Cattive abitudini

A casa di Felice, a perdere la salute su una nuova scoperta del topolino da biblioteca...
Pomeriggio da perdere interamente…
Ancora materiale letterario da raccogliere e da classificare, salvaguardare e recuperare, su cui costruire un'altra pubblicazione. Lavoriamo ricurvi e poggiati sulla stessa scrivania, entrambi spalle alla finestra ed all'ormai stanca luce che ne filtra, mentre le nostre ombre si allungano sulle carte…
Il mio compito è di arrabattarmi nel trascrivere a mano una fotocopia, in molti casi proibitiva, di un manoscritto dell'ottocento, che lo stesso Felice garantisce aver trovato di per sé in pessimo stato. Scarabocchi che sembrano parole, errori ortografici che si mimetizzano tra le espressioni d'altri tempi, parole che sembrano scarabocchi…
Anche l'infaticabile, impegnato nella prima stesura di un altro progetto da tempo in cantiere, sbuffa ed ansa, avvicina il capo alla sua minuscola scrittura e spalanca gli occhi. Ma nessuno di noi due ha voglia di cedere all'invitante interruttore della luce, ponendo fine a questa semicecità.
Il rumore della penna sbattuta sulla carta con energia: mi propone, con tono inaspettatamente lieve – come se le chiacchiere scambiate fino ad ora fossero state molte -, di ascoltare in sottofondo della musica.
L'idea di una piccola, e qualsiasi, variante non mi dispiace affatto.
Allora s'alza, stiracchiandosi un po' ed allargando le braccia, mutando l'espressione del viso, cancellando le smorfie dell'applicazione e dello sforzo. Accende dunque: la luce, finalmente, e poi la vecchia radio sulla sua scrivania.
Io mi trovo ancora proteso verso il mio testo impervio, però vedo con la coda dell'occhio che tira fuori dalla tasca dei pantaloni un pezzetto di carta… Poi sparisce alle mie spalle…
Dal modo in cui le voci ed i suoni si susseguono, alternati al sordo baccano dei canali interrotti, ne deduco che Felice stia compiendo una ricerca frenetica, girando nervosamente il sintonizzatore. Arrivato a destinazione, aumenta il volume per poi rituffarsi sulla poltrona girevole da notaio.
Non cela una sorta d'impazienza: lo intravedo voltarsi spesso in direzione dell'apparecchio.
Non è, credo, ancora riuscito ad identificare la stazione mediante l'ascolto, nonostante la posizione sia quella esatta. E' mutato l'etere o ha sbagliato lui? Magari avrà appuntato la banda scambiando l'FM con l'AM… Resta in attesa, forse di un jingle che gli suoni familiare.
Frammentariamente, poco prima di riprendere la concentrazione, illustra per linee generali l'orientamento della programmazione: per lo più vecchie canzoni, brani del passato anche remoto, di quelle che non si ritrovano nemmeno all'interno delle nostalgiche raccolte di successi; i testi già me li aspetto prevedibili e le melodie banali e sviolinanti…
Ogni tanto, aggiunge, forse per incoraggiarmi, ci sarebbe qualche oldie internazionale.

