Fabò dei Folletti abita a Bari, ha 27 anni ed ha da sempre "il vizio della scrittura". C'invita a leggere 3 piccoli scritti, piccoli monologhi e racconti brevi (tra scritti e poesie ha raggiunto quasi 500 opere!)




Avete presente al cinema, quegli attimi di buio prima che un film cominci?

Jake La Motta legge un libro

Scritto sottile sulle Lamine di Metallo, sugli Uppercut e sulle Cose che stanno per arrivare

“Quando accadrà non avrò tempo di scrivere.
Lo faccio ora.
Mi porto avanti col lavoro.
perché quello che Prima-c'era non avrà tempo neanche di alzarsi dalla sedia.
Nascerà di nuovo dallo stupore.
Quando accadrà non ci saranno telecamere.
E forse neanche una penna per firmare il modulo di consegna all'uomo del corriere espresso.
Quando accadrà non avrò tempo di scriverlo.
perciò lo faccio ora.
faccio bum con la bocca prima ancora che scoppi.”

Buio in sala. Seduti. Si parte.
Avete presente al cinema, quegli attimi di buio prima che un film cominci?
Qualcuno parla.
Qualcuno cerca posto davanti perché-mi-sono-scordato-gli-occhiali.
E intanto sullo schermo c'è quello Scuro vivo. sfocato.
È un crepitare leggero.
Come tenui gocce di pioggia che battono sul tettuccio della macchina quando sei fermo a parlare sotto casa.
È un nero a granelli. Come la sabbia di Santorini dall'altra parte di questo mare.
Come un'infinità di opali opache rovesciatesi da un gigantesco portagioie.
E' un nero brulicante quello che proiettano all'inizio della pellicola.
un mare di scarafaggi che si muove in un tubo di metallo senza luce.
Nero che crepita.come la brace ormai spenta del mio camino.
Nero che sta per smettere di essere nero.
granulare come cous-cous scuro.
dico…
avete presente quei secondi di nero?
Chissà cosa passa per la testa di tutta la platea in quei respiri muti…
io vorrei che la mia vita fosse al cinema a vedere quegli attimi di pece lucida.

Crepitante.
Granulare.
Biologicamente passionale.
In ascetica attesa prima che tutto inizi.
Innamorato di tutto quello che può in ogni momento iniziare.
Affamato.
E infatti tutto è ancora da iniziare….
Sipario porpora sempre aperto.
un fascio di luce.
occhio di bue.
Ciak si gira…
Rock and Roll.

Silenzio in sala.
interno di una abitazione. aria asettica. impersonale.
punto di osservazione fisso nell'angolo in alto a destra di un soggiorno-20-metri-quadrati-poco-luminoso-spazioso.
chiarore filtrato attraverso persiana socchiusa.
fasci di luce bianca a listelli rettangolari.
pareti bianche come il più classico dei luoghi comuni.
fuori rumori di una motocicletta-marmitta-truccata-mai-avuto-una-multa.
battiscopa ad intrecci-geometrici-blu-in-parastile-greco-anch'esso-scontato.
libreria in legno di noce. cerco mentalmente un titolo in particolare e puntualmente lo trovo. in bella mostra di sé: spavaldo.
tappeto scuro ad-intrecci-tutti-uguali.
tavolino con sopra:
1. occhiali-da-riposo
2. chiavi-di-utilitaria-parcheggiata-in-zona-rimozione
3. foto-di-un-labrador-e-cornice-argentata
4. giornale-del-giorno-prima
5. carta-di-caramella-alla-menta-respira-vivo
tutto a posto.
la ripresa parte dall'angolo suddetto. sposta la visuale. cambia l'angolo di ripresa.leggero zoom. silenzio.
la visuale rimane impallata nell'ordine:
· per numero 2 secondi da un “DECO'-fantastico-lampadario-a-forma-di-fiore in-plexiglas-a-soli-32-euro-offerta-sino-ad-esaurimento-scorte”
· per numero 1 secondo da lampadina-alogena-ad-alto-risparmio-energetico-watt150
· per numero 3 secondi dal mazzo di lilium coricato sul suddetto tavolino. e che avevo dimenticato di menzionare prima.
poi la visuale è libera.
Piano americano.Uomo di spalle. Seduto.
su tutto domina l'imponenza di una Poltrona-blu-con-macchia-di-Southern Comfort -42-di-gradazione-alcolica.
la telecamera fa il giro di tutto quel blu di pelle.
l'Uomo è scalzo. il di sotto di una tuta blu. camicia a scacchi scura.mi pare.
un libro copre la sua faccia. Legge.
non riesco vedere il titolo. scritto a caratteri dorati su fondo beige.
succederà adesso.
Ora.
quasi…
è quasi l'equinozio.
è quasi il punto zero dell'asse cartesiano. il Fatto sta per accadere…
Ancora un attimo di pazienza. attendere prego…
l'Uomo legge. trascende dal resto. compreso il lampadario-a-forma-di.
è un attimo. succederà tutto in un attimo.
Ecco:

