ci offre alcuni suoi racconti:

Il the alla menta

Sei tornato, amore mio

Un tir per via Oberdan

E' Natale


ed un dramma in tre atti dal titolo Per le vie sbagliate

Per conoscere meglio l'autore potete visitare il suo sito: IL TEATRO DI COCIVERA

IL THE ALLA MENTA

Il bianco della tazza da the spiccava in bell’evidenza sul tavolino di marmo rosso, in sottofondo una soave musica di Mozart, sulla mia sinistra un bel gatto tigrato addormentato sul tappeto orientale; una lieve brezza di maggio faceva vibrare le foglie dell’immensa pianta, per me tropicale, mai vista, tutt’attorno alla pianta un cespuglio di menta spandeva nell’aria un odore forte.
Lei mi versò il the e disse:
- “Nel pomeriggio è salutare gustare un the caldo, non trova?”
- “Sì”, risposi, “grazie”, mentre pènsavo che a quell’ora non avevo mai bevuto il the, che anzi prendo solo in inverno inoltrato e solo se sto poco bene.
- “Finalmente si è deciso ad accettare il mio invito, sa lo sapevo che lei è diverso dagli altri che mi evitano, credono che sia una iettatrice portatrice di malocchio e disgrazie varie, tutti si toccano passando davanti casa mia, lei no?”
- “No io lo faccio solo quando sono eccitato”, replicai, ma mi pentii subito di averlo detto, così mi scusai per la volgarità.
- “Non fa nulla sa, è normale, dunque lei non è superstizioso, bene ne sono felice, sarà l’occasione per scambiare due parole ogni tanto, le dispiace?”
- “Oh no anche a me fa piacere parlare con qualcuno di tanto in tanto, qui non conosco nessuno, mi distraggo leggendo alla libreria di Pegacity.
- “Da quale località viene, sostituisce il portalettere, vero?”
- “Sì, tre mesi di supplenza dei quali uno è già passato; io sono invece di Librizzi in provincia di Messina, un piccolo paesino di collina.”
- “E dove vive, in pensione? Paga molto?”
- “Sono in mezza pensione e pago 800.000 al mese, quasi mezzo stipendio.”
- “Sono degli approfittatori, le faccio io una proposta: venga a stare qui da me, la casa è grande ed io sono sola, ho ottanta anni suonati e comincio a soffrire la solitudine… sa, non le costerà nulla.”
- “Signora, lei mi prende un po’ alla sprovvista, non so che dirle.”
- “Ci pensi con calma e se lo riterrà opportuno la stanza è sempre qui e stia tranquillo che non attenterò alla sua privacy, l’avverto però che ho la reputazione di strega che ormai è come un marchio e siccome tutti mi evitano faranno di tutto per tentare di dissuaderla dal venire qui.”
Sorrisi, finii il mio the e poi chiesi incuriosito: “Che tipo di pianta è questa?” - “Non lo sa? E’ la pianta del pistacchio, il suo nome è Pistacchia.”
- “E non ha frutti?”
- “Oh, non fruttifica mai; è una questione di impollinazione: ci vuole una pianta maschio ogni otto femmine, questa è sola, poverina.”
- “E’ maschio o femmina?”
Lei sorrise, “non lo so, proprio non lo so.”
- “Bene”, risposi, “arrivederci.”
Ripresi a distribuire la posta nel rione delle arti (troppa posta ricevono gli artisti!) senza riuscire a dimenticare quella tenera vecchietta e quel dolce sapore del the caldo, un po’ troppo zuccherato, ma un signore dal fare scorbutico con un grosso porro sul naso mi riportò alla mia triste condizione; ero stanco, sudato e in un posto che neanche conoscevo.
- “Che modi sono questi, alle cinque del pomeriggio, chi cerca… che cavolo rompe… io cerco di riposare e lei suona, non compro nulla, vada via!”
- “Mi scusi io non sono un venditore, sono il sostituto del postino.”
- “Cosa? E distribuisce la posta a quest’ora, mi risulta che si faccia di mattina.”
- “Lo so, ma purtroppo per me non riesco a smaltire il lavoro arretrato e poi non conosco il posto, le vie, le persone: i rioni sono tanti a Pegacity!”
- “Bene”, riprese con un sorriso che mostrò i suoi denti ingialliti dal tabacco, “venga dentro che le offro da bere, avrà certo sete.”
Superai quella soglia come sollevato, aveva cambiato tono, era gentile ed io avevo sete, quel the mi aveva procurato una forte arsura.
- “Ecco, beva”, mi disse davanti una bevanda che aveva il colore di una palude africana. Guardandomi perplesso disse:
- “Beva, beva pure: è un the alla menta, un bel the freddo alla menta di mia produzione.”
Il pensiero corse di nuovo alla vecchietta, ma bevono tutti the qui, pensai mentre cominciavo a bere rassegnato.
Anche in questo caso era la prima volta che bevevo un the freddo, non era una mia bevanda abituale.
Bevvi piano e devo dire che era molto dissetante, mi sentii sollevato e rinfrancato; consegnai la posta e poi me ne andai.