Brani incisi per far soldi l'estate e poi sparire per sempre; per piazzarsi ad una gara canora, per riempire la seconda facciata del 45 giri…
Felice valorizza una diversa interpretazione: a suo avviso, questa radio trasmetterebbe la “vera” storia della canzone. Mi confida, stavolta placido e semplice, che i brani da lui ascoltati ieri sera erano i più belli e toccanti mai sentiti…
Sostenere che molti di questi “episodi minori” possano reggere benissimo il confronto coi loro fratelli famosi è, tutto sommato, una buona teoria, avvalorata dal "massacro che la società dei consumi attua incessantemente verso ciò che è intriso anche di un dato valore artistico e comunque non esclusivamente commerciale".
Conosco bene, però, il mio amico, le sue smanie da maître à penser: a volte sembra proprio vivere in quella atmosfera da salotto per lunghi lassi, e lo vedo divertirsi non poco nel commentare quasi ogni cosa.
In questo momento, Felice mi appare più che mai sui generis: la sua deduzione è legittimata da cento verità, ma al tempo stesso screditata dal fatto che sia stato lui, ad averla avuta.
Sono dell'idea, in aggiunta alle ragioni dell'indolenza nei suoi riguardi, che, da parecchio tempo a dire il vero, stia anche soffrendo di uno speciale vittimismo, quello tipico dell'artista dagli scarsi “riconoscimenti“, timoroso, per di più, di non produrre in futuro nulla di meglio rispetto a quanto non abbia già tra le mani; sostiene - oppure ripete in automatico, altrimenti è per scaramanzia – d'essere anche privo dell'energia e della pazienza necessarie per dar vita a materiale di livello ancora superiore.
Chiaro come, insomma, nelle belle canzoni sconosciute possa vedere se stesso, una “prima scelta” passata, per motivi puramente economici o di moda, in secondo piano, deposta in qualche prigione inespugnabile per colpa di una congrega di editori ricconi per nulla intenzionati a rischiare un flop.
Decide di elevare quella musica a ranghi superiori perché parecchio influenzato dal desiderio di innalzare se stesso. Se li godrà, quei brani, magari accennando e canticchiando parole che non sa nemmeno lui, ovviamente.

La musica nuova che mi accingevo ad ascoltare avrebbe dovuto salvaguardarmi dal difficoltoso ascolto della Dixieland Band di Nick La Rocca e da Celine Dion in madrelingua, per non parlare delle antichissime canzoni celtiche e della sessantottina d'autore…
Di mia iniziativa, avevo provato con la musica rock, ma niente da fare: si è limitato ai Queen più famosi, rifiutando Pink Floyd e Talking Heads; dei Velvet Underground, poi, ha bistrattato la mia Heroin per esaltare i brani retro per la scordata voce esistenzialista di Nico, gridando vive la France col suo inconfondibile: "Mi piace, ci trovo qualcosa di mortale in questo… e poi in quello…"…

M'incuriosisce un comunicato che la radio sta trasmettendo: si tratta di un messaggio registrato ad una segreteria telefonica. E' la voce lamentosa di un anziano che ce l'ha con lo Stato, per l'inadeguatezza della sua pensione…
Ho sentito centinaia di uomini lamentarsi della loro scarsa retribuzione, alla televisione ma anche ai tavolini dei peggiori bar. Sono mosso da un senso d'irrisione e non riesco a trattenermi dal ridicolizzare sulla convinzione che quello fosse intrallazzo colto, da coniugare alla fatica letteraria più estrema.

Smesso il tono beffardo di chi si compiace di aver messo a segno il primo punto - subito e con una tale facilità da non crederci -, assumo quello, vagamente snob, dell'attento e serio analizzatore di impulsi. Si, perché era chiaro che, se Felice proponeva qualcosa di diverso dell'ora et labora, era giusto per sbattermi in faccia qualche nuova trovata che esaltasse il suo intuito, la sua sensibilità critica. Era ovvio che non avrei mai potuto permetterglielo, anche se l'artista ed il critico, quello che scriveva per intenderci, era e rimaneva lui.

