I PERSONAGGI

Caratterizzare un personaggio

Spessore dei personaggi

Protagonista e personaggi secondari ( e loro interazioni)

Particolari e concisione

L'autore è il personaggio? Immedesimarsi nel personaggio

La personificazione (Personaggi animati e non)

Eroi e anti-eroi

L'introspezione psicologica


Proposte per esercitazioni

Bibliografia

"Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero!"
(La coscienza di Zeno, Italo Svevo)


Senza un personaggio non esiste storia, e la storia si alimenta grazie alle figure che si muovo in essa e che la rendono credibile. Senza i personaggi, chi legge non potrebbe mai calarsi veramente della trama, perché solo in essi ci si riconosce per quello che si è o per quello che si vorrebbe essere. Anche in minima parte, questa "condivisione", questa sintonia deve esistere perché solo così siamo disposti a seguire il protagonista fino alla fine della sua avventura.
Sono molti gli scrittori che hanno considerato il protagonista o i protagonisti del proprio lavoro così importanti da farli assurgere a titolo dell'opera. Basti pensare a Robinson Crusoe, Amleto, I fratelli Karamazov, Madam Bovary, Taras Bul'ba, per citarne solo alcuni. In questi romanzi appare fin troppo evidente che senza i protagonisti la storia non avrebbe alcun senso. Come faremmo infatti ad immaginarci il romanzo Robinson Crusoe senza Robinson Crusoe?
La letteratura è straripante di personaggi indimenticabili, protagonisti e non, che sono divenuti simbolo dell'opera stessa, ricordati più del titolo, e resi indimenticabili e immortali dalle penne preziose di scrittori di tutto il mondo e di tutte le epoche. Pensando a personaggi come Don Abbondio, Don Chisciotte, Cyrano, Dorian Grey, Anna Karenina, Otello, Mr Hyde, non possiamo fare a meno di stupirci davanti a queste creazioni.

Caratterizzare un personaggio

La prima cosa da fare nel momento in cui ci si accinge a costruire un personaggio, è avere ben chiare tutte le caratteristiche che vogliamo egli abbia. Dobbiamo cioè aver presente nella nostra mente la sua personalità, sia essa negativa o positiva, che non dovrà lasciare addito a confusione. Si dovrà decidere se il nostro eroe sia al passo coi tempi o sia un precursore di nuovi pensieri, se sia un carnefice o una vittima, se sia coraggioso o vigliacco, ecc. Questo passo risulta fondamentale e difficilissimo. Purtroppo chi scrive ha un sola personalità e dovrà quindi superare se stesso per potersi immaginare altro da sé. Ognuno può vedere solo con i propri occhi, e seppure questo ci aiuta a mantenere il senso d'identità, ci impedisce di capire fino in fondo un'altra persona e di poter immaginare le cose da un punto di vista che non sia il nostro. Ma chi scrive deve poter fare anche questo ed entrare nella mente di ciascuno dei suoi personaggi.
Un consiglio pratico a chi comincia è quello di dare ad ogni personaggio delle caratteristiche così marcate da rendere il più semplice possibile la sua connotazione. Se per esempio decidiamo che il nostro protagonista sia un avaro, facciamo in modo che lo sia veramente, abbia cioè tutti quei comportamenti e quelle espressioni tipiche della sua categoria. Per esempio nasconda il denaro, perché non si fida delle banche, conduca un'esistenza ritirata, mangi poco cibo e di cattiva qualità, si vesta come un barbone, ami la sua ricchezza come fosse una persona reale, ecc.
Dopo aver ben chiare quali dovranno essere le caratteristiche del nostro personaggio, ricordiamo che niente come l'azione potrà mai rendere lui o lei veramente reali. Per quanti aggettivi possiamo sprecare, solo le azioni compiute costruiranno veramente il protagonista. E allora, tornando al nostro avaro, non sarà sufficiente dire che mangi poco perché è così tirchio da considerare la spesa per il cibo una cosa superflua. Si potrà invece descrivere, per esempio, una tipica cena a casa sua, dove invece di pesare gli spaghetti lui li conta, o mentre annacqua il vino e accusa la serva (che ovviamente non viene mai pagata) di fare la cresta sulla spesa, sentirlo sermoneggiare sulla vita semplice, sulla spiritualità di un pasto parco, e di tutti gli innumerevoli vantaggi di un'esistenza morigerata, ecc. E poi, di contro, descriverlo a cena a casa di amici (quali?), in cui si satolla con ogni genere di cibo e di bevande, sentenziando che la vita è breve e va goduta.
Ed ecco che il nostro personaggio comincia a diventare, come direbbe E.M. Forster, "tondo", personaggio cioè che acquista una vita propria e che convince il lettore. Forster, autore di romanzi come Casa Haward e Passaggio in India (da cui sono state tratte anche due pregevolissime opere cinematografiche), studiò a fondo i sentimenti e i rapporti umani, le differenze tra le classi sociali e gli individui in genere, che ben sono caratterizzati nelle sue due opere più note al grande pubblico. Egli viaggiò moltissimo, dalla Grecia, all'Italia, dall'India, all'Egitto, e durante questi viaggi raccolse continuamente spunti per i personaggi dei suoi romanzi.
Seppure noi non possiamo seguire il suo esempio di grande viaggiatore, per la caratterizzazione dei nostri personaggi potrà essere sufficiente qualche buona lettura e un esercizio quotidiano. E anche una buona osservazione della realtà che ci circonda.

