FUTURO IMPERFETTO

Fra un po' eravamo tutti molto distanti. Ci sono state volte, nel futuro, dove siamo stati in posti pieni di siepi, dritti dritti con poche luci e un fresco secco. Altre volte abbiamo avuto molta voglia che fosse tanto tempo fa, ma era dopo, e non ci potevano essere emozioni passate o timidezze inutili. Anche perchè non c'era più nessuno, o c'erano tutti ma non si vedevano, la distanza era proprio imponente, a scioglierla ci si potevano fare tre palazzi d'avorio in più di tre valli del destino. Allora eravamo uno in tanti posti, così fra poco che sembra adesso, immersi nel labirinto buio del circolo vizioso del tempo - così pimpanti perchè le novità ci incuriosivano sempre - e toccavamo tutto, ogni foglia come se fosse un seno, col senno di prima, ovviamente.
Le volte sono state alcune, non si è mai saputo esattamente quante e pochi ne hanno conosciuto il motivo. Ma il prossimo mese ce ne sono state decine, tutte quasi esattamente nello stesso momento, come se non ci si volesse più fermare, tanto non ce n'era poi così bisogno. Alla fine ci siamo anche un po' stancati delle siepi, non per maleducazione ma annoiandoci serenamente, e immediatamente si sono dissolte, senza rumore, scoprendo la vera natura di ciò che non è ancora accaduto. Molti hanno avuto paura, lo ammetto. Le siepi ci proteggevano dal caldo, un mostro gorgogliante senza zampe ma con una tecnica di strisciamento veloce affinata nei secoli del tempo più bello. E' stato lì che volevamo fosse prima. Ma saremmo anche rimasti tranquilli, a uno a uno, se fosse bastato proteggersi. Il fatto è che invece proprio per niente. La luce ci fregava, l'avremmo sempre saputo, tutti soli e con gli occhi a fessura per vedere da che parte arrivava il caldo. Il posto era immenso. Per fortuna l'udito ci amplificava i suoni prima che fossero emessi dalla gola dell'alta temperatura, e camminavamo in fila per uno unico senza fretta, solo mantenendoci sempre alla stessa precisa distanza dal tepore inquietante. A un certo punto, esattamente tra quarantaquattro giorni, ci si era isolati in gruppi individuali e autonomamente gestiti come per necessità, senza la fretta di un tempo ma velocemente, e tutto sembrava leggermente diverso da poche ore prima. Sotto al pavimento risuonavano miliardi di scalpelli frenetici che avevano già suonato altre volte, ma era stato molto dopo, le vibrazioni facevano solletico alle piante dei piedi.
A parte la sensazione di imminente sprofondamento, diffusasi a straripafiume tra tutti i presenti, futuri, tra i quali tante uniche persone inconsapevoli, nessun'altra catastrofe sembrava minacciare il quieto sfruttamento solitario del futuro neanche tanto imminente, tant'è che il caldo si era delicatamente sbilanciato verso un suo probabile amore, rischiando sopratutto delusione, cogliendo l'attimo per sparire.
La grande tragedia è stata innescata da una frase buttata lì. Il trasporto delle emozioni, allora, si sottovalutava, e non era stato ancora inventato il modo di sfruttarlo. Non come una volta. L'anno prossimo non abbiamo più saputo riconoscere l'istinto nell'attorcigliarsi delle budella, e alcuni, finalmente liberi dal libero arbitrio, si sono lasciati morire di fame, per terra, cullati dal terremoto degli scalpellatori, i quali non sono mai paghi del loro agire in una, piuttosto che un'altra, direzione. Gli scalpellatori del futuro erano interessanti sopratutto quando stringevano i muscoli degli occhi e lasciavano crearsi le zampe di gallina sulla pelle delle pretempie: i disegni di quelle linee annerite dal sudore e da frammenti di calcare sbriciolato si riflettevano nei numerosi specchi alle pareti creando un effetto a raggiera che a sua volta si rifletteva sullo specchio del soffitto, a questo punto pieno di rughe sovrapposte e intersecate infinite volte, scarabocchiato di segni così profondi da intimorire superfici e materiali.
Qualcuno buttò dunque detta frase proprio lì. Nessuno se lo aspettava, fra così tanto tempo, in così poco spazio, che si potesse levare una voce tra noi! Eravamo solo unità isolate e senza possibilità alcuna di interazione, perchè ognuno protagonista di una diversa dimensione. Eppure è accaduto. Come una cellula impazzisce e decide di contaminare tutto l'universo di un corpo con il suo potenziale malvagio di intere o metastasi, così l'imprevisto ha scombussolato le bussole del luogo, conseguentemente dando luogo a conseguenze. Ma parliamo di fra due o tre anni, mica cinghiali. Gettata la frase nel silenzio e subito inghiottita dalle luci della superficie. Ma lo spazio era sbagliato e le distanze scoordinate. Il destino inconcludente. Nessuno conosce bene la storia fino in fondo. Noi eravamo tutti troppo lontani, quando accadrà, e convinti di essere soli. Non che il suono delle parole potesse raggiungere nessuno. Non era quello, no no! L'energia mentale, seduta immobile in mezzo a tutti, mogia e opaca nel suo dormiveglia, scatenata da chissà quale sillaba della frase, si è sprigionata esplosivamente con la velocità di tre luci in due stanze, finendo prima qui e poi lì, rimbalzando a balzi e passettini per tutta la struttura come se le importasse davvero qualcosa e non fosse tutto un pretesto. Qualcosa non è un pretesto. Qualcosa è qualcosa. Non lo si sapeva allora, fra tanto tanto tempo, e tutti quei rimbalzi hanno insospettito il soffitto degli scalpellatori che, dietro consiglio della propria coscienza, muto e imbronciato e vecchio e rugoso e sporco di muffa, ha deciso istantaneamente di frantumarsi per tutta la sua lunghezza e per tutto il suo spessore, con grandi distribuzioni nell'ambiente di frammenti solidi scheggiosi e colorati quasi tutti di grigio.