Alla pensione quasi piansero per me appena dissi loro che a fine settimana sarei andato via e proprio lì mi informarono che altre persone che avevano accettato l’ospitalità della strega erano sparite nel nulla: mi dissero che dovevo essere impazzito e per farmi desistere da quell’idea mi abbassarono di 200.000 lire la pensione, dovevo restare lì se volevo restare vivo.
Chiesi la prova di quanto affermavano: per esempio, nessuno lavora per lei, mi riferirono, eppure ha un parco ben curato!
- “Un parco? Un piccolo giardino davanti alla casa”, dissi.
- “No, proprio un parco all’interno della villa”, io ho visto solo la facciata davanti...
- “Una villa con centinaia di stanze, come fa una vecchietta sola a pulirla se non con l’aiuto dei demoni?”
- “Ma fate i seri”, ripresi, “lo fa con l’aiuto di Dio, è in buona salute e non facendo altro può anche farli da sola quei lavori.
Mi portarono la nonna che era coetanea della strega e mi raccontò di strani rumori, strane luci, voci e pianti di bambini sentiti per anni, circa 40 anni prima e a tutte le ore, strani movimenti e ombre notturne poi si susseguono da anni. E poi la spesa che fa!
- “Che cosa compra di così strano?”
- “Rossetti, ombretti, smalti, profumi, scarpe di misura 38, calze, vestiti femminili taglia 50, assorbenti… e l’abbiamo tenuta d’occhio: non si trucca e non ha mai messo nulla di ciò che per anni ha comprato. Fa la spesa per più persone, non può assolutamente mangiare tutte quelle cose!”
- “Beh, ha un gatto”.
- “Compra anche il cibo per gatti e ai tempi che sentivo il pianto comprava cibo per bambini, vestitini, giocattoli come se in quella casa ci fosse davvero un bimbo.”
- “Beh”, dissi io, “non credo che ci sia nulla di così diabolico, sarà un po’ fissata, magari ama la stramberia.
- “Senta”, disse infine la vecchia, “dirò a mio figlio di prenderle solo 500.000 lire per questi due mesi, ma non vada lì nel modo più assoluto.”
Chissà perché io, invece, ho sempre fatto l’opposto di quello che gli altri si aspettavano, fin da ragazzo; così decisi che sarei andato lì, dovevo farlo non per i soldi, ma perché sentivo dentro di me qualcosa che mi spingeva a farlo.
Bussai deciso a quella porta, lei mi aprì con un sorriso.
- “La aspettavo”, disse, “Venga le mostro la sua stanza.”
Dappertutto c’erano mobili, bellissimi stucchi, mosaici e sui muri dei quadri Bellini, però moderni, così chiesi: “Sono belli, ma chi li fa e con quale tecnica?”
- “Si chiama trompe l’oeli, le dirò chi li fa un’altra volta.”
Poi mi portò in quella che doveva essere la mia stanza: un letto, un armadio sempre in stile antico e sulle pareti quadri con ballerine in tutù, copie perfette delle ballerine del grande Degas.
- “Questa è la sua stanza, in fondo a sinistra c’è il salone, ci riuniamo tutti lì per la cena.”
Uscì con un lieve inchino.
Le corsi dietro nel corridoio… “Senta!”, lei si voltò facendo una piroetta.
- “Sì !?”
- “Lei.. lei ha detto ci vediamo tutti?
- “Certo caro, tutti, io, lei e tutti i fantasmi di questa casa”, sorrise e se ne andò.
Mi sentii gelare il sangue nelle vene, un fremito di paura mi assalì, una gocciolina di sudore dalla nuca scese sulle natiche facendomi sussultare; che diamine ripetei a me stesso, scherzava, avrà uno spiccato senso dell’humour.
Disfeci la mia valigia, riposi i capi nell’armadio, udii quasi per caso la musica a bassissimo volume che proveniva dal piano superiore, la solita musica di Mozart.
Mi venne voglia di vedere il salone, così mi mossi in quella direzione. Appena vi entrai, sulla parete centrale vidi un’immensa opera di circa 20 metri per 10, raffigurante una copia in scala maggiore de “I Girasoli” di van Gogh, mentre sulla sinistra un’altra tela raffigurava “Il prosciutto di Manet”, anch’essa però era di dimensioni maggiori, forse 3 metri per 4; tutt’attorno poi c’erano tele con vari dipinti che a prima vista non sono riuscito ad identificare.
Mentre assorto ammiravo quei quadri, in verità perfetti, una dolce voce femminile molto sottile disse:
- “Buonasera, vedo che apprezza i miei quadri”
Mi girai e rimasi senza parole: una donna alta circa 1 m. e 50, sui 30/35 anni, molto in carne, con sandali da francescano, gambe massicce e pelose come quelle di un uomo, con una gonna a pieghe molto ampia a fantasia, un top verde pisello che evidenziava un seno enorme. Il viso sembrava una maschera di Pierrot, ma truccato male e in modo eccessivo: mi sembrò di rivedere l’uomo del the alla menta.
Ero esterrefatto: era una visione, era lui oppure sua figlia con quel porro enorme sul naso?
- “Lei è Nunzio, vero? Piacere, Prisca.”
