L’intervista

“Bene, la prima domanda è questa: che cosa l’ha spinta a farsi intervistare proprio da me? Una disfunzione mentale ereditaria? Una zuppa di cozze Maldiviane avariate?”. Andrea era perplessa. Sperò proprio che non le venisse in mente di esordire così.
“Lui” si sarebbe infastidito e magari avrebbe mandato a monte l’intervista. Avrebbe anche potuto farlo: era uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo. Forse il più ricco. Poi le avrebbe fatto perdere il lavoro e lei sarebbe stata costretta a rinfilarsi, inverno ed estate, in quel costume da gallo di gomma piuma e fare la pubblicità alla rosticceria del signor Rampo, la “RAMPOLLI”.
Ma perché proprio lei? In fondo era solo una giornalista alle prime armi, che lavorava per un oscuro giornale di provincia, occupandosi della pagina dei morti, delle inserzioni “vendo-compro” e quella dei cuori solitari. Eppure il suo redattore capo era stato chiaro: era stato proprio “Lui” in persona a chiedere che fosse Andrea Camì ad intervistarlo.
- Per un motivo che mi è del tutto sconosciuto… -aveva esordito il capo, staccandosi con un gesto deciso uno dei tanti peli neri che gli fuoriuscivano dalle irsute narici- ha fatto il tuo nome e cognome… Ho cercato di dirgli che non eri la persona adatta… Che non potevi… Che non eri in grado…
- Si, d’intendere e di volere!- esclamò contrariata.- Grazie per la fiducia.
- Comunque è stato irremovibile.- continuò lui- Voleva l’ “Andrea Camì degli annunci mortuari”! Non c’è alcun dubbio che si riferisse a te…- Dopo aver lanciato con destrezza verso il pavimento il pelo nero, si allisciò i pochi e sottili capelli rimastigli stoicamente sulla testa.
“Il Signore da, il Signore toglie…”, pensò Andrea.
- Con un tono strano mi ha detto che conosceva esattamente chi eri e di cosa eri capace.- concluse lui.- Mi sono chiesto cosa volesse dire… Non sono sicuro ma mi è sembrato che ridesse mentre lo diceva…
- Che siano stati i miei annunci mortuari a colpirlo? Forse si tratta di uno di quei miliardari eccentrici che si sono già scelti il loculo dove riposeranno, la frase da incidere sulla lapide e quindi vogliono supervisionare anche il loro necrologio?
- Qualunque sia il motivo, tu lo intervisterai. Poi se ti chiedesse anche di fargli il necrologio, beh, faglielo! Fai tutto quello che ti chiede! Per un’intervista con “Lui” sarei disposto anche a dargli mia moglie!- disse lanciando un’occhiata al portaritratti sulla scrivania.
“Bello sforzo!”, pensò Andrea pensando alla donna che tutta la redazione chiamava “bradipo”. Poi prese il portafotografie e cominciò estrarne la foto.
- Cosa stai facendo?
- Nel caso dovesse farmi delle proposte. Gli faccio vedere la foto di sua moglie…
L’uomo strappò l’oggetto dalle mani di Andrea. - Esci fuori di qui!
Andrea uscì dall’ufficio con un sorrisetto sulle labbra. L’uomo rimase a fissare la foto e per un istante, che durava invero da una vita ad intervalli regolari, ebbe un moto di repulsione e fu tentato di richiamare Andrea e darle la foto.
Mentre attraversava la strada, Andrea ripensò ancora a quella mattina, nell’ufficio del capo redattore.
- Mi raccomando, accendi il registratore e fai solo queste domande. Non ti chiedo altro… Per l’amor di Dio, donna, che non ti venga in mente di improvvisare! - disse lui alzando l’indice della mano destra con fare intimidatorio e tono biblico.
- E se volesse vendere la sua Rolls Royce? Potrei impedirglielo? O se per caso fosse interessato ad incontrare la sua anima gemella? - Andrea aveva dato un’occhiata fugace al portaritratti.