Una sottile lamina di metallo argentea cade tra le mani dell'Uomo che stava leggendo.

E' Successo.
la rivoluzione di poche righe è compiuta.
il fatto nodale è questo.
ha deflorato la nostra intimità fatta di carta bianca.
carta compressa, sottile ed esausta per il lungo viaggio fatto dalla cartiera sino alla mia scrivania.
quando meno ce lo aspettiamo ci ritroviamo una lamina di metallo tra le mani.
è evidente che la protagonista femminile di queste righe è la suddetta anima di metallo introdotta anni fa per prevenire i furti in librerie, cartolibrerie, negozi di dischi, supermercati (e poi ci scrivo “non solo” altrimenti con questa lista consumo tutto questo rigo.)
queste lamine entrano in contatto con le fotocellule guardiane e sono quelle che fanno suonare la carica quando qualcuno cerca di rubare qualcosa.
il parto si è dunque compiuto. il momento c'è già stato. tutto è passato.
e noi ce lo troviamo tra le mani questo Destino beffardo.
E se volete guardare quel momento Signori, dovete girarvi alle vostre spalle. girarvi sulle vostre sedie. perché è già Passato.
E noi ci troviamo tra le mani quel momento sottile come quella lamina.
affilato come quella lamina.
improvviso come quella lamina.
e chi se le aspettava?
ma Perché nessuno si ricorda di quella sottile e leggera fascetta di metallo quando si inizia a leggere un libro?
non Esisteva prima.
è nata tra un capoverso e l'altro. è uscita da una pagina che non c'era.
tra la duecentocinquantaquattro e duecentocinquantacinque. non c'è quella pagina.
tutto accade quando ci troviamo in apnea a 3 atmosfere. Sotto. Perduti sotto una trama, una metafora, un dialogo.
ci troviamo sotto.
poi tutto accade all'improvviso.
all'improvviso tutto trasecola. ci tolgono il tappo. all'improvviso.
aprono con forza l'ostrica che contiene gli occhi tuoi. troppa luce ci sveglia. ed è un'embolica sensazione di risveglio.
le cose che accadono ci piovono dunque in testa. ci cadono tra le nostre mani aperte.
e noi che credevamo di leggere un libro ci confrontiamo con quella ferrosa novità.
le cose che arrivano non si fanno annunciare. allora che fare?
noi possiamo metterci in guardia come Jake La Motta. aspettare che arrivi l'uppercut.
ma quel colpo non lo vedremo partire.per pararlo è ormai tardi.
e una volta toccati dal guantone avremo immediatamente la memoria di ciò che è stato.
la misura di ciò che è.
l'idea di ciò che sarà per noi.
e allora?
queste pagine hanno un Sogno. cercare quella lamina. cercare quel knock-out che sta per arrivare.
Cercare quello che ancora non è arrivato. che non fa neanche parlar di sé.
Cercare nel Prima tutto la potenzialità del Dopo.tutto il suo sogno.tutto il sapore di quello che non è ancora cotto.
facendogli spazio.
segnalandogli il parcheggio.