Ho la reputazione di avere grandi mani, ma le mie le avvolse completamente in una stretta decisa ed energica, poi disse:
- “Ho tanto di quel tempo disponibile che per farlo passare dipingo, lo faccio da quando ero bambina.”
- “E’ brava”, le dissi, “ma fa solo copie?”
- “Oh, no. Amo molto gli impressionisti e li copio, ma ho anche uno stile mio, anzi due per essere più precisa.” - “Come due?”
- “Venga.”
Mi prese la mano e mi trascinò felice su per le scale, nonostante la mole e le gambe corte e tozze saliva le scale di corsa e mi trascinò dietro a sé.
Giunti al piano superiore mi fece attraversare un corridoio lunghissimo; in fondo, da una piccola finestra, filtrava una tenue luce, fuori era quasi buio.
Dopo aver attraversato ambo i lati e non so quante porte, giungemmo alla meta; spalancò una porta sulla nostra sinistra e mi buttò dentro, poi finalmente mi lasciò la mano che mi faceva un male boia.
- “Guardi, guardi” e volteggiò per l’enorme stanza come una danzatrice da lago dei cigni.
Era una stanza di almeno 50 metri quadri, nel soffitto un’unica opera: un cielo azzurro, credo ci fossero tutti i volatili del mondo nei loro colori migliori. Sulle pareti fiori, insetti, pesci, piante, uno spettacolo; non sapevo dove guardare prima mentre lei rideva felice e solare.
Senza mentire le dissi che era un genio, che era un lavoro meraviglioso.
Mi stampò un bacio sulla guancia.
- “Grazie”, disse d’impeto, “Oh mi scusi, ma sa mai nessuno mi dice che sono brava.”
- “Non fa niente”, risposi.
- “Bè venga adesso deve vedere l’altro mio stile” disse diventando triste e seria.
Uscimmo sul corridoio, la porta di fronte era già aperta: all’interno quadri orribili, mostri, animali, deformi, diavoli, streghe.
Alzai gli occhi al soffitto e vidi un cielo nero e cupo con migliaia di serpenti che mi sembrò stessero precipitandomi addosso, mi prese la paura e una gran voglia di fuggire via.
Ma ero in trappola, lei era sulla porta, ferma, immobile, fissava un punto di fronte a lei, un quadro con dei fiori appassiti e frutta marcia.
Due grosse lacrime le solcarono il viso sciogliendo gran parte del trucco della maschera che aveva disegnata sul volto, fino ad arrivare sul top verde.
Di colpo il top si trasformò da verde in vari colori, quella che arrivò sul pavimento diventò invece una macchia tra il viola ed il rosso sangue in cui sguazzavano come anguille dei vermi orribili, cacciai un urlo!
Lei fuggì via lasciando libera l’uscita, in me rimase solo un pensiero: fuggire via da quella casa.
Saltai fuori e corsi in quel corridoio interminabile; stavo per precipitarmi giù per le scale quando mi si mise davanti un uomo che, vedendomi trasalire, si scusò.
- “Mi perdoni se l’ho spaventata”, disse “non volevo.”
- “Lei chi è?” chiesi.
- “Basco Eutitio, prof. Di disegno, pittore e scultore, piacere. Sa, insegno a Prisca le tecniche, è brava vero? A Parigi i suoi quadri sono ben quotati.”
- “Quali? Quelli con i mostri?
- “Ah glieli ha fatti vedere entrambi?”
- “Sì entrambi”
- “Sa, lei è il primo al quale lei ha permesso di guardare i suoi due mondi completamente opposti, quello interiore e quello esteriore, povera ragazza è sola triste, brutta, anzi orribile.
Ma quanti di noi sono belli fuori ed orribili dentro? Eppure l’aspetto esteriore domina troppe volte le nostre misere vite.”
- “Lei vive qui professore?”
- “Certo, da 30 anni.”
- “Da trenta anni?”
- “Si, sa ero un promettente prof. di disegno, ma ero solo riuscito a fare qualche supplenza quando la signora mi contattò: dovevo dedicarmi ad una bambina di 10 anni con tendenze artistiche; con una paga elevatissima, vitto, alloggio e 300 milioni all’anno per 30 anni.
Domani scade il mio contratto.”
- “E anche il mio”, disse una voce dietro di me.
Mi voltai piano e vidi una donna di circa 50 anni, ben curata ma strabica e con il corpo un po’ incurvato.
- “Le presento la dottoressa e professoressa Rufina Maiela, laureata in lettere, lingue, storia, filosofia e qualche altra laurea, nonché mia moglie.”
- “Piacere”, disse “anche io vivo qui da 30 anni e la storia è quasi la stessa, solo che la paga è diversa, la mia infatti è di 500 milioni all’anno; l’unica pecca è stata una norma del contratto che ci impediva di farci vedere dagli abitanti del paese, ma il gioco valeva la candela.”
- “Adesso dobbiamo andare, ricchi e felici, sì felici, ci siamo incontrati qui anni fa e più che altro era la nostra solitudine ad unirci, ma ora ci amiamo davvero.”
- “Come mai adesso ve ne andate?”
- “Prisca ormai non ha più bisogno di noi e poi si sposa e va a vivere a Parigi.”