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Spessore del personaggio

A questo punto dovremmo aver caratterizzato il nostro personaggio e il passo successivo sarà quello di dargli il giusto spessore. Se il nucleo centrale del nostro racconto è il protagonista, dobbiamo fare in modo che tutto ruoti intorno a lui. Lui verrà giudicato per le sue azioni e forse assolto. Ma prima dobbiamo "costruirgli addosso" una storia che sia convincente. "Convincente" non nel senso di "possibile" ma che convinca veramente chi legge, sia cioè credibile.
Se pensiamo al romanzo Moll Flanders, sappiamo che Defoe proprio per convincere i suoi lettori, aveva trascorso 18 mesi nelle carceri di Newgate parlando con ladri, pirati, prostitute e falsari, ascoltando i loro discorsi in punto di morte, prima di scrivere la sua storia. Riuscì così ad ottenere tutte le informazioni che gli servivano per descrivere il mondo attorno alla sua eroina, Moll, che era nata proprio a Newgate.
L'ideale per noi sarebbe, tornando al nostro avaro, conoscere veramente qualcuno che lo sia, per descrivere così comportamenti cui abbiamo assistito. Ma questo può non essere fondamentale. Nella nostra esistenza ci sarà capitato di assistere a diverse occasioni in cui qualcuno abbia mostrato un po' di avarizia e sarà sufficiente sommare tutti questi comportamenti in un uomo solo. Basti pensare alla sfortuna. Tutti abbiamo avuto degli accadimenti particolarmente sfortunati, ma difficilmente qualcuno di noi avrà raggiunto i livelli del rag. Fantozzi, che incarna ormai lo stereotipo dello sfortunato/sottomesso.
Il personaggio crescerà dunque pian piano che si va avanti nella stesura, attraverso indicazioni indirette (gli aggettivi) e dirette (le azioni), e attraverso ciò che lo circonda (le interazioni con l'ambiente e gli altri personaggi). Possiamo e dobbiamo avvalerci di tutti gli "avari" famosi della letteratura. E quindi leggiamoci L'avaro di Molier, La roba di G. Verga, e il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa , e osserviamo come questi avari non siano solo tali, ma possiedano anche altre caratteristiche che contribuiscono a dare spessore al loro personaggio.
Prendiamo ad esempio il Gattopardo, e vediamo una descrizione "indiretta" dell'avarizia.
Il principe di Salina chiede a don Ciccio di dirgli cosa pensa veramente di don Calogero, il padre di Angelica. E don Ciccio risponde: "… don Calogero è molto ricco… è avaro (quando la figlia era in collegio, lui e la moglie mangiavano in due un uovo fritto)…" , però aggiunge "… un mese fa ha prestato 50 onze a Pasquale Tripi… e senza interessi, il che è il più grande miracolo che si sia visto da quando Santa Rosalia fece cessare la peste a Palermo" .
Quindi don Calogero e sì avaro, ma ha anche rare manifestazioni di generosità. Continua don Ciccio "Intelligente come il diavolo… andava avanti e in dietro in tutto il territorio come un pipistrello… e dove era passato si formavano circoli segreti… Un castigo di Dio… Questo è don Calogero, Eccellenza, l'uomo nuovo come deve essere: peccato però che debba essere così." .
Qui don Ciccio anticipa la figura dell' "uomo nuovo" , l'arricchito che vuole salire la scala sociale, e avvicinarsi alla nobiltà in qualunque modo, anche col matrimonio della propria figlia coll'erede del Principe di Salina.
In effetti dopo questa descrizione, ci siamo fatti un'idea abbastanza precisa di don Calogero. Ma l'autore fa di più, e ci propone una descrizione "diretta" , quando i due s'incontrano per la prima volta per parlare dei rispettivi figli e del sentimento nato tra i due.
Don Calogero è vestito quasi a lutto ("in gramaglie") convinto che quell'abito sia il più adatto alla circostanza, "…se ne stava lì all'impiedi, piccolino, minuto e imperfettamente rasato" . Poi parlando di sua figlia Angelica e del figlio del principe, Tancredi, dice "Sono stati visti baciarsi martedì 25 settembre… nel vostro giardino vicino alle fontane. Le siepi di alloro non sempre sono fitte come si crede." Don Calogero è quindi meticoloso e sa tutto, anche ciò che non si dovrebbe.
Per il ballo organizzato, il Principe aveva affidato a Tancredi il compito di rendere don Calogero presentabile. Tancredi quando si sente chiedere dal padre come sarebbe stato il frac di don Calogero risponde "Il frac è come può essere: il padre di Angelica manca di chic". La letteratura è ricca di personaggi secondari caratterizzati con cura, piccoli gioielli che a volte brilla più dei grandi, e don Calogero è solo un esempio.

