LA DIGA DEL VAJONT

Qualche mese fa, salendo verso Cortina, ho visitato Longarone. Siccome in montagna la strada è, quasi sempre, una sola, a Longarone ci si passa per forza: puoi fare a meno di fermarti ma un anonimo cartello ti dice che sei lì. Posti come Longarone ce ne sono tanti: sono un po’ come le periferie delle grandi città: le periferie che non fanno parte degli itinerari turistici perché non c’è nulla per cui valga la pena una sosta. Poco dopo Longarone, si incontra Pieve che, a mio giudizio, non ha nulla da invidiare alla regina delle Dolomiti; poco prima, c’è un centro altrettanto suggestivo. Longarone sta in mezzo, lungo la strada. E’ come un distributore di benzina: ci passi davanti e ti fermi solo se serve. Le cose belle sono da un’altra parte: all’ignaro passante, Longarone appare come il figlio venuto male, quello che si tiene nascosto perché ti rovina le fotografie. Quando parti da Belluno e passi per Longarone, ti rallegri pensando che sei quasi arrivato a destinazione: Longarone è uno dei cartelli che segnalano quanti chilometri ancora mancano per immergersi nello splendido cuore del Cadore. Anche il nome è tutt’altro che invitante: è poco internazionale, poco global.
Longarone. Poco più di un anno fa, non sapevo nemmeno che esistesse, poi sono andato al cinema. Quella sera, davano “Vajont” di Martinelli. E’ così che ho conosciuto Longarone, ossia uno dei protagonisti del film. Alla fine, Longarone muore: è la sorte degli eroi. Una morte triste, perché l’eroe muore affogato e finisce tutto lì, con una tragica, surreale scena di fango e macerie che non dà adito ad interpretazioni. All’uscita dalla sala, sento alcuni spettatori scambiarsi opinioni. Qualcuno dice di essersi commosso di più guardando Titanic: Di Caprio congelato fa effetto. In tutta onestà, a me Titanic non è piaciuto, ma questo è un altro discorso.
Longarone muore. Eppure, la cosa più importante è che, dopo quel film, Longarone prende vita nella mia coscienza. Non sapevo che esistesse, invece esiste e non è neanche tanto distante. Poco prima dei titoli di coda, al posto della convenzionale frase che ti riporta alla realtà, tipo “ogni riferimento a fatti o a persone è puramente casuale”, c’è una lapidaria epigrafe che parla di morti e di tribunali. Tanto basta per suggerirmi di approfondire. Così, contribuisco ad organizzare, a Vicenza, un dibattito sul tema. Tra gli ospiti, alcuni superstiti. Nel film non si vedono perché, quando Longarone venne colpito a morte, erano ancora bambini e, comunque, non c’erano telecamere sulla scena del disastro.
Torniamo a Longarone. Immaginate un paese di montagna. Longarone è tutt’altra cosa. Scordatevi le suggestive, intime, secolari chiese di montagna: Longarone ha una chiesa che sembra la brutta copia di un palazzetto dello sport, con un monumento che non si capisce che cosa intenda rappresentare. Scordatevi le stradine di un paese di montagna: a Longarone non ci sono. Scordatevi le classiche case di montagna, tipo quelle che si vedono a Cortina, a Pieve del Cadore, a Tai, ad Asiago. Scordatevi persino le caratteristiche piazze dei paesi di montagna: a Longarone non c’è una piazza. In sostanza, c’è una via principale che ricorda da vicino una località balneare passata di moda. Almeno, è quanto ho visto io. Longarone esisteva un tempo, con le sue case, la sua piazza, le sue stradine: oggi, queste cose non ci sono.
Arrivando da Cortina, Longarone è sulla destra. A sinistra, c’è una specie di greto di fiume: sassi bianchi, un ponte che porta di là e una orribile fabbrica degna del più bieco esempio di cattivo gusto. E’ come se, sul colle del Partenone, costruissero una acciaieria. Comunque, io mi sono fermato a Longarone per un altro motivo. Entro in un bar per informazioni. Provo un lieve imbarazzo nel dover chiedere notizie circa la diga: non so perché ma è come chiedere a un figlio di rievocare il nome di colui che gli ha ucciso il padre. Mi faccio coraggio. Una gentile signora mi spiega che la diga è lassù, al di là del ponte. Guardo fuori: sì, è proprio là in cima. Non appena la metto a fuoco, incastrata tra due montagne, resto disorientato: da lì, la diga sembra troppo piccola. Troppo lontana, troppo indifferente per aver coinvolto Longarone. Ci vogliono almeno venti di minuti per salire fino al coronamento. C’è una strada, una via che conduce direttamente tra le braccia del mostro. Esco dal bar, mi avvicino alla chiesa-palazzetto sportivo e guardo meglio. Continuo a non capire. Non sono esperto di distanze e non so calcolarle ad occhio, ma non ho dubbi circa l’evidente lontananza dal punto in cui mi trovo.
Mezz’ora più tardi, sono sopra. La diga mi si è presentata davanti all’improvviso, dopo una serie di tornanti, appena fuori da una galleria. Sarò scontato, ma il solo aggettivo che mi viene da usare è enorme. C’è un sacco di gente e faccio fatica a trovare un posto per la macchina. Una volta sceso dall’auto, mi guardo intorno. E’ terribile quando non si riesce a capire cosa sia successo. Ebbene, chi arriva e non sa niente del Vajont non è nelle condizioni di capire cosa è accaduto una sera qualsiasi dell’ottobre 1963. Dirò di più: nemmeno chi si è documentato è nelle condizioni di capire la dinamica dell’evento. In ogni caso, prima di tutto, voglio farmi un’idea delle distanze. Infilo un viottolo sulla destra. Qualcuno mi ha appena detto che, salendo di lì, si vede meglio. Non ci sono indicazioni. Almeno, io non le vedo. Cammino per un paio di minuti, arrivo ad un bivio e prendo a sinistra. Adesso sono esattamente sopra la diga. Rischio la pelle andando oltre una recinzione e mi siedo su un sasso. Guardo giù, verso i piedi del colosso, dalla parte che dà verso valle. Sconsiglio a chi soffre di vertigini di farlo. Mi sposto più in là, fino a quando individuo Longarone. Dio mio se è distante! L’impressione di mezz’ora prima trova piena conferma. Longarone è laggiù in fondo. Troppo lontano per capire.
