Grazie

Luca aveva quarant'anni.
Una famiglia e un buon lavoro. Non gli erano mancate le tragedie certo. I suoi genitori se ne erano andati pochi anni fa: prima il padre e poi la madre.
La morte della madre poi, era stato un vero e proprio shock dal quale era riuscito pian piano a riaversi. A colpi di psicanalista e parcelle troppo costose. Luca era un tipo d'uomo che non si soffermava alla superficie delle cose: era più forte di lui. Ogni avvenimento, ogni pensiero, ogni sentimento lo analizzava, lo metteva in discussione, lo soppesava come un oggetto raccolto per terra e se lo rigirava fra le mani, come dovesse scoprire da un momento all'altro chissà quale rivelazione.
Era più forte di lui, era la sua natura.
Ed era stanco. Stanco della vita, stanco di tutto. Da tempo cercava disperatamente un buon motivo per vivere senza trovarlo. Si sentiva ogni giorno più solo. Lui. Con le sue emozioni, i suoi dubbi, i suoi sentimenti.
Nella vita, pensava, sono riuscito solo a combinare casini, deludendo tutti, soprattutto me stesso.
La barba incolta, gli occhi arrossati, conviveva da un bel po' con una profonda depressione. Ogni mattina sentiva il peso di un'altra giornata da vivere. Era insoddisfatto di tutto, a partire dalla propria persona.
Quella sera era al volante della sua macchina. Era tardi e stava tornando dal lavoro.
Il cd nello stereo rimandava le note di un buon pianoforte jazz: la sua musica preferita. Ma anche la musica ormai era diventata dolorosa da ascoltare. I suoi pensieri correvano, come sempre. Il giorno aveva litigato con la moglie, le cose in casa non andavano molto bene e da un po' di tempo a questa parte, ogni pretesto era buono per discutere: lui e Claudia.
La mente viaggiava da sola, come l'auto abituata a percorrere quella strada da ormai più' di dieci anni. E come lei si era abituata a percorrere tutte le curve della vita: gli amori e le delusioni, le felicità e le angosce. Non poteva non pensare come, per l'ennesima volta, non riusciva a ricordare il perché del loro ultimo litigio. Ma erano molti i perché ai quali non riusciva a rispondere. Le mani stringevano il volante e una profonda tristezza stringeva il suo cuore. Superato senza neanche accorgersi il traffico da mille luci della città, si trovava adesso a percorrere il tratto lungomare. Alla sua destra, giù in basso, poteva scorgere la piatta superficie dell'acqua. E il suo cuore scoppiava. Aveva dentro un universo intero, e bastava la vista di quel mare per metterlo in moto. Il grigio del guardrail scorreva veloce agli angoli degli occhi e sottolineava il tumulto dei suoi pensieri. La giornata era stata particolarmente pesante: frenesie, responsabilità pressanti e quel maledetto telefono che non smetteva di squillare le sue urgenze. Il lavoro non distrae: era arrivato da tempo a questa conclusione, caso mai accumula i pensieri e le preoccupazioni. Ma quali preoccupazioni? Si ripeteva spesso questa domanda. Aveva un lavoro stabile, una famiglia e due figli adorabili, eppure…
Eppure.
Eppure non bastava, lo sapeva ne era certo.
Analizzando la sua vita, e lo faceva in continuazione, si rendeva conto che era caratterizzata da un'insoddisfazione continua. La continua ricerca di qualcosa senza sapere cosa. Qualcuno l'aveva definita "l'ansia di vivere". E lui non ce la faceva più a vivere. Spesso si era sorpreso a pensare, tornando a casa dal lavoro come adesso, come deve essere: sterzare improvvisamente verso il mare aperto, sfondare il guardrail, e precipitare nel blu profondo. Alla ricerca di un oblio che lo mettesse in salvo. In salvo dai ricordi, dalle emozioni, dalla solitudine.
Il CD si era incantato, da un po' il pianoforte ripeteva ossessionatamente le solite due note. Era stanco, erano settimane ormai che non faceva una notte intera di sonno. Imprecando premette il pulsante di estrazione del CD che scivolò cadendo ai suoi piedi. Abbassò istintivamente gli occhi per vedere dov'era.
E fu l'ultima cosa che vide.
L'istante dopo non era più in grado nemmeno di aprire gli occhi da quanto erano impastati di sangue.
Non sentì lo schianto.
Non provò neppure dolore.
