Nicola Rizzato ha 25 anni e si sta laureando in giurisprudenza; scrive articoli di opinione e ci propone alcuni suoi pezzi: sono articoli interessanti, da leggere con attenzione!

Storia: maestra di vita?
Ma la guerra è l'unica soluzione?
Non so se il riso o la pietà prevale
Democrazia in declino?
La diga del Vajont

A proposito della guerra

Chissà come mai, nonostante la grande distanza, il suono delle sirene che annunciano l'ennesimo e imminente attacco aereo su Baghdad sembra così vicino, così reale. Dipende tutto dalla copertura televisiva degli eventi. Le immagini e i rumori che le accompagnano corrono veloci attraverso i tanti cieli del mondo e ti portano a casa la lotta, quasi a dirti: "Era questo quello che volevi accadesse?" Non lo so: sono un uomo anch'io e, per questo, non ho mai capito se voglio la pace o la guerra. Non so più che differenza fa e non ho voglia di prendere parte ad un conflitto ideologico mai stato così ridicolo. Negli ultimi giorni, ho assistito al progressivo deterioramento delle umane facoltà intellettive: falchi e colombe hanno dato vita ad un confronto dialettico sterile, imbevuto di retorica e di luoghi comuni, infarcito di continui appelli ad un passato che tutti sembrano conoscere solo quando fa comodo. Si è trattato di un confronto retto da toni melodrammatici, da visioni apocalittiche, dall'angoscia per il futuro, dai mille dubbi sul dopo e sul domani, dalla polemica fine a se stessa. Il sonno della ragione genera questi mostri, mio caro Goya: i tuoi mostri, al confronto, erano antipatiche creature della fantasia e bestie assai meno pericolose delle nostre. Le nostre bestie ci hanno portato a questo punto: tutte hanno dato il loro contributo, in un modo o nell'altro. Coloro che volevano la pace hanno dato argomenti a coloro che hanno deciso la guerra: si sono fermati allo sciocco sventolio di bandiere colorate, a forme di disobbedienza per le quali si riesce appena a provare pietà, a dibattiti improduttivi, allo sfoggio di idee pregne solo di politica e di bieco filosofismo di maniera. Coloro che hanno deciso la guerra lo hanno fatto cento e più giorni prima che qualcuno, dall'altra parte, se ne accorgesse: si sedevano al tavolo della mediazione internazionale e, al tempo stesso, inviavano truppe ai confini; davano udienza a grotteschi ispettori e, contemporaneamente, assecondavano le mosse dei loro generali.
Da secoli, temi quali la pace e la guerra alimentano quel goffo idealismo occidentale fatto di principi, di astrazioni, di fughe metafisiche, di mondi fatati dove vivono i folletti e gli unicorni: ebbene, la guerra non si ferma con gli arcobaleni dipinti e la pace non si costruisce sull'utopia del dialogo tra i popoli o della convivenza universale. Gli eterni dibattiti tra interventisti e oppositori hanno avuto il sapore del tentativo di nascondere l'amara verità delle circostanze che hanno condotto all'esplosione del conflitto: nulla è più vero delle cose e le cose non sfuggono a chi ha il coraggio di guardare più in là, oltre la nebbia soporifera generata dai maestri della retorica. Le cose ci dicono che Saddam è una creatura partorita dall'occidente e lasciata libera di agire per tutto questo tempo; le cose ci dicono che le Nazioni Unite sono una istituzione inutile; le cose ci dicono che l'esasperazione del popolo iracheno è legata ad un pesantissimo embargo ultradecennale deciso dai vincitori con leggerezza e senza riflettere troppo sulle conseguenze che da esso sarebbero potute derivare; le cose ci dicono che il rais è lì da un pezzo e che accorgersi solo ora della sua presenza è tanto tragico quanto risibile; le cose ci dicono che lo strapotere degli Stati Uniti esiste perché non esiste l'Europa; le cose ci dicono che siamo in guerra da giorni e che la storia ha tolto la parola ai cortei; le cose ci dicono che occorre darsi da fare per evitare che il domani sia peggio dell'oggi.