Quel giorno, per l’occasione, si era truccata leggermente, aveva indossato un abitino verde chiaro che s’intonava perfettamente con l’abbronzatura e il colore dei suoi occhi. Aveva legato i capelli a coda di cavallo mettendo così in evidenza il collo e le orecchie. E purtroppo anche il naso, forse un po’ troppo grande per una donna ma che “conferiva un non so che al suo volto”. Così almeno le ripeteva sempre una sua amica per incoraggiarla. “Io so cos’è quel non so che. E’ la differenza che passa tra Cindy Crawford e Barbra Straisand!”, rispondeva lei. “Anche Cleopatra si dice avesse un naso grande, eppure era ritenuta una donna bellissima!”, insisteva l’amica. “Si, ma guarda com’è finita!”
. Il capo redattore la osservò con attenzione.
- Sii crudelmente professionale ma cordiale allo stesso tempo.
- Si, capo.
- Non troppo amichevole. Ma deve anche pensare che tu sia alla mano… E, sì, sorridi, ma senza esagerare.
- Si, capo.
- Ringrazialo con entusiasmo per aver scelto il nostro giornale ma non deve vederti troppo ossequiosa…
- Si, capo…
- Cerca di sembrare impressionata, ma moderatamente… quindi, disinvolta…
- Hmm… Ricapitolando: devo essere un po’ stronza dentro, ma lui deve avere l’impressione di parlare con Mary Poppins.
L’uomo corrugò le sopracciglia.
- Non diventerai mai una vera giornalista.- disse lui con certezza profetica, mentre Andrea tendeva di scatto l’indice e il mignolo della mano destra nascosta dietro la schiena.
Il portiere in livrea del Royal Hotel guardò con ammirazione la giovane che attraversava la strada e si dirigeva proprio verso di lui. Notò le lunghe e snelle gambe messe in risalto dalle scarpe col tacco alto, la ventiquattrore di cuoio e i capelli che le ondeggiavano sulle spalle. Aveva gli occhiali scuri che non mostravano in che direzione guardassero i suoi occhi. Ma andava verso di lui…
Quando la giovane gli fu davanti, lui le indirizzò il sorriso sicuro di chi crede di aver fatto una conquista. Ma lei lo oltrepassò e l’uomo sussultò.
“Mi ha dato un… pizzicotto nel sedere!”. L’uomo si voltò di scatto ma la vide sparire dentro la porta girevole dell’Hotel. Si ritrovò catapultata nella Hall dello splendido albergo e rimase alcuni secondi abbagliata dallo sfarzo che la circondava. Era ovvio che “Lui” avesse scelto il miglior albergo della città.
Si avvicinò alla reception e guardò uno dei due uomini davanti a sé.
- Mi chiamo Andrea Camì, e sono venuta per il Signor…
- Giornalista, se non erro. - disse l’uomo col tono leggermente disgustato ed il timbro di voce di un maggiordomo inglese. Del maggiordomo inglese aveva anche l’espressione impassibile e i modi compiti.
- Non erra, Bosworth.
- Scusi?
- Trovo che Bosworth sia un nome che faccia tanto old England…
In quel momento le squillò il cellulare. Sapeva già chi era, perchè era la quarta volta da quando aveva lasciato la redazione.
- Pronto, capo? Si, capo…No, capo… Certo….Non stia così in pena, capo. Si fidi di me… Si, se sbaglio qualcosa con “Lui” posso dire addio al lavoro, capo…Si, capo… Va bene, smetto di chiamarla capo, capo, a patto che anche lei smetta di chiamarmi. Addio.
Andrea chiuse lo sportelletto mentre la voce dall’altra parte stava continuando a parlare e guardò il portiere sorridendo.
- Il capo.- disse lei con l’aria più innocente del mondo.- Allora a che piano, Bosworth?
- … “Lui” la sta spettando. Quinto piano, stanza 523.
- Grazie, Bosworth. E mi saluti tanto Lord e Lady Winchestershire…
Andrea gli regalò un altro sorriso smagliate e si allontanò verso l’ascensore, seguita da quattro occhi allibiti.
-Perché ti ha chiamato in quel modo?- chiese il secondo portiere.
- Non ne ho la minima idea.