- “Bene, un bel cambiamento da Pegacity a Parigi, ma sono molto ricchi?”
- “Certo, erano già ricchi di famiglia, una delle caste più antiche della Sicilia, negli ultimi anni hanno guadagnato miliardi speculando in borsa e con azioni varie delle più grosse società mondiali.”
- “Ed il padre di Prisca chi è? Dov’è?”
- “E’ una brutta storia: molti anni fa un losco individuo del paese ha abusato della signorina che da quello stupro rimase incinta e purtroppo Prisca è l’esatta copia del padre. Lei nascose tutto, nessuno è al corrente dell’esistenza di Prisca, neanche quell’uomo sa di avere una figlia. Scendiamo ora, la cena sarà sicuramente pronta.”
Giunti nel salone la tavola era imbandita in modo regale. La signora era felice, seduta a capotavola, mancava Prisca che aveva preferito mangiare in camera sua.
Mangiammo totalmente in silenzio, si sentiva solo il nostro masticare ed il rumore delle posate che intonava nell’enorme salone.
Appena finimmo, la signora mi chiese di ascoltarla attentamente per conoscere il motivo della mia presenza lì; agli altri chiese di rimanere per fare da testimoni sia all’accordo sia al matrimonio.
- “A quale matrimonio?”
- “Ma a quello suo con Prisca!”
- “Il mio ?!?”
- “Si, la proposta è la seguente: lei si sposerà Prisca ed andrete a vivere a Parigi.
Lei in cambio otterrà un miliardo subito ed un miliardo all’anno per ogni anno trascorso con Prisca.
Loro saranno i tutori di Prisca: visto che sono i padrini di Prisca, sia di battesimo che di cresima, saranno anche i testimoni; non vivranno con voi, ma mensilmente Prisca li contatterà e ne potrà disporre liberamente.
Se non ci saranno figli e lei dovesse sopravvivere a Prisca, sarà tutto suo: un patrimonio che oggi si aggira sui 340 miliardi. Se invece lei lascerà Prisca o divorzierà perderà tutto.”
- “Ma… io sono senza parole…”
- “Bè non dica nulla adesso, starà qui un mese e poi mi darà la risposta.
Buonanotte, e ci pensi bene.”
Ritornai nella mia stanza dopo aver salutato i professori.
Mille mostri popolarono il mio dormiveglia, finché all’una decisi: non avrei sposato quella povera donna, non avrei rinunciato agli occhi belli della mia Maria, la mia dolce ragazza che avevo lasciato al paese e che non vedevo da due mesi. Non c’erano miliardi che potessero convincermi, di vita ce n’è una sola e bisogna viverla al meglio, forse senza lussi, ma almeno con serenità.
Preparai le valige ed in punta di piedi cercai di uscire; sul portone al buio cercai la maniglia, accovacciato a terra c’era il gatto, non lo vidi ma lo sentii dopo avergli pestato la coda, poiché emise un urlo e mi graffiò una gamba.
In strada respirai forte, finalmente ero libero. Ritornai con passo da maratoneta verso la pensione voltandomi spesso per assicurarmi che nessuno mi seguisse.
Giunto alla pensione fu come tornare alla realtà: due ragazzini fermi su un motorino si baciavano molto teneramente.
Varcai la porta, dietro il banco non c’era nessuno: la chiave della mia stanza era il numero 7, la presi e corsi su. Caddi sul letto esausto e mi addormentai.
Il sole mi svegliò con il suo tepore; guardai l’orologio, erano le 7.20. Uscii sul balcone: davanti a me la campagna appariva rigogliosa.
Scesi giù in fretta, dovevo spiegarmi con i proprietari.
- “Buongiorno, ben alzato.”
- “Ieri sera sono rientrato all’una e, non trovando nessuno, sono andato a dormire.”
- “Come al solito, è normale.”
- “Sa, vorrei riparlarle delle 500.000 lire mensili.”
- “Non so proprio di cosa stia parlando!”
- “Io ho deciso di restare ed accetto la vostra offerta di sconto.”
- “Sconto? Che sconto, di cosa parla, si è alzato strano stamattina.”
Risposi: - “E’ vero, mi scusi, stanotte ho dormito proprio male.”
- “Colpa vostra, voi giovani andate a letto troppo tardi.”
Gli feci un cenno con la mano ed uscii. Procedevo verso la porta confuso… avevo dunque sognato tutto? Dovevo scoprirlo a tutti i costi. Rifeci il giro verso quella casa finché la notai; esisteva! Più mi avvicinavo e più l’ansia mi assaliva.
Giuntovi di fronte vidi l’enorme Pistacchia secca, uno scheletro, attorno la nuda terra senza menta.
Ritornai verso la casa del the alla menta, anche quello faceva parte del sogno o forse era realtà.
Giuntovi trovai una casa diroccata, semicoperta dai rovi e da un enorme albero di eucalipto.
Lì non abitava nessuno da tanti anni… eppure lo avevo bevuto lì un the alla menta!
Più confuso che persuaso cominciai a convincermi di aver davvero sognato tutto, ma mentre smistavo la posta, nel raccogliere delle buste che mi erano cadute, notai la mia gamba graffiata…