Solo il buio e un incredibile senso di oppressione su tutto il corpo.
Non capiva dov'era, cos'era successo.
Con lentezza si rese conto di essere in grado di formulare dei pensieri.
Il primo: sono vivo, penso quindi sono vivo.
Sentiva del liquido caldo colargli sul viso e lungo il collo. Non riusciva a muoversi di un millimetro.
Il secondo: sto per morire.
La parola "incidente" cominciò a prendere forma e prese la forma di un incidente grave. Era completamente schiacciato dal peso della macchina. Le lamiere taglienti lo avvolgevano insinuanti come tentacoli. Cominciò a tremare: paura e freddo. Stava perdendo sangue, lo sapeva, il freddo che provava ne era la dimostrazione. E il sonno era il sintomo che si stava lentamente avviando verso la fine.
La paura lasciò il posto alla calma.
Dormire. Finalmente.
Una voce dentro di sé formulo le due parole.
Andarsene. Dolcemente. Cullato dal sonno e dalla stanchezza.
Niente più ricordi. Niente più ansie.
Intorno: nessun rumore.
Solo il proprio respiro e il lento ritmo del proprio cuore.
Lento.
Sempre.
Più.
Lento.
Poi: una voce. Di donna.
Si sentì prendere una mano e stringerla.
"Hey ragazzo!"
Cercò faticosamente di rispondere ma ne uscì solo un gorgoglio confuso.
"Non parlare, non sforzarti, non importa" continuò lei "Ascolta solo le mie parole: non dormire! Non farlo! Non lasciarti andare!" La donna parlava con tono deciso e sicuro, doveva tenerlo sveglio a tutti i costi "Non posso vederti. Sei sommerso dalle lamiere. Vedo solo la tua mano che adesso sto stringendo. Mi senti? Senti la mia mano nella tua? Capisci ciò che dico? Stringi per annuire."
Strinse la mano e la strinse forte in una disperata richiesta di aiuto. "Aiutami ti prego. Non voglio morire aiutami" Avrebbe voluto dirle. Quella donna era riuscita a distoglierlo dal torpore e adesso la paura era tornata a farsi sentire. "Non morirai" disse lei, come se avesse intuito i suoi pensieri "Sei ancora giovane, hai la vita davanti. Non morirai ragazzo mio te lo prometto."
La donna, anziana, capelli grigi si tolse con un gesto della mano una ciocca dalla fronte. Si sistemò a sedere, per terra. Con fermezza stringeva la mano tremante di lui. "Stavi tornando dal lavoro vero?"
Lui strinse la mano.
"E hai una famiglia a casa che ti aspetta, è così?"
Luca combatteva disperatamente il sonno che prepotente lo voleva al suo destino.
"Non dormire! Hai capito cosa ti ho detto? Non dormire!"
Faceva ogni sforzo per rimanere sveglio, quella voce aveva il potere di rassicurarlo, di dargli la forza di continuare a vivere.
Con fatica provò a rispondere.
"Sì…ho famiglia. I…miei figli…"
"Oh tesoro mio! Vedi che ora riesci a parlare! Stai già meglio vedi? Continua a parlare ora. Dai!"
"Non…ce la faccio…"
La vecchia donna scoppiò in una gran risata. "Ragazzo mio" disse "è bello sentire la tua voce! Cosa fai nella vita?" lo incalzò stringendogli sempre più la mano.
"La vita…non mi piace. Non mi piace più la mia vita"
"Non dire così! Mi hai detto adesso che hai una moglie e due figli. E' bello avere una famiglia!"
"Non … basta" rispose lui.
"Certo che non basta! Non deve bastare!" disse la donna, alzando la voce ed alzando le sopracciglia "Non deve bastare mai niente ragazzo mio! Altrimenti puoi davvero dire di non esistere più."
Si ravviò i capelli grigi. Chinandosi sulla mano, come se stesse parlando a lei, continuò.
"Nella vita, la vera vita, non esiste essere soddisfatti di se stessi. E', e così deve essere, una continua ricerca. La ricerca di se stessi se vuoi, la ricerca di quello che ti pare, ma è importante che tu sia sempre, e ribadisco sempre, alla ricerca di qualcosa. E devi ringraziare quel profondo senso di insoddisfazione che provi, perché quello, caro mio, quello è il motore che ti fa andare avanti. Quello è il motore della vita. La tua splendida, meravigliosa vita. Non conta raggiungere la meta. E' il precorso che fai che è davvero importante. Capisci" Luca riuscì lentamente ad aprire gli occhi. La sua visuale non cambiò molto: il buio continuava ad avvolgerlo.
