Il sorriso del funambolo

 

Una scarpa. Un mocassino marrone, pelle consumata dal tempo, suola di cuoio.

Non è il massimo per fare quello che sto facendo.

Lo sguardo si posa sulla punta della scarpa e la metto a fuoco. Non posso fare a meno di guardare oltre. Giù in basso, molto in basso, le macchine, come formiche, si muovono frenetiche.

Rimango come ipnotizzato.

Vertigine improvvisa. La strada si muove verso di me velocemente. E’ solo un’impressione.

Paura.

Il panico mi fa tornare alla realtà. Sono in piedi. In equilibrio su un cavo teso fra due grattacieli. Sono in alto, molto, molto in alto.

Barcollo. Non è facile. In mano una lunga asta di legno che dovrebbe aiutarmi a mantenere un equilibrio sempre più difficile anche da immaginare.

Rimango eretto. Fermo.

Equilibrio raggiunto, per ora. Ne approfitto per guardarmi intorno.

Lontano, alla mia sinistra, oltre la città: il mare. Una nave entra lentamente nel porto.

Alla mia destra case a perdita d’occhio. Case e grattacieli. Una città infinita.

Alle mie spalle la terrazza dalla quale sono partito.

Davanti: l’altro palazzo. Distante, molto distante.

Troppo distante.

Il vento soffia forte a quell’altezza. Mi gonfia gli abiti e contribuisce a rendermi difficoltoso il rimanere stabile.

Ho freddo. Ho paura.

Penso.

Un piccolo passo in avanti. Il cuoio delle scarpe scivola sul cavo metallico.

Devo mettere il piede bene in centro. Con calma. Lentamente porto il piede sinistro in avanti e.

Ecco.

E’ andata.

Mi fermo.

Penso.

Si chiamava Vito. Non so quanti anni avesse avuto all’epoca, forse neanche sedici. Comunque aveva molti anni più di me: io ne avevo dodici.

Quasi trent’anni sono passati. Facevo la prima media, lui era uno di terza, sicuramente un ripetente. Era uno “grande” agli occhi di un adolescente come me. Anzi, era il Capo dei Grandi. Sicuramente il più prepotente.

Ricordo bene quel pomeriggio, io nei dintorni della scuola con la bici da cross. Ero fiero della mia bici, gialla con un sellino lungo, nero. Nuova. Regalo dei miei genitori in occasione della prima comunione, o della cresima non ricordo, non ho mai avuto una grande passione per i riti ecclesiastici.

Mi ricordo bene la foto però, io con una camicia bianchissima e i pantaloni corti, in posa, a cavallo della mia prodigiosa bicicletta da cross. Era quel “da cross” che la rendeva speciale. Bella.

Vito mi aveva preso di mira sin dal mio primo giorno di scuola. Aveva individuato subito la perfetta vittima delle sue prepotenze.

“Mi fai fare un giro?” La domanda era superflua e la risposta tanto scontata quanto inutile.

“Certo Vito” Quanto è dolorosa la vigliaccheria.

Ricordo bene che non era solo. Intorno a lui una congrega di bulletti, tutti a ridere di me ovviamente.

Non so quanto durò questo “giro”, ricordo che, nonostante le mie timide proteste, Vito continuava a saltare giù da un scalino, troppo alto perché la bici non si rompesse. Cosa che, puntualmente, avvenne. Quando la ruota anteriore fu irrimediabilmente piegata, solo allora me la restituì.

Non ricordo molto altro, se non le risate che lo “spettacolo” suscitava agli altri. La compassione delle ragazze, “dai Vito lascialo in pace” e cose di questo genere.

Ed io che rientravo a casa mia, a piedi, la bici a mano, un passo dietro l’altro guardando per terra.

Un passo dietro l’altro, stordito dall’umiliazione, la vista appannata dalle lacrime.

Un passo dietro l’altro.

Un passo.

Un piede avanti e uno dietro, perfettamente in linea.

Una folata di vento e mi piego pericolosamente verso destra.

Istintivamente bilancio con l’asta ruotandola dalla parte opposta.

Il baricentro deve essere mantenuto nei confini altrimenti cadi, e se cadi…

Il piede destro, tocca a lui andare avanti adesso.

Non è facile.

Piego il busto leggermente in avanti.

Ecco. Ora sono su un piede solo, il sinistro.

Il destro lo alzo impercettibilmente e lo sposto appena verso l’esterno.

Nel vuoto.

Non devo guardare in basso, non devo, non devo.

Piano lo posiziono davanti. Lo appoggio sul cavo.

Ecco, adesso posso fermarmi.

