SETE

Sono implotonato come gli altri nel piazzale della compagnia. Il giovanissimo sottotenente ufficiale di guardia, dopo l'alzabandiera, si presenta reggendo un blocchetto di buste imprigionate da un elastico e grida nomi di donna. I miei camerati rispondono “comandi”.
L'ufficiale fa anche il nome della mia ragazza. Sono dieci giorni, da quando ho ripreso servizio dopo la licenza ordinaria, che non ci sentiamo per telefono, e malgrado tutto m'aveva scritto una lettera. Urlo anch'io la mia sottomissione ed esco dall'inquadramento per ricevere la busta.
L'A.U.C. mi chiede se avessi un nome da donna: - Perché hai risposto “comandi” quando ho detto Tiziana? Ti chiami Tiziana, allora. Da oggi in poi sarai l'aviere scelto Titti -
Gli altri ridono, ma quella è o è già stata la loro sorte.
- Chi non fa ridere, è perché non riceve lettere, e quindi non ha una ragazza, e se la fa a mano - mi consola l'ufficiale, aumentando l'ilarità di noi implotonati.

In camerata, approfitto di uno dei rari momenti di solitudine, e do inizio alla lettura: molti sono i riferimenti al nostro ultimo incontro, alle cose che avevamo fatto...
Quindi uno stacco di una riga ed un breve periodo, proprio al centro di quella paginetta scarsa; poi un altro rigo vuoto prima di riprendere l'epistola. In quell'isola si leggeva: “Ho provato una gran voglia di fare l'amore con te!”!
E' una rivelazione, protetta ed al contempo evidenziata da quelle due stringhe bianche, come acqua d'atollo dalla perdizione oceanica.
La monotonia e la linearità della lettera salva ed eleva questo pensierino ed il suo desiderio su tutto il resto...
E' un segnale indubbiamente positivo, in vista dei mio ritorno in ministeriale fra due settimane…
La sera stessa prendo contatto con lei, telefonicamente. Mi sforzo di non giungere troppo in fretta sul tema, per non risultarle spregevole come dovrei. Ci riesco, credo. Poi, quando, dopo tutta una serie di cerchi concentrici e un po' di giri a spirale, arrivo a toccare l'argomento, fa a pezzi le illusioni coi suoi mille, di primo acchito indecifrabili, timori...

Mi sento stupido al pensiero d'aver abboccato a quelle sue righe, che di certo provengono da un eccessivo sforzo di riflessione, o magari dall'assoluto bisogno di comunicare qualcosa d'importante, anche se non autentico...
Mettere le mani tra le cosce di una ragazza oggi e… credere che farà sesso solo perché ha gradito? Più che altro rinviare al “momento giusto”…
S'era semplicemente limitata ad informarmi della notizia più prevedibile: un giorno – sempre e comunque “quando arriverà il momento”, da intendersi – non avrà remore, magari le basterà provare un minimo di emozione...
Non comprendo come mai questa sua semplice presa di coscienza abbia potuto gasarmi a un simile livello.
E' vero che una vergine non preparata per l'occasione può avere una prima esperienza più che positiva, così come una che sia già, per così dire, “mentalizzata” possa invece permettersi di rinviare a data da stabilire: si chiama libertà. C'è quella che ama i “regali” da ricevere alle feste programmate o nelle occasioni commemorative (ad esempio il primo “anniversario” del fidanzamento) e quella, invece, che preferisce le “sorprese”. Tiziana deve solo scegliere quale essere, ed io non posso, non devo influenzarla…

Quel pomeriggio tanto osannato dalla lettera, non ho fatto altro che sbattere il mio sesso sulle sue mutandine bagnate il più forte possibile, non cessando un attimo di osservarla in viso, i suoi occhi chiusi...
Mi ero sottratto ben volentieri dal baciarla: la lingua le si era allargata, ammorbidita, restava immobile, la bocca si sfaldava...
Ho pure trovato, con un po' di malvagità a dire il vero, gustosa l'idea di avere ridotto Tiziana a quell'espressione di piacere e m'ero congratulato con me stesso, impegnandomi a spingere sempre più forte, appoggiando le piante dei piedi di qua e di là, spiccando salti in avanti per scontrarmi sulla fibra dei suoi slip.
Solo forte desiderio, per me, e nulla di realmente gradevole: zero sfregamenti, solo “impatti”, ed una mano – la mia – che teneva il tutto bloccato saldamente, per non sferrare a vuoto il colpo e non sprecare energia invano.
Non mi restava altro che farmi gli affari miei, in quel contesto…
Lei, dal canto suo, pensava solo a viversela; per il resto, non una mano su di me: dopo tanto lavoro neppure il peggiore “risarcimento danni” per i miei testicoli stracolmi, doloranti.