SEI TORNATO, AMORE MIO

"Una rosa bianca, amore mio, l'ho comprata per te. Sai, Pasquale, sono passati 50 lunghi anni dal giorno in cui, in quel campo di frumento, ci promettemmo amore e ci sfiorammo il corpo con carezze audaci; poi io fermai la tua mano, ti negai il mio corpo che fremeva più del tuo; eravamo giovani, forti e belli, innamorati come due colombi.
Tu eri splendido con la divisa da carabiniere e ti sei fatto ammirare da tutti; scendendo in paese le mie amiche ti guardavano con ammirazione, piacevi a tutte sai!
Ma eri mio, il mio amore segreto.
Poi arrivò l'addio, dovevi partire per Roma, per far carriera, per noi, per te, per la tua famiglia, con la promessa però che saresti tornato per sposarmi, che avresti riempito di rose bianche la nostra Chiesa e che mi avresti preso per la vita davanti a Dio.
Oh povero giovane amore mio!
Ci siamo dati un bacio titubanti, poi quell'addio straziante tra le lacrime e i nodi in gola."

Due grossi lacrimoni scendono sulle gote rugate dagli anni della signora Carmela, per un attimo non riesce a proseguire, si soffia il naso, si asciuga gli occhi, quegli occhi azzurri sbiaditi dagli anni.