Finirà anche questa guerra: essa non è che l'ennesimo colpo di coda della storia dell'uomo, l'ultimo esito drammatico di un conflitto che ha radici profonde, non il primo né l'ultimo degli eventi funesti che da sempre minano le fondamenta delle civiltà.
La verità è difficile, ma è pur sempre la verità: di essa va preso atto, giacché è davvero impensabile credere di poter cambiare un mondo malato senza prima aver respirato a pieni polmoni il male che lo affligge e almeno tentato di spiegarne l'essenza.
La verità è semplice, pura: non occorre scomodare teoremi e teorie, non occorrono dialoghi sui massimi sistemi né parole che sanno di antiche divinazioni.
La verità è presto scritta: tutti noi, a prescindere dalle nostre inutili bandiere, siamo responsabili di questa guerra e di quelle che la hanno preceduta. Noi, con il nostro pressappochismo; noi, con la nostra ottusità; noi, pronti ad assalire con sassaiole i fast food dove abbiamo appena mangiato; noi, che manifestiamo contro gli Stati Uniti se un assassino viene legittimamente condannato a morte ma siamo pronti a prendere a calci un marocchino che ci entra in casa; noi, che la guerra la facciamo negli stadi di domenica; noi, che sventoliamo la bandiera rossa credendo che il comunismo sia stato un modello di buon governo; noi, che la superpotenza contro la quale protestiamo ce l'abbiamo addosso, in tasca e in casa; noi, che crediamo che i salotti siano il luogo ideale dove discutere dei mali del mondo, tra una pausa pubblicitaria e un film western; noi, che fino a qualche anno fa guardavamo in tv i robot massacrare gli alieni, e ci piaceva un sacco; noi, che con la pancia piena e il conto in banca ci rattristiamo per la sorte degli iracheni e pretendiamo che, a fare qualcosa, sia quello stesso organismo internazionale che ha consentito a Saddam di sopravvivere e di ammazzare almeno un milione di persone.
Nemmeno io volevo la guerra, se è questo che bisogna dire per stare dalla parte dei buoni. Eppure, quel vecchio, decrepito, demoniaco carnefice che indossa la divisa del suo partito è là che sorride, seduto su ciò che rimane di un popolo senza libertà e senza dignità. Quel vecchio nulla ha fatto per evitare ciò che sta accadendo. Certo, la sua testa non vale il sacrificio di un solo uomo; ma è lontano il tempo in cui, per evitare i morti, si affidavano le sorti del conflitto ad uno scontro tra cugini. Una cosa simile accadde quando a Roma regnava Tullio Ostilio. Leggende legate ad un mondo di dei provvidenti e di eroi dalle nobili origini: un mondo che non somiglia per niente a quello in cui ci è toccato di vivere.



Storia: maestra di vita?

Chissà quanti ministri, quanti politici, politologi, esperti e opinion leader trepidamente attendevano il discorso di Powell sui misfatti di Saddam. Ebbene, dopo il fatidico discorso, l'alba della guerra in Iraq resta uguale a se stessa, a come era ieri e a come sarà domani, un attimo prima dell'ormai pressoché certa invasione.
Sembra davvero di essere dentro il noioso film tratto dall'ultimo romanzo thriller: l'antico nemico che torna a farsi prepotentemente sentire, l'eroico figlio dell'eroe che lo aveva già battuto, i colpi di scena annunciati che si rivelano un bluff, gli amici convinti e quelli un po' incerti. Ci sono tutti in questo tristemente realistico racconto che potremmo intitolare “La vigilia della guerra” o “La crociata del nuovo secolo”: un nuovo episodio della serie le cui prime riprese si sono girate in Afghanistan e che ha a che fare con la pace solo nel nome.