- E chi sono… Lord e Lady Winchestershire?
Andrea si diresse verso l’ascensore e vi entrò.
- Che piano, Signora?
- Quinto.
Andrea si accorse che il ragazzo osservava con curiosità il suo naso. Non doveva avere più di diciott’anni.
- In realtà questo non è il mio naso…- disse lei con un sorriso di chi la sa lunga.
Il ragazzo s’irrigidì e arrossì.
-Si. Questo è solo l’astuccio. Il mio naso è molto più piccolo…
Come le porte si aprirono Andrea uscì dall’ascensore, strizzando l’occhio al giovane. Si diresse verso la stanza 523.
Non era ancora arrivata che la porta si aprì e sulla soglia apparve un ometto, alto non più di un metro e cinquanta, decisamente sovrappeso, sui cinquant’anni. Aveva un’espressione simpatica, anzi decisamente buffa. Un orizzontale e un verticale incredibilmente interscambiabili, vestiti da abiti italiani ovviamente su misura; due piedi piccolissimi e aggraziati, dentro italianissime scarpe, anch’esse su misura, sorreggevano il tutto contro ogni legge fisica. Gli occhi sorridevano e la bocca aveva gli angoli leggermente rivolti all’insù, cosicché anch’essa sembrava divertirsi come i suoi occhi.
Poi lui la guardò perplesso. Sporse la testa fuori dalla stanza e scrutò nel corridoio.
-Mi scusi, ma stavo aspettando una persona. Desidera?
-Sono Andrea Camì, del Giornale…
L’uomo la guardò allibito per qualche istante, poi scoppiò in una fragorosa risata che fece tremolare i suoi menti e mise in movimento la muscolatura del viso. Quella che si nascondeva con successo sotto il grasso, naturalmente.
- Meglio di un calcio in pancia...- proclamò Andrea, chiedendosi cosa avesse scaturito l’ilarità dell’uomo.
- Mi scusi…- disse lui, riprendendo fiato e asciugandosi le lacrime che gli colavano sul viso.- E che mi aspettavo un uomo… Mi sono lasciato ingannare dal nome. Ma prego, si accomodi. Spero non si sia offesa per come l’ho accolta…
- Con un naso come il mio? Lei scherza vero?- rispose lei.
- Beati quelli che sapranno ridere di se stessi, perché si divertiranno moltissimo!- esclamò l’ometto compiaciuto della risposta di lei e rise ancora.
Eccola dunque lì, davanti all’uomo più ricco del mondo, il cui passato era più oscuro dell’ano di un impresario delle pompe funebri afro-americano. Di lui si sapeva che adorava la buona cucina, gli abiti italiani su misura, che possedeva diverse società, (computer, automobili, aerei, ecc.) che però erano solo il paravento della sua attività principale, della quale non si sapeva un emerito accidente. Non aveva famiglia (benché tutti i suoi antenati fossero stati anch’essi ricchissimi e impegnati nelle stesse attività), conosceva almeno 10 lingue e non si lasciava mai intervistare. Almeno fino a quel momento.
- Sa, aspettavo con ansia questo momento, da molto, molto tempo…Vorrei che mio padre fosse ancora vivo… Sa, è morto da poco… Si vuole accomodare?- disse lui mentre si sedeva su una poltrona, anch’essa su misura.
Anche Andrea si sedette. Che volesse davvero un necrologio alla memoria del compianto genitore?
- Mi scusi, Signor…
- Chiamami B. E io posso chiamarla Andrea?
- Ma certo…B…- lei lo studiò. “B. come buzzone?”
- So che lei si starà chiedendo come mai ho deciso improvvisamente di farmi intervistare e come mai proprio da lei. Sbaglio?
- No, non sbaglia…- rispose Andrea, ripensando alla zuppa di cozze Maldiviane.
- Vede, mia cara, nella mia famiglia c’è sempre stata un’usanza: non farsi mai intervistare. Mai, fino a che non avessimo trovato la persona giusta.
- E questa sarei io?
