Alessandra Mungo ci presenta il suo racconto:

La Dama del faro

Il vento si è calmato. La pioggia continua senza sosta.come lacrime dal
cielo.
L'inverno è arrivato, il freddo intenso, improvviso, pungente, annunciato
dal suo alfiere più fedele: quel maestrale che piega gli alberi, che porta
l'alito dell'oceano.
E' bassa marea, posso passare dalle secche, il mio baio prenderà meno
freddo, farò prima.
Lento e sicuro il passo del mio cavallo, attutito dalla sabbia e dal rumore
della pioggia sul mio soprabito di pelle.
Schernito quelle poche volte che ero stato al villaggio perché non portavo
mai il copricapo sotto la pioggia. La pioggia lava il capo, il viso ed i
pensieri.li porta via attraversandoti il corpo, scorrendo apparentemente in
superficie e disperdendosi sulla tua via, cancellando ogni traccia o forse
fissandola per l'eternità.
La pioggia sul viso.aiuta a confondere le lacrime.
Tre giorni di maestrale. Da bambino guardavo l'oceano affascinato. Era come
una porta da aprire.ed ora, che ne avevo visto la sua forza, il suo urlo, il
suo lato oscuro, lo temevo.
Tre giorni di maestrale, tre giorni d'insonnia.
Continua a piovere, faccio riposare il cavallo alla fine della spiaggia,
sotto la scogliera. La burrasca è stata forte. Le spugne sono a 40 passi
dalla battigia, l'acqua ha invaso la palude.
Odori. Solo questo può rendere nervoso il cavallo. Non si vede nessuno. ma
l'istinto non può sbagliare, troppe volte l'ho dovuto imparare.
Deve essere vicino per sentirsi sotto la pioggia, tanto vicino da essere
prudente. La spiaggia è deserta, la scogliera vuota.
Devo risalire la scogliera dal sentiero come previsto.sarò allo
scoperto.no.non mi va'.
Le onde sono il linguaggio del mare. Cosa si sente del mare se non le onde?
Le onde parlano, sono le parole del mare. Urla di dolore quando s'infrangono
sulla scogliera, carezze soavi quando si allungano sulla spiaggia.
Ecco l'onda col suo messaggio, il timone di una scialuppa, sbattuto sulla
riva. l'istinto non sbaglia.
Lo recupero e vado a vedere sulla scogliera. Piove sempre più forte. Eccole.
Due scialuppe. o quello che ne rimane. Frammenti sulla scogliera per quasi
cento passi. Gli elementi avevano avuto il loro tributo di vite.
Cerco di recuperare qualcosa, non è la prima volta. Agli sfortunati
naufraghi finiti in fondo al mare, se c'era qualcosa, non servirà più.
Riesco a salvare tre solidi remi di quercia.
E' bene che ritorni sui miei passi.non arriverò dal cieco per l'ora
prevista.
No. Non mi sono sbagliato. Questo è un lamento. In una spelonca tre corpi,
immersi nel sangue. Due uomini morti. Una donna viva, forse per poco.
Respira.è gelata.

Non farlo. Sono morti in un naufragio. Non ne hai colpa. Dovrai spiegarlo al
villaggio.

Lei viene con me. Su una slitta fatta con i remi. La copro, ha la febbre
altissima, è una maschera di sangue e ferite. è bellissima.
Il giaciglio non è comodo, non sono abituato ad avere ospiti. La febbre con
i giorni sta calando. non aveva nulla di rotto. Di tanto in tanto apre gli
occhi, guarda nel vuoto, sono azzurri come il cielo d'estate.sono vuoti come
le anime dell'Ade.
Non sta in piedi, mangia a malapena, non dice una parola. è bellissima.
La paura: nel vuoto dei suoi occhi c'è la paura. Per piccoli attimi si legge
solo quello.quello sguardo non può mentirmi, la paura deve essere stata
grande.

Sta meglio. Si alza, cammina, esce. Guarda fissa l'oceano dalla mia casa
sulla scogliera.Il Faro.

