui attacca il canestro e vinciamo come lui vince. Quando facciamo qualcosa di buono, battiamo il pugno sul petto con lui per dire "l'ho fatto col cuore"
Nel giugno del '97 dopo la sua seconda stagione da professionista, Slam, una rivista specializzata di basket americano che non tratta solo basket, vero e proprio monumento della cultura afroamericana in genere, gli ha dedicato una lunga intervista.
Di seguito ne riporto le ultime battute, sperando di aver tradotto nel miglior modo possibile:

Slam: C'è qualcosa che vorresti dire, qualsiasi cosa ai bambini e alla gente lì fuori?


Iverson: Si, alle persone che si sono trovate in situazioni simili alle mie come l'essere rinchiuso o l'avere qualcuno contro di se: non mollare mai amico, qualsiasi cosa succeda. Credi sempre che il tuo sogno possa diventare realtà e continua a lavorare duro per quello che vuoi raggiungere. Se lo farai con convinzione, nove volte su dieci qualcosa accadrà.


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