E tutti a cadere, diobono, tutti insieme a cadere nello stesso momento come se ci fossimo messi d'accordo, tutti che volavano e alzavano sopracciglia stupefatte, tutti tutti e anche l'uomo della frase che, essendo uguale a me, perchè nel futuro eravamo tutti uguali a tutti, e quindi anche a me, e essendo che cadendo ci si distrae e ci si mescola, come liquidi compatibili, e essendo che non aveva poi così senso parlare di colpa, nono, lui è scomparso come un brufolo dalla fronte del poter essere individuato. In ogni caso, quando sarà, nessuno l'ha mai cercato.
Noi, così mischiati e illusi, mezzi passeggiatori e mezzi scalpellatori, un braccio qui e un occhio lì, come patchwork umani, eravamo abbastanza felici e questo ci rendeva abbastanza felici. Visti da fuori, da fuori di tutto se fosse esistito, saremmo stati abbastanza ridicoli ma invidiabili: la nostra nuova natura poliedrica ci permetteva evoluzioni mentali talmente camaleontiche da lasciarci stesi sulle macerie pietrificati dallo stupore, vittime innocenti di un potere così potente da diventare pesante, anche un po' noioso, tutto così pieno di sè com'era diventato esattamente la sera stessa di quel giorno fra tre anni.
Ma il problema era un altro: il peso del nostro potere era diventato invadente, più del potere stesso, limitato esclusivamente dal fatto che si era già sul fondo: per quanto premesse non saremmo potuti sprofondare ulteriormente e lui lo sapeva bene. Così s'imbronciava ogni mese di più, noi lo ignoravamo e lui giù a piangere e premere, premere e sbattere i piedi, cupo cupo e violento, fino a farsi venire un cancro psicosomatico che in poche ore lo ha portato a una morte violenta e misteriosa, quasi un incantesimo oscuro dai contorni sfumati, quasi.
Così immediatamente siamo diventati leggeri come spiriti liberi del giorno che verrà, ben collegati tra noi in una specie di coperta umana viva - esperimento di un chirurgo avventista entrato da una delle porte laterali - con tutte le vene e i nervi cuciti in serie e in parallelo, la pelle unita e gli organi organizzati tra loro, indipendenti e liberi di girovagare in questa immensa frittata rivestita dalla nostra cute, di mille tonalità, le teste fuori come olive, una promisquità imbarazzante da compagni di palestra, e anche di più. La nostra massa si muoveva strisciando verso eventuali interessi, perlopiù rimuginando con la rete di neuroni così ampliata da perdercisi, non sapevi mai dov'eri e a che ora ma non era un argomento di moda. Pensavamo sopratutto ai cactus e alla guerra. Eravamo affascinati da quasi tutto, ma i cactus ci stuzzicavano ovunque e non era così spiacevole. Poi ci siamo tutti stretti, sempre più vicini, aumentando il peso specifico eliminando spazi inutili, come per abbracciarci con ogni cellula, come se ci amassimo senza saperlo; siamo arrivati a formare una palla organica compatta non troppo grande, le teste come infiniti capezzolini, e alla prima spinta del chirurgo abbiamo cominciato a rotolare per gli spazi a una velocità precisa, tutti concentrati sulla guerra e sul concetto del senso, della carenza di senso e del senso che ci faceva pensare alla guerra, noi tutti uniti e divertiti dall'idea che si potesse autoaffliggersi, autotorturarsi, che si potesse pensare che sia diverso farsi male ad una qualsiasi estremità, divertiti all'idea che si potesse veramente essere così idioti da tagliarsi un dito del piede o un orecchio, noi, tutti uniti, che non ci sembrava possibile essere divisi.
Noi, tutti uniti. Il pensiero della guerra c'innervosiva, la tensione aumentava, stavamo continuando a restringerci ma non era possibile farlo ulteriormente e non ci pensavamo, pensavamo alla guerra. Così l'esplosione inevitabile e così il resto, Il resto è storia, è stato scritto su tutti i libri del prossimo secolo.
Ora siamo tutti gocce appiccicate alle pareti, stupiti, più che altro perchè non ce n'eravamo accorti dell'esistenza di queste pareti: chissà che cosa avremmo potuto farne.


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