E ancora una volta abbassō lo sguardo

E ancora una volta abbasso' lo sguardo.
Come tutte le volte che la incontrava, provava quella sensazione mista di paura e stordimento.
Ne era soggiogata, ormai era un fatto.
La odiava, su questo non c'era dubbio alcuno.
Un odio profondo maturato in anni di conoscenza.
Erano state amiche una volta, ma col tempo si erano conosciute cosi' tanto che avevano imparato ad odiarsi.
Avrebbe voluto smettere di frequentarla, ma la vita, si sa, e' crudele.
E cosi', costretta dalle circostanze, la doveva incontrare.
Tutti i giorni.
Da anni ormai.
E sapeva che non poteva sottrarsi a quell'appuntamento quotidiano.
Temeva quell'incontro.
Il resto della giornata lo passava nella speranza di non doverla vedere di nuovo il giorno dopo.
Ma era una speranza vana.
Lo sapeva benissimo.
Era la sua croce.
Una croce che portava con rabbia e rassegnazione allo stesso tempo.
E ancora una volta.
Abbasso' lo sguardo.
Non riusciva a sostenerlo.
Non riusciva a resistere a quegli occhi implacabili.
Che la scrutavano dentro.
Che sapevano tutto di lei.
Lei cosi' diversa.
Lei cosi' fragile.
Lei cosi' insicura.
Mentre l'altra: oh lei si' che aveva le idee chiare.
La sua vita e' l'esempio di una donna realizzata.
Non una scelta sbagliata.
Mai un errore.
Sempre a testa alta, sicura di se stessa.
Quasi sprezzante della vita.
Una donna che non aveva rimpianti, ne' rimorsi.
E lei, non riusciva a nasconderlo, provava invidia.
Invidia e odio per quella donna cosi' perfetta da fare paura.
Ma era nella realta' dei fatti. Felicemente sposata. Marito adorabile. Figli adorabili.
Intendiamoci, non che lei non volesse bene a suo marito.
O che non adorasse i suoi figli.
Ma era stanca, veramente stanca dei soliti litigi.
Stanca delle giornate sempre uguali, grigie.
Passate fra egoismi e piccole cattiverie quotidiane.
Frustrazioni e dubbi.
Dubbi sull'amore per suo marito.
Dubbi sull'educazione dei propri figli.
Dubbi su se stessa e sulla propria vita.
Quante volte avrebbe voluto fuggire via, lontano.
Prendere il primo treno e non fermarsi piu'.
Ma sapeva che non ce l'avrebbe mai fatta. Era legata mani e piedi a quella famiglia.
E non avrebbe potuto essere altrimenti.
Ma la sera, come tutte le sere, prima di addormentarsi, non poteva fare a meno di pensare a quanto avrebbe potuto essere diversa la sua esistenza.
Lei che aveva un mondo intero di dolcezza nel cuore.
Lei che si sentiva chiusa, stretta in una morsa.
Come una colomba chiusa in una gabbia troppo piccola.
Cosi' si sentiva lei.
Sentiva che poteva dare tanto.
E sentiva i suoi giorni sprecarsi piano piano, lentamente ma inesorabilmente.
Se solo avesse avuto il coraggio.
Se solo non ci fosse stata lei.
Con quel suo sguardo.
Con quel suo incedere deciso e incurante degli altri.
Sul lavoro era realizzata e rispettata da tutti.
Si puo' dire un punto di riferimento.
Aveva sempre l'iniziativa giusta e il consiglio giusto per tutti.
Dio quanto la odiava.
Dio quanto la temeva.
IL suo lavoro: per lei non era altro che un'altra occasione di sentirsi inutile.
Un altro contenitore di meschinita' e ambizioni.
"Basta! Non devo pių paragonarmi a lei!"
Se lo ripeteva tutti i giorni e quasi si illudeva di riuscirci.
Ma il giorno dopo, quando la incontrava, abbassava lo sguardo.
E pensava a quanto il destino fosse stato beffardo.
La conosceva sin da bambina.
Non riusciva a ricordare quando la vide la prima volta: il fatto si perdeva nei meandri della memoria.
Quasi fosse riuscita a rimuoverlo.
Sin da bambine avevano condiviso gli stessi amici, gli stessi giochi.
Poi, con gli anni, le loro strade si erano allontanate, pur rimanendo incredibilmente parallele.
Come lei si era sposata e come lei aveva avuto due bambini.
Si erano allontanate ma mai perse di vista.
Stessa citta'.
Addirittura stesso lavoro.
Lei era sempre presente.
Come a sottolineare, con la propria superba autorevolezza, i sui errori, le sue ansie, le sue paure.
Si era rassegnata a quel destino ormai.
Si puo' dire che ormai, non poteva fare a meno di quell'incontro quotidiano.
Come se, per qualche misterioso motivo, le desse sicurezza.
Non poteva fare a meno di lei.
Eppure sapeva, che se lei non fosse mai esistita, la sua vita sarebbe stata diversa.
Sicuramente.
Profondamente diversa.
E quella mattina.
Dopo una notte quasi insonne.
Si alzo' dal letto stranamente, incredibilmente determinata.
Decisa a troncare con lei.
A dirle in un sol fiato quanto aveva tenuto dentro per anni.
A sputarle sul viso tutto il proprio odio e il proprio rancore.
Decisa a porre fine a questa dipendenza che la consumava e la nutriva allo stesso tempo.
Decisa a sostenere quello sguardo.
Con fare sicuro.
Con piglio deciso.
Le ando' incontro.
Cerco' di non badare alla paura che aveva dentro.
E.
Meravigliando se stessa.
La guardo' dritto negli occhi.
E per un attimo le sembro' di vedere, di leggere in quegli occhi paura e sbigottimento.
La guardo' dritto negli occhi.
Apri' la bocca per parlare.
Per gridare.
IL mondo intorno a lei era come scomparso.
Si sentiva come stordita.
Sorpresa di se stessa.
Ma fu solo un attimo.
La bocca rimase aperta senza proferire suono.
La rassegnazione di una vita intera la colse.
E ancora una volta abbasso' lo sguardo.
E anche quella mattina.
Come tutte le mattine.
Da anni ormai.
Si chino'.
Allungo' le mani.
In un gesto ormai meccanico.
Apri' il rubinetto.
E lavo' i pensieri dalla mente.
Rimandando le angosce alla mattina dopo.
Incapace.
Come sempre.
Di guardare dentro a quel maledetto specchio.


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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