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Protagonista e personaggi secondari (e loro interazioni)

Normalmente all'interno di una produzione creativa, si distingue tra protagonista, personaggi comprimari e personaggi secondari. Ne va da sé che il protagonista sarà quello cui lo scrittore darà maggior spazio. Egli dovrà avere una personalità complessa che si sviluppa durante il racconto e possibilmente una caratteristica accentuata, quella di cui si parlava nei paragrafi precedenti.
A seguire ci sono i personaggi comprimari che avranno una caratterizzazione simile a quella del protagonista ma meno dettagliata. Essi "aiutano" il protagonista ma non devono scavalcarlo e usurpare il suo posto di privilegio, perché il lettore potrebbe rimanerne disorientato. Chiarire quindi dal principio chi è il protagonista e chi sono i personaggi comprimari è fondamentale. Ovviamente se siamo appassionati di romanzi polizieschi sappiamo già che il nostro protagonista sarà un poliziotto o un investigatore privato e non un medico; se siamo appassionati del genere western sicuramente il nostro eroe sarà un cowboy o uno sceriffo.
I personaggi secondari posso essere caratterizzati anche da un solo particolare, che potrà essere anche una caratteristica fisica o il lavoro che svolgono. Dei personaggi secondari non è indispensabile conoscerne perfettamente il carattere o la personalità; essi servono spesso anche solo da pause nel racconto, per allentare la tensione o compiere brevi digressioni.
Uno degli errori in cui si incorre spesso è quello di lasciare che la storia prenda il sopravvento sui personaggi, tanto da farne trascurare lo studio. Per quanto un'azione narrativa possa essere avvincente e profonda, se i personaggi non ne sono all'altezza si rischierà di perdere gran parte della sua attrattiva, ed essi rimarranno piatti. Così sia i protagonisti che i personaggi comprimari dovranno rimanere credibili dall'inizio alla fine.
Un consiglio per chi inizia è quello di limitare il più possibile il numero dei personaggi. Meno personaggi ci sono e più e controllabile la vicenda. Inoltre se il numero di personaggi è troppo elevato corriamo il rischio di non caratterizzarli abbastanza. Per esempio due eroi sono troppi per cominciare, uno sarà più facile da gestire e più semplice sarà scavare nella sua personalità.

