Il Mondo può ancora cambiare

23/7/2001

Un'eco di violenza mi ha raggiunto fino in vacanza.
Una violenza targata Black Block, i nuovi anarchici, e proveniente da Genova.
Avevo vissuto almeno quattro giorni all'oscuro di tutto, senza accendere televisione o altro.
Poi la notizia, chiara e nitida come sono le notizie di terrore e di morte. Paventavo che qualcosa sarebbe successo in questo G8, troppo contestato il vertice , troppo elettrico il clima che si respirava alla vigilia.
Il contrasto tra le mie vacanze fatte di mare cristallino e di notti stellate e gli scontri e la morte di Genova, fatta di dolore e sangue è stato quasi insopportabile.
E' vero che non è in nostro potere evitare questi fatti, è vero che siamo tanto piccoli di fronte alla vita, alla morte e alla storia, eppure un senso di colpa, di impotenza e di rabbia mi ha pervaso in modo violento.
Cosa è stato, cosa doveva essere, cosa sarà domani il G8?
Doveva essere l'incontro tra gli otto paesi maggiormente industrializzati per tentare di risolvere, o almeno cominciare ad affrontare alcuni problemi dell'umanità: il fenomeno di globalizzazione dei mercati, la fame nel mondo, le malattie.
E' stato un incontro-vetrina dove gli otto grandi si sono compiaciuti della loro potenza e della loro ricchezza, un'occasione sprecata che nonostante i proclami della vigilia e gli annunci di fine vertice non ha visto il men che minimo accordo serio per ridurre l'ineguaglianza fra i popoli della terra.
Basti pensare al fallimento dell'accordo sull'ambiente, il protocollo di Kyoto, che prevedeva la riduzione dell'emissione di gas-serra.
Il documento congiunto ha visto il no secco degli Stati Uniti d'America, il paese che ad oggi emette il volume di inquinamento più elevato.
Rimane la posizione europea che fa ben sperare anche se il tentativo del governo italiano, nelle vesti del neo-presidente del consiglio Silvio Berlusconi, di uniformarsi al “gran rifiuto americano” fa letteralmente accapponare la pelle.
Penso al debito dei paesi poveri ancora altissimo e alla lontananza da una sua effettiva riduzione o abolizione.
Doveva essere l'occasione per eliminare i brevetti che ancora esistono sulle medicine e sulle innovazione tecnologiche e biotecnologiche, doveva essere il vertice della speranza, ed è stato il vertice del silenzio. Silenzio nei palazzi e grida di contestazione al di fuori, grida di violenza, grida di morte. Ci vengono a raccontare che i lavori sono stati fruttuosi quando invece il paese più potente al mondo, gli Usa, non ha la minima intenzione di cambiare il suo atteggiamento di inquinatore, di creatore di profitto a tutti i costi.
Quando il paese guida del mondo, il creatore di questo “ordine mondiale”, dice NO, tutto il resto è ACCADEMIA POLITICA.
L'unico fatto veramente rilevante di questi incontri rimane la proposta USA dello scudo spaziale……denaro…. Denaro…. Denaro…. ancora votato alla GUERRA…….”Sempre guerra…..”. Doveva essere anche il vertice del grande corteo pacifico, della mobilitazione di piazza, grande e colorata, utopisticamente urlante. E' stato il vertice degli scontri di piazza, dei feriti, della città devastata, è stato il vertice della guerriglia urbana, è stato il vertice della pistola di un giovane carabiniere che uccide un altrettanto giovane ragazzo.
I protagonisti della contestazione non sono stati i pacifisti del GSF o di ATTAC, giovani che non si può negare rappresentano qualcosa di vivo, e di pulsante; è stato il vertice dei violenti anarchici, delle tute nere armate e affamate di distruzione e di sangue.
La violenza ha vinto e ha spazzato via tutto: gli 8 grandi con i loro timidi tentativi di lavorare per il domani, i giovani e vitali contestatori…
Il rischio è che questa scia di violenza faccia dimenticare il messaggio di protesta e di profonda contestazione all'attuale “ordine mondiale” che proviene dai giovani non violenti di Genova. Il governo, nella persona di Silvio Berlusconi e del suo ministro dell'interno, ha già cominciato la politica del “tutti uguali”, nel tentativo di accumunare sotto un'unica insegna gli squatter, i black bloc, i giovani del GSF;
Tutti i contestatori vengono visti dal governo come un'orda di diseredati, di pericolosi assassini. Il governo vuole reprimere tutti, annientare anche quelle persone libere e sensibili che non hanno nulla a che fare con la violenza della tre giorni di Genova.
Sono convinto che in un paese democratico, come il nostro deve essere preservata la facoltà di manifestare pacificamente…e mi auguro che le nostre autorità non colgano l'occasione offerta dalla tragica morte di Genova: zittire la protesta, dire che Seattle non è mai esistita, che il mondo è bello così com'è.
Ho letto in un articolo illuminato :“il mondo può ancora cambiare” ; ne sono convinto, ci spero , coltivo questa utopia. Sogno che ci sia più giustizia, più uguaglianza, e spero che in questo paese mi sia data ancora la facoltà per esprimere le mie idee.
Condanno la violenza di quei giovani teppisti, rivendico per i giovani pacifisti rispetto e considerazione. La canzone del maggio francese recitava ”per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Penso che sia giusto, finchè ci saranno giovani in piazza, finchè ci sarà qualcuno che protesta. che vuole una globalizzazione più equa, non si potrà volgere la faccia dall'altra parte e rivendicare “sicurezza e disciplina”; i giovani, i manifestanti, la società, chiedono un modello di sviluppo economico diverso, chiedono una speranza per i più deboli, chiedono più solidarietà.
Io mi auguro che gli 8 grandi non commettano l'errore di sottovalutare il movimento , che deve essere movimento di pace, si intende, mi auguro che tutti quelli che possono cambiare la storia diano un segnale di rottura rispetto al passato, perché il mondo, può ancora cambiare.

