La leggenda del mandarino triste

"E' buio qua dentro.
Caldo ma buio.
Quanto dovro' aspettare ancora?"
Cosi' disse il protagonista della nostra storia, non senza una buona dose di sconforto.
Ma andiamo con ordine.
Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, un bambino correva veloce in un prato. Il prato era verde, di un verde che sembrava dipinto.
Niente vento neanche quel giorno.
"Uffa" pensava il bimbo. Suo zio gli aveva costruito un aquilone bellissimo. Tutto colorato con una coda lunghissima. Aveva provato e riprovato a farlo volare ma niente. "Benedetto figliolo, come puo' volare il tuo aquilone se non c'e' vento" gli disse suo padre. "E poi non puoi farlo volare qui in giardino c'e' poco spazio, dai retta a me, aspetta una giornata di vento e vai alla scogliera che c'e' tutto lo spazio che vuoi".
"Si' bravo, ora pero' riponi quel coso e vai a fare la lezione una buona volta" Era la mamma che parlava.
La lezione, la lezione.
"Uffa che palle!" Questa frase la penso' soltanto, non si puo' dire "che palle" alla mamma.
E cosi' passavano i giorni, ma di vento niente, nemmeno l'ombra.
Cosi' alla scogliera ci andava lo stesso, ma senza un alito di vento, neanche una brezzettina leggera leggera, l'aquilone non poteva che cadere, attorcigliarsi sul filo, con grandi arrabbiature del nostro bimbo che perdeva ore a sgrovigliare matasse di filo.
La scogliera.
Piu' che una scogliera era un grande prato a picco sul mare.
Era come un grande fazzoletto verde che all'improvviso finiva e c'era il cielo.
E se ti avvicinavi, con cautela, piano piano, appariva l'orizzonte del mare, lontano.
E se ti avvicinavi ancora, la mamma e il babbo non volevano che si avvicinasse, sotto, molto sotto, vedevi le onde che si infrangevano sugli scogli. Il prato era cosi' alto che solo in giornate particolarmente senza vento riuscivi a sentire il rumore del mare.
Al bimbo piaceva da morire sedersi li'.
Le gambe penzoloni a dondolare nel vuoto.
Ci passava i pomeriggi interi a vedere il mare.
Vedeva le barche dei pescatori calare le reti e pensava che gli sarebbe piaciuto tantissimo fare il pescatore da grande.
Proprio come lo zio, che aveva visto e girato il mondo intero da marinaio.
Era scampato ai cannibali in Africa.
Aveva combattuto con i pirati in America e aveva sposato una principessa Indiana.
Il babbo e la mamma dicevano che raccontava un sacco di bugie ma lui sapeva che non era cosi'.
Gli piaceva stare sulla scogliera, sentire il rumore dell'erba dietro di se', come se fosse un altro mare. Sentire i capelli scompigliarsi dal vento di libeccio.
Era bello il libeccio: di barche non ce n'erano, se non qualche nave mercantile lontana all'orizzonte.
Ma i gabbiani. "Dio quanti gabbiani" non finiva mai di stupirsi. Non si stancava mai di guardarli, nel loro giocare a rincorrersi.
Ne puntava uno e lo seguiva volteggiare in aria, alzarsi sempre piu' in alto per poi scendere in picchiata e tuffarsi in acqua. E subito dopo, risalire con un leggero spruzzo e un pescione nel becco. E allora si immaginava di essere uno di loro. Allargava le braccia e volava anche lui insieme a loro. Era favoloso vedere il mondo sotto di se' sfrecciare veloce, volare sul mare, sul suo paese, sulle case. Volava su casa sua, vedeva la mamma e il babbo litigare. "Dio quanto litigano". Loro credevano che lui non se ne accorgesse quando si urlavano addosso, quando si offendevano fino a perdere la voce. Tante parole non le capiva ma capiva che erano cattive, allora le scriveva e la mattina dopo, a scuola, chiedeva ai suoi compagni di classe se le conoscevano. "Dio sembra che non le conosca solo io" pensava dopo che i suoi amici si mettevano a ridere sfottendolo.
Lo sfottevano sempre, non perdevano occasione per prenderlo in giro. E se c'era qualcuno che doveva subire uno scherzo, era lui.
E poi gli schiaffi.
IL rumore di uno schiaffo e' inconfondibile, e lui sapeva che, dopo le urla, dopo le offese arrivavano gli schiaffi.