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Particolari e concisione

Alcuni scrittori possiedono una capacità rara che è quella dell'essenzialità. Riescono cioè a costruire i loro personaggi in economia, creando figure letterarie pregnanti e complesse usando un numero ristretto di termini, che risultano però talmente efficaci da essere esaustivi. Questa è sicuramente un'abilità naturale che però può essere anche coltivata. Quando ci troviamo davanti ad un brano così perfetto che niente di esso è superfluo o ridondante, allora stiamo parlando proprio di questa qualità. Naturalmente questo discorso potrà valere solo per i personaggi secondari, per i quali è sufficiente una caratterizzazione minima, ridotta all'osso.
James Joyce, nel suo Gente di Dublino (esattamente nel racconto "I morti" ) ci offre un esempio di cosa si intende per essenzialità.
Durante una festa, Greta scoppia in lacrime perché una delle ballate le ha ricordato un ragazzo che la cantava tanto tempo prima. Ecco cosa dice di lui: "Che occhi aveva, occhi grandi, scuri! E l'espressione che avevano, che espressione!" . Poi ci viene detto ben poco di lui. Ma ciò che conta sono proprio i suoi occhi, gli stessi occhi che Greta si vede apparire davanti quando sente la ballata. In fondo del giovane non importa altro, solo il suo sguardo. E in quello sguardo è racchiuso tutto il suo destino e il destino di tutti loro. Il giovane, malato ai polmoni, era morto a soli 17 anni perché in una giornata piovosa era voluto andare a tutti i costi a salutare Greta prima che lei partisse per Dublino. Questo comportamento gli fu fatale.
Chiedersi se sia meglio essere concisi o abbandonarsi ai particolari come Dumas padre e Dickens, in fondo non ha molta importanza. E' chiaro che il nostro protagonista ha diritto di essere caratterizzato il più possibile. L'ideale sarebbe riuscire a creare, come in un'istantanea, almeno i suoi atteggiamenti più importanti, attraverso i quali appaia immediatamente un po' della sua anima.
Sia che ci limitiamo a poche linee essenziali per i nostri personaggi, o che ci attardiamo per una pagina a descriverli, l'importante e che essi siano veri. E possono esserlo solo se, prima di descriverli, osserviamo la gente vera. Per quanto possa galoppare la nostra fantasia, è buon costume attenersi alla realtà, cerchiamo quindi di descrivere ciò che conosciamo. Se per esempio non abbiamo mai conosciuto avari e non abbiamo mai letto niente che parli di loro, sarebbe meglio cercare un'altra caratteristica per il nostro protagonista.
Osserviamo ora da vicino un personaggio non protagonista e neanche comprimario, che appare nel romanzo I Miserabili di Victor Hugo , ma che per alcune scelte dello scrittore, rimane indimenticabile. Particolareggiato e conciso allo stesso tempo.
Monsignor Bienvenu, uomo saggio e umile, misericordioso e giusto, nel suo apostolato decide di andare a trovare un vecchio, un ex rivoluzionario che conduceva vita solitaria, per portargli la parola di Dio e la sua benedizione.
"Nella campagna vicino a Digne viveva solitario un uomo…. Si chiamava G…. si parlava di lui con una specie d'orrore… quest'individuo era pressappoco un mostro, non aveva votato la morte del re…" .
Dalle prime parole Hugo spiazza il lettore: c'è dunque un uomo buono che va a trovare una specie di mostro, mostro perché non ha votato in favore della morte di qualcun altro. La sua casa viene chiamata più volte "tana" o "casa del carnefice" . Altre volte il Monsignore vi si era diretto, ma poi, lasciatosi intimorire, era tornato sempre sui suoi passi.
Avendo saputo da un pastorello che lavorava per lui che l'uomo era in fin di vita, quella volta si era fatto coraggio e aveva proseguito il suo cammino col batticuore, fino a giungere ad un giardinetto in sfacelo. Ci sono tutte le premesse per far immaginare al lettore un essere abominevole. Ma ecco la prima descrizione di Hugo del "mostro": "… un uomo dai capelli bianchi, che sorrideva al sole; in piedi accanto al vecchio, un ragazzo, il pastorello…" .
Ovviamente questa esempio di concisione ci comunica subito che quest'uomo, molto probabilmente, è tutt'altro che un mostro. Nell'espressione "che sorrideva al sole" c'è tutto un mondo.
Vedendolo il Monsignore crede che ci sia un errore: quell'uomo non sembra affatto in punto di morte, ma il vecchio lo assicura "Morrò fra tre ore. … ieri avevo solamente i piedi diacci, oggi il freddo è arrivato alle ginocchia, adesso sento che sale alla vita… Il sole è bello, vero?" .
Tra i due comincia un dialogo, che parola dopo parola rivela l'anima di G.
E' un po' medico (come lui stesso dice), perché ha capito che gli resta poco da vivere, parla di politica, di filosofia, di religione, fa citazioni in latino, accusa la curia di vivere nel lusso mentre la gente muore di fame.
Seppure il vescovo era persona buona e viveva modestamente era giunto lì un po' altezzoso; improvvisamente però la situazione si ribalta. Ecco le parole di G.: "…voi che venite qui con la probabile pretesa di recarmi saggezza… Chi siete?" . Il vescovo ammette "Vermis sum" . E G. conclude: " Signor vescovo… ho trascorso la vita nella meditazione, nello studio e nella contemplazione. Avevo sessant'anni quando il paese mi chiamò ordinandomi di darmi alla vita pubblica. Obbedii; c'erano abusi, li combattei, tirannidi, le distrussi… il suolo era invaso, lo difesi, la Francia minacciata, offersi il mio petto. Non ero ricco, sono povero… soccorsi gli oppressi, consolai gli afflitti . Lacerai la tovaglia dell'altare, è vero, ma per fasciare le ferite della patria… quando potevo protessi i miei stessi avversari, voialtri… Ho fatto il mio dovere… Dopo di che fui cacciato, stanato come una belva, inseguito, perseguito, infamato, schernito, vilipeso, maledetto, proscritto. Da molti anni ormai con i capelli bianchi, so che molti si arrogano il diritto di disprezzarmi, e la povera plebe ignorante mi considera un dannato, mai io, senza odiare alcuni accetto l'isolamento dell'odio. Adesso ho 86 anni; sto per morire. Che cosa venite a chiedermi?
-La vostra benedizione-, disse il vescovo. E s'inginocchiò. Quando rialzò il capo... egli era spirato".