Ci era stato detto che le cose sarebbero andate per le lunghe: infatti, è da quel terribile 11 settembre 2001 che, nella sostanza, il mondo è in guerra. Di guerra e di terrorismo non si è mai parlato e discusso così tanto. Ci si è persino dimenticati in fretta di Bin Laden e si è rinverdita la questione Saddam: ma dov'è il famigerato sceicco? E, già che ci siamo: perché quel Saddam è ancora vivo? Insomma, nel 1991 gli americani lo avevano in pugno: non potevano farla finita subito? Quelli che la storia la scrivono come se fosse un romanzo di fantascienza dicono che l'occupazione di Baghdad e l'uccisione di Saddam avrebbero causato uno squilibrio di poteri nel Golfo e avrebbero dato vita a maggiori problemi; altri dicono che Bush senior non aveva un candidato alternativo a Saddam: se lo avesse avuto, avrebbe compiuto il passo. Perché non ha regalato l'Iraq ad un amico? Avrebbe potuto mettere sul trono un uomo qualunque che, in cambio, avrebbe dato via i pozzi petroliferi e gli annessi diritti di sfruttamento alle compagnie americane: magari, avremmo evitato la nuova guerra.
Fa riflettere la circostanza che, poco più di dieci anni dopo, si riproponga la questione irachena: questa è la prima grande vittoria di un regime liberticida che, nonostante l'eclatante sconfitta subita sul campo e le pesanti sanzioni delle Nazioni Unite, non ha ancora smesso di “fare la linguaccia” all'America. I principali responsabili della Guerra del Golfo sono ancora lì: Saddam tiene in pugno il paese, Aziz è ministro degli esteri proprio come lo era quando accusò il Kuwait di aver rubato petrolio. Eppure, la guerra del 1991 che, in realtà, fu poco più di una scaramuccia, non fu una delle tante idiozie di fine Novecento: a differenza dei grandi conflitti che avevano segnato il secolo e che continueranno a costituire una desolante prova della stupidità umana, la mediatica Gulf War si presentava come rispettosa del diritto internazionale, essendo la reazione ad una ingiusta aggressione nei confronti di uno stato sovrano.
Nessuno dubita che la guerra rappresenti uno dei principali motori della storia. Tutti sanno che il nostro passato è stato scritto dai politici ma costruito, nei suoi tratti essenziali, dai generali. In tal senso, essere per la pace a tutti i costi significa misconoscere la tanto tragica quanto lucida, incancellabile e inesorabile verità che sta dietro di noi. Il pacifismo pecca per eccesso al pari del militarismo: da questo punto di vista, i figli dei fiori e i guerrafondai si somigliano. Ciò non significa che non si possa e non si debba sperare nella pace: è dovere dell'uomo dotato di buon senso credere fortemente nella pace e battersi in nome dell'aspirazione ad una convivenza universale. Voglio dire: della guerra non possiamo fare a meno, ma sforziamoci di farne un uso misurato e serviamocene esclusivamente per difendere la pace. Le guerre di conquista, le guerre preventive, le guerre di ritorsione sono l'epifania dell'ingiustizia e del non senso: sono aggressioni che ricacciano l'uomo indietro, sono inni alla violenza che riesumano antichi spiriti di morte. Sarà banale e ripetitivo, ma continuiamo a fare finta di niente: continuiamo a fingere di dimenticare il passato e le ombre che lo caratterizzano. Ripetiamo, ad ogni piè sospinto, che Napoleone subì la sconfitta perché ignorava la storia, che Hitler subì la sconfitta perché ignorava la storia: e noi? Forse che noi dimostriamo, in giorni così nefandi e tenebrosi, di avere imparato qualcosa?


"Non so se il riso o la pietà prevale"

Ho appena letto il giornale di oggi e accendo la televisione. Il satellite mi offre, da qualche tempo, la straordinaria opportunità di conoscere il mondo più da vicino: mezz'ora appena e ho già preso atto della cronaca internazionale da più prospettive.