Sono in licenza ministeriale per il ferragosto. E mi rifaccio vivo dalle sue parti...
Me la voglio fare, altro che “non posso, non devo influenzarla”! Certo che non potrò oppormi, alle ragioni che addurrà… Dunque non mi resta che raggirare le sue difese. Ma è inutile bagnarsi prima che piova…
Giusto tre giorni da passare a casa, cominciati del resto nel modo più controproducente: al telefono, ieri, appena arrivato, corso ad avvertirla del mio ritorno, ha avuto modo di accusarmi di scarso interesse per lei e la nostra storia.
Erano state queste intense settimane, l'ultima di luglio e la prima metà d'agosto, durante le quali non le ho fatto neppure uno squillo, ad avermi fatto tornare il desiderio di libertà incondizionata: un periodo magico che solo chi vive l'ultimo dei mesi prima del congedo può conoscere.
E' bastato terrorizzare i nipotini di servizio all'ingresso, per costringerli a segnare per le undici meno un quarto il nostro rientro in caserma; per marescialli di giornata grassi, ubriaconi, ladruncoli e sempre affamati ed ufficiali di guardia che devono pagarsi il Mercedes da cucadores ma che non hanno le cinquecentolire per pagarsi il caffè, le uniche due figure che possono ricattarci e metterci in difficoltà - mica il capo sezione e tutta quella manata di fermacarte umani -, era bastato qualche frutto delle rispettive terre d'appartenenza, portato su al rientro dai dieci giorni di ordinaria appena trascorsi…
Ricatti – dire le cose che nessuno vorrebbe sentire - e leccature – chiedere noi di far quanto tra un minuto ci sarebbe stato minacciato -, e tutte le notti erano nostre, trenta avieri scelti V.A.M. per un totale di tremila guardie armate che si scaraventano sul mondo come non gli accadeva da nove mesi... Non era possibile, ricordarmi di Tiziana…
Certo, una volta tornato a casa, ed in vista del ritorno definitivo per il congedo, qualcosa con lei si deve pur combinare… E ieri, al telefono, dopo aver tentato di spiegare, senza entrare peraltro nello specifico, quelle che possono essere le sensazioni di chi è arrivato alla fine d'un'esperienza così travolgente – credo senza esserci affatto riuscito, e non capisco se sia colpa delle mie parole troppo imprecise o delle sue idee troppo tradizionaliste ed ottuse -, le ho assicurato un ritorno a certi standards emotivi ed a certe routines, ovviamente aumentando il prezzo d'acquisto della mia disciplina.
Se tu… allora io…
E' rimasta silenziosa per tutto il tempo, senza trovare che rispondere. Quando, possibilitata a discorrere liberamente – cioè quando i genitori sono usciti -, preferisce restarsene in silenzio, non è di sicuro un buon segnale…
Poi m'ha confessato che, per colpa mia, nei giorni successivi al mio ritorno in caserma dopo l'ordinaria ha persino trovato il tempo di ritrovarsi in lacrime, e stretta tra le braccia consolatorie di un amico che, come prevedibile, le ha posto il più classico degli aut aut: o me o lui, che a suo dire non la deluderebbe mai, mai e poi mai…

