Lunedì No

E' cominciato così: con un messaggio arrivato allo schermo verdolino del mio computer, come un'alga o una bottiglia portate dal mare e venute chissà da dove. Io l'ho raccolto e poi non ho resistito alla tentazione di rispondere.

Forse perché ero sola, quel giorno, o forse perché era un lunedì, denso di noia e di pioggia. Mi aspettava, acquattato nelle due pagine a caratteri brillanti della posta in arrivo, tra le circolari dei capi e il refrain delle fatture non pagate.

Da MM_VV@NUVOLE.IT a ROBERTAH@IT.COSE.COM

Dolcissima illusione, ho finito di rileggere la tua ultima di ieri (oggi niente; perché?) e come non mai sento il desiderio di averti qui, di poterti vedere, di poterti toccare, finalmente, dalla punta dei capelli fino all'unghia dei piedi, senza neanche l'alito di una parola a dividerci, solo averti, vederti e toccarti! E mi chiedo per quale incomprensibile ragione questo non sia possibile. Ti ho incontrato in una notte di vagabondaggi solitari nella Rete e da allora, dal pozzo dei milioni di parole che ci siamo scambiati, è venuta alla luce un'immagine di te tremolante, ma quanto più esatta dei volti che ogni giorno posso vedere e misurare con la precisione del compasso! Tu dici che il distacco fisico è necessario e me lo imponi come un forzato tormento. Dici che non puoi deciderti a quel passo finché tutto non è stato detto, finché la rivelazione non sarà totale. Ma io ti dico che, santo Dio, tutto non sarà mai detto. Che rischiamo di continuare a rimpiattarci dietro alle parole, a sgusciarle senza poterne godere il significato. E soprattutto ti dico, mia dolce illusione, che dietro a quel fiume denso di parole che stai filando, io voglio il tuo corpo, e lo voglio per il semplice motivo che ti amo, e ti amo tutta, dolce fantasma, tutta, quello che conosco e quello che credo di immaginare, anzi questo ancora di più, le tue dita, la tua bocca, i denti, le gengive, la lingua, il naso, tutto il corpo, tutto! E quando un uomo ama una donna la porta dentro sé ogni istante, e ogni istante è pronto a farla uscire da sé, ma solo per tenerla tra le sue dita e provare a se stesso che è diversa da tutte le altre. Ti cercherò e ti troverò. Ma intanto aspetto ancora di leggerti presto, prestissimo.......

Tuo Sergio

Che dire? Pochi anni fa una lettera così l'avrei trovata per lo meno stucchevole e molti anni fa (ma proprio molti!) invece mi avrebbe probabilmente infiammato.

Mah. Comunque, si trattava di un errore: ROBERTAH sono io (Roberta Herrera, per la precisione, classe '63, sic) e COSE è l'azienda per cui lavoro, la trovate anche al WWW.COSE.COM, se vi interessa, ma credo proprio di no. Quel messaggio invece non era per me: non conoscevo nessun Sergio in particolare, e in generale proprio nessuno (purtroppo) che avesse motivo di scrivermi quelle cose. O anche altre. L'ignoto internauta innamorato nella foga di scrivere doveva aver confuso una lettera con un'altra o forse aveva sbagliato a digitare il nickname, non so. Gli innamorati, si sa, fanno sempre pasticci.

Ora, ricevere un messaggio destinato a qualcun altro, e un messaggio di quel genere, poi - cioè mica un sollecito o una circolare distribuita a vanvera, che non ci avrei neanche fatto caso - un certo effetto lo fa; è un po' come rispondere al telefono di notte e sentire una voce che farfuglia qualcosa e riattacca. A quel punto, è già scintillato un contatto che quanto meno vi spinge ad andare oltre, a indagare sulla misteriosa via che ha portato proprio il vostro telefono, il quale magari si ostina a tacere da giorni, a squillare.

Nel mio caso, il buon senso e la buona educazione suggerivano di prendere il messaggio e rispedirlo al mittente, con gentile preghiera che controllasse meglio, in futuro, i suoi indirizzi. E tante scuse. Ma vi prego di ricordare che era un lunedì uggioso (e piovoso, per di più) e forse a voi non capita, ma io il lunedì sento il peso del Creato tutto addosso alle mie miserabili spalle, che tra l'altro il buon Dio ha fatto particolarmente esili, e sento la noia come una pece grigia che mi si attacca sotto i piedi. Questo lo dico per farvi comprendere meglio il clima in cui maturano certe decisioni in apparenza sfrontate.

