BAUBAU

Ho sempre invidiato quelli che parlano le lingue.
Dev'essere bello andarsene in giro per il mondo, con la ragionevole sicurezza di capirsi con i simili e i dissimili.
Io parlo solo un po' di francese, quattro parole d'inglese, due di spagnolo, tedesco zero... Però in compenso abbaio.
Avete capito benissimo: tra le mie poche e sconosciute virtù, in effetti c'è quella di abbaiare come un cane. C'è poco da ridere, signori miei. Il linguaggio canino è ricco, complesso, pieno di sfumature. Esprime stati d'animo, comunica informazioni, blandisce, minaccia, ride, piange, adora.. Ed è assolutamente universale. Trasversale a razze e religioni. Cani cristiani, mussulmani e buddisti si intendono benissimo. E' anche un idioma ideale per cantare in coro, a tutti sarà capitato di sentire polifonie canine appassionate e commoventi. Ecco, il linguaggio dei cani, io lo parlo proprio benino. Latro, ùggiolo, guaisco, ringhio, ululo, con molta disinvoltura.
Ci sono giorni che mi sento proprio un cane.
Abbaiare è per me una specie di seconda natura, un'abilità istintiva, che trovo assai gratificante, anche se sostanzialmente priva di applicazioni pratiche.
A dire il vero mi serve soprattutto per scatenare furiose cagnare nei canili che incontro durante le mie passeggiate.
Oppure, protetto dalle tenebre, per provocare nottetempo, con ingiurie e minacce, i borghesissimi cani dei vicini e mandargli di traverso tutti i barattoli di Fido, Happy Dog & Company, che ingurgitano quotidianamente con sommo spregio dei colleghi affamati nel terzo mondo.
Queste sono attività senz'altro meritorie, ma, a ben guardare, è roba di routine.
Certo, capitano talvolta esperienze esaltanti. Anni fa, per esempio, in una città dell'Est (era una splendida notte senza luna), accadde che mi mettessi a guaire acutamente dalla finestra della mia camera al quinto piano; capitemi, ero triste, lontano da casa, mi sentivo solo...
Ed ecco, quasi per miracolo, eserciti di cani randagi che cominciano ad ululare fraternamente tra i grigi fabbricati, in un crescendo senza fine...
Fu bellissimo e consolante vedere centinaia di finestre che si accendevano, una dopo l'altra, sulle livide facciate degli sterminati palazzoni...
Altre volte, in tempo di caccia, mi è grato lanciare ritmati scagni nei viottoli in mezzo alla macchia: accorrono quasi sempre gruppi di cacciatori trafelati... Io sono un cacciatore pentito e di conseguenza spietato: perciò spedisco i fucilieri sulle salite più ripide e impervie, ad impazzire vanamente sulle orme di inesistenti cinghiali.
Non posso negare che questa mia attività latratoria, per quanto innocua, comporti qualche rischio. E' evidente, con l'intolleranza che c'è in giro, che esercitare un sì nobile passatempo esige che la mia arte rimanga segreta. Altrimenti lo spasso naufragherebbe nell'ignominia e sarei a buon diritto trattato come un cane. Qualora accadesse, non potrei neppure lamentarmi più di tanto. Dunque equilibrio, attenzione, tatto e circospezione sono indispensabili.
Questo pomeriggio, per esempio, l'ho scampata bella...
Abbaiavo sommessamente, appostato dietro un recinto di assi: c'era dall'altra parte un bel pastore maremmano, che vigilava una decina di pecore; mi era venuta l'idea di scambiare quattro chiacchiere con lui e volevo fargli scherzosamente bausette! quando si fosse avvicinato... Ed ecco che ho visto volare in aria, al di sopra della staccionata, una gran forconata di fieno...Lo sgomento che mi ha preso! Dunque il padrone era là dietro... per forza mi aveva sentito...E difatti eccolo affacciarsi curioso, impugnando fieramente il forcone e lanciando per ogni dove occhiate ostili, in cerca del quadrupede disturbatore. Ahimè. Eravamo in mezzo ai campi. Nel raggio di chilometri intorno c'ero solo io. Il tizio mi ha guardato stranito. Poi, con voce incerta, è giunta l'inevitabile domanda:
"O questa? Ma ... era lei... che abbaiava?"
Sapete, a volte, quando mi trovo con le spalle al muro, mi viene spontaneo passare all'attacco. E' una tattica disperata, un tentativo di sconcertare l'interlocutore, un modo per riprendere in qualche modo il controllo della situazione. Questa era davvero un'assoluta emergenza..
"Si capisce "- ho ammesso serafico.
Il pastore (uomo) si grattava la testa, interdetto. Allora, con l'aria di offrire al suo impaccio un'ancora di salvezza, ho buttalo lì: "Ma guardi che sono le sette e venti". Il pecoraio, un tipo segaligno, coi capelli tinti (o il parrucchino, non so) non ha trovato di meglio che perdersi poeticamente nella contemplazione dell'infinito. Allora, visto che la cosa stava funzionando, ho pensato fosse giusto incalzarlo:
"Lei lo sa, non è vero, che dopo le sette si può?"
E il poveraccio, fissandomi smarrito: "...Si, no, ma io dicevo, lei perché..."
Quando il toro è imbambolato, in ogni corrida che si rispetti, scatta la stoccata finale:
"Guardi, caro signore, c'è scritto chiaro e tondo nell'Ordinanza del Sindaco. A norma di legge, se volessi, a quest'ora potrei fare anche il gatto, l'asino, l'istrice e il tasso... Ma il tasso, se non le spiace, glielo faccio domani. Adesso vado proprio di fretta"
Gli ho voltato bruscamente le spalle e l'ho piantato lì, tra l'indifferenza lanosa del gregge.
Spero di avergli confuso le idee a sufficienza; con la sensazione o il sospetto di aver fatto una figuraccia, probabilmente se ne starà zitto. Mi sa che anche per questa volta ho avuto fortuna.... Certo che d'ora in poi dovrò girare alla larga da quello steccato... E ogni possibilità di dialogo col candido maremmano è tramontata per sempre.


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