Non è l'identità del ragazzo ad incuriosirmi, ma la sua “posizione”, per così dire: in parecchie occasioni, infatti, mi sono ritrovato a rivestire proprio il suo ruolo, quello di chi insidia, con la pericolosissima comprensione, ragazze già “occupate”, rimaste però digiune, per altrui menefreghismo o negligenza, delle attenzioni di cui necessitano.
Alcune volte mi è andata bene, altre ho solo cercato di approfittarne per rimediarmi dei pomeriggi in compagnia della ragazza in lacrime e disponibile di turno, e quindi sparire, cancellato dalle sue memorie come fossi fango su una scarpa.
Da contraltare, quando i miei sentimenti erano stati autentici, non ho mai avuto la forza di spiegare le mie intenzioni davanti al loro soffrire luttuoso, quasi per rispetto… Non di rado, invece, si trattava di puro senso di impotenza: c'era da sentirsi uguale al bravo e debole ragazzo che nulla può contro il potente schiavizzatore, o qualcosa del genere…
Oggi il cattivo sono io: al buono, come da copione quando ci sono di mezzo delle vere brave ragazze o delle frigidine, non resta che affliggersi…
Ho sempre desiderato seppellire vivi i fidanzati delle mie donne; oggi, invece, mi sento perfettamente a mio agio nel ruolo opposto, estraneo da colpe, immeritevole di punizioni.
E poi potrebbe anche trattarsi di una scusa per farmi ingelosire, per sensibilizzarmi, indurmi a trattarla meglio. Chissà chi gliel'avrà suggerita, magari qualche finta amichetta maliziosa tre quarti puttana…
A volermi difendere con decisione, fino alla sfacciataggine, da ogni accusa, convinto a non cedere di fronte ad un processo che, in fin dei conti, è sempre stato alquanto sommario, confesserò che il nostro ménage è stato fin qui puro squallore… Per di più, quando ho detto che negli ultimi tempi m'ero scordato di Tiziana, non sono stato esatto: dal giorno in cui ho ricevuto la lettera, per una settimana intera ho telefonato a casa sua quotidianamente, cercando di sostenerla nel sopportare gli ultimi sforzi dalla lontananza. L'unica cosa che c'è di vero è che, in quei sette giorni di costanti chiamate, gli sforzi erano solo i suoi: io non mi divertivo così da una vita, e non avevo la minima intenzione di rovinarmi la festa. Gliel'avevo fatto sapere: io mi stavo divertendo, e fra poco sarei sceso ancora giù, per il ferragosto. Sì, mi mancava, quello che vuole, ma ormai è tutta una discesa, e non vedo il motivo per continuare a drammatizzare.
Nei mesi passati, al contrario, ho provato con ogni mezzo a tirarla su, raccontandole di come spesso e volentieri mi isolassi dai camerati per idealizzarla, di quanto mi mancasse le notti, di ogni cosa nuova che imparavo su di noi allorché mi ricordassi qualche episodio passato… Ma erano stati tentativi vani…
Che mi sia concessa una riflessione: perché deve essere consolata lei, se sono io il militare, e sono stato anche colui che prende ordini da mattina a sera e che ha dovuto lasciare casa?
M'hanno spaccato la schiena per cinquemila al giorno, portandomi lontano da familiari ed amici, costringendomi a stringere nuovi legami con analfabeti e delinquenti, non lasciandomi altra possibilità di divertimento che compiere atti di devastazione e molestare strappone… Niente mare per l'intera estate… Avrei dovuto essere io, quello da consolare! Al limite, sarebbe stato più democratico tirarci su a vicenda…
Ed invece no! Nessuna controprestazione! Addirittura, in questi giorni da congedante, i primi in cui abbia potuto passare delle giornate serene e senza stanchezze né tensioni varie, mi è toccato di provare ancora ad aiutarla… Risultato: mi arrivano accuse, condanne senza processi, per non parlare della seria probabilità d'esser fatto cornuto e poi lasciato, a suo parere per colpa mia, e non della sua debolezza mentale. Lei che si regala a chi le garantisce d'usare i propri cervello e sistema nervoso anche in nome e per conto suo… Anche a me, che mi sono sempre rifiutato di far cose del genere, è toccato, implicitamente, presentarle certe garanzie di buon general manager…