Così non ho fatto parola a nessuno di quel messaggio (neppure alla mia collega Olivia, lo giuro) e mi sono detta Roberta, visto che la sorte ti ha fatto lo scherzo (scherzo? oddio, sarà mica solo uno stupido scherzo?) di ghermirti in un cappello di milioni e milioni di nomi, quanto meno il diritto di stare al gioco ce l'hai, non l'hai mica chiesto tu di essere tirata in ballo, no?

Insomma, ho risposto. E in fondo il Sergio un po' mi faceva tenerezza, a parte una istintiva gelosia per l'oscura rivale, lui così ben deciso, e lei che lo teneva a mollo con le chiacchiere. Ho approfittato del dopopranzo per buttare giù poche righe appassionate, trincerata dietro allo schermo del personal computer.

Da ROBERTAH@IT.COSE.COM a MM_VV@NUVOLE.IT.

Caro Sergio. Comprendo, lo comprendo perfettamente, credimi, il tuo desiderio di avermi tutta e di superare il muro compatto delle parole. Lo comprendo, perché il tuo desiderio è ovviamente anche il mio. Lo comprendo, perché è un desiderio umano e normale (altroché, N.d.R.). Ma (un ma ci vuole, a questo punto, N.d.R.) questo desiderio ti ricordo che non deve farci perdere di vista il primo vero obiettivo della nostra relazione: che è arrivare alla conoscenza reciproca vera (sottolineato vera, N.d.R.), la quale si ottiene soltanto attraverso la parola, non viziata e non condizionata da nessuna altra sensazione. Io ti chiedo, Sergio, quale altro piacere puoi mai ricavare dal mondo più intenso della scoperta piena di un didentro che ti si svela nella sua complessità, non più limitato da nessun difuori? Come pura musica.

Io ti giuro (una porta aperta dovevo pur lasciarla, N.d.R.) che desidero quanto te la frizione dei sensi (volevo scrivere fruizione, in realtà, ma anche così non suona male, N.d.R.) e ti giuro che ci sarà quel momento. Ma ti prego di capire che mi devo sentire sicura...... Firmato Tua dolce illusione, in attesa di scoprire come si chiama la bella.

Non per dire, ma questa lettera più la leggo e più mi piace. Sfido chiunque a far meglio, con il poco tempo e i pochi dettagli di cui ero a conoscenza.

Il giorno dopo non mi aspettavo, veramente, di trovare una risposta. O meglio, temevo di non trovarla. E avevo buoni motivi per crederlo: primo, che il buon Sergio, per quanto innamorato e distratto, doveva pur accorgersi che la posta arrivava da un indirizzo sbagliato, e che il tono non era quello solito (o magari ero stata così brava che lo era?); secondo, più importante forse, che la sua vera amata poteva intanto avergli scritto a sua volta.

Invece, la risposta c'era. Occhieggiava dallo schermo nel mucchio della posta ordinaria. Sergio l'aveva spedita all'una di notte, come l'altra. Immagino, incapace di chiudere occhio, tormentato dal desiderio di stringere finalmente per le mani il fantasma di quella donna. Pigiai sul tasto di Lettura Posta col cuore nelle dita.

Giselle (Giselle? che nome del cavolo, N.d.R.) scusami, scusami innanzitutto se ti è parso che io volessi in qualche modo affrettarti verso quello che tu consideri un punto d'arrivo. Sì, è vero che lo desidero; è vero che mi sembra che ci stiamo avvitando a vuoto e non siamo più capaci di procedere di un solo millimetro. Ma non voglio forzarti. Vorrei solo convincerti. Anche se non ci riuscirò mai, lo so. Allora vorrei convincere me, piuttosto, che è giusto aspettare.