L'utopia dei deboli è la paura dei forti

Roma, 21/3/2002
L'altro giorno stavo per scrivere qualcosa nella sezione politica del mio sito.Avrei parlato del primo anno del governo Berlusconi, della rinascita dei movimenti, della partecipazione civile, della conflittualità sociale degli ultimi mesi, della questione morale che investe la politica. Avrei parlato delle tante manifestazioni democratiche che sono nate spontaneamente o in modo organizzato contro il governo, degli intellettuali, dei "girotondi", del movimento degli studenti, della manifestazione "larghissima" del 2 Marzo in Piazza San Giovanni, dell'articolo 18 (la riforma dei licenziamenti senza giusta causa) e del difficile rapporto tra Sindacati confederali e Governo.
Purtroppo l'attualità impone invece di parlare di un truce attentato politico, l'ennesimo nella storia d'Italia. Il 19 Marzo a Bologna intorno alle ore 20, 30 è stato assassinato a colpi di pistola Marco Biagi, stretto collaboratore del ministro del lavoro Roberto Maroni.
Una violenza inaudita e insensata che, dalle prime analisi sulla rivendicazione, firmata ancora una volta "Brigate Rosse", può essere ascritta alla strategia ormai nota dall'uccisione di Ezio Tarantelli nel 1985 e di Massimo D'Antona nel 1999. Il terrorismo ancora una volta colpisce un professore universitario, un intellettuale libero e senza dogmi che si era posto come cerniera tra le parti, con l' intento di riformare un settore importante come quello del lavoro. Il teorema della lotta armata si conferma quello di eliminare fisicamente gli avversari politici e questo, al di là della condivisione o meno delle idee di riforma del Prof. Biagi, è un qualcosa di inaccettabile da parte di ogni cittadino democratico. Gli spari di Bologna hanno infatti colpito non solo il progetto di revisione dello Statuto dei lavoratori ma anche il normale svolgimento della dialettica democratica; dopo l'attentato diventa infatti più difficile per il governo svolgere il suo normale compito e per l'opposizione portare avanti le legittime critiche al progetto di riforma e le preannuncaite manifestazioni e scioperi. Questo assurdo assassinio si rivolge contro lo Stato stesso, disconoscendone la legittimità e proponendo una rivoluzione violenta. Le BR non fanno distinzioni tra maggioranza e opposizione, tutto il sistema dei partiti e della democrazia sono ai loro occhi qualcosa da abbattere in nome di un sogno rivoluzionario delirante. L'unica risposta possibile è quella di non piegarsi alle oscure logiche del terrorismo: il normale confronto-scontro tra governo e opposizione deve continuare. La rinuncia alle proprie posizioni segnerebbe la vittoria delle BR e della democrazia rimarrebbe soltanto un vago ricordo. In queste ore si ripetono sempre le stesse parole, si innalza la bandiera dell'unità tra tutti i cittadini e tra tutti i partiti; questo è senz'altro un punto di partenza anche se "l'unità nazionale" può riguardare solo la condanna della violenza mentre sugli altri fronti, le varie questioni di merito, gli schieramenti politici devono continuare a confrontarsi in modo civile ma con la stessa passione e durezza di prima. La ricerca di un accordo deve essere perseguita senza snaturare la ragione di esistenza della maggioraza, dell'opposizone, delle parti sociali e se le posizini risulteranno alla fine inconciliabili la democrazia sarà comunque ancora in piedi e non morirà per questo. Il colpo mortale alla libertà è quello