ANGELO

A trecento metri dalla strada sterrata, Angelo spense le luci del fuoristrada: fermo davanti all'incrocio, chiuse per qualche secondo gli occhi, poi scrutò attentamente le tenebre.
A destra, a sinistra, nessuna luce. La stretta valle boscosa era deserta: forse più tardi qualche coppietta avrebbe fermato l'auto nelle piazzole, ma per adesso la via era libera.
La Toyota entrò con prepotenza sulla ghiaia, le grosse ruote scolpite scagliarono contro i cespugli il pietrisco minuto. Mezzo miglio più avanti, Angelo riaccese i fari e accelerò verso casa.
Nella zona recintata, che aveva appena lasciato, scese il silenzio della notte: la luna velata illuminava la lunga recinzione metallica. Tra le ombre mosse dal vento, risaltava il giallo vistoso dei cartelli, appesi alla rete ogni quindici metri.
Le scritte “Pericolo!”, “Zona mineraria” e “Divieto d'accesso” s'intravedevano a stento. L'intera valle era un colabrodo di pozzi, alcuni vecchi di secoli. I più, crollati col tempo, si erano riempiti; ma altri, rivestiti in muratura, si aprivano all'improvviso nel terreno, pericolosamente mascherati dal rigoglio del sottobosco.
Quando, dieci anni prima, tutte le miniere erano state chiuse, la Società aveva tentato di mettere il territorio in sicurezza con una colmata generale. Ma le autorità si erano opposte . In omaggio alla storia e all' archeologia industriale, candidamente sognavano un futuro Parco Minerario: perciò tutti i pozzi vennero recintati e numerati.
Ma i sogni, purtroppo, rimasero sogni. La valle, rinserrata in un reticolato d'acciaio alto tre metri, costellato senza parsimonia di cartelli ammonitori, venne dimenticata.
Ogni anno, dopo le piogge autunnali, i crolli, uno dopo l'altro, accecavano i pozzi. Tuttavia erano ancora in tanti, in mezzo ai ginepri, ad esibire sulla voragine circolare un volo immobile di moscerini, come sospesi sul fiato della terra profonda.

Quei pozzi Angelo li conosceva uno per uno.
Ingegnere della Società per tanti anni, aveva avuto libero accesso alla valle e aveva eseguito i rilievi e la mappatura delle strutture. Una volta, sfidando regolamenti e divieti, si era perfino calato nella gola ovale di un pozzo medievale... scendendo tra i minacciosi spanciamenti del travertino muschioso, era arrivato sul fondo morbido e odoroso di terriccio e di foglie.
Laggiù una galleria sola aveva l'ingresso libero.
In alto, la bocca del pozzo sembrava lontana come il lumicino delle favole.
Benché abituato a stare nel sottosuolo, gli era parso allora di avvertire l'enorme pressione di quell'immenso ventre tenebroso... di fronte al cunicolo oscuro, lo aveva sfiorato il soffio di un gelido presagio....allora, temendo un attacco di panico, era risalito immediatamente.
In seguito era stato proibito a chiunque di scendere nei pozzi.
Solo una volta, un'équipe di archeologi e speleologi aveva ottenuto un permesso speciale, ma era stata quasi travolta dal crollo improvviso del rivestimento. Da allora il divieto era divenuto permanente e assoluto.

Ma per Angelo la zona dei pozzi era una specie di paradiso.
Il terreno era cosparso di mucchi di detriti e di scorie. Nei mòzzi rugginosi brillavano incrostazioni policrome, spuntavano i quarzi, si annidavano le ossidiane.
Potevano apparire blocchetti di pirite sfaccettata e grumi di ossidi dai colori irreali....
Con la sua piccozza appesa al fianco, Angelo scrutava, scalzava, esaminava, colpiva, estraeva. Era il suo passatempo preferito: testimone di tanta passione, splendeva nelle vetrine del salotto una lunga teoria di piccole meraviglie minerali.
Quando la Società aveva cessato ogni attività e lo aveva messo in pensione, Angelo si era tenuto una chiave del cancello. E ancora adesso, che nessuno sapeva più chi fosse il reale proprietario del terreno, all'insaputa di tutti e con ogni cautela, continuava a frequentare il luogo.

In garage Angelo sollevò il portellone del Discovery.
Raccolse la piccozza, la sciacquò sotto il rubinetto, l'asciugò accuratamente con lo scottex e l'appese tra le altre sulla parete.
Tolse quindi il nailon verde con cui proteggeva abitualmente la moquette del bagagliaio; ne fece una palla e lo gettò a far compagnia allo scottex nel sacchetto della spazzatura.
Sulla moquette scura, ne stese uno nuovo, stirandone con forza le pieghe. Poi richiuse il portellone. Lavò con cura i minerali che aveva trovato e li stese ad asciugare sul banco da lavoro.
A questo punto uscì sul vialetto e buttò la spazzatura nel cassonetto. Infine ritirò una lettera dalla cassetta e salì in casa.