Tu parli di un difuori e un didentro. Finora hai sempre parlato di anima e corpo. Bene; mi piace più così. Ma io ti chiedo: chi ti dice che le parole non possano tradire come e più (molto più) di un difuori nudo e disarmato? un difuori che chiede solo di essere toccato misurato riscaldato spanna per spanna, per poter a sua volta tranquillizzare e scaldare il suo inquieto e agitato didentro. Il tuo inquieto e agitato cuore. Ecco che alla fine l'ho detta, la parola proibita: cuore. Credimi, è questo di te che mi manca, alla fine di tutte le parole ingiallite che possiamo inventare, solo questo di te vorrei: e so che ci si arriva attraverso la pelle il sangue le ossa. Non scavando in un cimitero di parole. Perché lo so che dentro le parole che mi scrivi corrono le tue molecole: ma io vorrei averti qui, Giselle, in questo momento, in cui il tictac dell'orologio mi ricorda che sono solo, Giselle, e potrei non esserlo.

D'accordo. Mi sono sentita un verme solitario: quello, per intenderci, che campa da re aggrappato alle viscere della gente. Ma è stata tutta colpa del lunedì. Già oggi, che è martedì, mi sentivo meglio, e non avrei combinato un simile pasticcio.

Ho preso carta e penna (si fa per dire) e ho risposto. Due righe semplici e sincere, com'era giusto.

Da ROBERTAH@IT.COSE.COM a MM_VV@NUVOLE.IT.

Caro Sergio. Io credo che tu abbia ragione e che quello che scrivi sia giusto. Credo anche che se Giselle avesse un briciolo di coscienza lo capirebbe benissimo.

E scusami per il messaggio di prima. Perché io non sono Giselle. Ti saluto, Roberta.

Dopodiché ho pensato anche che sarebbe stato carino incontrarci tutti e tre da Castagna, a Stranamore. E fare un bella sceneggiata in diretta con tutt'Italia. Altro che Internet.

Mercoledì nessuna risposta. Anche per tutto giovedì mattina niente. Il nuovo messaggio lo trovai giovedì di ritorno dalla pausa pranzo. A vedere nuovamente sullo schermo il noto indirizzo dell'ignoto corrispondente, devo confessare che dopo tutto feci un saltino di gioia.

Purtroppo, il testo del nuovo messaggio, come potete immaginare, non è integralmente riproducibile qui. Non tanto per le parolacce, che non sono poi così numerose in assoluto (in termini relativi sì, però, trattandosi di sole tre righe di testo) e neppure delle peggiori, ma per una certa caduta di gusto che mi sembra finirebbe per troppo sfigurare i profondi messaggi che ci eravamo scambiati fino a quel momento. Del resto, che farci? Si sa che nell'uomo l'angelo e la bestia convivono.

In sostanza, il mio ex-amico mi diceva, com'era suo diritto, non lo nego, che ero un'autentica villana (diciamo così) a giocare con i sentimenti della gente. Gli risposi che poteva anche aver ragione, come dopotutto avevo già chiaramente ammesso, ma visto che fuor di metafora quel che cercava dalla Giselle era evidente, ed era anche evidente da quest'ultimo messaggio che razza di tipo fosse lui in realtà, inutile che facesse tanto il filosofo e lo dicesse chiaro e tondo: sarebbe stato meglio per tutti: lui, la Giselle e io (cosa c'entravo io non lo so, ma mi era sembrato meglio, per l'efficacia della chiusa, mettermici dentro). E buona notte. Che poi avrei anche potuto aggiungere che se ne aveva abbastanza di aspettare quel pesce lesso della Giselle, venisse da me e glielo avrei dato io un didentro (o un difuori? mah...) con tutti gli annessi di sangue pelle ossa unghie ecc. che gli mancavano tanto. Già uno che a mezzanotte slanguidisce davanti a un computer non li ha tutti a casa. Ha ragione l'Olivia: a forza di starsene in Internet, certi tipi non sono più capaci di stare al mondo.

A proposito dell'Olivia, il sabato sera è venuta a trovarmi: ha spedito il marito dalla mamma e si è trascinata dietro il marmocchio: nella famiglia di Olivia sono tutti un po' speciali, lei in testa. All'Olivia i messaggi di Sergio sono piaciuti molto, ma c'è da dire che negli ultimi tempi anche lei è un po' rammollita (eh, i trent'anni!), non ce l'ha più quella bella verve di quando spiava i colleghi maschi al bagno, e poi ci riferiva con precisione di dettagli - chissà se vedeva veramente qualcosa?