Alla radio una voce impostata invita a chiamare la messaggeria per denunciare e sfogarsi, contro "quello che non va"…
Degli spot pubblicitari…
La musica comincia: “il tuo nome è Lilì, spettinata così…”…
Ma non doveva essere tutta musica sconosciuta, lati B e successi mancati? Cosa ci fa un classico da quelle parti? Altro punto per me, direi…
Felice mi ravvisa: "Non t'ho detto che non si possano ascoltare pezzi famosi, ho solo accennato di brani che hanno perso o non hanno ottenuto quanto meritato. Ed in questo caso, la canzone è famosa, ma ormai priva di estimatori. Qualcuno la reinterpreta? Ti ricordi chi la cantava, per caso? Certo, entrambi l'abbiamo sentita parecchie volte, ma dove? In tivù? Non è proprio da te vedere quei programmi per vecchietti… E non piacciono neppure a me, credimi… L'avrai sentita alla radio… E dove, nella hit parade? Andandoci per esclusione, non credo che uno di quei tre complessini che suonano nei locali della città abbiano deciso di cambiar genere. Non la suonano neanche ai piano bar. E allora, dove cavolo l'abbiamo sentita? Da nessuna parte, a quanto pare. Se ti va, però, qui possiamo trovarla in programmazione".
Il secondo attacco è andato a vuoto, Felice si è difeso bene, logorroico per non dar spazio a mie puntate in contropiede, che, tra l'altro, non sarei stato minimamente capace di approntare.
Ascolto ed improvviso con la mente; questo, credo, è quanto mi è stato chiesto. Dunque, vediamo: l'ometto innocentemente innamorato di una prostituta che piantona la sua postazione, anche al vento? Nooo, so fare di meglio… Ecco: il gagà che adesca una ragazzina. L'uomo la canta Lilì, una lolita che, in un'altra canzone, si chiama Lola e che si assenta dalle lezioni per andare a divertirsi. Facile prevedere che portarla a ballare il charleston sia...
Una storia sempre uguale, raccontata da coloro che hanno goduto di Lilì, o comunque possa chiamarsi la femminilità che concepisce la vita come un eterno raggiro a cui fingere di soccombere, da subire con piena coscienza, un perenne cattivo gioco per tutti quanti i visi buoni.
Non si potrà avere una donna se non la si porta prima a ballare, se non la si riempie di regali ed attenzioni che la facciano sentire preziosa; lei “contribuirà” con l'abbandonare scuola e società, lavoro e progetti per il futuro, concentrandosi sull'unico immenso sforzo della sua vita: riuscire a godere appieno di quanto l'uomo le offra.
Ma la bella giovinezza che fa giglio di nome, presto andrà via, stringendo forte il braccio di un altro cavaliere: c'è un nuovo ballo da imparare, da qualche altra parte del mondo, ed una nuova musica da ascoltare; c'è quella curiosità per il vivere (o ripetere il vivere) che solo il nuovo (o la ripetizione del nuovo) può appagare.
Perdita di energie, tempo e denaro, poi nuova solitudine, per il nostro eroe… Diapositive di quanto vissuto assieme a lei saranno il desolante patrimonio che erediterà, in egual parte con l'amata.
La ragazza getterà subito via dalla sua mente quel fardello di ricordi; lui, invece, canterà questo amore fasullo nella sua unica canzone, mantenendo lucida l'unica rimembranza: la prima e sola volta che la prese, tra mille bugie e promesse, che Lilì ormai non ricorda più…
Ed oggi, Lilì l'ho rivista nuovamente davanti all'ingresso di tutte le scuole superiori, leggermente scostata dalla folla che, alle otto e trenta quasi, si sta già approssimando a raggiungere le aule. E' nei pressi dell'angolo dell'isolato… Resta lì, in attesa di chi sarebbe arrivato presto… Forse sarà anche di me, un giorno…

C'è qualcun altro, che canta di Lily.
Nella sua versione di questa storia, riconosco il percorso logico e narrativo inverso a quello che ho intrapreso. Anch'egli usa il trasferimento temporale per deviare le storie dalla banalità delle loro conclusioni, ma nel modo opposto: tramutando la protagonista in una dama ottocentesca. Il cantante, nel frattempo, si è trasformato in un dandy. Si crea un “passato nuovo”, nel quale i sogni d'amore del nobile homme à femmes vengono tragicamente delusi sul nascere.
Se la storia è fatta di corsi e ricorsi – cerco di intercettare il suo pensiero -, e se oggi il sogno d'amore finisce o viene negato, per il povero spasimante non ci saranno particolari conseguenze... Risanerà la piccola ferita realizzando che nessuno, neppure in passato, c'era mai riuscito…
Fantasiosa sarebbe la maniera di armonizzare la propria vita stonata con tutte le altre, ma è una trovata senza sbocco: stanco del grigio delle pareti di questa solita prigione, se n'è costruita un'altra all'interno, concentrica. Risultato: immagine del proprio (limitatissimo) mondo profondamente mutata, ma aria sempre più corta…