Seguitemi ancora un po' in questo piccolo delirio letterario.
adesso copritevi.
e portate l'ombrello.
camminiamo insieme lungo i viottoli di un Hyde Park Londinese immaginario. Anticipo che il futuro di questa riga parlerà di Scoiattoli.
Quello-che-sta-per-arrivare è come Scoiattoli
noi sappiamo che ci sono.
ma ogni qual volta spunta uno di quei roditori ruba ogni certezza a chi lo aspettava.
sappiamo che gli Scoiattoli sono ovunque ad Hyde Park ma questo non basta a prepararsi alla loro nervosa e tenera presenza.
sono nascosti nel green della nostra cognizione del presente.
ci sono per tanto cose che quando arrivano sono Scoiattoli ad Hyde Park.
Scoiattoli come quelli che corrono frenetici nel mio esofago.
e poi che dire del timbro delle discoteche?
la mattina dopo una serata in discoteca lo troviamo lì sbiadito sul palmo della mano.quasi cancellato.ma c'è.
sapevamo di averlo ma vederlo la mattina-dopo-la-discoteca è sempre un trovarlo, inventarlo, riscriverlo.
dov'era prima?
Esiste un futuro talmente tanto veloce da rubare agli occhi il tempo dello stupore. dell'aspettativa.del Presente.
Esiste un futuro che cade come un lamina. Ghigliottina delle nostre aspettative.
Esiste un futuro che timbra il nostro corpo mentre dormiamo. Come le Croci disegnate sulle porte degli appestati ai tempi del Lazzaretto.
Esiste un futuro che colpisce con i calzoncini colorati. e un attimo dopo è la nostra Realtà che sta contando fino a 10.
Esiste un futuro che è uno Scoiattolo ad Hyde Park.

ma con questo monologo cambiano le cose:
comincio a contare da 2.
anticipo il tempo.
e quando il futuro cadrà dal cielo potrà leggere nel passato tutto il suo presente.
Perciò attendo il colpo.
E' cosi.
Lo prevedo.
Lo lascio per iscritto.
E le perle che sono gli occhi tuoi leggeranno la leggenda di un pugile talmente tanto veloce da parare un uppercut che non è mai partito.
Come Jake La Motta.

Dedicato a FabioeValentina: lamina di metallo di un libro che il Destino spero avrà Voglia di continuare a leggere.
Prima di Dei Folletti c'è da sempre Fabò
13 ottobre 2mila e due


La giovane Equilibrista e la Fune

una storia vera. in bilico tra razionalità e sentimento.

“Pensavi di essere sola?” disse la fune

Fu dopo i primi passi che la fune si presentò alla giovane Equilibrista.
“Buongiorno a lei, mia giovane artista.”

Esaurita la spinta degli applausi iniziali,
lei si trovò senza più legami con il mondo–poggiato-per-terra e, sola, dovette imparare il dialetto della farfalla per essere acqua nell'acqua, aria nell'aria. donna.
Accadde così:
fu così che conobbe il suo compagno:
corda scura e gibbosa da sempre attenta a carpire quel momento.

“la gente vista da sopra sembra un mare tutto uguale.” vibrò lui.
“Due mari.
Separati da un semplice e sottile istmo di corda su cui poggio la mia statica arte.
un mare alla mia destra, uno alla mia sinistra.” rispose lei.

“Pensavi allora di essere davvero sola, qui?”disse la fune.
“Pensavi di poter riuscire da sola a radunare due mari di gente sotto di te?”
“Pensavi di essere da sola, quella volta, in quella città di mare, quando il vento geloso ci volle per attimo staccare?”
Nessuno notò una vibrazione irregolare del mio corpo che però si mosse per salvarti.
Una scossa bastò.”

La giovane Equilibrista fermò i suoi passi.
I suoi occhi aspirarono l'aria rarefatta di lassù
si fecero celesti e affilati come le stalattiti di ghiaccio sotto le grondaie delle case di montagna.
Incredula radunò tutta la sua rabbia e disse gelida:
“Ai miei piedi affido la mia vita. Una donna è ciò che vede allo specchio.”