Insomma, le parti si sono infine ribaltate. E' il vescovo a chiedere la benedizione del vecchio e non viceversa, perché ha capito veramente chi era quell'uomo. Ha visto la sua espressione solenne, ha sentito l'anima di un uomo giusto. E di questa figura che anticipa il personaggio di Jean Valjean, il protagonista del romanzo, non sappiamo neanche il nome: Hugo lo chiama solo G..

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L'autore è il personaggio? Immedesimarsi nel personaggio

Premesso che per creare è indispensabile dare autenticità ai personaggi, può capitare che chi scrive normalmente si immedesimi in uno dei personaggi, dandogli qualche aspetto della propria personalità o esperienza. Questo può essere un buon punto di partenza, ma l'autore non deve limitarsi a replicare, deve anche creare. Se noi siamo alti, bruni e con gli occhi scuri non possiamo scrivere sempre di persone che hanno queste caratteristiche fisiche; se di lavoro facciamo gli impiegati di banca (nell'attesa di diventare famosi scrittori) non possiamo quindi parlare solo di impiegati di banca.
Ecco che deve venirci incontro la fantasia. Le casistiche umane sono pressoché infinite, anche se probabilmente tutto è stato già invento. Quindi diciamo che partendo dalla realtà, mettendoci "qualcosa" di noi e condendo il tutto con la fantasia, possiamo ottenere un prodotto valido.
Il punto di partenza può quindi essere qualche aspetto della propria personalità o esperienza. Il personaggio nasce nella mente dello scrittore, viene elaborato, contaminato da qualcosa che si è letto, visto, sentito; è tradotto infine in parole che a loro volta vengono rielaborate e ricontaminate.
Spesso si parte con un'idea che si trasforma in fieri e talvolta l'idea è l'opposto del risultato o è un suo derivato. Si vuole parlare di eroi e vengono fuori macchiette, si vuole scrivere un dramma e viene fuori una commedia.
Tornando al nostro avaro, anche se noi personalmente riteniamo di non esserlo (questo comunque è tutto da dimostrare), vediamo di lasciare a briglia sciolta la nostra fantasia. Nella mente di un creativo sarà sufficiente aver visto uno al bar che si "intasca" alcune mono-dose di zucchero, oppure aver visto fumare sigarette ben oltre il filtro, ed ecco pronta l'idea iniziale.
Nel film "Totò Peppino e i fuorilegge" , la moglie di Totò, Tina Picca (tirchia fino all'osso), lo rimprovera perché non riesce a far "durare" le camicie almeno due mesi, adducendo che chi si lava non ha bisogno di cambiarsi spesso. Inoltre mette sempre una mosca dentro la zuccheriera, perché così si accorge se qualcuno ruba lo zucchero. C'è poi la scena delle tre olive messe nel piatto dell'antipasto e Totò che con destrezza ne fa sparire una in bocca. L'oliva è piuttosto grossa e gonfia la guancia di Totò. Quando lei lo guarda lui finge che gli sia venuto un ascesso. Si lamenta e si copre la parte dolorante, mentre lei vuole guardargli dentro la bocca, fino a che lui non ingoia l'oliva con tanto di seme. Quando Totò invita Peppino De Filippo a cena, lei lo costringe a portarsi la roba da mangiare e gli fa trovare le posate d'argento legate alla tavola con una catenella. Da queste prime scene prende vita uno dei film più esilaranti di Totò e Peppino, che escogiteranno di tutto per scucire del danaro all'avara.