"Allora, come ti pare?" mi viene chiesto.
Non rispondo. Non ho osato riferirgli sul mio viaggio a ruota libera.
Questa è la prima volta che mi si accosta una canzone così lontana nel tempo, narrante, inoltre, una storia vissuta da un punto di vista e da una sensibilità a me diametralmente opposti. In un'altra situazione, cambiare frequenza era la cosa più ovvia… Al posto del vecchio cantante, avrei cercato di sfruttare la bambina un po' di più…
Che ne so, distruggere (o almeno provarci, scalfendo soltanto, nella maggior parte dei casi) il suo semplicissimo ma forte equilibrio psichico, plagiandola… Solo per divertimi un po', prima delle copiose lacrimazioni a venire…
Felice non si accontenta del mio silenzio. Improvviso qualcosa riguardo alla consapevolezza della morte di quel playboy e di tutte le sue facili gioie: nessuna bellezza fresca e giovane poserà un fiore che sia uno, sulla sua tomba. Il sabato vanno tutte a ballare, e la domenica mattina dormono: nessuna si alza in tempo e va al cimitero. Al pomeriggio, i fiorai della zona stanno chiusi. Non si può recargli visita neanche il due novembre, ché la notte prima si balla, in maschere horror e non, in tutte le discoteche, e si torna tardi, troppo tardi…
La morte di un viso buono coincide con l'affermazione di uno nuovo, del quale ci si scorderà quando i passi della danza e le note della canzone cambieranno.
E Lilì, domani mattina alle otto e mezza, sarà a scuola… Toccherà a me ed a tutti gli altri, scovarla… O procurarcene una… O ancora scansarcene
Felice sorride e conferma. Ho spiegato al mio “socio” soltanto la morale della favola che mi ero raccontata e lui, ai miei occhi, sembrava proprio conoscerla già, quella storia…
Ma ha capito cosa intendevo per viso buono?

Una seconda telefonata: casalinga residente in un paesino di mare, turismo da spiaggia...
Narra dell'invasione della gente nei week-end di primavera, dei tedeschi che vi soggiornano anche a settembre inoltrato… Si lamenta dei turisti, che fanno uso del suo mondo come fosse un oggetto tra gli altri, violentandone il mare, sporcandone le strade, rovinando l'idillio, per poi ridimensionare tanta meraviglia dentro a quattro cartoline coi saluti.
La confusione dei visitatori le impedisce la dolce poesia ed il meritato riposo dominicali. Le sue rovinose parole sono indirizzate alle bellezze nordiche – e non solo – che d'estate esibiscono i seni, ed ai tipi loschi e parecchio accaldati che infestano le strade ubriacandosi e che, tra un apprezzamento pesante e l'altro, si rendono individuabili come trappole allo scoperto.
Ed è soprattutto di notte – continua la signora – che il paese non si riconosce più: è diventato un posto pericoloso per far crescere le sue figlie. Le forze dell'ordine sono invitate a stare attenti a "quelli delle città, che vengono qui per fare ciò che non farebbero a casa loro", ai turisti stranieri che "non sanno come ci si comporta dalle nostre parti" ed ai nordafricani che "sporcano e rovinano le strade con i loro oggetti sui marciapiedi e con le loro macchine stracariche, posteggiate d'ovunque"…
Praticamente a tutti, quindi.