I mari di sotto incominciarono a spumeggiare in un vociare alterno contraendosi e infrangendosi in una danza curiosa ed elettrica.
ma viva.
L'aria di sopra si fece muta come la bocca di un infante tappata da una mano adulta.
tensione.
Allora la fune sibilò improvvisamente
“Presuntuosa scienza dell'uomo! faresti dell'arte di una nuvola, un semplice gradino inchiodato sulla strada per le stelle!”

La giovane donna uscì dal suo costume di Equilibrista e gridò:
“Sciocco ed illuso! una bambola di ceramica! un remo! un bicchiere di cristallo!
Quanti di questi oggetti rivendicano un diritto su chi li ha creati?!”
pausa- respiro profondo.
“I robusti muscoli dei pescatori di quella città di mare forgiarono la tua lunga e scura nullità!
che io poi comprai con pochi spiccioli delle miei tasche…
Perché quello che non si vede o è preda da conquistare o è belva senza coraggio!!”
“preda da conquistare o belva senza coraggio.”
il silenzio impresse meglio le ultime parole.

Attesa.
Respiri di tensione per la gente sotto, per la giovane Equilibrista, per i suoi piedi che tremano, per il vento speranzoso e per l'aria tutta.
“…
fune.
corda.
nomi brevi.
Sfuggenti comparse.
Uomini nella buca del suggeritore.
Oggetti.

Come potrà mai un uomo separarsi della sua spina dorsale?
forse per ripiegarsi su se stesso come uno stelo vuoto?
IO SONO.
IO VOGLIO ESSERE.”
“Se io sono, io voglio essere.”

Oggetti-soggetti.
Fu così vista una donna, incredula e spaurita, in equilibrio tra il Nulla.
A mezz'aria.
La fune volle essere cosa voleva.
Andare ben più lontano dei tiranti a cui era legata.
Sparì.
Allargandosi evanescente come una strada, una piazza, una nazione.
Oltre ogni spettro visivo.

La storia finisce qui.
Il finale nessuno lo conosce.
Si racconta però da anni una storia, sicuramente inventata; una vecchia filastrocca che fa pressappoco così:

Un giorno di pioggia, accadde una storia che circo non è
ma che sotto le paillettes che sono gli occhi tuoi, brilla così:
e l'applauso finale non arriva. e dell'applauso finale nessuno ha ancora voglia.
I RITORNELLO:
La gente di sotto dice che non ce la fa
ma l'artista lo sa:
esiste una maniera
sfuggente chimera
un arabesque fatto di perle e incantesimi
che a confronto tutti i tuoi soldi valgon che pochi centesimi
C'è chi invoca una rete di protezione
e con algebrici dinieghi fa questione
C'è chi ha le mani dinanzi agli occhi
e del tamburo ormai conta solo i rintocchi.

ma questa ballata ha il cuore per aria.questa ballata non ha i piedi per terra
e la testa di chi guarda resti piegata pure in su. che stasera da ammirar c'è.
tanto lo spettacolo non lo paga chi seduto resta
II RITORNELLO :
E quando l'acrobazia sarà finita
non ci sarà ferita
se del cuore tuo ascolterai la Premura
e accetterai di sfidare la Paura
perciò Coraggio, giovane Equilibrista: la Razionalità è dei Rimpianti
e tu non sai ancora quanti
Certo, sovente il Sogno fu visto dividere il letto con il Rimorso
ma non ti spaventare: bacia le tue stelle alte, resta avvinghiata loro con un morso.
Perché stasera di cadere non si può
oggi le ali non si sciolgono. e se ci credi, esiste un Tempo in cui Icaro volò

Questa è la storia di quel giorno di pioggia, Questa è la storia di quella giovane Equilibrista che in lacrime, si tolse il costume di scena, fece azzittire i tamburi ed incurante degli insegnamenti di ogni circo che si rispetti, si chinò a sfiorare la fune con le labbra” “fece così e sparì oltre l'orizzonte.
e c'è chi giura che quella donna non è mai più scesa per terra.”
(per fortuna è solo una storia.)

dei folletti fabò - ancora per aria
20 luglio 2mila2


Nafazolina Nitrato.