La CNN è una fonte inesauribile: peccato che, in Italia, canali così non se ne vedano. Da giorni, la maggior parte delle reti americane ha gli obiettivi puntati sull'Iraq. Soffiano venti di guerra. Anche il mondo non sta affatto bene e gli inglesi sono in prima linea nel farlo intendere: la presenza di economisti nelle news britanniche è salita notevolmente. Le tv arabe si concentrano su Osama e Saddam ma c'è spazio anche per Bush, il diavolo. In Russia, tra Cecenia e Georgia ce n'è abbastanza per riempire l'agenda dei cronisti. E poi, a Mosca è appena esploso uno scandalo che coinvolge anche il Cremlino. Le reti nordafricane parlano di un terribile naufragio, i giapponesi sono alle prese con i loro consueti problemi di crescita. In Italia, scandali a parte, si riflettono preoccupazioni, angosce varie.
Tutto il mondo è paese.
Poi, improvvisamente, passo al canale 210.
Si tratta della rete che trasmette da Montecitorio: la seduta è appena iniziata, ci sono le interrogazioni e le interpellanze. Come spesso accade, i banchi sono pressoché deserti. C'è un ministro che sta rispondendo ad un deputato dei verdi e ad un diessino. I due hanno proposto due interrogazioni analoghe. Tra qualche ora, il ministro dell'economia presenterà la Finanziaria. Butto un occhio sul giornale ancora aperto. C'è un articolo che parla della crisi mediorientale. Brutta faccenda: stiamo rischiando grosso, bisogna stare attenti.
"Di cosa stanno discutendo?" mi chiede mamma portandomi una tazza di caffè. Effettivamente, i toni sono da discussione animata e così alzo leggermente il volume. Sento il nome di Italo Balbo, aviatore, morto nel 1940 a causa di un errore della contraerea italiana che lo colpì in Libia. Mi chiedo per un attimo se si tratti di una seduta alla presenza di studenti: magari alla Camera si sta facendo una lezione di storia. Non è così. Scopro che l'aeronautica ha intitolato non so che cosa a Balbo (una strada? una piazza? un monumento?) e che i due deputati se la sono presa e hanno presentato le loro rimostranze. Il ministro dice che l'autorizzazione l'aveva data il governo precedente e legge le dichiarazioni di un predecessore, sottolineando che si tratta del discorso tenuto proprio in occasione dell'inaugurazione dell'intitolazione. Il discorso va avanti per una decina di minuti, poi il presidente di turno si rivolge agli interroganti e questi lamentano la loro insoddisfazione con animosità e coinvolgimento. Dicono, i due, che è aberrante concedere che si dedichi qualcosa ad un fascista (Balbo ebbe la sfiga di nascere nel 1896, di essere un buon aviatore e di incontrare Mussolini nella sua strada). Volano parola grosse: revisionismo storico è la più preoccupante. Mi viene da ridere di gusto a sentire i comunisti che parlano di revisionismo storico. Anche mia madre ride e se ne esce con una colorita battuta in dialetto, tipo "il revisionismo lo avete inventato voi". Uno dei due ha addirittura avuto il tempo di andarsi a cercare una pagina del diario di Balbo, onde oscurarne il nome. Legge l'estratto, senza citare fonti, senza premesse, così com'è. È una brutta pagina perché si parla di un fattaccio – la distruzione di una sede delle cooperative socialiste – e Balbo si dichiara contento della cosa. Guarda caso, molti comunisti hanno dichiarato di essere contenti per il crollo delle Torri Gemelle: ma questo, probabilmente, è un altro discorso.
La cosa continua per mezz'ora: Balbo fascista, Balbo camerata, Balbo non bisogna neanche ricordare che è esistito perché è un brutto esempio.
Questo non è, forse, revisionismo storico?
La discussione si amplifica: uno dei due si chiede quale sia il motivo per cui si intitolano piazze e strade alle persone e si risponde dicendo che si fa per fornire al presente un modello. Un po' come si fa per Stalin o per Castro, insomma. Modelli di assoluta purezza. Balbo è un fascista. Non è un pioniere dell'aviazione. Non è neanche un uomo: è un fascista e basta e i fascisti sono come gli impestati. Bisogna cancellarne il nome. C'è tempo anche perché uno dei due deputati lamenti che la Resistenza è poco ricordata. Evidentemente, è vissuto in Australia negli ultimi cinquant'anni.