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La personificazione

I protagonisti delle nostre storie non devono essere necessariamente degli esseri umani, ma devono avere comunque una caratteristica fondamentale che è quella di possedere caratteristiche umane inconfondibili. Quindi, siano essi degli animali o degli oggetti, devono riproporre qualità, difetti, paure e desideri dell'uomo.
Fedro aveva fatto di questo presupposto l'ispirazione per sue favole, che rimangono ancora oggi esempio inimitabile di personificazione. Anche le religioni animiste sono alla base di questo presupposto. Per i bantu dell'Africa orientale il signore del creato è Mulunga , che parla col tuono e punisce col lampo. La luna ha delle caratteristiche tipicamente umane, così come l'acqua, le piante, gli animali, ecc.
Se pensiamo ai film di Walt Disney, vediamo che far parlare, pensare e agire animali od oggetti inanimati, è un po' lo spirito che sta alla base di ognuno di essi. Ed ecco che ci sono teiere che parlano e si muovono come vecchie governanti, gamberetti impertinenti, ecc...
Partendo dalla caratteristica umana che ci ha accompagnato sin qui, l'avarizia, si può costruire un personaggio inanimato che la possegga. Troviamo un oggetto che potrebbe impersonarla, un oggetto, quindi, la cui funzione principale sarebbe quella di "dare" , ma che, nonostante questa sua caratteristica, "non da" quanto dovrebbe. Se si pensa al denaro, credo venga subito in mente un bancomat che si rifiuta di "sputare" le banconote richieste (e con lui tutti i suoi cugini dispensatori di bibite, bevande, sigarette, ecc.), oppure una bottiglia che si trasforma in contagocce, ecc.
Dopo aver deciso l'oggetto, creiamogli addosso una storia…
Insomma, è necessario mettere da parte la razionalità e dar libero sfogo a tutta la nostra fantasia e creatività. Per dirla col Pascoli, dobbiamo riscoprire il "fanciullino" che c'è in noi, che ognuno continua a portare dentro di sé e che può farci vedere in un asciugamano steso al sole un patito dell'abbronzatura. Un personaggio inanimato può dare vivacità ad un racconto anche serio, anche se solo in certe storie possiamo usare efficacemente questo stratagemma.
Esiste anche un altro livello di personificazione, che non è quello che usa Walt Disney, in cui l'oggetto si muove e parla veramente, anche se nella finzione.
E' un altro modo di "far parlare gli oggetti" , senza che questi debbano essere necessariamente "vivi" . Un esempio in tal senso ci è offerto da Dickens, nel suo Il nostro amico comune .
Parlando dei signori Edoardi e volendo far capire al lettore quanto essi cerchino continuamente di ostentare la loro ricchezza a chiunque andasse a trovarli, così scrive:
"La loro argenteria si faceva notare perché era mostruosamente massiccia. Ogni oggetto doveva apparire il più pesante possibile. - Eccomi qua in tutta la mia bruttezza, pesante come fossi di piombo; ma invece sono tutto in argento massiccio: non vi viene voglia di farmi fondere? - Questo discorso veniva pronunciato, dall'alto di un orrendo piedistallo d'argento, da un enorme centro tavola…. Quattro secchielli da vino … ripetevano il discorso attraverso tutta la tavola…. Anche i grossi cucchiai e forchette d'argento costringevano i commensali a spalancare la bocca apposta per cacciar loro in gola, a ogni boccone, il medesimo concetto".
Dickens compie una scelta coraggiosa: mettere in bocca agli oggetti le parole che i proprietari hanno nelle loro menti, e gli oggetti diventano i proprietari e probabilmente ne assumeranno oltre che le caratteristiche morali anche quelle fisiche. E' come la faccenda dei cani che rassomigliano ai padroni. O viceversa.