Se ne stava sul lettino, abbracciava stretto il guanciale e aspettava. Ecco il primo schiaffo, e poi un altro, e poi ancora. E poi l'altro rumore, quello peggiore che proprio non sapeva come sopportare: il pianto di sua madre.
E poi sapeva che, inevitabilmente arrivava il suo di pianto. Non riusciva proprio a tenersi, sentir piangere sua madre faceva scattare il meccanismo automatico. E si metteva a piangere anche lui. Dalla rabbia. E allora quel guanciale lo stringeva fino a farsi male. E poi, coi lacrimoni che scendevano, cominciava a picchiarlo, stringeva i pugni e dava dei colpi forti immaginandosi di avere suo padre al posto del cuscino. Poi stanco si accasciava sul letto e si addormentava singhiozzando sul letto zuppo di lacrime. Poi di giorno tutto era normale: la mamma indaffarata a preparare la colazione e a dirgli di non fare tardi a scuola. Il babbo affettuoso e sorridente che gli dava un bacino prima di andare a lavoro. Tutto normale. Di giorno. Ma la sera...
Ma lui aveva la scogliera, e ci passava i pomeriggi interi li'. A sognare, a volare e a fare il pirata, come lo zio.
Lo zio.
Era il fratello maggiore di sua madre. Il suo esatto opposto.
Ribelle. Scapolo. Libero. Come un gabbiano appunto.
Aveva davvero girato il mondo e neanche sua sorella sapeva esattamente tutti i trascorsi della sua vita. Il bimbo gli era molto affezionato: quasi il sostituto di suo padre. E del resto, anche per lo zio, il bambino era come un figlio. Il figlio che la vita non gli aveva mai permesso di avere. Il marinaio l'aveva fatto davvero, e chissa' quali altre cose: legali e non. Che non era uno stinco di santo l'avevano sempre saputo tutti, ma era sempre riuscito a cavarsi di impaccio in qualsiasi situazione. Di certo era stato in galera un po' di anni. Truffa diceva la mamma. Un coinvolgimento in una rissa diceva lui. E per il bambino, naturalmente, la rissa avvenne in una bettola a Cuba in un litigio con contrabbandieri di tabacco. La bettola si chiamava "Il rifugio di John Silver". Naturalmente.
Spariva per settimane, mesi. Poi all'improvviso lo vedevi tornare, reduce da chissa' quali avventure. Il viso solcato da rughe profonde, sempre abbronzato. E due occhi di un celeste sfacciato che si rispecchiavano solo negli occhioni sorpresi e attenti di suo nipote. Celesti come i suoi.
Era festa per lui quando arrivava lo zio. "Mamma mamma e' arrivato!" urlava correndogli incontro. "Avra' bisogno di soldi" pensava la mamma.
Ma il bambino non ascoltava piu' niente, lo zio gli faceva dimenticare perfino i litigi fra i suoi genitori.
E lo zio non veniva mai a mani vuote. Ogni volta erano regali su regali. Quando una collana esotica alla sorella ("Non me la mettero' mai" commentava sistematicamente lei), quando una cravatta hawaiana per il cognato (nessuno sapeva prima di allora che in Hawai portavano le cravatte). Ma erano i regali che portava a lui la sola cosa che interessava al bimbo. E lo zio sapeva come stupire. Un doblone spagnolo. Una lettera di John Silver, il famoso pirata. Un boomerang australiano. Tutte cose che custodiva gelosamente in un baule antico: anch'esso regalo dello zio.
E cosi', anche stavolta, lo zio non si era smentito. Era arrivato alle prime luci dell'alba, svegliando tutta la famiglia.
"Hey gente sveglia! Dormiglioni! Che fate sempre a letto, sono appena le cinque!" La sera era stata baruffa, come al solito. Stavolta gli schiaffi li aveva presi anche lui, non ce l'aveva fatta, dopo due ore di urla,botte e pianti della mamma, si era alzato e si era scagliato addosso al padre, in una vana difesa della madre. Il padre aveva perso il controllo, se mai l'aveva avuto e... Insomma, una serata da dimenticare, semmai ci fosse riuscito a dimenticarne una sola di quelle serate da incubo. Che si succedevano ad una frequenza sempre piu' alta. Lo zio insomma era arrivato proprio nel momento in cui lui ne aveva piu' bisogno. Aveva questo potere lui, arrivava sempre nei momenti piu' adatti. Quasi che possedesse qualcosa di magico nel sapere le cose. E come al solito non era a mani vuote. Un aquilone enorme, bellissimo, tutto colorato.