Monologo circa i trattamenti oftalmici umettanti, il pulviscolo ferroso e la Bellezza

Il pulviscolo ferroso delle stazioni ferroviarie si posa sugli occhi aperti di chi è in transito e causa arrossamenti curabili con specifici trattamenti oftalmici umettanti a base di nafazolina nitrato (mg80).
Capita a chi abbia dimestichezza con gli spostamenti in vagone di imbattersi in questa incidentale e fastidiosa realtà; un fatto talmente piccolo, da entrare giusto-giusto in uno dei miei scarmigliati scritti. senza fare fatica. senza fare manovra. non occorre prescrizione medica.
Come sempre a questo punto, mi spiego:

Le particelle di metallo delle carrozze dei treni forgiate a caldo dalle sapienti mani di homo sapiens specializzati tendono col tempo a distaccarsi. Come le squame di un serpente distratto durante la muta. Tali evanescenti particelle si mescolano con l'atmosfera circostante fondendosi simbioticamente con gli elementi dell'aria che noi respiriamo o che semplicemente attraversiamo correndo verso il binario due.
Dunque i luoghi come le stazioni e le metropolitane colpiscono fisicamente i nostri occhi, aldilà della allegorica nostalgia.
E' forse questo un simbolo di una punizione per la nostra bramosia di vedere-viaggiare-vivere-e-volere?
Di sicuro c'è che i nostri occhi aperti sono esposti a questi agenti e si arrossano.
in caso di effetti collaterali rivolgersi ad un medico.

È per tanto difficile non perdersi dentro una battaglia che sembra già una rivoluzione sociale:
Non sono i nostri occhi forse i figli più sinceri dei nostri sensi? Difficile non immaginare quelle nostre umide e fiduciose fenditure come le nostre fragili e un po' hippy frontiere.
L'entrata più semplice. Quella immediatamente praticabile. la “prima a destra”. L'ingresso al pubblico. Uso esterno. E pensare alle nostre civettuole ciglia come filari di fidati soldati a guardia del nostro stupore è davvero troppo fantasioso anche per un mio scritto.
La vista è dunque il senso più debole. quello che più si fida. quello che accetta le caramelle dai colori, di qualunque sfumatura siano fatti. è il senso che fa l'autostop e sale in macchina di ogni pixel sfrecciante.
Queste morbide e lacrimevoli cavità sono lì. a catturare immagini come fanno le zanzariere elettriche che attirano nella loro iride luminosa gli incauti e famelici ditteri.Tenere al riparo dalla luce. Conservare a temperatura inferiore di 25°.
Gli occhi si comportano come bambini curiosi ed instancabili per l'appunto. Ragazzini con una reticella in mano che corrono senza guardare dove mettono i piedi.
mi si perdoni per tanto la forzatura: gli occhi corrono senza guardare dove mettono i piedi. Tenere fuori dalla portata dei bambini.
Il nostro nervo ottico è solo un tubo catodico. Lo scarico di un lavandino che attira tutto al centro di un gorgo. La vista è dunque una spirale ingorda, un filtro stanco, un imbuto.
In altre parole: qualcuno fermi quei due piccoli matti. troppa fiducia, gente. Non ingerire.
Prometto di smetterla di imprimere un concetto ormai chiaro e di muovere il flusso delle parole verso il centro.