- Certo. Ma veniamo all’intervista…
Andrea, ancora un po’ confusa, estrasse dalla ventiquattrore il registratore, lo poggiò sul tavolino davanti a lei e premette i tasti rec e play.
- Bene…B., qual è la ragione del suo successo?
- Vede, Andrea, la cosa fondamentale è riuscire a dare alla gente ciò di cui ha bisogno. Basta trovare una, dico, una sola cosa di cui la gente non possa fare a meno, che il gioco è fatto!- disse sbattendo improvvisamente i palmi uno contro l’atro davanti alla faccia della ragazza.
Andrea sussultò. - Quindi ciò che ha fatto lei è stato questo…
- Esatto, mia cara! Proprio come mio padre prima di me, mio nonno prima di lui, suo padre e il padre di suo padre…
Andrea vide mezza dozzina di uomini alti un metro e 50 vestiti con abiti italiani su misura che sorridevano allegramente.
- Quindi la vostra è un’azienda di famiglia?
- Come no! E’ da generazioni che di padre in figlio ci tramandiamo i segreti del nostro lavoro… Vuole qualcosa da bere?… E’ importante conservare le tradizioni. Sa che nella mia famiglia siamo tutti figli adottivi? Io, mio padre, mio nonno, suo padre e il padre di suo padre…
Quel fiume di parole stava sommergendo Andrea, ma dopo quella sfilza di adozioni poteva escludere la malattia mentale ereditaria.
- Lo so, lo so. Lei si starà chiedendo: come mai? Nessuno dei miei avi è riuscito a trovare una donna di cui innamorarsi e perciò hanno dovuto optare per l’adozione. Diversamente l’azienda di famiglia sarebbe scomparsa… Lei ha famiglia mia cara?
“E lei tutte le rotelle a posto?” pensò Andrea. Poi disse a voce alta - Non capisco cosa c’entri questo con l’intervista…
- Non ha famiglia, vero? No, non ce l’ha.
- Sembra molto sicuro…
- E’ mia buona abitudine informarmi prima sulle persone che devo incontrare… Dunque: lei è rimasta orfana all’età di sei anni e ha vissuto con la sorella di suo padre fino all’età di diciotto anni. Alla morte di sua zia ha continuato a studiare e lavorare per mantenersi agli studi… Sa, seguo le sue rubriche da un anno… Ha uno splendido avvenire davanti a sé!
- Con tutti i suoi informatori non sapeva che fossi una donna e non un uomo? E comunque sono io che devo intervistarla e non viceversa… Torniamo alle domande… Come occupa il suo tempo libero?
- Senta, Andrea, lasci perdere le domande che le ha preparato il suo capo redattore… Non mi guardi con quegli occhi! Ho tirato ad indovinare! Non posso credere che una persona brillante come lei non sia in grado di farmi delle domande un po’ più argute… Allora? Ricominciamo?
Andrea guardò per alcuni istanti la sua faccia rubiconda. Oh, al diavolo!
- Bene. La prima domanda è questa: chi cavolo è lei?
L’uomo sussultò. La guardò un istante con gli occhi spalancati poi si mise i palmi delle mani grassoccie davanti alla faccia.
“Bene. La prima risposta è questa: posso dire addio al lavoro… Coccodè! Coccodè! Assaggiate i polli ruspanti della Rampolli!…”.
Il corpo dell’uomo fu scosso da alcuni singulti.
“Sta per avere un infarto! Perdo il posto e mi ritrovo in prigione… Deceduto noto miliardario B. La bara, italiana e su misura, di 1 m. e 50 per 1 m. e 50 viene adagiata dai becchini, che nel dubbio optano diplomaticamente per una posizione romboidale rispetto all’altare…”
L’uomo allontanò le mani e Andrea vide che stava ridendo. Rideva. Una di quelle risate silenziose… Poi il sonoro accompagnò l’immagine e Andrea pensò che, se il colpo non lo aveva avuto prima, lo avrebbe avuto adesso.
- Non mi ero sbagliato, allora!- disse lui tra un gorgoglio e l’altro.- Credo proprio di aver trovato la persona giusta…
- Senta, non so di cosa lei stia parlando. L’unica cosa che so è che vorrei conoscere che cosa produce la sua azienda!