Se li è letta difilato un paio di volte tutti e due (tutti e tre, per la precisione) scandendo a voce alta i passaggi chiave con smorfie e occhieggiamenti da far scompiscicare: io vo-glio il tu-o cor-po.... gen-gi-ve den-ti b-o-c-c-a.... in-quie-to e a-gi-ta-to c-u-o-r-e.

Dice l'Olivia che dovrei scrivergli un'altra volta e chiedere scusa per la porcata che ho fatto a fingermi Giselle, e intanto magari buttargli lì per inciso che se proprio vuole io sarei libera; se lo sente l'Olivia che quello lì è un tipo gagliardo, un po' sentimentale ma gagliardo, si capisce da come scrive, mica uno sduprato come l'Attilio. Per la cronaca, l'Attilio sarebbe un mio ex-ex - ex-niente, in realtà: non abbiamo mai concluso un fico secco, a parte emicranie e arrabbiature, e qualche lacrima a gratis, ma sono passati secoli, sembrano secoli a guardarli da qui oggi, e io una ragazzina con i jeans e le superga bianche sporche. Ma poi scusa, Olivia, che bisogno c'è di tirare di nuovo in ballo questa storia?

 

Lunedì. Pioggia e vento. Cielo grigio; umore nero.

Da ROBERTAH@IT.COSE.COM a MM_VV@NUVOLE.IT.

Ciao Sergio, sono ancora io, ti ricordi? Sì, per forza ti ricordi, sono passati solo tre giorni. Già, tre giorni e sembra chissà quanto, vero?

Senti, a proposito di quel messaggio che ti avevo mandato, sì, quello al posto di Giselle, ecco, ci ho pensato, e insomma volevo dirti che è stata proprio una carognata, una carognata bella e buona, sì, e in effetti hai proprio ragione a essere un po' arrabbiato con me, che tra l'altro non mi conosci neanche, ti capisco, sai.

Però, vedi, devi pensare che era lunedì, in effetti questo a te probabilmente non dirà nulla, lunedì, martedì, mercoledì, che c'entra, dirai tu, però io col lunedì proprio non ci lego, non lo sopporto il lunedì, e allora quando ho visto il tuo messaggio mi ha fatto molto piacere, ecco volevo dirti questo, che secondo me dicevi cose molto serie e importanti, e allora è anche per questo che ho provato a risponderti, eppoi pensavo che te ne accorgevi subito che era uno scherzo, no?

Va bene. Fine delle chiacchiere. Solo questo ancora: mi piacerebbe conoscerti. Ehi, Sergio, ci sei ancora? Dico sul serio, sai: conoscerti, sì proprio te, mi piacerebbe, se sei d'accordo, ovvio.

E, va bé, questa volta faccio sul serio, tutto vero, mi chiamo Roberta, Roberta Herrera, cognome insulso, sembra straniero, non so bene neanch'io da dove viene fuori, di preciso.

OK, basta così. Sono le nove e trenta del mattino. Buona giornata. (ci conto.)

Ci conto, intendevo dire, che potremo vederci (anche se magari tu sei di Palermo mentre io sto a Bustarsizio). Non ci conto che passerai una buona giornata. Forse nel contesto non era molto chiaro. Comunque non ha importanza. Perché questo messaggio Sergio non l'ha mai ricevuto.

Da MAIL_SERVER a ROBERTAH@IT.COSE.COM.

Gentile Roberta (che nome accattivante!),

Le segnalo che purtroppo la sua nota n. 3766 del 16/3/98 non è stata inoltrata. Infatti, l'indirizzo di destinazione MM_VV@NUVOLE.IT risulta inesistente. Le consiglio di controllare di aver scritto correttamente l'indirizzo.

Sarò lieto di poterle essere ancora utile in futuro. Buon lavoro.

Il Mail_Server è un signore sempre molto gentile, è un piacere avere a che fare con lui. Peccato solo che sia una stupida macchina e che questa loffiaggine del nome accattivante me l'abbia già ripetuta un milione di volte. Comunque, l'indirizzo l'avevo scritto giusto, come voi stessi potete verificare.

Questa del Sergio sparito nel nulla, annullato nei milioni e milioni di indirizzi Internet senza più un bai di possibilità di riacchiapparlo, accidenti proprio non me l'aspettavo. E' come andare a casa di un amico e trovare la casa vuota e abbandonata. Peggio, non trovar più neanche la casa.