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Eroi e anti-eroi

Se pensiamo ad un eroe che lo sia nel vero senso della parola, dobbiamo tornare indietro nel tempo, fino ad Ulisse ed Enea. O a certi poemi medievali.
Ulisse incarnava la figura dell'eroe "puro", l'unico protagonista assoluto, che seppur con i suoi difetti deve risultare sempre e comunque positivo. E' astuto, coraggioso, e, costi quello costi, fa di tutto per raggiungere lo scopo che si è prefissato.
Se ripensiamo alla letteratura più recente, non troviamo personaggi che sia accostino in qualche modo all'eroe dell'Odissea; pare, infatti, che gli eroi sopravvivano solo nel cinema. (basti pensare ai vari Superman, Rambo, Rocky, fino al più recente Gladiatore).
La letteratura degli ultimi secoli ci ha sempre proposto degli eroi "non puri" , cioè personaggi che avevano delle qualità positive, che avevano tutte le carte in regola per essere eroi, che lottavano per il raggiungimento di un fine, ma che l'autore vuole appaiano "perdenti" per qualche motivo.
A volte pare che il messaggio sia: "non importa quanto bene farai o quanta buona volontà metterai: prima o poi la vita ti punirà per quell'unica volta che hai fallito", come a Jean Valjean (I miserabili); oppure c'è l'eroe "negato", cioè colui o colei che non ha tutte le carte in regola per esserlo (troppo timido/a, poco onesto/a, ecc.), ma che per svariate vicende risulta un vincente, come Marianna Ucria o Hester Prynne; c'è poi l'anti-eroe come Dorian Grey, Zeno Cosini o Leopold Blomm ; gli eroi "finti", perché troppo in balia degli eventi e di qualcosa che è ben sopra di loro, come Renzo e Lucia (I promessi sposi); ci sono le "caricature" come don Chisciotte, l'eroe "tormentato" come Amleto, l'eroe "avventuroso" come Robinson Crusoe ecc..
Insomma tutto fuorché un eroe nel vero senso del termine, o almeno nel senso classico. Ma accade che questi eroi moderni vengano seguiti con simpatia dal lettore, e anche con empatia. Forse perché meno perfetti degli altri, forse perché in fondo molto più umani. Con tutte le loro debolezze, le loro paranoie, ci mettono in crisi e ci rincuorano allo stesso tempo, e in fondo ci confermano che anche un uomo normale può essere protagonista.



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L'introspezione psicologica

Ogni scrittore ha il dovere di scavare fino in fondo tutti gli aspetti del carattere del suo protagonista.
Questo aspetto della costruzione del personaggio risulta particolarmente complessa. Chi scrive dovrà tratteggiare il suo aspetto fisico, farlo parlare, descrivere i suoi pensieri, le sue azioni… Dovrà svolgere un'indagine accurata sulle motivazioni che lo spingono a pensare in un modo piuttosto che in un altro, a fare una scelta piuttosto che un'altra, a dire una cosa piuttosto che un'altra.
Tornando al nostro avaro che ci ha accompagnato sin qui, possiamo chiederci: perché è diventato avaro? Oppure: perché lo è sempre stato? E: quale fine si prefigge?
Possiamo ipotizzare una lunga discendenza di avari, in cui l'avarizia viene ereditata insieme alla ricchezza, in una sorta di testamento materiale e morale. Possiamo anche immaginare che lo sia diventato in seguito a qualche fatto traumatico, ad una delusione d'amore, ecc. Scaviamo quindi nei meandri della sua coscienza, riveliamo i suoi pensieri (anche quelli più segreti), scoprendoli magari in contrasto con il suo comportamento. L'importante è che anche nel contrasto esista una coerenza. Non possiamo cioè farlo pensare come un prodigo e agire come un avaro a meno che non giustifichiamo in qualche modo questo contrasto.
La coscienza di Zeno, di Italo Svevo , è sicuramente uno dei romanzi in cui si può osservare un'analisi dettagliata della psiche del protagonista.
Già dal titolo l'autore vuole anticiparci le sue intenzioni: mettere a nudo la coscienza del suo personaggio principale, scavare a fondo e mostrarcelo attraverso le sue azioni e le sue parole, ma anche e soprattutto attraverso i suoi pensieri.
Innanzitutto il romanzo è scritto in prima persona, e questa è una scelta significativa. In questo modo scopriamo anche i pensieri più segreti e le paranoie attraverso un artificio: Zeno deve scrivere le sue memorie come terapia psicanalitica e già dal primo capitolo inizia l'introspezione psicologica: Svevo ci conduce nei meandri della psiche contorta del suo protagonista.
Il fumo è un'ossessione, già dalla fanciullezza: "Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di più nel breve tempo. Io vinsi, ed eroicamente celai il malessere che mi derivò dallo strano esercizio" . Il fumo è il mezzo, il fine è ovviamente scoprire chi è il migliore, anche se la sfida ha ben poco di eroico.
Cercherà di smettere di fumare così tante volte, che rammenta una infinità di "ultime sigarette" , ognuna legata ad un avvenimento importante (una sorta di rito di passaggio), come il cambio da una facoltà ad un'altra, ecc. Forse proprio perché ognuna di esse potrebbe essere potenzialmente l'ultima, che aveva un sapore così particolare da fargli desiderare di averne mille di "ultime di sigarette" .
E si analizza: "Che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo?".
In un altro passo, Zeno parla della volta che partecipò al funerale del marito della cognata, Guido. Solo che Zeno per una serie di circostanze segue, in carrozza con il Nilini, il feretro di qualcun altro: "Eravamo tanto lontani dal pensiero al povero defunto che ci lagnavamo dell'andatura lenta della vettura. Chissà quello che avveniva alla Borsa…" . Solo quando il carro funebre si dirige verso il cimitero greco, ai due viene qualche dubbio: "il signor Guido era greco?- domandò sorpreso. Infatti il funerale passava oltre il cimitero cattolico e s'avviava verso qualche altro cimitero, giudaico, greco, protestante o serbo…" .
Freddo, calcolatore, interessato al proprio guadagno. E dire che la morte di Guido era stato un terribile errore: lui e Zeno avevano organizzato di fingere un tentativo di suicidio, solo che, per una serie di disguidi, Guido muore davvero. E queste sono solo alcuni dei tratti caratteriali che approfondiscono il personaggio di Zeno Cosini.
E concludiamo con le parole di Indro Montanelli "La coscienza di Zeno è una grande commedia psicologica… Non esiste narratore moderno che più di Svevo abbia allargato la conoscenza dell'anima umana".


