ROBERTO

Roberto è morto la mattina di martedì 9 marzo all'ospedale di Firenze.
Aveva solo 55 anni, ma era ormai carbonizzato dalle sigarette e intriso di alcol. Alla fine è bastata una banalissima influenza per toglierlo dal mondo.
Roberto si dichiarava apertamente fascista ed era spavaldo e litigioso: da ragazzo lo avevano messo in seminario per farlo studiare, ma a diciott' anni era scappato e si era arruolato volontario nell'esercito.
Ci aveva resistito una decina d'anni, prima che lo mandassero via, perché ovviamente rompeva le palle. Nessuno riusciva mai a farlo star zitto. Ce l'aveva con tutti: con i ladri, gli imboscati, i profittatori, gli ufficiali, il governo e naturalmente i comunisti.
Non sopportava i comunisti, perché non credevano nella Patria. A quel tempo noi eravamo tutti comunisti, così quando ritornò in paese non sapevamo bene come comportarci con lui: teoricamente avremmo dovuto cacciarlo via e dargli magari un sacco di cazzotti. Ma eravamo compagni d'infanzia e lui, indomabile, veniva a cercarci per litigare. Così alla fine lo accettammo: ce lo portavamo dietro nelle nostre scorribande, sempre scontrandoci furiosamente a parole: ma una volta, a Livorno, lo togliemmo a stento dalle mani degli scaricatori, perché in un bar del porto si mise a cantare a squarciagola faccetta nera.
Era fatto così Roberto: gli piaceva sfidare tutto e tutti e non gli importava affatto delle conseguenze.
Qualche volta, in macchina o in luoghi sicurissimi e deserti , con riluttanza e arrossendo per l'infamia del tradimento, cantavamo anche noi le sue canzoni fasciste, che allora non si sentivano da nessun'altra parte e che non erano neppure tanto male: "….rapidi ed invisibili ,/ partono i sommergibili,/ dritti e sicuri / fuori i siluri,/contro l'immensità ....”.
Non eravamo per niente d'accordo su chi fosse il nemico: cantavamo insieme, è vero, ma ognuno pensava al suo.
Quando nei primi anni '70 vennero le manifestazioni di piazza e i blocchi stradali, arrivava sempre anche lui, che tanto essere contro il governo andava sempre bene; in quelle occasioni però lo mandavamo via, perché inquinava la nostra purezza rivoluzionaria.

Si mise a fare l'idraulico, ma lavorava poco e beveva troppo. Soprattutto fumava come un pazzo, giorno e notte.
Oltre a saper cantare era un grande ballerino e con le donne ci sapeva fare: sposò una brava ragazza, le fece fare tre figli, ma la famiglia non faceva per lui, quindi si separò e continuò a vagabondare per i bar, prendendosela con tutti.
Ormai noi eravamo cresciuti, ci eravamo sistemati, avevamo figli.
Lo evitavamo.
Non parlavamo più con lui e, a dire il vero, non parlavamo più neanche tra di noi: io poi me n'ero andato a vivere lontano. Casualmente venni a sapere che proprio gli odiati pidiessini lo avevano assunto in una municipalizzata, perché si sa, nei paesi non si lasciano i compagni d'infanzia a morire di fame. Ma se si aspettavano riconoscenza, si sbagliavano di grosso: difatti ha continuato a rompere le palle ai colleghi, ai vigili, agli impiegati, agli assessori, al sindaco.
I nemici di una vita, i comunisti veri, erano scomparsi da tempo e i rivoluzionari di una volta erano diventati cento volte più borghesi di lui.
Io sono sicuro che gli mancavano terribilmente i portuali di Livorno.
Poi un giorno, in quattro e quattr'otto, se n'è andato.
Roberto è l'unico fascista che io abbia considerato quasi un amico. E scommetterei che anche in ospedale, fin quando ha avuto fiato, ha continuato da par suo a rompere le palle agli altri ammalati, ai portantini, agli infermieri, al prete, ai medici e al primario.
Indomabile come sempre, contro i disonesti, i ladri, i profittatori, i bighelloni e gli imboscati, dei quali certamente aveva scoperto una vasta congiura negli Ospedali Riuniti di Careggi e dintorni.


Per contattare direttamente l'autore Mario Rossi

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