Torniamo un discorso indietro, torniamo in uno posto che non chiude mai: la stazione ed i problemi del suo ferroso pulviscolo punitore.
Tale scientifica ed attendibile rivelazione si è presentata alla mia curiosità, dopo la domanda di un corrugato oculista della mia città il quale mi interrogava sulle mie abitudini di deambulazione extra-urbana:
“Frequenta abitualmente stazioni ferroviarie?”
Devo ammettere che per un attimo, perduto in un contesto di visita-medica-odore-di-disinfettante-prego-attendere-che-lettera-è-questa? questo quesito mi ha fatto trasecolare; mi sono chiesto: che relazione c'è tra gli effluvi di Sua Maestà Imperatore IL Viaggio ed i miei molto prosaici problemi con le lenti a contatto? Non utilizzare dopo la data di scadenza.
Poi la spiegazione si è dipanata lenta e sta trovando casa come uno studente-fuori-sede-a-settembre dentro questa pagina bianca (il mio scrupoloso, pignolo e verde iride vuole farti sapere che la pagina del mio pc su cui scrivo è invece blu…)
Anche se la spiegazione di un ambiente urbano inquinato da materiale ferroso è una banale verità non sono riuscito a non perdermi dentro uno stock di domande della quali ti presento un trailer, un riassuntivo campionario come farebbe un professionale rappresentante di biancheria intima:

Quale sarà l'odore di quel ferrigno nemico? In che percentuale si mischia ai neon dei bar che vendono snack-al-cioccolato-che-copri-ma-normalmente-non-mangi? Quanto materiale di condensa c'è in quella atmosfera di eterna attesa? Quante scorie si annidano nella voce distaccata e sfuggente degli altoparlanti? Quante particelle nocive sono disciolte nei borsoni lasciati per terra, negli orari che cambiano, nel binario-che-non-è-questo, nei pantaloni blu e nelle visiere lucide di chi buca i nostri biglietti?
Quanto ferro che fa male agli occhi c'è in quel sogno di fare ancora in tempo?
Quanto ce n'è in quella paura di essere irrimediabilmente in ritardo?
E quanto ancora nella seducente chimera di avere la potenzialità di andare ovunque?
Un dedalo di domande. E come al solito poche informazioni. Nessuna cartina. Scarso il servizio in questa metropolitana di idee. Non utilizzare il prodotto in caso di allergia ad uno dei componenti (vedere foglietto illustrativo allegato)
Il punto è che io sono innamorato delle stazioni. Ed i miei occhi sono sempre aperti.
voraci come le zanzare che ho giustiziano in una metafora qualche rigo fa'.
E l'idea che tutto questo possa essere nocivo per i miei due-oblò-che-danno-sul-mare mi fa male più dei sopraccitati elementi di scarto. Evitare il contatto del contagocce con la superficie oculare.

A questo punto del monologo è d'obbligo, per sincerità stilistica e chiarezza espositiva, svelare la maschera: l'idea di queste righe è che sei tu – e non le povere e lente stazioni - a fare male alla mia retina.
Ad essere talmente pregna di particelle in sospensione da arrossare i miei occhi.
Ad essere plancton brulicante per i miei fanoni affamati.
So di certo che guardarti mi fa bruciare gli occhi, come le eclissi che ti costringono a distogliere lo sguardo. Mi fa male guardati perché è come se tu contenessi talmente tante immagini da fare forza sul mio povero spettro visivo.
Certo non mi stanco di avere gli occhi aperti. rossi. di guardare con le mani davanti agli occhi come davanti ad un film dell'orrore: occhi che non si chiudono e sbirciano spaventati e curiosi tra le dita.

Mi fa male guardarti. Perché il mio dizionario della lingua italiana mi ha spiegato che ti accorgi dell'insieme di minute particelle in sospensione solo quando un raggio di sole lo attraversa togliendo la maschera a quello che lui chiama “pulviscolo atmosferico”.
Mi fa male guardarti.
perché è come se tu contenessi tutto il ferro in sospensione delle stazioni che sfavilla negli occhi tuoi come carrozze di prima classe.
che luccicano come coriandoli in controluce.

Ed è come se tu pungessi le labbra come una pioggia che non vedo.
Ed è come se fossi proprio tu a far corrugare l'espressione del mio oculista preoccupato.

A chi mi fa male agli occhi tanto è bella.
Alla mia Valentina.

fabò è dei folletti da un po'
1 settembre 2mila2

è un presidio medico-chirurgico. leggere attentamente le istruzioni. tenere alla portata dei Bambini.


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