Mi viene facile ricordare Tiziana, una ragazza di una vicina località di mare... Al suo paese, con l'arrivo dell'estate, si assiste all'assalto di un'umanità cento volte maggiore di quella residente. Immersa, anche se contro la sua volontà, in quel trambusto, resisteva bene prendendosi le dovute distanze, contromisure.
Non andava mai in spiaggia, ad esempio, ma preferiva il lungomare in direzione opposta, che porta verso il faro, dove vengono attrappate le barchette dei piccoli pescatori…
Faceva il bagno anche da sola, senza avvertire la necessità di ritrovarsi degli amici attorno, trascurando di prendersi cura di abbronzarsi il prima possibile, ché tanto la sua pelle sarebbe diventata scura ugualmente, era solo questione di una settimana in più o in meno…
Niente radiocuffie e beach volley, occhiali da sole e creme; quando usciva dall'acqua si asciugava e ritornava a casa. Era un rapporto, quello col mare, essenziale, minimalista, naturale come un bisogno.
Non entrava nei bar e nei locali più in voga, nonostante fosse carina e ben educata: non voleva, con la semplicità della sua t-shirt salata, confrontarsi con tutte le altre ragazze, che vivono l'artificiosità dell'estate, che vanno in spiaggia non per il mare ma solo per l'abbronzatura, che la sfoggiano con eleganza e superbia sulla scoperta pelle umida d'unguenti profumosi al mondo ed al ragazzo ricco e bello che, notte per notte, sognano d'incontrare e fascinare…
Tiziana diffidava di tutte le amicizie maschili: sapeva che, in estate, ogni maschio diventa cacciatore, per status o per autocostrizione. Si asteneva anche dall'incontrarsi coi ragazzi del paese, che non disdegnano, se ne capita l'occasione, di cogliere anche un fiore del prato locale, approfittando della “confusione”…
Malgrado tutta la sua reticenza, però, anche lei pagava il dazio alla bella stagione: erano troppo belli, abbronzati, muscolosi e nudi come dèi, e poi divertiti, briosi, vivaci, per non lasciarsi andare ed innamorarsene, anche, come prevedibile, a costo di forti delusioni…
C'era chi confessava d'essere fidanzato; chi affermava d'aver preso solo una cotta passeggera, chi la considerava solo una “cosa estiva”…
"La gente – mi diceva – crede che le ragazze del paese siano in vacanza come loro, che non ci debbano vivere qui anche l'inverno".
Forse credono che qui l'inverno non esista, che la vita per Tiziana cominci a giugno e finisca a settembre…

Violenze e violazioni da subire in eterno; la stessa storia, vista con gli occhi severi di una madre e con quelli innocenti di una figlia che vorrebbe crescere…

Che tristezza, 'sta radio...
Felice ghigna, mentre io continuo a tenere il freno a mano tirato.

Un coro intona “… raindrops keep falling on my head…”
Siamo in pieno ottobre… Ho perso anche lei: a questo punto non mi resterebbe che proteggermi dalla pioggia e dal vento freddo.
La sua piccola città sarà di nuovo sprofondata nella solitudine, mentre le sue amichette finiscono di sbollentare le passioncine estive (quando la ferita fa più male la lucidità comincia a venir meno ed i ricordi pian piano iniziano ad annebbiarsi) ed i ragazzi si raccontano le avventure, tirando i loro consuntivi. Tutto ripiomba nell'incubo della pace. Soltanto lei non riposerà: la nostra brace è ancora viva, sotto le sue stesse ceneri, perché si è appiccata prima dell'estate, senza alcun bisogno dello scirocco.
Ora che mi sono congedato e che tutto è tornato alla normalità, perché non andare a trovarla, un giorno di questi?
In questo primo mese da civile me lo sono chiesto spesso senza darmi una risposta.
Allora perché no?
Perché no…

Mi ritrovo già a corto di energie, e non ho trovato nulla per affondare l'amico.
E poi Burt Bacharach non mi dispiace affatto…