In queste due settimane si è ripresa, non mi parla mai, mi guarda in modo
irresistibile ed irriverente, di tanto in tanto accenna ad un sorriso.devo
smetterla di fare il giullare.
E' uno strano inverno. Giorni interminabili di pioggia e vento. Giorni pieni
di luci e sorrisi.
E' un mese. Lei è sempre stata qui. Io pure. Nessuno a cercarla, nessuno a
cercare i naufraghi. Il natante, forse, è semplicemente partito e mai
arrivato, come mille e mille altre volte.

Questa sarà una settimana senza luna. Il fuoco arde crepitando nel camino,
morendo lentamente.
Il suo respiro è vicino. molto vicino. nel mio giaciglio. sul mio corpo.

Si è alzata prima dell'alba. Il fuoco è acceso. E' una strana sensazione.è
come andare al patibolo felici.
Rientra con l'acqua del pozzo. dovrei procurarle vestiti da Signora.
Le notti non sono mai quiete. Si agita, suda, geme. E' l'unico momento in
cui sento la sua voce. Eppure c'è qualcosa d'inquietante: i lunghi momenti
in cui guarda l'oceano. come a cercare, come a ricordare.
Il vento è girato: Tramontana. neve. Impossibile mettere fine al suo
ululato, fischia e penetra ovunque.

Il suo sonno è più agitato del solito. urla e si gira.come se avesse le
convulsioni. Mi alzo e mi metto su di lei, la blocco con le coperte. una...
una parola soltanto. gridata come una liberazione, come una sentenza:
"Roussac.!".
Le cicatrici sulla schiena mi ritornano a sanguinare. Come un dardo, il nome
mi aveva riportato a vent'anni prima.frazioni di secondo lunghe come le
traversate dalla Guyana alla Bretagna. lunghi come vent'anni d'oblio.
Io sono Roussac.e mi hanno trovato, anzi mi ha trovato.

L'alba mi vede vestito e pronto sul mio baio, dissi che andavo al villaggio,
sarei tornato all'imbrunire, dovevo sapere. Annuì mormorando: "Si, certo".
"Gardien". Mi chiamavano così. Compro provviste per non dare nell'occhio. un
giorno intero ad ascoltare al porto, nelle osterie. niente.
E' sera. Mi abbraccia, ma ha ritrovato il suo sguardo e la sua parola. Non
ricorda nulla. dice che non ricorda nulla. Non ci credo, ma non sa chi sono.
Se andrà al villaggio, qualcuno gli racconterà che sono qui da pochi anni,
che vivo in solitudine e capirà.
Devo andarmene. Non mi guarda più come prima. La notte è travolgente ed
insonne.
"Vado a fare legna, tornerò per mezzodì". Lei sulla porta, mani giunte: "Si,
certo."

Il fumo si vede da tre leghe, la mia casa brucia. Tracce di un carro a due
cavalli e forse tre cavalieri, erano venuti a prendermi.
Sono di nuovo braccato.
Arrivo dal cieco in piena notte. L'odore dell'aria è acre. La casa è
bruciata, sono stati qui prima che da me.

Brest. Devo partire per la Nuova Inghilterra, per le Colonie.
Sono al porto. Vestiti da preti, da soldati, da mercanti. Ho vissuto troppo
tempo con loro per non riconoscerli. I movimenti, la distribuzione sulla
banchina, nelle locande, nelle vie e nelle osterie.

Non l'avevo mai vista prima del nostro incontro sulla scogliera. cosa voleva
da me? E soprattutto chi è? E se fosse morta nell'incendio? E se fosse
venuta ad avvisarmi di fuggire?

Faceva il negriero clandestino. Vivard è l'unico che può portarmi nelle
colonie, sebbene sia notte busso alla porta, la sua donna mi apre. Buio.