Fermo ora, fermo.

Su con il busto, le braccia tese verso l’esterno, le mani stringono l’asta.

Equilibrio.

Sto pensando che, tutto sommato, sto riuscendo nell’impresa.

Un pensiero felice adesso.

Ci vuole un pensiero felice.

Inverno, autunno inoltrato forse.

Sera, lampioni accesi, fari delle macchine che viaggiano su strade bagnate di pioggia. Non c’è un gran traffico, sono gli anni sessanta ed siamo in un paese di provincia, ma è l’ora di cena e la gente ha fretta di tornare a casa.

Così noi, famiglia al completo, dentro ad una Seicento bianca.

Lana.

Un filo di lana.

Ricordo l’accendisigari di quella macchina, un piccolo aggeggio orizzontale al centro del cruscotto, ci mettevi la sigaretta e la riprendevi accesa dopo pochi secondi. Non ho mai più visto una cosa del genere, in nessuna macchina, peccato, era molto pratico.

Mio padre era un guidatore provetto, ricordo gli occhiali che inforcava quando era alla guida, squadrati con la montatura spessa, nera.

Un telefono.

Nero.

Aveva un modo tutto suo di mettere le frecce, con quattro dita della mano, da sopra il volante.

Ero contento, avevo tra le mani un giocattolo, costruzioni della Lego o qualcosa del genere.

Un telefono a muro.

Nero.

Un filo.

Di lana.

NO.

La cucina.

La cucina era illuminata da un forte neon, un tavolino con le gambe di metallo e il ripiano in formica, verde. Mia madre che sfaccenda intorno all’acquaio, in granito, a preparare la cena.

Ero felice, lo ricordo. Atmosfera serena. Una famiglia a posto, tranquilla.

Quel viaggio in macchina, ero seduto dietro, un ricordo piacevole, un ritorno chissà da dove, la destinazione era la cucina di una casa serena dove viveva una famiglia tranquilla, una madre sorridente e un padre buono.

Il filo di lana che avvolge il telefono.

Perché?

Il telefono, nero, appeso al muro, avvolto da un filo di lana.

Perché?

Nell’aria una musica, la ricordo bene, una canzone, una canzone ben precisa, la ricordo.

Perché? Perché il telefono è avvolto dal filo perché?

No, non avvolto.

Legato.

Il telefono era legato.

Perché?

La canzone, una vecchia canzone, quando la ascolto, pure adesso, a più di trentacinque anni di distanza, mi rimanda alla sensazione di quella sera di autunno inoltrato.

Ed è una sensazione di…

Il telefono era legato.

Vietato.

Vietato chiamare.

Vietato chiedere aiuto.

Vietato ascoltare.

Vietato parlare.

Vietato vedere.

Gli orecchi. Vanno tappati.

Presto. Con le mani presto.

Tapparsi gli orecchi.

Subito.

E tutto prende improvvisamente a vorticare intorno a me, la macchina, la cucina, intorno a me, sempre più veloce, il telefono, mia madre, io che gioco, sempre più veloce, la canzone, le urla, quella canzone, gira, tutto gira, sempre più forte, sempre, sempre più veloce, gira, tutto gira, tutto sfreccia davanti a me, il telefono, il tavolo, mio padre, il filo di lana, tutto sfreccia, i lampioni delle strade, le urla, il telefono, vietato, vietato chiamare, chiedere aiuto, vietato.

Vietato.

Vietato.

Vietato.

Improvvisamente.

Il piede, la suola di cuoio, scivola.

Tuffo al cuore.

Muoio.

Il piede “cade” nel vuoto.

Piego il ginocchio sinistro, l’asta oscilla paurosamente, non ce la faccio, non ce la faccio, precipito, muoio, aiuto.

Stop.

Il cuore batte forsennatamente.

Con tutta la cautela del mondo faccio forza sulla gamba sinistra.

Ora sono di nuovo in equilibrio.

I piedi entrambi poggiano sul cavo.

Respiro forte, il cuore non vuole calmarsi.

Non devo avere paura, devo calmarmi.

Ci vuole disciplina per riuscire in questa impresa.

Calmo.

Rilassato.

Concentrato.

Ci vuole un pensiero felice.

Un pensiero felice.

Pomeriggio in casa mia. In camera mia per la precisione.

Io e mia madre seduti per terra, accanto a noi un giradischi. La schiena appoggiata al letto. Ero un bambino.