I paricorsi non hanno avuto tempo per me e per le mie telefonate, e dato il tenore inaccettabile di queste ultime, ho smesso di chiamarla per non perdere il mio branco…
Lei non m'ha mai parlato, non m'ha aiutato per dieci mesi a tirare fuori un sorriso: questa è la mia contraccusa, ed è difficile concepire una telefonata a casa della propria ragazza come un onere e non come un piacere, o, al limite, un'esigenza.
Il disappunto e le contraccuse avrebbero dovuto essere manifestati, è vero, ma sarebbe stato anche sciocco litigare con quei mille e più chilometri a separarci, arrischiando pretese di spiegazioni fino ad allora mai avanzate… Ad anni luce di distanza avrei dovuto minacciare… cosa? Di non parlarle più? Sarebbe bastato non telefonarle. Ed io l'ho fatto, non l'ho più chiamata, ché avevo attimi migliori da vivere, e il soldato di leva lo si fa solo una volta, nella vita...
Senza avvertirla, è vero, per codardia… Avrei potuto perdere la pazienza un po' prima, e non adesso, a mezzo mese dal congedo, anche questo è segno della mia stupidità, ma è solo adesso che sto ricominciando a divertirmi… Mi convinco che, anche se fossi un civile a casa propria, anche se Tiziana abitasse sotto casa mia e non al suo paese, il nostro rapporto sarebbe spaventosamente triste e desolante come lo è stato fino ad ora.
Ammetto, e lo faccio soltanto per raggiungere il prima possibile questo patteggiamento, che essere fidanzato con chi ti affida il potere libero di farla star bene quanto soffrire, ed introdurre ed esplicare con lunghi discorsi le proprie mutazioni di tattica, di idea, di umore, comporta l'assunzione di una postura che, anche fingendo massima nonchalance, piano piano non può che ingobbirti comunque.
Forse è solo una serie di false dichiarazioni, un tentativo qualsiasi di estraniarmi da ulteriori imputazioni che non voglio mi si attribuiscano.
Anche il “buono”, come lo ero stato io una volta, dopo aver dato vita alla guerra contro i convincimenti e le autocostrizioni di una ragazza innamorata, abbandonerà il fronte di lotta quando e se vincerà la prima battaglia, il semplice tradimento isolato. Gli amanti, con nel cuore la libertà ed i sogni leggeri, sono peggiori dei fidanzati, tiranni o sopraffatti che siano...
Da qui potrebbero partire azzardatissime riflessioni sul bene e sul male, ma è meglio non proseguire…
Basterà alla mia coscienza confessare che, ai tempi della mia falsa bontà d'amante, spezzavo le altrui catene pur sapendo sin dall'inizio che non le avrei sostituite con le mie, magari un po' meno strette: le ragazze mi chiedevano d'esser liberate, pur sapendo che sarebbero prevedibilmente finite a vagare senza controllo né senso dell'orientamento, e spesso finivano preda agli sciacalli, dei quali, ai tempi, ero stato discreto fornitore, tutto sommato.
Ho anche provato a guidarne alcune da lontano, per dare loro una parvenza di autonomia, ma sono sempre riuscite ad impedirmelo, anche a costo di scontare dazi ben peggiori. Uno strumento di liberazione e morte…
Avrei potuto essere anche l'ora d'aria per le carcerate, ma non posso negare di sgradire particolarmente questa “specializzazione”: preferivo essere uno stupido ed inconcludente tentativo d'evasione stroncato dopo una mezz'ora. Non riuscita, goffa, che ti priva anche dell'ora d'aria, ma almeno era un'evasione…
Dopodiché, per quanto me ne importasse, potevano dar loro tutte l'isolamento a vita… E poi niente è facile: proteggere e ferire, liberare e schiavizzare sono compiti ugualmente difficoltosi ed i risultati non sono mai duraturi, definitivi...
Era stato deciso, a fine telefonata. L'indomani sarei arrivato, e ne avremmo parlato di persona…