Guardo mia madre che, nel frattempo, si è seduta accanto a me. "Tu cosa ne dici?" le chiedo.
Non mi risponde. Prende il telecomando, trova un canale in cui si parla di fame, di malattie del mondo e di guerra. E' in lingua inglese. Ma è sempre meglio del canale 210.



Ma la guerra è l'unica soluzione?

Quando Saddam invase il Kuwait e i Paesi dell'ONU intervennero legittimamente per ristabilire l'ordine violato, io avevo tredici anni: si trattò della prima guerra in diretta televisiva e, per questo, ricordo bene l'evento.
Se la memoria non mi inganna, la Guerra del Golfo segnò persino la nascita di uno dei telegiornali di Mediaset.
Ricordo gli inviati al fronte, il primo attacco, il generale Schwarzkopf, Desert Shield e l'offensiva terrestre.
Fu la prima volta che vidi i bombardieri americani, quelli invisibili ai radar; per la prima volta, realizzai che esiste la guerra e che gli uomini non sempre si amano e non sempre amano la pace.
Per uno della mia generazione, la guerra era roba vecchia: orrori ed errori di un passato tristemente recente che la comunità internazionale si era promessa di non rifare, attraverso la creazione di organismi ed istituzioni e attraverso l'apparente diffusione di un clima di distensione e di serena convivenza.
Confondevo la guerra con le grandi guerre del secolo in cui sono nato: la guerra era solo quella degli Austriaci contro i Tedeschi e degli Alleati contro il nazifascismo; era quella dei nonni che l'avevano vissuta e la raccontavano con gli occhi e le parole di chi non ne aveva capito granché; era quella che si studiava sui libri che, il più delle volte, ne facevano una questione tutta politica.
Eppure, con il Golfo, anch'io ho visto la guerra. Una guerra assai differente da quelle restituiteci dalla storia: niente a che fare con Waterloo, Solferino, Verdun, Stalingrado o El Alamein. Una guerra soprattutto di aerei e di missili, con pochi eroi da celebrare e poche missioni da glorificare. Il primo attacco fu quello del 17 gennaio e il 24 febbraio era tutto finito. Finito per la storia e per chi fa incetta di date: in verità, da allora, la gente continua a morire e la situazione non è affatto cambiata. Quando c'è di mezzo la guerra, le leggi occidentali e la nobile Legge islamica non hanno nulla di salvifico: la gente muore a prescindere dagli dei onorati.
Non voglio trastullarmi in facili dietrologie: non intendo discutere di uranio impoverito, mutilati, affamati. Si tratta di “numeri” facilmente reperibili e che, a quanto sembra, più di tanto non fanno inorridire. E non voglio nemmeno inveire contro chi deliberò il massacro degli iracheni: nel Golfo, si combattè una guerra in reazione ad un'arbitraria e illecita invasione a danno di uno Stato indipendente e sovrano. Una guerra giusta, direbbero i cultori del diritto internazionale.
Oggi, il discorso è un altro. Dieci anni dopo, ci ritroviamo a discutere su una possibile guerra contro lo stesso nemico di dieci anni fa. Non è la stessa cosa. Oggi, quel nemico non ha invaso stati sovrani: contro di lui, ci sono meri sospetti. Si tratta di sospetti che si potrebbero avere contro chiunque: crediamo, forse, che le armi di distruzione di massa le costruisca solo un dittatore mediorientale? Che solo lui abbia i mezzi per assemblare una bomba atomica? Che solo lui sia militarmente attivo? Peraltro, guardiamoci intorno: le torri gemelle sono cadute in meno di due ore per effetto di uno schianto di aerei di linea americani guidati da un manipolo di suicidi. In sostanza, a fare i morti basta poco.