E' la terza volta che interviene la segreteria: è un altro anziano che, nei momenti di maggior veemenza, si esprime in dialetto.
Ce l'ha con chi ha cambiato gli itinerari degli autobus urbani… Secondo quanto ci riferisce, nella sua città è stata tagliata la linea che passava proprio vicino casa sua e lo conduceva dritto verso un posto che non ha specificato. Adesso è costretto a fare diversi cambi e rispettare svariate coincidenze; deve percorrere anche alcuni tratti a piedi. E' troppo avanti con l'età per camminare così a lungo…
Felice attacca, come non m'aspettavo facesse più, oramai: "Lo squallore del processo di invecchiamento e di indebolimento fisico: a dieci anni a piedi, a venti in auto… A sessanta, poi, in autobus… La corsa termina a settant'anni e passa, in carro funebre". Ride.

"Con l'età indebolisce anche il peso sociale: a vent'anni facevi gli scioperi, protestavi; a quarant'anni hai una famiglia e nel nome dell'amor paterno ti prendi la briga di far sentire in colpa il mondo intero, per i disagi che avverti… Oggi ti serve una mano, e nemmeno i tuoi familiari, per cui tanto hai lottato, t'ascoltano più: l'autobus non passa e nemmeno tuo figlio".
Io, invece, mi soffermo a marcare l'energia della contestazione di quell'uomo che, alla sua età, non ha la minima intenzione di rinunciare al mercato o alla partitella a carte con gli amici ed ha sufficiente voglia di vivere per pretendere un miglioramento nella rete dei trasporti pubblici, piuttosto che rassegnarsi ed aspettare…
"Vedrai invece che il vecchietto, in fin dei conti, non ha tutta quella gran voglia di vivere che gli attribuisci. Oggi ha telefonato alla radio, è vero, ed ha fatto un figurone, di uno con le palle, ma domani, quando s'accorgerà che nulla è cambiato, che vuoi che faccia, che si dia fuoco in piazza, che s'incateni davanti all'ingresso della municipalizzata degli autobus? Solo all'idea di attendere alla fermata, salire, scendere, camminare, fare in fretta per non mancare alle coincidenze, gli passerà la voglia andare al solito bar o alla villa comunale, e se ne starà a letto, a guardare la tivù o ad ascoltare questa radio qui. E non uscirà più, vedrai".
Si ferma, Felice, ma solo per una brevissima pausa, forse per inumidire il palato; quindi riprende: "Tu hai detto che il vecchio ha “voglia di vivere”, ma non mi sembra esatto: a mio parere, si dovrebbe parlare di abitudine, e non di voglia. Abitudine perché, una volta addestrato a condurre un certo tipo di routine, l'uomo ne prova piacere, il piacere della sicurezza, di sapere ciò che sta facendo... Al cambiamento, entra in crisi d'astinenza e si ribella, chiama la radio e ci fa suoi testimoni, ci informa che le sue abitudini stanno per cambiare. Si adatterà presto, ma la cosa non gli consentirà, comunque, di vivere tanto a lungo quanto avrebbe potuto continuando a sedersi sulla panchina del parco, all'ombra di una quercia, a dare da mangiare alle colombe ed a respirare aria pulita. E' come se, per esempio, volessi – è meglio dire mi abituassi – a non mangiare: continuerei a vivere, ma per quanto? Vivrei più a lungo continuando a nutrirmi, diciamo una cinquantina d'anni in più, non credi?".
Non lo seguo, lo osservo come si potrebbe guardare chi parla una lingua mai sentita prima.
Lui non se ne accorge e, mentre vengono trasmessi gli spot, continua: "Hai capito che l'unica voglia è quella di continuare nell'abitudine. Ma l'abitudine a vivere dà longevità solo quando è buona, come quella di farsi una bella passeggiata all'aria fresca dei giardini pubblici. Si ha voglia di cambiare abitudine solo quando ci si accorge che, perseverando, si corre incontro a dei rischi: chi corre in auto andrà piano soltanto se dovesse vedere la morte in faccia, e l'accanito fumatore smetterà solo quando si renderà finalmente conto del suo continuativo autodistruggersi".
Mi lascio sommergere dalla sua filosofia.
Prende una pausa, ancora la lingua ed il palato, e ricomincia: "Loro, vogliono sapere come mai i tuoi coetanei sono morti e tu sei ancora vivo; loro, vogliono capire che cosa diavolo pretendi di concludere, stando su questo pianeta per qualche settimana ancora. Ma tu non vuoi saperne di accontentarli. La maggioranza di quelli come te se ne sono andati, l'altra restante parte sta preparandosi a raggiungerli, e non manifesta alcun segno della sua presenza… Tu, per loro, sei un paradosso, un morto che non giace e che va reclamando diritti… Che fare? Non sapendo se ucciderti o regalarti un pullman con autista di serie, hanno preferito far finta di niente, cambiare itinerario e caricare a bordo i ragazzi che devono andare a scuola e tornare a casa alla fine delle lezioni. Loro, si riempiono soltanto la mattina alle otto e ad ora di pranzo; tu alle dieci avresti bisogno di loro, ma ti trovi dall'altra parte della città, mentre, totalmente vacanti, passano e ripassano davanti ai portoni ed ai cancelli degli istituti. T'infuri, ma loro, non possono e non vogliono sentirti".
"Loro chiii?!".
"Non hai ascoltato nulla di quello che ho detto, è vero?".
"Ho ascoltato, ma non credo d'avere compreso bene tutto quanto…"
"Dimmi cos'è che non hai capito".
"Si potrebbe far prima se dicessi cosa m'è sembrato d'avere afferrato…"
"Eeevvai!" sconsolato.
"Tutti dovremmo avere le stesse opportunità nella vita, ed invece…"
Mi stacca subito la spina, non riuscendo a trattenersi: "Gli anziani sono i presidenti, sono i senatori, sono i grandi economisti, gli scienziati che sperimentano le medicine contro i mali incurabili… Sono la classe più importante ma, guarda un po' che paradosso, anche la più insignificante. Quel nonnetto ha dovuto telefonare per pregare loro, di lasciarlo sopravvivere! Deve combattere per la quotidianità della vita, e non per gli ideali né per le grandi imprese!".
Ha movimenti nervosi; ora s'alza, sembra cercare un obiettivo preciso, tra i libri e le mensole, ed il suo sguardo non ha ancora incrociato – cosa che forse sta temendo – il mio.
Abituato, Felice, ad assistere ai combattimenti molto più che a disputarli, tanto da potersi rendere conto, quasi da esperto, dell'imminente fine del match; un k.o. micidiale, quello che il vecchio pugile senza talento si appresta a subire… M'indottrina ancora, amplificando ogni poro del suo pensiero: "Questa radio è una figura allegorica della vita: cattura un fantasma e lo spedisce nell'etere, con violenza, così come l'anima di un nascituro viene afferrata, insaccata dentro un ovulo e qualche mese dopo espulsa nel mondo"…