Non era destino, mi ha detto l'Olivia arricciando le sue mobilissime sopracciglia, e se non era destino, allora è meglio così. Poi però mi ha fatto notare una cosa, a proposito di tutta la vicenda, su cui in effetti non avevo ben ragionato. E cioè che Sergio, o la Giselle, o forse tutti e due, non devono essere molto lontani da qui, perché se Sergio ha sbagliato l'indirizzo, allora o lui mi conosce e ha anche il mio indirizzo, e si è confuso perché è inconsciamente innamorato di me, oppure il mio indirizzo è molto simile a qualcun altro di COSE, metti che Giselle sia un nome falso e quello vero Roberta Vattelapesca, a COSE.COM, naturalmente. Ora, è vero che COSE, in Italia, è un'azienda di cinquemila persone, ma già le donne sono molto meno, e le Roberte poi ancora meno. Quindi, secondo Olivia, prima di dire che veramente non è destino, qualche ulteriore indagine forse val la pena di farla, invece di metterci una pietra sopra. Se poi proprio non è destino....

 

.... non sarebbe neanche squillato il telefono, quella sera, quando ormai tu avevi già messo una bella pietra su tutta la vicenda e stavi assaporando il piacere di un bagno caldo, ancorché solitario, con una collina di soffice spuma bianca e bollicine in libera uscita per tutta la casa. E chi è? Vi aiuto: non è l'Olivia, sarebbe troppo facile. Ma non è neanche il misterioso Sergio, come magari stavate già pensando. E' l'Attilio, invece, guarda te che coraggio a farsi sentire dopo tutti quei secoli, però visto che oramai ci sei, Attilio, accomodati. Dici che peccato non esserci più sentiti, in fondo non si stava neanche poi male, insieme. No, non così male Attilio, a parte la maggioranza delle volte.... E se magari una sera ci si vedesse ancora, chessò davanti a una birra (Attilio! Una signora come me non beve birra) per raccontarci un po' di cose, mica per altro, ne è passata di acqua sotto i ponti, tra l'altro hai visto che c'è un nuovo film con Kevin Costner?; va bé, che vuoi Attilio, io sono qui; sai, dice lui, ormai noi scapoli siamo rimasti così pochi che... glu glu glu (mi è caduto il telefonino nell'acqua). Non chiedetemelo: non lo so neppure io perché ho accettato. Se mi avessero chiesto solo un secondo prima che squillasse il telefono che ne pensavo di vedere ancora Attilio, avrei risposto usando i pugni e i piedi, più che la lingua. Ma quando un nemico si arrende in maniera così completa e si mostra così palesemente inerme, bè, non voglio essere io ad affossargli la spada nel petto.

Tutte balle. Il fatto è che ti piace ancora.

No, Olivia. Giuro che questa volta ti sbagli.

Attilio non sarebbe brutto, in realtà, ma ha una bellezza tutta sua, di cui in genere nessuno si accorge. Secondo me è la bellezza dei timidi. Un tipo come Attilio passa inosservato, qualunque cosa faccia: potrebbe violentare una vecchietta col rosario in mano in pieno giorno sui gradini del Duomo e nessuno si accorgerebbe che è stato lui. All'inizio questo deponeva a suo favore, naturalmente: che piacere uscire con uno che non fa il gradasso, non si vanta di avere nell'armadio le mutande di cento donne, non tocca il sedere alle cameriere, lascia parlare anche voi e sembra persino che vi ascolti (o ha imparato a dormire ad occhi aperti?). Ma alla lunga vi viene da chiedervi se esce con voi perché gliel'ha detto la mamma o se magari veramente c'è qualche vostra umana caratteristica che l'ha portato a prediligervi nel pur esiguo drappello delle libere e disponibili in quel momento. E soprattutto, vi chiedete se un minuscolissimo sentimento di affinità, se non proprio di vivo interesse, alberga nel fondo del fondo del suo animo. Che sarà sì interessante e presumibilmente dolce e amorevole, ma resta comunque soprattutto insondabile. E se provate a indagare un po' più a fondo, magari vi tocca sentirvi dire che è almeno al novanta percento colpa vostra, colpa di voi che non siete capaci di metterlo del tutto a proprio agio, povera anima.