Torno sul mio sasso e studio la diga. Onore a coloro che la eressero: dal punto di vista edilizio, è un’opera straordinaria. Alta grosso modo 260 metri, a doppio arco, magistralmente ancorata lungo le pareti rocciose che la contengono: non a torto, all’epoca venne considerata una costruzione rivoluzionaria. La sua staticità è impressionante. Rimango lì per mezz’ora, scatto qualche foto, prendo un paio di appunti e mi avvio verso il coronamento. C’è la possibilità di una visita guidata: la prenotazione si fa dentro una casetta dove si possono ammirare tre cartoline in bianco e nero dell’epoca. Il giro inizia dalla chiesa costruita accanto alla diga. Due minuti e capisco che la gita servirà a ben poco, perché le mie domande non troveranno risposta.
Partiamo da una premessa. Vi sono eventi che l’uomo non è in grado di immaginare: la tragedia del Vajont è uno di questi. A volte, accade che la storia ci restituisca, a parole, fatti che la nostra mente non è capace di rappresentarsi senza un aiuto: in sostanza, o sei lì quando succede o non puoi capire, a meno che qualcuno ti dia una mano.
Il film di Martinelli non è, tuttavia, stato in grado di spiegare cosa accadde quella notte. Eppure, questo è il punto: capire. Chiamatela curiosità, chiamatelo amore per le catastrofi: le tragedie sono tali nella misura in cui siamo in grado di comprenderle, di ripercorrerle, di rivederle, di riviverle. In “Salvate il soldato Ryan”, Spielberg si è, con ogni probabilità, avvicinato moltissimo alla verità nel raccontare lo sbarco degli alleati in Normandia. Certo, lo hanno aiutato le immagini, i filmati dell’epoca, le testimonianze dei reduci: in ogni caso, quei primi trenta minuti di pellicola sono qualcosa di straordinario e ti fanno venire i brividi. Sei catapultato nell’evento: è come se accadesse di nuovo e, stavolta, tu fossi lì, in posizione privilegiata.
Il Vajont è la stessa cosa: è inutile che esperti, storici, geologi o guide turistiche improvvisate si sforzino di raccontare. L’uomo non può capire, oltre certi limiti.
Le parole sono deboli, a volte. Volete sapere, a parole, cosa accadde nel 1963? In sintesi, una montagna scivolò per qualche decina di metri, finì dentro il bacino artificiale, sollevò un’onda che scavalcò la diga e finì addosso a Longarone cancellandola dalla faccia della terra. La stessa sorte toccò ad altri paesi lì intorno: anch’essi furono invasi dall’onda sollevata dalla montagna e vennero spazzati via. Sparirono case, piazze, strade, chiesette di montagna. Sparirono vite umane. Migliaia di anime sradicate con violenza dai loro corpi salirono in cielo mentre i cadaveri rimasero sotto il fango e le macerie.
Ora, se riuscite ad immaginare tutto questo, siete o geni o visionari. Per quanto io mi sforzi, non sono in grado di vedere con gli occhi del pensiero una montagna che scivola e un’onda che tracima e finisce su Longarone. Dopo essere stato sul posto e aver compreso dimensioni e distanze, non ci riesco: la diga è troppo grande e troppo ferma, le montagne sono troppo forti per cadere, Longarone è troppo lontana da tutto ciò.
Trovo naturale suggerire di tentare una ricostruzione dell’evento. Io ho il diritto di sapere e qualcuno ha il dovere di spiegarmi cosa è accaduto. Non mi interessa perseguitare colpevoli, accusare politici, prendermela con i progettisti: voglio capire come è andata e mi fa tremendamente arrabbiare il fatto di non trovare risposte adeguate in tal senso. Non capisco come sia possibile non ricostruire la tragedia del Vajont quando si ricostruisce perfino l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei nel 79 d.C.
Siamo figli di un paese in cui non esistono colpevoli e quasi mai esiste giustizia capace di sedare il turbamento delle vittime: ebbene, abituati a quella che sembra una indeclinabile regola, non ci resta che chiederci il “come” delle cose e sperare che qualcuno ci aiuti a capire quanto meno gli eventi.
Dopo la visita alla diga, sono tornato a Longarone. Passo con l’auto su un territorio sacro e mi viene spontaneo spegnere la radio. Rivedo la fabbrica e penso che, forse, sotto ci sono ossa umane. Ho Longarone davanti agli occhi: qualche casa è rimasta in piedi ma tutto il resto è venuto giù ed è stato sostituito con qualcosa di nuovo. Ripenso alla chiesa-palazzetto e al fatto che Longarone non ha una piazza, non ha le stradine di montagna, non ha le casette con i tetti spioventi. Longarone paese fantasma, paese senza memoria, paese cancellato dal mondo e ricostruito nel peggiore dei modi possibili: oltre il danno anche la beffa. Non era possibile tirarlo su così com’era prima dell’onda assassina? Non si poteva recuperare foto, piantine, registri urbanistici e ridare a Longarone la sua faccia? Soprattutto mi chiedo: non è possibile farlo oggi? Oppure Longarone sarà sommerso di nuovo, magari da una autostrada?

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