" Dove.dove sono?"
"Ma bene. il Boia di St. Germain si è svegliato.". E' lei, in una mantella
elegantissima col cappuccio. color porpora.
"Perché sono incatenato qui? E chi sei?"
SSTAC!!  La scudisciata sul viso mi ferisce."Le domande le faccio io
Roussac.l'oro. l'oro dei Servette, dov'è?"
"E' quello che vuoi? Non l'ho più". Le quattro scudisciate successive, sul
viso, mi fanno sanguinare.
"Roussac.Roussac.lo sai bene anche tu che ci sono i metodi per far parlare
anche le pietre.o cerchi di nascondere nei tuoi ricordi di un decennio di
predazioni, stupri, massacri, saccheggi e genocidi, i metodi di cui eri il
principe? Dieci anni d'onorata attività in tutta la Guyana?"
"Come mi avete trovato?"
"Te l'ho detto, parlano anche i sassi alle volte."
L'odio che c'è nel suo sguardo non può essere figlio solo dell'avidità. non
basta.
"Chi sei?"
SSTAC!!
" Le domande le faccio io Roussac.l'oro!!"
"Affondato. sul Christal. nel mio viaggio fin qui."
SSTAC!!
"Abbiamo tutta la pazienza e il tempo che ci serve.ma mi hai salvato la
vita.pensaci stanotte.domattina ti darò il buongiorno.insieme ad un indigeno
che ho portato in Europa. uno di quei tuoi amici. quelli che tu conosci bene
vero?"

Avevo saccheggiato la costa delle colonie per anni. "Il Boia di St.
Germain". Rasi al suolo quel villaggio. Decine di morti inermi. Ero
inebriato. il potere mi faceva vivere un'altra dimensione.il sangue mi
inebriava come gli sguardi sbarrati di chi muore guardandomi.
Gli succhiavo l'anima.
Più forte era il dolore che infliggevo, più grande il potere che ne traevo.
Più la disperazione e lo sconforto che lasciavo era profondo, più feroce
sarebbe stata la mia ira la volta successiva.senza mai fermarmi. A St.
Germain il massacro durò nove giorni.ci nutrimmo del sangue e delle
interiora delle vittime che mantenemmo vive come animali da macello, in
preda ad un'isteria collettiva che brutalizzava tutto, anche i cadaveri.
Lei vuole l'oro, il frutto dei saccheggi e dei massacri, non è un'agente del
governo.ma chi è?

Il sangue. il mio sangue. lo vedo. dopo anni è il mio sangue a scorrere,
anche stavolta è il frutto di violenza, mi sento vivere.dopo quasi dieci
anni.

E' notte, la chiave gira nella serratura.
"Vivard!"
"Zitto!".
Siamo fuori, ne ha uccisi tre.
"Perché sei qui?"
"Hanno ucciso la mia donna e dato fuoco alla casa e alla goletta."
"Vivard.lurido negriero.ti devo la vita!"
"Gardien.li comanda una donna."
"Lo so Vivard.lo so."
"St. Malò non è distante. due giorni di cavallo e arriveremo.il temporale ci
coprirà"

St. Malò, uno dei porti più grandi. Ci siamo arrivati in appena due giorni,
Vivard qui ha degli amici. ci aiuteranno.
Il mio corpo e la mia mente sono sconvolti. Risento quel richiamo al sangue
che credevo sopito.

Ci aggiriamo per il porto. siamo su un pontile.due colpi. Vivard si accascia
a terra, senza un lamento. Un dolore fortissimo al petto.sono in acqua.
sotto il pontile.
"Trovate una barca!! Voglio vedere il cadavere!"
Conosco quella voce. E' lei. è arrivata prima di me.come ha fatto? Come
faceva a sapere che saremmo venuti qui? Non potrò stare qui a lungo. mi devo
muovere.l'acqua è gelida e fetida.
"Qui! Tracce di sangue!"
"Anche qui!"
"Svelto, più svelto.devo andare via"

"Stai bene?"
"Dove sono?"
"Tra amici.ti abbiamo tirato su dal porto cinque giorni fa, con un bel buco
sul torace, ma te la caverai. piuttosto. chi è che ti cerca?"
"Chi siete?"
"Tranquillo. amici di Vivard"
"Non so chi mi cerca."
"Come ti chiami?"
"Leconte."
"Iniziamo male.non si raccontano bugie a chi ti salva la vita."
Sono in due.lui mi parla in tono rassicurante, lei, la figlia, mi guarda e
tace.
"Il mio nome è Roussac!"
"Lo sapevo.è stato celebrato il tuo funerale ieri l'altro."
"Come.?"
"Hanno trovato un cadavere sfigurato.con i tuoi vestiti. non è stato
difficile"
"Siete stati voi?"
"Niente domande."