Esercizio n.1: Inventate un personaggio che abbia una caratteristica ben precisa, a voi familiare, (per esempio che tu stesso possiedi) e costruite la personalità del vostro protagonista attraverso l'uso di aggettivi e sostantivi, ma anche descrivendo una situazione in cui questa caratteristica appaia in tutta la sua evidenza (max 2 cartelle).

Esercizio n. 2: Pensate a tre personaggi, ognuno con una caratteristica ben precisa e che reagiscono alla stessa situazione. (la situazione può essere, per esempio, una rapina in banca, e i tre si trovano lì in quel momento…) (max 3 cartelle)

Esercizio n 3: Descrivete un personaggio usando solo due aggettivi, e inventate un dialogo tra lui e un altro, dal quale dialogo si evince la sua personalità (max 2 cartelle).

Esercizio n.4: Pensate ad una caratteristica del vostro carattere e costruitela intorno ad un personaggio che sia di sesso diverso dal vostro. (max 3 cartelle).

Esercizio n. 5: Immaginate una caratteristica tipicamente umana e trovate un oggetto inanimato che per sue caratteristiche (forma, colore, ecc.) possa in qualche modo esserne la personificazione (max 2 cartelle).

Esercizio n.6: Costruite un personaggio che, in opposizione ad alcuni aspetti negativi della sua vita, risulti in fine vincente (anche usando un paradosso o il contrappasso dantesco) (max 3 cartelle)

Esercizio n. 7: Pensate ad un personaggio "perdente" (anche ispirandovi ai personaggi del cinema) e inventando un fatto fortuito, cambiate improvvisamente il corso della sua la vita (per esempio: il rag. Fantozzi che non è più sottomesso, ecc.) (max 3 cartelle)

Esercizio n.8: Osservatevi intorno e scegliete una persona che conoscete solo superficialmente o che comunque frequentate sempre in contesti formali (per esempio il vostro capo ufficio, il benzinaio, il tabaccaio, ecc.), e inventate una storia in cui venga fuori la sua vera personalità, attraverso pensieri, parole, azioni. (max 3 cartelle)



Bibliografia e suggerimenti su cosa leggere:


Battaglia Salvatore, Mitografia del personaggio, Liguori, 1991
Debenedetti Giacomo, Il personaggio uomo, Garzanti, 1998
Defoe Daniel, Moll Flanders.
DE Cervantes Miguel, Don Chisciotte della Mancia
Dickens Charles, Il nostro amico comune
Flaubert Gustave, Madame Bovary
Forster, Edward Morgan , Aspects of the Novel (tradotto in Italia, Milano, nel 1963 col titolo "Aspetti del Romanzo")
Hawthorne Nathaniel, La lettera scarlatta
Hugo Victor, I Miserabili
Joyce James, Gente di Dublino
Joyce James, Ulisse
Maraini dacia, La lunga vita di Maria Ucria
Shakespeare William, Amleto Otello Macbeth re Lear
Svevo Italo, La coscienza di Zeno
Wilde Oscar, Il ritratto di Doria Gray


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