inferto dall'imporsi del pensiero "unico", finchè ci si divide, in modo pacifico e civile, la nostra pace e la nostra sicurezza non sono in discussione. Per questo motivo il sindacato deve condannare il terrorismo, accendere mille e mille luci contro la violenza ma al tempo stesso deve continuare le sue battaglie fatte di impegno e passione. Purtroppo da parte del governo arrivano accuse becere all'opposizione, alla Cgil, il sindacato più intransigente sull'articolo 18, ai movimenti. Vengono accusati dalla maggioranza, spesso con toni molto duri di aver fomentato e fatto nascere con le proposte di lotta democratica, questa stagione di violenza. Ascoltando ieri sera le parole dell'ex sottosegretario Taormina che definiva le BR il "braccio armato di Cofferati" sono rimasto letteralmente allibito, come anche quelle di Berlusconi e di altri ministri che collegano il tragico assassinio di Bologna ai toni del sindacato, dei movimenti ecc.
L'esistenza di movimenti come quello dei No-Global o dei "Girotondi" o di altre iniziative democratiche e spontanee deve essere letto come una ricchezza del tessuto sociale italiano e non come un pericolo per la pace. La politica, quella vera, è quella che nasce d'istinto, quella che ti fa muovere, scendere in piazza, impegnarti in prima persona nelle cose a cui tieni. Prima di accusare ingiustamente tanti cittadini democratici, il governo dovrebbe riflettere di più e cercare i veri responsabili di queste stragi che sicuramente non possono essere attribuite ai movimenti. Purtroppo dal tragico G8 dello scorso anno, il governo mira a iscrivere tutto "il movimento"(No-global, studenti, società civile, "autoconvocati" , ecc) in una lista di "sorvegliati speciali". E' un errore molto grave e una strategia che punta a ridurre la democrazia e la partecipazione di tutti alla politica. Prima di gettare ombre e sospetti sul movimento No-global bisognerebbe riflettere su quello che è realmente successo a Genova, dove un piccolo gruppo di anarchici (i "Black bloc") ha creato disordini mentre centinaia di migliaia di persone continuavano a sfilare in pace, con la polizia più interessata a contrapporsi ai manifestanti pacifici che agli anarchici vestiti di nero. Serve cautela in tutti i giudizi e personalmente credo che puntare il dito su una parte politica, sui "movimenti" o sul sindacato per spiegare l'assassinio del Prof. Biagi non sia la strada che bisogna percorrere. La storia del nostro paese, come ho già detto, è segnata da altri omicidi del genere, professori universitari che collaborando con il governo di turno (lo stesso Biagi aveva lavorato sia per il centro-sinistra che per il centro-destra) finiscono per diventare bersagli di chi vuole combattere con la violenza quelle tesi.
Il nome di Tarantelli è per me particolarmente signficativo in quanto legato alla facoltà che frequento, la Facoltà di Economia di Roma, Università La Sapienza. Mi sono imbattuto molte volte in questi anni di studio in una piccola lapide che ricorda Tarantelli. Su questa piccola stele, nascosta quasi da un cespuglio, campeggia una frase che mi ha sempre colpito molto "L'utopia dei deboli è la paura dei forti". Credo che sia perfetta per riassumere tutte le parole che si scriveranno sui giornali e che verranno pronunciate in interminabili special televisivi. Cosa ci resta infatti di valido se eliminiamo dalla nostra vita la speranza e gli ideali?


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