Corro da lei, in auto, sfrecciando. E' stato bello e dannato fare il pazzo tra le curve e sorpassare chiunque trovassi per la mia strada.
Entrato in paese, saluto col clacson chi faceva a gara con me, come da qualche parte in un On the road troppo ricco da ricordare con precisione.
Lui, a bordo della sua fuoriserie, io con la mia utilitaria di seconda mano; in piena corsa poggiava all'orecchio un cellulare con la mano destra, mentre sudavo tra quinta e quarta. Al mio cenno di omaggio non si è degnato di rispondere; niente, nemmeno uno sputo.
E' ricco e bello, con un lavoro redditizio, non ha letto Kerouac e non gli interessa nulla di conoscerlo. E' un mondo dove la competizione è sempre e solo una lotta spregevole, mai un piacere fine a se stesso. Solo la vittoria è vita.
Eppure avrei anche potuto superarlo, all'ultimo tratto, in rettilineo, appena prima del limite dei cinquanta all'ora dall'ingresso in paese. Non l'ho fatto perché sono un leccaculo, che strizza l'occhio ai forti per ottenerne la stima e la protezione; invece loro mi usano e non ringraziano.
Sta di certo raggiungendo una di quelle commesse di gioielleria, in trepida e tiepida attesa tra le lenzuola, in una villa uscendo dal paese, mentre io mi reco al polo nord della piccola e complessata Tiziana…
Arrivasse la fine del mondo non potrei nemmeno gustarmi la bella scena di vederli sprofondare giù, questi bastardi che mi vien voglia di salutare: mi inabisserei prima di loro, beccandomi in faccia le loro pietre, quanto si merita di subire un lecchino, uno che desidera donna, roba e vita d'altri e che, per di più, al contempo, forse per il piacere d'odiare, nulla fa per impossessarsene o per emulare i più fortunati.

Ha il ciclo. Me ne sono accorto tentando di far passare le dita attraverso l'intimo.
Abbiamo fatto pace in fretta, non è vero? Ragazzine!
- Ho il pannolino - specifica, con un sorriso che mi spiazza.
Si dona, si svergogna, si sottopone silenziosa alle mie operazioni che sanno di ginecologico, e lotta per non traumatizzarsi. E ci riesce, convincendomi che vale comunque la pena provare questo strambo affetto, che non m'è mai mancato, sebbene in certe occasioni, sempre più frequenti ad essere sincero, avevo optato per maggiori cinismo e disincanto...
Sono un piccolo bruco ricoperto di seta, insensibile ai messaggi esterni perché impermeabile, e, al tempo stesso, incapace di approntare una qualsiasi azione, chiuso dentro alle mie maledette filamenta, alla cui produzione non ho però potuto rinunciare, per sopravvivere.
Tutte le energie sono vanamente impiegate nel tentativo di uscire dalla corazza, liberarmi della mia pregiata inutilità. Di diventare farfalla (e possibilmente anche farfallone) non se ne parla, comunque. Nemmeno so cosa resterà di me, se quel povero ed orribile verme o solo questa bava, che mi fa da buccia e che contestualmente lancia a tutti un messaggio ad infinita ripetizione: sono potenzialmente vivo…

Ha un momento di crisi, butta in aria sigaretta ed accendino, mi chiede di lasciarla stare per un istante, fa per uscire dall'auto. Io la cingo per la vita e la accosto a me...
Piange e sprofonda le lacrime nella mia spalla destra. Singhiozzi fortissimi, sembra rifiatare da lunghe ed intense risate. Ancora lamenti: “lievi” deliri, o almeno così sembra...
Per quanto mi è possibile, nuovamente contro tutta l'irrequietezza, tento di rasserenarla.
Questa volta l'esserino che c'è in me s'è fatto valere, e posso abbracciare la ragazza e recitarle preghiere a scacciare via i demoni.
Ma la scorza si è appena rivoltata contro la polpa, spremendola. Sono gli ultimi respiri prima di scoppiare nel rammarico della stupidissima oppure fondamentale macchia di lacrime e mascara sulla t-shirt. Nonostante tutto un cuore, è bastata una macchiolina, uno sputo nero degli occhi a farmi esplodere.
La goccia mi fa traboccare...
Sono stato dimesso al punto tale da ammettere cose mai fatte, tanto onesto e ravveduto da chiedere perdono per quelle compiute, altruista da non pretendere - eventuali – scusanti da parte sua, per il suo “contributo” a questa storia catastrofica; ora, così vile da indemoniarmi per una minuzia.
Tiziana non raccoglie la mia reazione, scambiandola per una serie di battute; torna ad abbracciarmi e si affida a me, per ringraziarmi d'averle fatto tornare il buonumore!
Stavolta è andata bene, non posso negarlo: ho cercato in ogni modo e invano di non arrivare al litigio, e lei aveva sorriso nel momento in cui avevo ceduto all'ira.