E' assai complicato individuare un valido motivo per giustificare l'eventualità di un conflitto militare in Iraq: anche il più accanito guerrafondaio è costretto a cedere di fronte a chi gli chieda una ragione plausibile. Eppure, è inevitabile rintracciare una spiegazione, a meno che si accetti l'idea aberrante che le ragioni non esistono quando si tratta di deliberare massacri. In verità, si rifletta su alcuni punti. In primo luogo, siamo nel mezzo di una crisi economica dai contorni ancora misteriosi: una guerra è certamente in grado di dare una spinta alla crescita e lo testimoniano insigni studi pubblicati di recente su molti quotidiani. In secondo luogo, la guerra distrae da tutto il resto, ossia da un insieme di cose che il mondo non sta risolvendo. Ancora, la guerra contro Saddam porterebbe, stando agli intenti degli aggressori, ad un azzeramento della dittatura irachena: il che significa azzeramento dei recenti accordi internazionali legati allo sfruttamento petrolifero, accordi che piacciono a Francia e a Russia e che non piacciono agli Stati Uniti. Che dire poi degli effetti sul consenso? La guerra rinvigorisce gli spiriti nazionalisti, anima lo sventolio delle bandiere, stringe un popolo attorno al leader di turno.
Io non sono contrario alla guerra ma la storia insegna che esistono guerre inopportune, ingiustificate e evitabili. Quella che va profilandosi è inopportuna, ingiustificata e evitabile: ha tutte le carte in regola per essere definita una guerra di aggressione, contraria ai principi accolti dalla comunità internazionale e contraria al buon senso. Guerre così impongono una tesi terribile: l'uomo non ha ancora imparato a difendere la pace e si ostina a combatterla, nonostante il mare di sangue che inonda le pagine della sua storia.



Democrazia in declino?

Secondo un autorevole studio, il 62% degli Stati della comunità mondiale risponde ai criteri che identificano le nazioni libere. In sostanza, più della metà del pianeta è costituito da Stati democratici, almeno sotto il profilo formale.
Tutto sommato, non si tratta di un dato sensazionale: basta invertire il ragionamento per poter comodamente affermare che quasi il 40% delle nazioni sovrane attualmente non appartiene al novero delle democrazie.
Insomma, sarebbero sufficienti un paio di golpe in quei paesi dove la libertà è ancora un fragile germoglio per pareggiare i conti: in ogni caso, restaurazioni a parte, non viviamo in un mondo completamente libero e la constatazione è, di per sé, sintomatica di una chiara difficoltà di allargamento dell'idea di democrazia.
Insomma, anche la globalizzazione politica appare un miraggio: di fatto, le prospettive di un orientamento verso la democrazia di intere regioni del mondo è lontano anni luce dalle cronache.
Il paese più popolato della terra è e rimane uno stato governato da un partito unico: la sua capitale, Pechino, avrà tutta l'importanza economica e commerciale che si vuole ma ciò non libera quello Stato da una dittatura strisciante e priva di aperture democratiche. E che dire di molte aree dell'Asia centrale, del Medio oriente, dell'Africa?
I più ottimisti potrebbero contentarsi del fatto che, comunque, la democrazia gode di una sostanziale maggioranza e che questa è destinata a crescere con lo sviluppo del benessere e con il superamento della soglia di maturità politica da parte delle regioni ancora refrattarie al sistema. D'altra parte, si dice che l'approdo ad un'autentica forma democratica richiede tempo. La storia dell'Europa è, con ogni probabilità, la prova più chiara di quanto lungo sia stato il parto della democrazia.
Allora è questione di tempo?
Non credo.
La democrazia non è ascrivibile al catalogo degli eventi dominati dal determinismo.
Essa è un'eventualità, un'alternativa a tutte le altre forme di stato.
Gli uomini non nascono per essere necessariamente liberi: essi divengono liberi quando accettano di sciogliersi dalle catene della paura e dell'ignoranza, quando si battono contro l'intolleranza e il privilegio, quando rinunciano altruisticamente all'egoismo sfrenato e consentono di condividere diritti e doveri con i loro simili.