Al primo sguardo che gli scagliai quel venerdì sera al NeroFumo, non mi sembrò cambiato di una sola virgola (ahimé), a parte i capelli brizzolati e la stempiatura generosa.

Mi siedo al tavolino sfoggiando rassicuranti sorrisi. Certo è distratto, ma li avrà notati i primi capelli bianchi che mi affiorano tra le chiome? (e sarebbe anche il caso che mi decidessi alla mia prima tintura), saranno anche pochi ma senz'altro li ha notati.

Imbarazzo, un po' di frasi di circostanza, mi racconta del lavoro, della gatta (è ancora viva? mio Dio), i genitori in Toscana che lo vorrebbero sposato; il mio piede destro, abbandonato alla deriva, attraverso il cuoio dei mocassini arriva a strofinare il velluto dei suoi calzoni. Mi sembra addirittura vivace, questa sera, l'amico. Saranno le birre, già due boccaloni fulminati.

Poi attacca uno strano discorso a proposito di una relazione turbolenta che si è trascinata per mesi e si è finalmente deciso a tagliare. Dice una relazione su Internet. Come, su Internet? gli chiedo. Ci scrivevamo con la posta elettronica ma non ci siamo mai visti. Bella roba, dico io, ma tu guarda che caso.... Ho risposto a un annuncio in un sito di cuori solitari, dice facendosi sempre più rosso. Ci siamo scambiati una pila di messaggi. Un giorno ero disperato perché non avevo ricevuto il solito messaggio. E allora ho scritto.....

E allora ha scritto un messaggio grondante lacrime e l'ha mandato a me, l'imbranato, invece che alla sua amica Giselle. Farfuglia rosso come un peperone: Credo che sia perché....

Crede che sia perché mi ricordava in carne e ossa e desiderava avermi lì con lui, scriveva alla Giselle ma pensava a me, crede. Oh, io qui l'ho detto in due righe; ma a lui, quella sera al tavolino gli ci sono voluti dieci minuti buoni, e anche se cercava di buttarla in ridere, era serio serio e rosso rosso. Imbranato come la prima volta che l'ho visto. Che dovevo fare? Mi sono alzata e l'ho baciato in bocca, veloce che non ha fatto a tempo a rendersi conto. Era così bollente, che aveva gli occhiali appannati (immagino). Dopo il bacio ha preso coraggio, si vede, e ha tirato fuori quel pattume della prima lettera, sì quel punto dove dice: Quando un uomo ama una donna la tiene dentro sé ogni istante con tutto quel che segue. E parlava anche a voce alta, questa volta, e si voltavano tutti. Allora, per farlo tacere, mi sono rialzata e l'ho baciato di nuovo.

 

Bene. A questo punto non ci sarebbe più molto da dire. A parte il fatto che immagino sarete curiosi di sapere com'è andata a finire. Bè, il bello è proprio qui: che non è ancora finita, per fortuna. Diciamo che siamo modestamente impegnati, con reciproca soddisfazione, in una accurata ispezione del nostro difuori. Non aggiungo altro.

Ah, e Giselle?, direte voi.

Giselle non è mai esistita. L'ha scoperto Attilio dopo che ha ricevuto il mio ultimo messaggio e si è accorto del suo errore - freudiano ma pur sempre errore. Poiché Giselle non gli scriveva più, a forza di disperate ricerche ha trovato che il suo indirizzo era usato da un gruppo di ricercatori dell'università di Livorno, che mettevano annunci fasulli per studiare come la Posta Elettronica e Internet cambiano il modo di esprimere i sentimenti. E col povero Attilio avevano trovato pane per i loro denti - otto mesi di lettere languide e infuocate, altro che nuovo modo di esprimersi; finché si erano arresi loro, i ricercatori, esausti. Dopo l'amara scoperta, l'Attilio ha chiuso per la seconda volta la sua casella di posta elettronica e questa volta, dice, per sempre. La prima volta l'aveva chiusa quando non voleva più saperne di me. E nell'occasione aveva anche deciso di cambiare nome: non più Attilio, ma Sergio: in fatto di nomi è tradizionalista.

Io, a questa versione non ci credo molto; tra l'altro, ve ne siete accorti?, l'Università di Livorno non esiste proprio. Secondo me è stata tutta una macchinazione dell'Olivia. Ma lei giura di no.

 

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