Ascoltiamo le note del pianoforte: suonano i Queen, la canzone è la vecchia Don't stop me now. Felice adesso scalpita: "Bello! Bello! Bello come la vita! E Freddie Mercury si che è un vero fantasma, non un vecchietto qualsiasi! Con lui non è lo squallore della vita, ma lo splendore e poi l'orrore, a riecheggiare!".
Ed ancora, sempre più terrorizzante: "Se telefona il vecchio, magari… Ma come fai a non rispondere all'appello quando è Mercury a lanciarlo? E lui chiede: “don't stop me, non fermatemi, non fermate lo splendore e nemmeno l'orrore”!.
E' stupefacente come Felice sia in grado di unire tutti i pezzi del mosaico con tale velocità, ricavandone sempre un'immagine complessivamente nitida, completa, definitiva, assoluta, un istante bloccato in eterno, come un fotofinish, di cose e persone che si evolvono a grande velocità, verso la fine.
Come sappia parlare, cioè.
Alzo il tono della voce, che deve misurarsi con quella a tutto volume del cantante, chiedendo di smetterla con questa storia tutta incentrata su questa radio che, per quanto ne so, potrebbe anche funzionare da sola, non essere altro che un nastro che gira incustodito, in attesa che qualcuno venga a sostituirlo, o a staccare del tutto la corrente…
"Sarebbe proprio una dimostrazione della validità di quanto t'ho detto: la radio è un'allegoria della vita, qualcuno la attiva, la lancia nello spazio, in questo caso l'etere, e l'abbandona al suo destino. Anch'essa dovrà difendersi da loro.
Di nuovo questi qui…
"Per l'anziano loro sono gli autobus, o i potenti, o i genitori degli scolaretti, e forse pure i figli che non lo vengono a prendere; per quella signora di poco fa loro sono gli stranieri, i turisti, i villeggianti, gli extracomunitari che vendono occhiali da sole, i ragazzi che fanno il filo alle figlie… Per la radio loro sono quelli come te, che vorrebbero sminuire il suo valore".
Ed infine: "Ascoltami, non hai mai provato compassione per chi odi?".