Butta la cenere della sigaretta accesa dentro la bottiglia di birra ancora mezza piena, e trangugia…
Ripresasi dall'attacco di nervi, sta crollando in un altro modo, in direzione di un punto che non so localizzare.
Ancora il disprezzo vorrebbe affiorare e quindi scatenarsi. Mi sforzo di non farlo, risolvendomi a trattarla da malata, né agente né vittima della mia precarietà umorale.

Il peggio sembra essere davvero passato.
Mi bacia sulle labbra, poi passa al collo, con passione. Ho creduto potesse trasformarsi in un secondo momento di intimità, dopo la sorpresina del suo ciclo.
Ho abbassato la cerniera dei pantaloni. Le chiedo di estendere il trattamento al resto del mio corpo…
Si è rifiutata, senza spiegazioni, non degnandomi di uno sguardo.
Essere negativa all'infinito con una sola risposta: soltanto "no".
E non mi stava leccando, per poi forse perdere la lucidità (o trovare il coraggio, che probabilmente sono la stessa cosa) e scendere sempre più giù… Si trattava di uno stupido succhiotto, che i paricorsi avrebbero certo deriso, al mio rientro… Un succhiotto, un gioco, il giorno in cui avremmo dovuto fare chissà quali mirabilie…
Gli altri soldati morirebbero per farsi dare la licenza anche nei giorni non festivi, si inventano disgrazie in famiglia pur di tornare a casa, a fare l'amore con le fidanzate; io, che abito troppo lontano dalla caserma, una volta che posso scendere a casa non ho certo voglia di succhiotti! Ma il succhiotto è la destinazione finale, quando Tiziana decide di spingersi al limite delle proprie possibilità d'iniziativa.
Adesso apre bocca: vuole (non piange né soffre, e non si chiude in sé; non scappa via: pretende, ordina) che rificchi l'uccello da dove è uscito…
Con la ragionevolezza si è spinta in là fino al mutismo, alle lacrime, per poi cedere alla follia pura della cenere nell'alcool; con la passionalità ha raggiunto la mia spalla per disperarsi ed il mio collo per farmi un succhiotto. Stavolta, invece, ha cacciato fuori una risposta secca, essenziale nella forma, nelle intenzioni irrevocabile, dimostrandosi d'acciaio, altro che un pugnetto d'ossa e una fontanella di lacrimette rosa!
Mi vedo colto in trappola: prima si è resa inoffensiva, costringendomi alla non belligeranza; quindi, vedendomi disarmato, ha preso le redini della situazione e mi comanda a bacchetta.
Solo rimorsi di coscienza per pietismi non provati, comunque, nel caso in cui dovessi ribellarmi…
Volessi sfogarmi in tutta la mia disapprovazione, sarebbe anche peggio: non c'è proprio alcunché per cui andar fieri nell'aver ridotto in lacrime, tentato di scopare, quindi anche alzato la voce su di una poveraccia, una che, semplicemente, non fa per me.

Anche stavolta, alla fine, ha avuto la meglio.
Appoggia la testa sulle mie ginocchia e distende la schiena. Continua ad attendersi i miei baci con bocca spalancata, canarino affamato, appena uscito dall'uovo.
Non vedo l'ora di disfarmene e di fare rientro, per la miseria.
In giro ci sono quelle che ti sanno amare, quelle che l'amore lo praticano, quelle che sono abili in tutt'e due le cose… Ed io ho vergogna per me stesso…

Finalmente è ora che Tiziana vada a casa per cena. Mi chiede di restare, cenare con un panino in una qualche rosticceria, per poi vederci la sera…
Io devo andarmene a casa, ma non posso non dirle che proverò in ogni modo a ritornare per il dopocena…
Se le avessi detto “scordatelo”, come avrebbe reagito? Mi sarebbe toccata ancora la sua follia lacrimante ed ingestibile? Meglio parcheggiarla a casa, mostrandole però tutta questa mia grande e buona volontà…


Per contattare direttamente l'autoreSergio Marchi Giglio

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