La democrazia è un atto di volontà: è intendere la libertà non più come un semplice traguardo da conquistare ma come un bene da distribuire, secondo regole uguali per tutti. E tornando alla storia dell'Europa, quel parto democratico non fu soltanto lungo, bensì difficile e sofferto: i più grandi stati del continente dovettero subire il giogo della dittatura e il peso della lotta violenta e sanguinosa prima di poter risorgere quali paesi orgogliosamente liberi e democratici.
In poche parole, la democrazia non si conquista, ma si costruisce: essa non rappresenta un traguardo, ma un punto di partenza. Per questo, le rivoluzioni non sono una fase prodromica alla democrazia: le rivoluzioni, quando riescono, consentono l'abbattimento di un sistema che, nella maggior parte dei casi, è giudicato oppressivo da una determinata classe sociale, la quale intende sostituirsi al potere precedente.
Così fu in Francia nel 1789, così in Russia nel 1917.
Il fatto che simili eventi ricevano le patenti della liberazione e della libertà non deve confondere l'osservatore attento: la libertà è un presupposto della democrazia ma, a ben vedere, da sola non basta. Ben si attesta l'idea di libertà allo Stato liberale classico: tuttavia, sul fatto che quest'ultimo fosse uno stato democratico vi sono dubbi più che legittimi. La divisione dei poteri o il principio di legalità dell'amministrazione non sono, da soli, testimonianza di democraticità.
Scrive Mario Bertolissi, a proposito dell'Italia liberale vigente lo Statuto albertino (1848):
“Lo Stato liberale, quando parlava di libertà, ne parlava in senso puramente formale. Parlava di libertà solo per quelli che potevano averla. Parlare di parlamento come espressione di libertà era più che altro una parola perché, secondo lo Statuto albertino, i senatori erano di nomina regia e deputati potevano essere solo coloro che avevano la possibilità di vivere a proprie spese a Roma durante le sessioni parlamentari e il suffragio era concesso solo a coloro che godevano di un certo censo” (Lezioni di diritto pubblico generale, pag. 408).
Non è questa la sede per trattare dei principi che informano uno stato autenticamente democratico, né per impreziosire il concetto di democrazia attraverso le mirabili definizioni di storici, giuristi e filosofi famosi. Mi chiedo, piuttosto, se all'allargamento della democrazia di cui al dato descritto in apertura corrisponda o meno un rafforzamento dell'idea democratica. La domanda, stimolata da un recente pregiato articolo apparso sul Sole-24 Ore e firmato da un eccellente Piero Ignazi, sorge spontanea non appena si ponga mente, da un lato, a quanto sta accadendo in quei paesi tradizionalmente definiti democratici, cui appartiene anche l'Italia e, dall'altro, a recenti eventi internazionali che hanno riproposto tematiche scottanti quali lo sviluppo sostenibile, le relazioni tra stati, la lotta al terrorismo, la crisi economica.
Sotto il primo dei due profili indicati, vanno inseriti fenomeni caratterizzanti il presente e il passato recente delle democrazie occidentali: credo si tratti di fenomeni che testimoniano una certa incapacità di gestione della democrazia da parte di coloro che, nel nome di libere elezioni, sono chiamati a reggere le sorti dei paesi che governano. Mi vengono in mente gli svilimenti di alcuni alti valori democratici intervenuti qui e là: l'annientamento di una intera classe politica da parte dei magistrati italiani agli inizi degli anni '90 in nome di una legalità dai contorni ancora misteriosi, la compravendita dei deputati durante la precedente legislatura, i ripetuti tradimenti alla volontà popolare manifestatasi attraverso la sostanziale abrogazione di alcuni referendum, le ripetute violazioni alla riservatezza, l'uso indiscriminato della carcerazione preventiva, il campo di prigionia di Guantanamo dove si consuma un quotidiano attentato ai diritti inviolabili dell'uomo, compreso il diritto di difesa, la messa al bando, in Spagna, di un partito rappresentato nelle istituzioni, lo stesso conflitto di interessi che, lungi dal dover rappresentare un gratuito pretesto per aggredire politicamente un avversario, corrisponde ad un fenomeno rispetto al quale v'è il naturale bisogno di intervenire onde evitare che, quando si è chiamati a decidere le sorti di un'entità distinta dalla propria persona, si decida in considerazione del proprio profitto. D'altra parte, spaventa una recente dichiarazione del nostro Presidente del Consiglio dei Ministri, secondo il quale la sinistra non è ancora democratica: che si tratti di una battuta dal chiaro sapore politico o di una convinzione personale non importa, perché si tratta, in ogni caso, di una considerazione pesante, per autorevolezza della fonte e per contenuto.