La quarta telefonata arriva, con puntualità – sembrano solfeggi -, dopo la canzone, prima dell'annunciatore radiofonico e della solita pubblicità.
Stavolta è una giovane cassiera di banca.
Senza convinzione nelle parole, tenta di sensibilizzare a riguardo della disposizione di legge, nel suo posto di lavoro non rispettata, che vieta di fumare negli uffici e nei luoghi aperti al pubblico in generale..
Appena, tra i molteplici tentennamenti, riesce ad ultimare il suo pensiero, si ammutolisce. Riprende, balbettante, con una serie di “cioè” ed “ecco”, sottolineando che, comunque, non ce l'ha con i trasgressori: è solo, a suo dire, una “cattiva abitudine”(!).

Squilla il telefono, e Felice s'alza per raggiungere il cordless… Ne approfitto per abbassare il volume a zero e quindi cambiare anche stazione senza che se ne avveda.
Quando se ne accorgerà, penserà forse che, in fin dei conti, era ora di smetterla, spero…
Magari se ne convincerà guardandomi in faccia…
Quelle della bancaria erano le prime parole veramente dimesse, al contrario dei vecchi ribelli e della donna di paese.
Aveva chiesto di capire, d'avere compassione. La compassione per ciò che si odia.
Felice, la sua radio, l'avrebbe ibernata temporaneamente, lasciandola nel silenzio, tenendola sempre a disposizione del suo desiderio, schiava del suo gusto. Io dovrei averla abbandonata, liberata o “soppressa”, almeno per oggi, ma di certo non sfruttata a mio piacimento.

Antitetici, io e lui, che forse aveva realmente trovato la cosa grossa, e che dunque oggetto doveva restare. Allora perché tanta enfasi da parte sua? Cos'era quella strana componente? Solo finte ragioni per la sua voglia di battermi?
Anche per stavolta, in lui, il senso pratico aveva trionfato sull'ispirazione improduttiva: la radio non può dargli nulla di concreto, soltanto emozioni…
Mi avvedo del suo cinismo, e quindi della sua superiorità, soltanto adesso che l'ho visto passare dagli stati d'animo più intensi alla realtà spicciola di questa conversazione telefonica: con freddezza, trovata la novità ed affermatala su tutte le analisi contrarie, continuerà a tenersela in un pezzetto di carta stropicciata dentro alla tasca dei pantaloni. Quando la ritroverà, ricomincerà a fare il saltimbanco, fino al prossimo squillo…
Lo applaudo, bravo…
Bravo che non sei altro…

La radio, il vecchio dell'autobus e quello della pensione, Tiziana e la casalinga, la cassiera, il gagà, il nascituro… Io…
Transitivi, costretti a piegare ed a farci piegare, spesso anche tra noi, che a volte ci dimentichiamo della reciproca sintonia


Per contattare direttamente l'autoreSergio Marchi Giglio

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