"Anche quel giorno sai piangevo e tu mi dicesti: "No, amore mio, non voglio che i tuoi occhi di cielo piangano, nei tuoi occhi c'è il cielo di primavera e vita e gioia!"
Anche allora finiva la primavera e sei partito per non tornare più!
Sei tornato solo ora, dopo 50 lunghi anni, sei stato lontano da me ed io ormai sono vecchia; se le lacrime lasciassero il segno dovrei avere due solchi sul viso, tanto ti ho pianto, forse anche più di tua madre, povera donna, seduta sotto il pergolato; ricordo che piangeva quando mi raccontò che eri prigioniero in Grecia ed io piansi con lei, mi strinse a sé, forse capì, poi mi disse: vedrai che tornerà, ci sono tante persone che lo amano e che pregano per lui!
Oh Pasquale, ho odiato la guerra che ci separò e tutte le guerre che da quel 1940 separarono altri come noi; tua madre e tuo padre morirono di dolore quando quel lontano giorno arrivò la notizia che purtroppo il soldato Pasquale Sottile era morto in Germania in un campo di concentramento.
Io, sai, volevo morire con te; salii su quel muro del mulino, guardai giù il torrente, scendeva un filo d'acqua, ma vigliaccamente scesi e tornai in lacrime a casa; passarono gli anni e sposai Filippo, povero Filippo, ebbe il mio corpo ma non ebbe mai il mio cuore; lo ingannai perché il mio cuore fu solo tuo, lo ingannai vigliaccamente, non so se lo capì mai che non l'amavo.
Ma ora sei tornato amore mio, la tua bara coperta dal tricolore è stata consegnata ai tuoi fratelli, anche i tuoi genitori sono ormai morti ed io ho portato un garofano a Filippo, mentre questa rosa bianca è per te, mio unico amore, sognato, negato..."

La signora Carmela si asciuga le lacrime e piano piano barcollante torna verso casa col suo amore segreto.
Il cielo è cupo sopra di lei, tuoni e fulmini si avvicinano minacciando tempesta, mentre dentro di lei si dibatte un uragano di ricordi e dolori ancora più forte della pioggia che verrà.





In TIR per VIA OBERDAN

Parcheggiai il tir e mi avviai sul viale.
Volevo rivederla, era passato un anno e l'avevo ancora dentro di me!
Anche dirle solo un ciao, stringerle la mano…
Finché la intravidi tra la folla stretta a lui: la bambina saltellava davanti a loro imbrattata di gelato; lei era felice, sprizzava gioia… mi nascosi.
Mi passarono a fianco: erano felici, si vedeva. Perché turbarli con i ricordi?
Come un lampo mi torna in mente tutta la storia.

Ero entrato sulla Via Oberdan con il mio tir di computer usati, una mano sul volante, l'altra alla cordicella delle trombe; un occhio alla strada, l'altro alla banchina. Come un setter da caccia punta la preda, così la puntai in lontananza, pronto ad un suono prolungato di compiacimento per essere in regola come un vero camionista. La sagoma si faceva più nitida avvicinandomi: era una bella donna. Una Fiesta mi precedeva a cento metri circa, lei fece una brusca mossa come a volersi buttare sotto; poi notò il tir e si fermò.
Scalai una marcia e rallentai. Guardavo più il corpo, ma cercavo il suo viso, avevo un sesto senso per queste cose: era una maschera di pianto. Misi il piede sul freno e mi preparai a scansarla!
Lei ci provò: batté solo la faccia sul cofano e si procurò una lieve ferita ad un labbro.
Ci ritrovammo dentro un bar, la tempestai di domande… non ricevetti risposte.
Infine, dopo essersi sfogata in un lungo pianto, sembrò più calma.
“ Devo andare “ - dissi, “davvero non vuoi dirmi perché volevi far diventare il mio tir assassino?”
Non rispose.
“ Posso andare tranquillo o aspetti il prossimo tir?”
“Non ho dove andare” - disse, “portami con te!”