Il giradischi era di quelli vecchi, un “Lesa”, grigio, massiccio. Di quelli che metti il disco e poi tiri indietro il braccetto di plastica, un “clic” e il disco comincia a ruotare. Poi il rumore inconfondibile della puntina che solca il vinile, un rumore che mi accompagnerà per tanti lunghi anni. Il vinile. Adesso, con i cd, è tutto più freddo, più, come dire, esatto, asettico. Sparito il clic, sparito il rumore amico delle cariche elettrostatiche, sparito il rito di gustarsi una bella copertina di cartone. Ma la musica no, quella non sparisce. Sparirebbe l’intera mia vita. La musica.

Ricordo bene un 45 giri. L’etichetta viola, il Lato A: “La Rapsodia in Blu” di Gershwin, il lato B: “Stranger in paradise”. Ma il Lato B non lo ascoltavo mai, era Gershwin la passione di mia madre. Ricordo la sua mano, ora la immagino magra e crepata da rughe, ma all’epoca doveva essere la mano fresca di una giovane madre. Una giovane donna intenta a trasmettere a suo figlio le proprie emozioni. Ricordo la sua mano che inserisce il disco, tende il braccio, clic, e poi attende insieme a me l’inizio della musica. Che magico momento, l’attesa. E che magia il tendersi di quelle note iniziali, un clarinetto che sale sempre più, ed ogni volta ti sembra che vada più in alto della volta precedente. E il pianoforte. Il dolce, violento, romantico, brillante suono del pianoforte. Un pianoforte a volte improvviso, a volte a braccetto di un’orchestra che sa essere tanto lieve quanto decisa. E la voce di mia madre che mi dice di fare attenzione, di non perdermi una nota. Ah non me la perdevo di certo, non mi perdevo niente. Ricordo il rumore di mia madre in cucina, ed io in camera, in ginocchio, le mie mani poggiate sul letto, nell’aria la Rapsodia, e le mie dita che seguivano il pianoforte, come se suonassi io stesso. Non stavo ascoltando la musica. La assorbivo con tutto me stesso. E nello stesso momento stavo assorbendo mia madre, ora lo so.

Non mi perdevo una sola nota, non mi perdevo niente allora. E anche adesso, di nuovo, ho imparato a non farlo.  A non perdermi neanche una goccia di tutto il mare che ho davanti.

Il disco finisce.

Clic.

Smetto di suonare.

Con calma.

Mi alzo.

Vado in cucina.

Vedo mia madre che sta lavando i piatti.

Mi sente. Si volta.

Mi sorride.

Io apro le braccia.

Sorrido.

Un passo avanti e.

Improvvisamente.

Mi trovo ad abbracciare il vuoto.

Le mani aperte, le dita spasmodicamente tese, gli occhi spalancati, urlo, l’asta e’ caduta, la vedo precipitare nell’abisso sotto di me, lo stomaco si chiude, un groppo in gola di terrore, non smetto di urlare, non riesco, non riesco, oscillo paurosamente avanti e indietro, le scarpe scivolano pericolosamente, tutto gira, il mondo intorno a me gira vorticosamente, ancora, oscillo, la fune dondola, destra sinistra, destra sinistra, le mia gambe leggermente piegate seguono inevitabilmente il dondolare del cavo, destra sinistra, destra sinistra, avanti indietro, mi vedo precipitare, sempre più veloce, sempre più in basso, sempre più forte, la strada mi viene violentemente incontro, sempre più vicina, sempre più, vento, paura, morte, panico, grido, non smetto, grido forte, più che posso, da farmi male, mi faccio male, le mani, mi fanno male.

Quando finalmente riesco a trovare uno straccio di calma, mi ritrovo appeso.

Le mani stringono la fune e tutto il resto del corpo nel vuoto.

Sono sudato, fradicio. Il vento fischia forte.

Ho perso una scarpa, l’altra la sto perdendo. La sento scivolare e la vedo cadere. Sempre più piccola fino a sparire alla vista. Non posso non pensare a me stesso, sparire in quel modo. Le mani aggrappate disperatamente a questa maledetta, infame, fune che non posso fare a meno di continuare a percorrere, a stringere con tutte le mie forze. Sto continuando ad urlare, ma non riesco a sentirmi. Sento invece le lacrime, calde, scorrere sulle guance, scendere sul collo, copiose. Ho il cuore in gola. Devo stare calmo, devo calmarmi.

Calmo.

Respirare profondamente. Inspirare. Espirare. Inspirare. Espirare.

Disciplina. Ci vuole molta disciplina per continuare.

Continuo a dirmi che ce la farò, nonostante tutto.

Ce la farò.

Non tutto è perduto.

Ci vuole calma, raziocinio, disciplina.

Appunto.