Non è più uguale. E' come risvegliarsi dal torpore.ma ho un vantaggio.per
quella donna sono morto. Potrei sparire come ho tentato di fare in questi
anni, ma mi ritroverebbe.
Devo colpirla. ora mi sono rimesso.

Si parla di un assassino. Colpisce di notte nel sonno, uccide senza fare
rumore. Indistintamente donne e uomini. Commercianti, armatori, medici,
insegnanti e soldati. I cadaveri sono orrendamente mutilati. Nessun
testimone, nessuna traccia o indizio.
Quei gemiti di dolore mi inebriano. Quegli sguardi mi fanno sentire vivo.
sono tornato a succhiare le loro anime. Ma ora faccio il cacciatore, il
segugio.ucciderò i suoi uomini e arriverò da lei.

Quasi undici giorni di cavallo. Non ero mai stato sulle montagne, ma la
pista porta qui. Lei è qui. Rimpiango l'oceano.qui non c'è il respiro.solo
silenzio. reso più solenne dalla neve. Il freddo ti abbraccia come un manto
gelido.
Vive nel maniero di Bourgeac.
Ho cercato di occultare il mio passaggio. la linfa proveniente dai miei
morti mi avrebbe scoperto.
E' strana questa valle. Disabitata e cieca.ma con un castello. a guardia di
cosa?
Niente tracce d'animali sulla neve. neanche vicino ai ruscelli di cui non si
ode alcun rumore, niente ali nel cielo.
Il cielo. Non è azzurro. ma non una nuvola. Neanche la neve cade dagli
alberi, pur avendo i rami piegati per il peso.
"Metterò fine a questa pazzia."
L'accesso al castello è ripido. il cavallo sale a fatica ma sicuro. La porta
è aperta. E' deserto. non un uomo, non una guardia.
Le torce sono accese e ardono senza affievolirsi sotto la nevicata che si è
scatenata pochi minuti fa.oppure da giorni.
Forse era un'abbazia, la cinta di mura è stata eretta dopo. Tutto è in
ottimo stato. tutto sembra nuovo, vivo. e forse lo è.
Senti i suoi occhi su di me. ma non mi spaventa. il dolore delle sue
scudisciate mi dà la forza.
E' l'unica porta aperta. entro nella chiesa. tolgo il soprabito.qui non
nevica.
E' genuflessa al primo banco.
"Non ti vergogni ad entrare in chiesa con le armi Roussac?"
"Chi sei? Cosa vuoi da me?"
"Davvero non sai chi sono?". Ora è in piedi e viene verso di me. "Guardami
bene Roussac, sei sicuro di non avermi mai visto?"
Mi manca il respiro.mi sento soffocare.ho la bocca impastata. non distinguo
più bene dove sono.riesco a sentire solo il suo sorriso, ma è più intenso.
un ghigno diabolico. L'eco deforma le distanze e il tempo. La luce non è più
quella naturale che filtra dalle vetrate.barcollo.
"Non capisci.?". La sua voce è deformata dall'ira.
"proprio Non capisci?". Sghignazza. alzo lo sguardo e la riconosco. nei suoi
occhi si alternano le paure e i sentimenti delle persone cadute per mano
mia.decine. centinaia d'occhi sbarrati dalla morte e dalla sofferenza.
"Chi diavolo sei?.Strega?". Credo di morire, sono inginocchiato. non
respiro.
"Diavolo? Strega? Bravo Roussac. hai quasi fatto centro. hai colpito per
mano mia per quasi dieci anni. hai gioito di questo, per tutto questo
tempo.hai accumulato un'immensa ricchezza. e poi hai deciso di
sparire.all'inizio non ci credevo."
"Smettila, strega.Arrgh!".
"Non t'agitare.potresti morire.con tutta la fatica che abbiamo fatto per
ritrovarti e riportare fuori il meglio di te."
No. non è possibile, dunque era tutto previsto. mi aveva guidato lei nel mio
ritorno ad uccidere.nel creare quella scia di sangue che mi teneva in vita,
che mi drogava. lo sapeva.
"Nooo!"
L'ho qui stretta nella mia mano. La lama appoggiata sulla gola.
"Maledetta strega. non è vero nulla. tu non puoi governare il mio destino"