Ormai erano giorni che viveva sul divano a casa mia. Casa mia?
Un porcile, prima di lei. La rimise a nuovo, teneva casa come una reggia, e mi puliva ed accudiva come un marito, solo che col marito si scopa! Con me nisba!
Che paradossale situazione: se ci provavo piangeva, se si parlava di tutto si riusciva ad avere un dialogo piacevole e allegro, finché cercavo di sapere di più di lei… tagliava ogni discorso lì!
Ci mise sedici giorni per passare dal divano al letto. Si concesse a me, senza sesso né amore, forse per gratitudine, ma averla tra le mie braccia, solo dormire con lei era piacevole.
Era dolcissima: si concedeva senza slanci né varianti; non si faceva sesso, non la sentii mai veramente mia.
Non prese mai l'iniziativa, neanche per un bacio: se ci provavo ci stava… solo ci stava!

Erano due lunghi mesi che viveva con me e mi prese la curiosità di sapere chi fosse, che faceva? Dove andava quando io ero via?
Certo, usciva a far la spesa e poi? Presi tre giorni di ferie e la pedinai.
Prendeva l'autobus e andava alla scuola Oberdan a guardare i bambini.
Quando avemmo il primo rapporto chiesi… e lei disse “vai tranquillo, non posso avere figli, sono sterile”. Ama così tanto i bambini che viene a vedere i figli che non ha avuto?
Ma perché lì? Dopotutto vicino casa mia c'era un'altra scuola!
Non trovai altro: su tre giorni andò due giorni alla scuola Oberdan.
Un nipote?
Credo che non avrei avuto risposta. Inutile chiedere.
Finché arrivò quel pomeriggio che l'avrei avuta e persa!
Ero sfinito, svuotato, arrivai alle cinque a casa ed ero uno straccio; sere così, quando ero solo, mi buttavo sul letto vestito e senza lavarmi. Mi accolse sulla porta e mi baciò.
“Sei stanco, si vede”. Entrai nella doccia, non avevo la forza di lavarmi, ma dovevo farlo.
Lei mi stupì: mi seguì sotto la doccia, poi sul pavimento, infine sul letto; finalmente era mia!
L'avevo avuta con slancio, con gioia. Ero felice, nessuna stanchezza; mi sentivo un leone. “Preparati” - le dissi. “Fatti bella, mi riposo un'ora poi si esce.”
Mille pensieri e progetti mi ruotavano in mente: sarei passato a comprarle un anello, poi l'avrei portata nel miglior ristorante.

Uscii con lei. Sul viale mi diressi deciso verso la g ioelleria.
Sulla porta usciva un uomo con una bambina. La bimba urlò: “Mamma, mamma! Finalmente!”
Le saltò al collo baciandola e bagnandola di lacrime. Anche lei piangeva.
Quell'uomo restò fermo a 4-5 metri, muto; aveva un grosso cerotto sulla fronte.
Io ero scioccato.
“Mamma, ti abbiamo cercato tanto, sai. Mi sei mancata tanto, e anche a papà.
Quella è andata via già da un mese e papà non dice più che era lei la mia mamma.. sei tu la mia mamma! Solo tu! Sai, quando io piangevo lui mi sgridava quando c'era lei, ora piange con me! Ieri notte, sai, lui dormiva, io no: pensavo a te e l'ho svegliato e gli ho detto che ti rivolevo a casa. Ha detto che non sapeva dov'eri, non sapeva se lo volevi perdonare e se mai ti trovava! Poi ha picchiato la fronte sul pilastro della cucina si è fatto una bella ferita.”
Poi la bambina mi vide.
“Lui chi è mamma?”
“Si è preso cura di me in questi mesi, un uomo d'oro.”
“Sei alto, sei ?! La mamma è più bella di prima, grazie! Mi prendi in braccio, voglio darti un bacio. Papà ha comprato un anello da regalare a mamma per farsi perdonare. Grazie per averla riportata da noi!
“Tu sei sua figlia?” – L'unica domanda che riuscii a fare.
“Certo, lo sono. Mi hanno adottata quattro anni fa…”

Il tir riparte piano, attraversa Via Oberdan, lasciando una famiglia felice.
Il tir è triste, prosegue lento verso altre vie… altre storie…