"Dai zio racconta, dove sei stato, cos'hai fatto!" Era eccitatissimo il nostro bimbo. In un lampo aveva dimenticato le tragedie della sera precedente. E lo zio giu' a raccontare di avventure, pericoli scampati e quant'altro. Il bimbo sognava ad occhi aperti.
Eh si, era proprio un sognatore il nostro ragazzino, se solo avesse saputo cosa stava per succedergli.
La giornata se ne ando' via veloce, troppo veloce.
Ma fu un giorno bellissimo: lo zio dedico' tutto il tempo a suo nipote. Non finiva piu' di raccontargli storie. Passarono tutto il pomeriggio alla scogliera. Il tempo era splendido: un cielo di un limpido come non si erano mai visti. Il mare fermo. Non un alito di vento. E due figure se ne stavano ai bordi del prato a parlare fitti fitti. Lo zio parlava e parlava, e lui ad ascoltare a bocca aperta e gli occhioni che piu' spalancati di cosi' si muore. Non andarono neanche a pranzo, ma la mamma non si preoccupava piu' di tanto: tutto sommato si fidava di quel fratello un po' pazzo.
"Come va piccolo?"
"Bene zio, ora che ci sei tu"
"La mamma e il babbo? Le solite cose vero?"
"Anche peggio zio, anche peggio. Ieri sera..."
Ma non riusci' a finire la frase, un groppo in gola glielo impediva.
Lo zio gli mise dolcemente un braccio intorno alle spalle. E allora furono minuti interi in silenzio, a guardare il mare e i gabbiani. Anche loro capivano, il bimbo ne era certo. I suoi amici gabbiani.
E il suo amico mare.
E il suo amico zio.
Il bimbo si rese conto che erano queste le uniche cose cui teneva al mondo.
Non i suoi genitori.
Non i suoi amici di scuola. "Amici proprio no!!" Pensava con forza.
Le uniche cose: i gabbiani, il mare e questo zio magico.
"L'aquilone zio! Dai quando lo facciamo volare?"
"Non oggi piccolo, non c'e' vento vedi? Ogni cosa a suo tempo piccolo, vedrai che il tuo aquilone volera' quando sara' il momento. Vedrai"
"Vabbe'" Si rassegno '"Ma dai continua a dirmi dove sei stato! E dopo che ti hanno sbarcato sull'isola cosa hai fatto?" Lo zio continuo' a raccontare di come si era imbarcato per il Messico per consegnare un carico di cui non poteva rivelare la natura. "Ti metterei in serio pericolo ragazzo se te lo dicessi!"
Poi, per sfuggire alla Polizia, che aveva intercettato la spedizione, si era aggregato ad una banda di pirati, suoi amici, diretti alle coste del Venezuela. Un uragano, frequente in quel tratto di mare, aveva fatto naufragare l'imbarcazione. Lui si era tratto in salvo con una delle scialuppe e, probabilmente unico superstite, era approdato sull'isola di Aves.
Famosa per i suoi misteri e i suoi segreti.
E i suoi mandarini.
I Mandarini di Aves era una delle tante leggende dei Caraibi. Si diceva che esisteva un'isola, Aves appunto, in cui crescevano degli alberi di mandarino che avevano una caratteristica: davano un frutto soltanto. Dice che avevano il potere di crescere ad una velocita' vertiginosa. Pochi giorni. Ma solo uno su mille dava frutti, anzi, un frutto soltanto.
Un unico, piccolo mandarino.
Sempre la leggenda, parla di un antico colossale naufragio su quelle coste pericolose. E si narra che le famiglie presenti su quel vecchio battello, prima di morire, riuscirono a mettere su una scialuppa i propri figli, con la speranza disperata di salvarli dalla tragedia. I bambini miracolosamente approdarono, spinti forse da un mare pentito, sulle coste dell'Isola, dove non poterono che morire di stenti. Da allora, dice sempre la leggenda, sull'isola iniziarono a nascere, spontaneamente, sparsi qua e la', dei piccoli alberi di mandarino. L'unico mandarino nato di ogni albero.
Ciascuno di loro, conterrebbe l'anima di ogni piccolo finito cosi' tristemente su quella terra.