"Dai Roussac. non opporrò resistenza, lascia che la tua vita scorra col
sangue che versi."
Il suo sguardo era quello che conoscevo. freddo e profondo. Pronto a fare
scatenare l'ira dell'interlocutore con la sua irriverenza.
Mi guardava dritto negli occhi. Nessuna paura, solo provocazione.
Ho come la sensazione che le cose che ho detto non siano uscite dalla mia
bocca, che abbia comunicato col pensiero, che il dialogo non sia mai
avvenuto.
La mia bocca è ancora impastata.amara da procurarmi il vomito.
Con la mano le stringo la gola. La guardo fissa negli occhi, in un luogo che
ha ormai perso ogni significato fisico: fuori dal mondo e dal tempo. Nel
guardarla, la mia mano si stringe ancor più alla sua gola. Mi fissa come
volesse accecarmi, cercare di leggermi dentro.
Quegli occhi sbarrati sono tali a quelli che ho visto in tanti cadaveri
caduti di fronte a me. ma lei è viva.
Come in un sipario che scorre. per un istante il suo sguardo cambia. ritorna
ad essere quello della misteriosa donna silente del faro. E' solo un attimo,
come uno spiffero di vento dell'oceano, che entra nelle tue vesti, come un
serpente scorre su di te, provocandoti dei brividi di freddo.
Il suo ghigno è, per un attimo, un sorriso, il respiro è, per un istante,
una luce nel buio.
La lama affonda con veemenza nel suo cuore.
Non un urlo, il silenzio è irreale. Sento il grido delle anime esplodere dal
suo corpo. Le anime. le conosco tutte, una ad una. sono tutte morte sotto i
miei colpi. Il sibilo mi trapassa la testa, mi fa rivivere anni di terrore e
di gloria.
Riesco a respirare. via di qui.
L'abbazia è in fiamme. La nevicata infuria
Tutto ora sembra diroccato e fatiscente, come se mostrasse la sua vera età.
Devo scappare via dall'incendio. prima che crolli tutto.
Grida o ghigni di spettri riecheggiano intorno a me, come a liberarsi da una
maledizione.
Sta crollando tutto.fuori!!!
In sella al mio cavallo giù per la discesa, mentre il tonfo delle mura e
l'odore acre del fumo m'insegue.le urla sono lontane.
Sento il rumore dell'acqua dei ruscelli e vedo le tracce della neve caduta
dagli alberi.ridiscendo la valle guardando il volo dei gheppi nel cielo.
Due montanari coi muli carichi di legna, davanti a me.
"Ehi! Dico a voi! La strada per ridiscendere in pianura?"
"Giù lungo il torrente fino al ponte di pietra. dopo la cappella seguire il
sentiero in discesa.ma da dove venite?"
"Dalla valle.dal castello che c'è al fondo della valle. il Maniero dei
Bourgeac!"
"Ah.!"
Proseguo seguendo le indicazioni.
"Ehi! Jean Pierre!.chi era quello straniero?"
"Mah.di sicuro uno che è stato da solo per molto tempo.diceva che veniva dal
fondo della valle. da un castello.ma qui non c'è un castello nel raggio di
venti leghe.tanto meno nella valle.e poi. hai mai sentito parlare del
Maniero dei Bourgeac?"
"No! Chi sono?"

Piove a dirotto.è uno strano effetto guardare una lapide con inciso il
proprio nome. Il piccolo cimitero di St. Malò è deserto. contemplo la mia
tomba che ospita uno sventurato sconosciuto. E' come una sensazione di
vuoto.
Il silenzio è assoluto. solo il fragore della pioggia che cade sul selciato,
sul soprabito.sul viso.a nascondere le lacrime.
Il rumore di zoccoli, appena udibile nello scroscio della pioggia si
avvicina lento. Si scorge chiaramente, di là della ringhiera, un cavallo sul
quale c'è un individuo dalla corporatura minuta.fermo. immobile, coperto da
un'elegante mantella col cappuccio. color porpora……………


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