E' NATALE

“Mamma, apri mamma! Domani è Natale. Sono tre anni mamma… aprimi! Ho voglia di abbracciarti. Apri quella porta. Ho freddo mamma, piove e sto bagnandomi tutta! Mamma, ti prego, apri. Devo dirti una cosa importante.”
Lui era rimasto muto, non faceva che tenerle l'ombrello, ma la pioggia si intensificava.
Erano ormai inzuppati entrambe: lei continuava a bussare e chiamare; finchè Luigi sbottò:
“Basta! Sono anni che ad ogni festa mi trascini dietro questa porta. Quella pazza non aprirà, neanche 'stavolta!”
“Zitto, per favore. Mamma, hai sentito? Apri, fagli vedere che si sbaglia, aprimi. Stavolta non andrò via. Ricordi? Mi hai detto che per te ero morta: bene, morirò dietro questa porta, non andrò via se non apri!”
Una bestemmia più forte di un tuono.
Anche lei si voltò stupita: il suo Luigi non lo aveva mai sentito bestemmiare.
Il pensiero corse al passato, a quelle giornate nere, tra tribunali e liti in casa.
Quel porco del dottore aveva abusato di lei più volte: quando si era ripresa, aveva confidato tutto a sua madre in lacrime.
L'aveva narcotizzata e l'aveva tenuta due giorni alla sua mercé.
Sua madre non voleva che lo denunciasse, doveva tacere: il paese è piccolo e la gente parla… non si può accusare il dottore, mettere in piazza un fatto di questa dimensione.
Dunque doveva tacere.
“Tu farnetichi! Deve farla franca dopo ciò che mi ha fatto? Ti rendi conto cosa mi chiedi? Io sono la vittima, e quando la vittima tace crea altre vittime. Non posso tacere non è giusto.”
“Ma io non voglio che il paese sappia, non potrei più uscire di casa!”
Difatti erano anni che non usciva se non raramente. La sua compagnia era un gatto nero.
Anche lei nella sua ostinazione si creò una prigione ed allontanò la sua unica figlia da lei.
“Mamma, ora sono qui, apri! Voglio darti un bacio e poi devo darti una bella notizia.”
Quella porta non si aprì.
Lei pensò a quell'ultimo giorno, quando uscì decisa da quella porta; lei la seguì fuori:
“Non andare ti prego, ascoltami!”
“Mamma, ciò che mi chiedi non è giusto. Non potrei tornare ad essere donna con questo peso dentro e sapendo quel maledetto libero. Vado a denunciarlo.”
“No, ti prego! Per me sei morta se fai una cosa del genere..”
“Tu non ragioni mamma, tu non sai come ci si sente dopo uno stupro!”
“Sei sicura?”
Ricorda… quelle parole le fecero provare un brivido. Dunque anche lei?
Si voltò. Sua madre piangeva.
“Mamma.. anche tu?”
“Solo che il mio fu uno stupro autorizzato, certificato..”
Ricorda che si sedette su quello scalino e guardò sua madre in silenzio, dopo essersi asciugata le lacrime, continuò:
“..avevo 13 anni allora, non sapevo nulla né di uomini né della vita; avevo i miei sogni di ragazzina.. Lui erano mesi che veniva con mio padre, legava il cavallo fuori e beveva un bicchiere di vino; aveva 28 anni più di me, mai avrei pensato che papà e mamma mi avrebbero venduta. Sì, venduta! Non fu che una vendita.
Mamma venne nella mia stanza e mi parlò: il cavaliere ti vuole per moglie; ci darà la casa e il terreno e ti sposerà. ..ma è vecchio, brutto, grasso.
Avevo 13 anni, cosa potevo capire. Entrambi i miei genitori mi convinsero che era la mia fortuna, dovevo accettare, ed accettai!
Fu uno stupro che durò una vita, solo che ero vittima consapevole di essere stata sacrificata.”
“Erano altri tempi. Mamma lo capisci o no che eri consenziente… io no!”
Non ricorda suo padre: morì che lei aveva 6 anni.
Ma, nonostante avesse scoperto la verità sul vero rapporto dei suoi genitori, proseguì ed accusò quell'uomo e lo fece condannare.

“Mamma aprimi! Devi aprire, devo dirti una cosa meravigliosa.”
“Basta!” – urlò lui.
“Non puoi ucciderti ed uccidere il nostro bambino. Vieni via o ti porto via di peso!”

Il rumore della porta che si apriva… Lei apparve in lacrime.
“Un figlio. Aspetti un figlio… aspetti… Un nipote.” – tartagliò confusa.
Si abbracciarono sotto la pioggia.
“Che diamine!” disse lui
“Non potete abbracciarvi dentro?” - Le spinse dentro, lui rimase sull'uscio.
“Entra.” - disse la vecchia.
“Torno domani.” - disse lui.
E scomparve sotto la pioggia.


Per contattare direttamente l'autore .

Homepage