Disciplina, molta disciplina.

E.

Un pensiero.

Felice.

Un sorriso.

Il sorriso.

Quel sorriso.

Quel sorriso che credevi perduto, che hai cercato continuamente, ogni giorno. Quel sorriso che ti ha tenuto in vita fino ad ora, senza neanche farsi vedere. Non lo vedevi, ma sapevi che c’era. Il sorriso.

Faccio forza con le mani, disperatamente.

Chiudi gli occhi e lo vedi. Fa male vederlo, fa male al cuore. Lo hai perso. Lo hai cercato, in tutto il mondo.

Provo ad appoggiarmi col busto alla fune, tremo per lo sforzo, le braccia mi fanno male.

Gli occhi sono chiusi, forzatamente chiusi per non guardare in basso.

Lo hai cercato ovunque. Negli amici, nella donna che ami, nei tuoi figli. Lo hai cercato disperatamente ovunque. Nella donna anziana dietro di te in fila al supermercato, nei tuoi nemici, nella sconosciuta intravista per caso all’autogrill. Lo hai cercato in ogni angolo della memoria.

Sono in ginocchio adesso, le mani continuano a stringere spasmodicamente la corda.

In tutti bambini del mondo, in tutte le donne del mondo. Un sorriso, no, non un semplice sorriso. Quel sorriso. Acqua, luce, fuoco, terra, vita. Tutto in un sorriso.

Lentamente, ma con sicurezza, mi posiziono. Sulla corda, piegato in avanti, le mani ferme sulla fune, in ginocchio, i piedi poggiano con la punta su questo cavo metallico che di colpo sento amico.

Oscillo leggermente, non troppo. Gli occhi sempre chiusi, la mente concentrata. Calma adesso, concentrazione e calma.

Freddo, il vento infuria adesso ma quasi non lo sento. Non devo distrarmi. Non devo.

Un sorriso è una cosa complicata, non è facile da trovare, ci sono tanti sorrisi in questo mondo, sembrano così uguali. Tutti uguali l’uno all’altro. Ma tu non ti accontenti, non ti puoi accontentare di un sorriso qualunque. Tu vuoi un sorriso particolare.

Quel sorriso.

Sono in posizione adesso, pronto a scattare. Deve essere un gesto veloce, deciso. Lo faccio mentalmente, una piccola spinta, calibrata, i piedi devono poggiare con la pianta, mi devo spingere con le mani a raggiungere una posizione eretta, le ginocchia le devo tenere leggermente piegate per mantenere l’equilibrio, per lo stesso motivo devo allargare subito le braccia, non devo, non posso spostare il baricentro di un centimetro. Devo fare tutto ad occhi chiusi, non posso perdere questo piccolo, fragile, filo di connessione.

Sudo, copiosamente.

Concentrazione adesso. Solo un attimo, è solo un attimo.

Coordinazione e calma.

Gli occhi chiusi.

Il viso è fermo, disteso, i muscoli rilassati.

Non lo vedo ancora ma so che c’è. So che sta per arrivare.

Solo silenzio intorno a me, un silenzio assoluto, totale.

Conosco quel viso, lo conosco bene.

Ecco, una piccola ruga appare sulla fronte, un leggero movimento delle sopracciglia.

E’ il segnale. Il resto è una progressione, lenta ma inevitabile, continua.

Le sopracciglia si alzano. Piccole rughe si formano, a raggiera, ai lati degli occhi. La pelle sugli zigomi si tende. Le narici si dilatano impercettibilmente. Le labbra si distendono schiudendosi un poco. Gli angoli della bocca si piegano verso l’alto.

Ecco.

Gli occhi.

Uno scatto.

Tac.

Aperti.

Uno scatto.

Sono in piedi. Fermo. Immobile. Disteso. Tranquillo. Sereno.

Equilibrio perfetto.

Perfetto.

E’ sera oramai.

Alla mia sinistra, lontano, grosse navi riposano in porto.

A destra luci interminabili di tante, tantissime case.

E dentro persone, tante persone, con le loro “bici” gialle, le loro cucine illuminate a neon, i loro telefoni e le loro rapsodie.

E  ricordi, tanti ricordi, miliardi di ricordi. Da far girare la testa.

Sono in piedi, le braccia allargate, ben fermo, eretto.

Ben poggiato su questo bellissimo cavo metallico.

Gli occhi aperti.

Dietro di me, le angosce di una vita.

Davanti, tanta strada ancora da fare.

Sul mio volto.

Nella mia mente.

Dentro di me.

Un semplice.

Insostituibile.

Unico.

Sorriso.

Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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