E, come vogliono le migliori storie di questo mondo, solo se un'anima altrettanto pura e dolce avesse mangiato questo magico frutto, il bambino sarebbe tornato a vivere.
Il ragazzino non aveva smesso di guardare ammirato lo zio, che raccontava.
La sera era arrivata senza che neanche se ne accorgessero.
I gabbiani continuavano a volare instancabili.
Gli ultimi raggi di un sole arancione erano spariti dietro l'orizzonte perfettamente blu.
Il mare.
Amico.
Era fermo, in attesa. L'aria era ferma.
Il tempo si era fermato.
Le parole non servivano piu'.
E lo zio, silenziosamente, segretamente, piangeva.
Ora sapeva, ne era certo.
Aveva deciso.
E parlo'.
"Piccolo mio"
"Zio ma stai piangendo? Zio?"
"Ascoltami amico mio" Lo prese per le spalle con fare deciso. "Ascoltami bene e lasciami finire".
Il piccolo non si aspetto' una mossa del genere. Ma sapeva di potersi fidare .
"Bambino mio. Questa e' l'ultima volta che mi vedrai.
Non tornero' mai piu'."
Gli occhi del bambino si spalancarono. La bocca aperta incapace di proferire parola.
"Lasciami parlare, lasciami parlare. Ricorda bene quello che ti dico. Non dimenticare quello che ti sto per dire.
Tu sei prezioso amico mio.
Sei unico. Sei speciale.
Non permettere a nessuno di farti del male.
Non lasciare che la tua vita passi a piangere su quello che avresti potuto fare o non fare.
Non avere rimpianti.
Mai.
La tua vita vale molto di piu' di ogni cattiveria che incontrerai.
Di ogni meschinita'.
La tua vita vale molto di piu' dei tuoi amici di scuola.
Dei tuoi stessi genitori.
Vogliti bene amico mio."
Ascolto' tutto con attenzione.
Incredulo.
Stupito
Muto.
"Un'ultima cosa" Continuo' lo zio.
"Tu.
Avrai.
Una vita felice.
Te lo prometto.
Sara' l'ultimo regalo che ti faro'"
E dopo un abbraccio che entrambi avrebbero voluto non finisse mai.
Se ne ando'.
Spari'.
Come sempre.
No. Non come sempre. Il bimbo sapeva che stavolta non sarebbe piu' tornato.
Mai piu'.
La sera era inoltrata ormai.
Non si distingueva piu' ormai il confine fra il mare e il cielo: neri entrambi.
Non c'era la luna a fargli compagnia.
Era solo.
Davvero solo.
Neanche si accorse che miliardi di stelle lo stavano guardando. Se le avesse guardate bene, avrebbe capito che lo stavano rassicurando.
Come un automa si incammino' verso casa. I pugni stretti dalla rabbia e dallo stupore.
Non si curo' dei rimproveri della mamma e del babbo.
Non se ne accorse neanche.
Non pote' che andare a letto. I pugni sempre stretti. Un leggero tremore.
Neanche si accorse della scenata, la solita, fra i suoi.
"Tu non lo segui mai tuo figlio, e' sempre solo non lo vedi"
"No sei tu che sei troppo occupato a bere!"
Non li sentiva piu' ormai.
Il sonno e la stanchezza di una giornata cosi' intensa lo sopraffecero.
E si addormento'.
Sogno' un turbinio di sogni.
Vascelli pirata fra le onde. Bambini. Alberi. Onde e ancora onde. Urla, pianti. Silenzi.
E una cosa a calmare il tutto: il viso rugoso, abbronzato di suo zio. E suoi occhi celesti.
Con quest'immagine si sveglio' al mattino. Stranamente tranquillo e in pace con se stesso.
Solo allora si accorse di non avere mai aperto i pugni, neanche mentre dormiva.
"Allora! Ti vuoi svegliare o no!" gridava la mamma, come al solito.
Quando apri le mani, con fatica, intorpidite.
Vide una cosa sul palmo.
Non capiva cos'era. proprio non capiva.
Guardo' con attenzione.
Gli sembrava di aver gia' visto da qualche parte, su un libro di scuola forse, quella piccola cosa.
La forma vagamente allungata. Di colore marrone chiaro, quasi bianchiccio.
Sempre in pigiama si mise freneticamente a cercare nella cartella il libro di scienze.