- Secondo lei, Andrea, di cosa ha bisogno la razza umana, oltre che di soddisfare i suoi bisogni primari?- chiese darwinianamente l’uomo, diventato troppo improvvisamente serio.
- Intende a parte mangiare, bere…
- Esatto.
- Non saprei… Forse altra gente…Stare in compagnia…
- Perché la gente ha bisogno di stare in compagnia?
- Per stare allegri, per ridere…mangiarsi una pizza…
- E’ proprio quello che vendo io.
- Pizze?
- No. L’allegria.- disse l’uomo sorridendo.
Andrea rimase immobile. Forse le malattie mentali si possono anche contagiare, dopotutto.
- E mi dica, preferisce il vetro o i brik, per inscatolare il suo prodotto?
Lui sorrise.
- Lei si è mai chiesta chi inventi le barzellette?- chiese ancora l’uomo.
- No… Non mi sono mai posta il problema, ma credo ora di sapere la risposta. Lei, vero? E magari B. sta per…
- Già. Anche se qualcuno pensa che stia per buzzone…Nessuno se lo chiede, ma c’è sempre qualcuno che le mette in giro per primo… E quello sono io. Poi il resto del lavoro lo fanno gli altri. Quelli che le raccontano a loro volta.
- E quanto riesce a guadagnare con questo business?
- Miliardi e miliardi… di risate.
- E di cosa vive?
- Ho una società che si occupa di informatica, una di auto, poi ci sono gli aerei…

“Alla faccia delle attività paravento!” pensò Andrea.
- Quindi i suoi guadagni vengono da quelle attività mentre dal commercio delle… barzellette non ricava niente, giusto.
L’uomo asserì.
- Come potrei chiedere i diritti d’autore?
- Già. Ma chi glielo fa fare?
- Lei se lo immagina un mondo senza risate?
Andrea rimase senza parole.
- Ma ora veniamo al dunque. Il fatto che io abbia chiesto che fosse proprio lei ad intervistarmi non è casuale. Sapesse le risate che mi sono fatto leggendo le sue rubriche… Soprattutto la pagina dei morti! Lei è un genio!
- E lei è più fuori di un balcone!
- Mi creda: in quel giornale la sottovalutano. Comunque io sono riuscito a leggere tra le righe… Sono ancora sorpreso del fatto che lei sia una donna… E’ raro trovare una donna divertente. E’ come vedere un rabbino con le ciocche ai lati del viso allisciati con la piastra. Se fossi un po’ più giovane invece di chiederle di adottarla la chiederei in sposa!
- Lei mi vuole cosa?!
- Non l’aveva ancora capito? Io ho scelto lei. Sarà la mia erede. Alla mia morte dovrà gestire tutte le mie industrie ma soprattutto inventare nuove barzellette, e questo, considerato quello che ho letto nelle sue rubriche, sarà un gioco da ragazzi per lei. Poi dovrà semplicemente raccontarle, una qui, una lì… Il resto verrà da sé.
- Vorrei farle un’ultima domanda…
- Dica…
- Perché ha scelto un lavoro del genere?
Lui sorrise dolcemente.
- E’ fin troppo facile far piangere la gente. Il difficile è quando vuoi farla ridere… Mio padre mi ha insegnato che ridere fa bene al corpo e allo spirito. Chi ride campa di più e meglio. Saper far ridere è un dono. Mark Twain diceva che è inutile prendere sul serio la vita, tanto non se ne esce vivi… Ridere è un miracolo che si ripete mille volte sulle labbra di tutti, poveri e ricchi, bianchi e neri. Ed è una delle poche cose non ancora tassate…
- Se non temessi di offenderla mi verrebbe da ridere…
- Le viene da ridere? Rida pure. E’ il mio mestiere. A proposito, lo sa che differenza c’è tra un fagiano e un fagiolo? No? Che il fagiano prima si spara e poi si mangia, mentre il fagiolo prima si mangia e poi si spara!

Per contattare direttamente Letizia: tritrissa@tiscalinet.it

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