15 punti per un amico

 

Non ricordo come lo conobbi, forse in palestra o in biblioteca.

Sicuramente mi colpì subito.

Flavio era uno di quelli che necessariamente ti restano impressi.

Una persona colta, che sapeva parlare molto bene, ma allo stesso tempo in grado di tirar fuori delle volgarità tali da lasciarti senza fiato dal ridere. Umile, conscio dei suoi limiti, non nascondeva mai i suoi difetti, sempre pronto a scherzare, allegro.

Con lui era possibile parlare di tutto, dalla politica alla religione, dalla letteratura al cinema, i suoi commenti erano interessanti e non mancavano mai di una venatura di ironia.

 All’università andava come un treno, una sfilza di bei voti. Anche lui studiava lingue, era al mio stesso anno di studi, ma aveva due anni più di me, si era iscritto prima a scienze naturali, aveva dato qualche esame e poi aveva deciso di cambiare facoltà.

Sicuramente era una persona molto portata per lo scrivere, anzi scrivere era diventato un hobby importante dato che riscuoteva molto successo su di un giornale locale.

Dico molto successo perché un giorno fu contattato da un’intellettuale di qui che era rimasto colpito da un suo articolo che trattava l’apertura di un Blockbuster qui ad Aprilia.

Ricordo che andammo insieme ad intervistare un commesso a pochi giorni dopo l’apertura, ponemmo molte domande cercando di capire come funzionasse quella catena di videoteche stile americano…

Questa persona, un professore universitario in pensione perennemente arrabbiato con tutto e con tutti, che riduceva i contatti con il mondo esterno al minimo, che viveva tra le sue migliaia di libri lo invitò a casa sua per parlargli, per vedere chi fosse questo ragazzo  fuori dal comune in grado di scrivere in un modo così brillante, ma allo stesso tempo riflessivo.

 Riusciva a scavare in se e negli altri, quindi necessariamente i suoi articoli risultavano interessanti. Aveva la capacità di afferrare ciò che realmente interessava la gente, senza perdersi in inutili voli pindarici arrivava direttamente al punto, studiava il problema ed esponeva la sua analisi. Il tutto, riuscendo ad affascinare chiunque lo leggesse, dalla persona più semplice all’intellettuale appunto. Il suo stile si può dire fosse ricco, come ricco era il suo vocabolario.

Due occhi scuri nascosti dietro due lenti doppie, capelli ricci, non molto alto, ma un fisico asciutto. Amava molto la natura e le passeggiate in montagna. Si definiva ateo.

Insomma un  tipo interessante.

 Nonostante tutto era timido, diceva di essere uno sfigato nei rapporti con l’altro sesso.

Non ero il suo migliore amico, ma credo di essergli stato simpatico. Non ci vedevamo spesso, però quando ci incontravamo era come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

Era facile parlare con lui.

Condividevamo lunghi momenti di stupidaggini dette così per dire, prendevamo in giro noi stessi ed i nostri difetti, e ridevamo, ridevamo tanto. Anche a lui era piaciuto pulp fiction, anche a lui piacevano i film dove si vede molto sangue, dove volano pezzi di cervello e di carne umana ad ogni scena.

 I film trash erano un modo di prendere in giro il mondo di oggi che si prende troppo sul serio, che non è capace di fermarsi un attimo a riflettere, limitandosi a guardare solo con gli occhi.

Il nostro tormentone era l’incapacità di “rimorchiare”. Tutti e due eravamo sfigati. Tutti e due pensavamo troppo prima di “provarci” con una ragazza, come il personaggio del “giovane Holden” di Salinger. Noi eravamo come Holden, ci riconoscevamo proprio  in lui,  nelle sue fobie, i suoi complessi…

Molte volte parlavamo della gente e delle paure altrui, del fatto che tutti tendono a nasconderle per apparire più forti, della goliardia che la società odierna ti impone. Nella giungla il  più forte sopravvive ma a noi non interessava ne vincere ne dimostrare la nostra forza. Anche noi come Holden ci chiedevamo dove vanno a finire le anitre del laghetto in inverno quando questo gela.

Quando conobbe la sua ragazza non cambiò affatto, rimase quell’inguaribile sognatore, amante di spazi aperti e natura. Probabilmente l’aveva colpita proprio per la sua umiltà,  per la sua fantasia, per la sua spontaneità e bontà. Tra loro le cose andavano bene credo, stettero insieme per tanto tempo.

Gli mancavano pochi esami alla laurea, continuava a divorare libri, a scrivere, continuavano le lunghe passeggiate in montagna durante il week end, come sempre andava tre o quattro volte a settimana in palestra.

 

Un giorno Flavio si ammalò.

 

Un male brutto e incurabile, quel male che ti mangia dentro, che non ti lascia neppure un alito di vitalità.

Lo seppi per caso.

Aveva smesso di farsi vedere in giro da un po’. All’inizio non avevo dato troppo peso a questa cosa dato che tutto sommato non ci vedevamo con regolarità.