Sfogliando con furia le pagine fino a spiegazzarle finalmente trovo' quello che cercava.
Un seme.
Era un seme.
Ma non era come quello della foto sul libro, era diverso.
Aveva un nonsocche' di strano. Non capiva.
E con la capacita', insospettabile, che hanno i bambini di tirare avanti, con una scrollata di spalle mise il seme in tasca, si vesti' e ando' a scuola.
Come tutti i giorni.
Eppure sapeva che qualcosa era cambiato.
Se solo avesse saputo.
Le solite sgridate dei suoi, i soliti scherzi crudeli dei suoi amici. "Amici!"
Le solite meschinita' insomma."Meschinita'"
Le parole dello zio continuavano a risuonargli nella testa:"Vogliti bene amico mio".
Il pomeriggio si ricordo' dell'aquilone.
"Benedetto figliolo, come puo' volare il tuo aquilone se non c'e' vento" gli disse suo padre. "E poi non puoi farlo volare qui in giardino c'e' poco spazio, dai retta a me, aspetta una giornata di vento e vai alla scogliera che c'e' tutto lo spazio che vuoi".
"Si' bravo, ora pero' riponi quel coso e vai a fare la lezione una buona volta"
La lezione la fece e fu l'ultima volta.
Come fu l'ultima volta che parlo' con suo padre e sua madre.
Solo che lui non lo sapeva.
Torno' alla scogliera' e comincio' la dura impresa di far volare un aquilone senza un alito di vento.
Stanco di sbrogliare matasse di filo attorcigliato si mise, come al solito, a guardare il mare seduto con le mai in tasca sul bordo del prato.
Stentava a credere che solo ieri, proprio li' accanto, era seduto suo zio.
A guardare mare e gabbiani.
Ma loro erano ancora li'.
Eppure.
Sembrava stessero aspettando.
Ma cosa.
Un senso di inquietudine inspiegabile lo colse, una specie di smania.
Agitando le mani nelle tasche si accorse del seme.
Il seme!
Cosi', senza pensare.
Si alzo'.
Ando' in mezzo a quel prato verde.
Fece, quasi freneticamente, con le mani, una buca per terra.
E ce lo mise dentro.
"Ho seminato!" disse ad alta voce.
Poi.
Con assoluta calma.
Per la prima volta in pace con se stesso, come se avesse fatto una cosa che aspettava da anni.
Si sedette.
A guardare il mare.
Per l'ultima volta.
Un prato verde.
Le spalle di un bambino in controluce sul cielo azzurro.
Le braccia aperte come per volare.
Il rumore del mare giu' in fondo.
Gabbiani che volano, irrequieti. In attesa.
L'aria ferma. Immobile.
Al centro del prato un mucchietto di terra appena smossa.
Vento.
Finalmente.
Un aquilone si alza all'improvviso e si confonde con i gabbiani.
Finalmente appagati.
Rimase soltanto una linea orizzontale: il confine perfetto fra il verde del prato e l'azzurro del cielo.
E un mucchietto di terra smossa.
Nient'altro.






La storia racconta di un bambino sparito nel nulla.
Di ricerche e ricerche durate per mesi, senza nessun esito.
Di due genitori disperati e rassegnati a contare le proprie colpe.
Ma soprattutto.
Di un misterioso albero di mandarino che, dall'oggi al domani, nacque in mezzo al prato verde di un posto chiamato "La scogliera". Proprio in mezzo.
Se continuiamo con le ricerche, veniamo scoprire che quel mandarino, inspiegabilmente, non dette mai un solo frutto.
Ma se andiamo a parlare con gli abitanti di quel lontano paese, verremo sicuramente a sapere di un misterioso individuo che negli ultimi giorni si aggirava in quel luogo.
In attesa.
Qualche ragazzino giura di averlo visto cogliere qualcosa dall'"albero maledetto".
Ma si sa: chi crede mai ai bambini!
E tutt'oggi.
In qualche parte del mondo.
Un uomo sta aspettando.
Lo sguardo attento.
Il viso abbronzato e pieno di rughe.
Gli occhi celesti.
Le mani in tasca a stringere qualcosa.
"E' buio qua dentro.
Caldo ma buio.
Quanto dovro' aspettare ancora?"
"Te l'ho promesso piccolo mio, te l'ho promesso"
Lui sa.
Di averla gia' trovata.
L'anima pura e dolce.


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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