Viene da chiedersi se antidemocratico sia il comportamento di alcuni esponenti dell'opposizione o se l'attributo riguardi l'opposizione in sé. Di fatto, coglie alla sprovvista la leggerezza con la quale, da parte di molti, si concede e si toglie la patente di democrazia.
Sotto il profilo delle vicende internazionali, penso alle “cifre” emerse durante il vertice di Johannesburg: un dato emerge su tutti gli altri, ossia l'aumento della povertà nel mondo, cui sembra corrispondere il triste fenomeno della concentrazione del potere nelle mani di pochi e la conseguente dipendenza politica ed economica di ampie fette del pianeta.
Se la democrazia si regge sulla libertà, questo vale anche dal punto di vista economico: quando le risorse non sono frazionate e disponibili, è difficile costruire una vera democrazia.
Certo, non mi considero esponente del partito degli assistenzialisti, né credo che la responsabilità per le sorti del mondo ricada tutta sui cosiddetti paesi ricchi: eppure, trovo quanto meno discutibile che si sia giunti al vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile senza una piattaforma comune e che vi sia stata la diserzione del paese che, oltre ad aver già stracciato il protocollo di Kioto, è uno dei responsabili dello stato di salute della terra.
D'altra parte, mi preoccupano, da un lato, l'atteggiamento guerrafondaio degli Stati Uniti e, dall'altro, il sempre più diffuso sentimento antiamericano che si registra all'interno della comunità internazionale: atteggiamento sbagliato, ingiustificato e deleterio perché, con ogni probabilità, è la causa di quella tendenza all'isolazionismo che sembra ispirare la politica internazionale della Casa Bianca: un esempio su tutti è il caso della Corte penale internazionale dell'Aja, sulla quale si è finora registrata la netta opposizione dell'amministrazione Bush.
Di certo, a nessuno gioverebbe l'isolamento degli Stati Uniti: non all'Unione europea, per la quale gli States sono un partner ideale e un garante, ancorché impiccione, dei delicati equilibri tra tensioni e distensioni internazionali che l'Unione non è ancora in grado di gestire in modo autonomo; non alla comunità internazionale, giacché gli Stati Uniti guidano, idealmente e materialmente, quella lotta al terrorismo che minaccia le basi della democrazia e che ha segnato indelebilmente la storia del nuovo millennio con l'attentato alle Twin Towers.
In conclusione, credo che si stia correndo il velato rischio di torsioni più o meno sensibili all'idea di democrazia: in un momento di transito verso prospettive economiche e politiche con le quali, prima o poi, si dovranno fare i conti, è indispensabile dare segnali forti dello stato di salute degli ideali democratici, investendo risorse a favore della trasparenza dei governi e a vantaggio di oneste relazioni internazionali.
Non si deve correre il rischio che la paura del futuro sovverta i valori indefettibili ed indeclinabili di libertà, di eguaglianza, di tutela e di pace. Bene ha fatto Tremonti a sollevare la questione del pericolo di un super Stato europeo: non perché quel pericolo davvero sussista quanto perché ha provocato l'esigenza di parlarne e di sottrarre, così, decisioni importanti all'oscuro giudizio di un ristretto gruppo politico.




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