Poi un amico comune mi disse come stavano le cose, cavolo non ci credevo, non era possibile, proprio Flavio…  no si saranno sbagliati.

Un giorno lo incontrai per caso in biblioteca, stava restituendo un libro. Gli chiesi come andava, mi disse che non sapeva bene quello che aveva che stava facendo delle analisi e si stava sottoponendo a delle cure.

 Lui ed io sapevamo quello che aveva, lui ed io speravamo che non fosse, lui ed io speravamo…

 Quel male è subdolo e a volte ti fa credere di non esserci, ti fa tirare il fiato, ti fa pensare che è passata, ma non lo è affatto. Ritorna e non ha pietà di te e di chi ti ama.

Quella fu l’ultima volta che lo vidi, mi ritengo fortunato, perché era ancora quello che conobbi tanti anni prima.

         Lui era una persona discreta, che non voleva far pesare i suoi problemi agli altri.

Per questo motivo decise di non farsi più vedere in giro.

Il male progrediva.

Lasciò la sua ragazza, smise di andare in palestra.

Mi è rimasto impresso quello che mi disse un amico che lo aveva incontrato sul treno per Roma. “Ho incontrato Flavio,  l’ho salutato e mi stavo sedendo con lui, ma ha scosso le mani si è scusato e se ne è andato…”

         Non riusciva più a parlare.

Si proprio lui che il dono della parola lo aveva probabilmente più degli altri. Come è strana la sorte: per Flavio comunicare era la cosa più facile di questo mondo,  adesso riusciva a farsi capire a fatica.

         Iniziò a leggere la Bibbia e a non uscire più di casa. L’unica persona con cui parlava era un sacerdote ortodosso che aveva conosciuto in una cittadina vicina.

         Chi lo aveva incontrato, le poche volte che usciva di casa, lo aveva trovato molto cambiato, dimagrito e senza capelli a causa delle cure. Quando si imbatteva in un amico o in un conoscente si defilava, forse per vergogna, forse per tenere la sua tragedia solo per se.

         Più di una volta provai a chiamarlo per sapere come stava, una volta andai a casa sua a fargli visita con due amici, ma non riuscii ne a sentirlo ne a trovarlo. Quando entrammo in camera sua per aspettarlo fui colpito da un particolare: sul comodino c’erano due libri, una Bibbia e un libro sui miracoli di Padre Pio, poi c’era un crocifisso… Lui si era sempre dichiarato un  ateo fervente…

Lo aspettammo, poi si fece tardi e decidemmo di andare.

Non sapevo come comportarmi, non volevo interferire nel suo dolore, ma allo stesso tempo mi sarebbe piaciuto fargli sentire la mia vicinanza e la mia affezione.

Per un po’ non lo cercai, i genitori sembravano abbastanza sollevati dal fatto che aveva iniziato ad uscire qualche volta. Per vie indirette io lo venivo a sapere e ne ero contento, sperando di poterlo rivedere.

 

Un giorno Flavio morì.

 

Lo seppi dal capo redattore del giornale locale dove scrivevamo (io mi occupavo della squadra locale di pallacanestro). Il funerale era già stato celebrato, lui non aveva voluto far affiggere epigrafi in giro.

          Si era fatto cremare.

Se ne era andato in modo discreto, come se non avesse voluto disturbare nessuno…

         Ne fui sconcertato.

Non ci potevo credere. Mi ritrovavo a fissare il vuoto per lunghi momenti, era impossibile. Mi era stato detto che era un po’ peggiorato, ma avevo continuato a sperare. Ma poi, no, non poteva essersene andato lui, proprio lui, Flavio.

Ti rendi conto di quanto una cosa sia importante per te solo vivendone la distanza, l’assenza.

Flavio non c’era più e non riuscivo a farmene una ragione…

Non riuscivo a piangere ne a sfogarmi, mi sentivo spossato, come se avessi fatto una lunga corsa, sentivo un vuoto dentro di me, una mancanza, ero come una nave che va a fondo, che imbarca acqua da una falla gigantesca.

Era tutto vero purtroppo.

Trascorsi tre giorni in questo stato d’animo.

Arrivò la domenica.

Gioco in una squadra di pallacanestro a livello amatoriale. Fino  a quel punto del campionato avevo giocato male, effettivamente non mi stavo divertendo.

Dopo la notizia di Flavio non avevo voglia di giocare, decisi tuttavia di andare lo stesso.

Arrivò il momento per me di entrare in campo. Giocai la miglior partita dell’anno, vincemmo ed io aiutai molto la mia squadra, segnai 15 punti, segnai tre tiri da tre…

         Non ero stato solo io a segnare 15 punti, non era solo la mia mano a dare la direzione alla palla, non ero solo io in campo…

        

Mi piace pensare che eravamo in due, io e lui. Con me c’era Flavio, forse l’unico amico che ho mai avuto.

 

Di lui mi resta un libro di Bukowski che non gli ho mai restituito.

 

Di lui mi resta il ricordo.

        

“Dove vanno a finire le anitre del laghetto in inverno, quando questo gela?”