La lettera era di Claudio, il figlio maggiore.
Timbro celeste, francobollo rosa. Ah, la Malesia....
“A Mompracem le tigri non ci sono più - pensò Angelo – ma ora ci avete le piattaforme petrolifere...”
Su una di quelle, lavorava Claudio. Telefonava poco il ragazzo, ma in compenso aveva il vezzo di scrivere lettere. Elisa le conservava tutte nel primo cassetto del comò...Non per affetto verso il figlio: non era mai stata una buona madre.
Le piacevano quei posti lontani, perché le piaceva viaggiare.
Elisa. Elisa.....Com'era bella, Elisa, malgrado gli anni! Ma egoista e superba.
Angelo aveva quasi dovuto costringerla a far nascere quel figlio. Lei non lo voleva e quando fu nato se ne disinteressò più che poté.
Così Claudio era cresciuto coi nonni e si era fatto col tempo solitario e duro. Appena laureato, se n'era andato per il mondo a inseguire il petrolio e a casa ci veniva di rado.... Elisa, Elisa .....quanti tradimenti!
Colleghi, amici, anche l'architetto del piano di sopra. Senza contare gli uomini di tutti i colori, che conosceva durante i suoi viaggi; poi, al ritorno mostrava sadicamente al marito le foto degli sconosciuti: i suoi trofei di caccia, li chiamava, sorridendo ironica e orgogliosa.
Erano anni che Angelo non viaggiava con lei. Elisa, due o tre volte all'anno, partiva da sola o con un'amica francese. Stavano fuori un mese, due mesi.
Che fastidio tutto quel cicaleccio pubblicitario prima e dopo il viaggio!
I vicini conoscevano tutti i particolari molto meglio di lui. Ci soffriva, povero Angelo, quando gli chiedevano notizie. La gentilezza era finta e intrisa di disprezzo.
Perché Angelo alle apparenze ci teneva.
Tutta la sua vita era fatta di apparenze. Non dormivano neanche più insieme...anche se questo ormai gli interessava poco: il sesso nella sua vita era stato una breve intensa fiammata.... seguita da qualche svogliato revival....poi solo cenere. Dal gelo della cortesia spuntavano tra loro soltanto poche indispensabili parole.
Alla solitudine e al dolore si fa l'abitudine e Angelo si era abituato.
Al divorzio non ci pensava nemmeno.
Solo che tre giorni prima di partire, Elisa lo aveva chiamato su in camera.
Angelo era salito subito, sperando in uno di quei rari ritorni di fiamma...
“ Ho deciso di divorziare – gli aveva sparato contro secca e dura – e mentre sono in vacanza prepara le carte della separazione. E vai subito dal notaio per la divisione dei beni...50 e 50, niente scherzi. Io non voglio più vederti. Sei un lumacone.”
In quel momento Angelo aveva sentito l'anima sgonfiarsi come un palloncino.
Ma non aveva detto niente.
Il giorno seguente le aveva ritirato i biglietti in agenzia.
In banca le aveva cambiato le lire in dollari.
Alla TIM le aveva comperato una batteria nuova per il telefonino...
Quella stessa mattina si era alzato alle tre.
Aveva tirato fuori la macchina dal garage, aveva caricato la valigia e il borsone accanto alle sue cose: Elisa era scesa subito, il treno per Roma partiva alle quattro e c'erano da fare venti km.

Solo nella casa silenziosa Angelo si versò due dita di vodka.
Il futuro senza Elisa lo spaventava.
Gli vennero i brividi al pensiero di tutte le difficoltà e i problemi che avrebbe dovuto affrontare.
Deciso ad andare a letto, si avviò alla scala e salì un paio di gradini.
Al terzo, còlto da un impulso improvviso, si bloccò e tornò indietro.
In piedi, vicino al caminetto spento, sollevò rapido la cornetta del telefono.

Accanto al borsone un topolino grigio rimbalzò all'indietro, stracciando la rada tela di un ragno filiforme, mentre dal telefonino le note metalliche della quinta di Beethoven s'inseguivano e rimbalzavano, spezzandosi come punte d'aghi sulle scabre pareti del pozzo N. 11.
Laggiù, contro il fondo nero, sotto l'intaglio netto e profondo della ferita, due occhi si spalancarono sul volto insanguinato.
Il corpo riverso e disarticolato ebbe un fremito... per qualche istante una vibrazione agitò impercettibilmente le dita della mano destra.
Poi il telefono tacque.
Il cuore di Elisa si fermò.

Nella valle solitaria, tra i ginepri bagnati di luna, tremava il canto smemorato dei grilli.


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