Quelle parole.
Quelle parole avevano il potere di tenerlo in vita.
"Luca mi senti?" Lui strinse la mano e pronunciò un debole "Sì"
"Vedi ragazzo mio" insisté la donna "Porti un vero tesoro dentro di te. Non sprecarlo. Non smettere mai di stupirti davanti a un tramonto, o davanti al sorriso di un bambino. Tutto il resto passa, ma le emozioni, quelle che ti porti dentro, ti accompagneranno per tutta la tua lunga vita."
Luca piangeva adesso. Calde lacrime solcavano il viso. Non tremava più. Poi chiese alla donna "Come ti chiami?"
Ma non ricevette risposta. La sua mano strinse il vuoto. Una sirena lontana lo riportò alla realtà della sua situazione.
La sirena se ne venne a morire con un gemito vicino a lui.
Poi.
Rumore. Forte. Fortissimo.
Il fracasso di una sega elettrica e lo stridio del piegarsi delle lamiere. E voci. Tante. Concitate.
Una luce, improvvisa, accecante, lo stordì costringendolo a chiudere di nuovo gli occhi.
Ancora voci. Vicine adesso.
"Quella donna" Dov'è? Dov'è quella donna?!"
"Non parlare amico. Stai tranquillo: è tutto a posto."
Poi il buco di un ago nel braccio. Ebbe appena il tempo di sentire delle mani che lo sollevavano.

Bisbiglio.
Confuso.
Come un ronzio.
Il primo pensiero: sono vivo.
Una voce dentro di sé gli disse che era vivo più di prima.
Prima.
Un leggero brivido gli corse lungo la schiena.
Subito dopo un secondo pensiero: non morirò.
Il bisbiglio si fece più distinto.
"E' incredibile come ne sia uscito vivo" Era Claudia, sua moglie, che parlava. "Lo hanno estratto in un lago di sangue da sotto le lamiere."
"Poteva morire dissanguato" Questa voce non la riconosceva. Un uomo della sua età forse. Ma non voleva aprire gli occhi, non ancora.
"Sì, la vita ha proprio voluto bene al mio Luca"
Già. La vita: pensò lui.
La vita.
"Sta aprendo gli occhi. Fate silenzio perfavore"
"Non lo affaticate adesso eh!"
"Luca, Luca sono io mi riconosci?"
"Hey Luca ben tornato fra noi!"
Luca sorrise. Davanti a lui sua moglie, alcuni suoi amici ed un uomo con un giubbotto di jeans.
"I bambini, dove sono i bambini?" disse sottovoce.
"Sono qui fuori caro, in corridoio. Adesso li chiamo"
Il cuore batteva forte. La luce della stanza d'ospedale era bianca, fredda, ma non riuscì ad attenuare il calore che lo avvolse nel vedere il dolce sorriso dei suoi figli.
Ricorda, non smettere mai di stupirti davanti al sorriso di un bambino: quelle parole gli echeggiavano nella mente.
Debolmente alzò un braccio apparecchiato di flebo e li accarezzò.
Pianse.
Poi, gli raccontarono com'era andata.
Frontale. Contro un camion. Luca aveva improvvisamente invaso la corsia opposta e si era andato a schiantare contro l'autotreno a tutta velocità. Non c'erano segni di frenata. Il camionista non si era fatto neanche un graffio. "Ma la donna? Quella donna? Chi è? Dov'è adesso? Mi ha salvato la vita capite?"
"Non c'era nessuna donna" era l'uomo che parlava. Un uomo grasso, sui cinquant'anni, pochi capelli e lunghe lacrime che cercava di asciugare con il lembo del giubbotto. "Guidavo io il camion amico mio. Non sono riuscito a evitarti, non sai quanto mi dispiace. Non so di quale donna parli amico, sono rimasto io, lì, insieme ad altri. Ho chiamato io stesso l'ambulanza e la Polizia. L'ho chiamati io, con il mio cellulare e sono arrivati dopo pochi minuti."
Continuò tirando su col naso "Tutti, credimi amico mio, tutti eravamo convinti che fossi morto. Eri completamente sparito, schiacciato insieme alla macchina sotto quel maledetto camion"
Luca chiuse gli occhi.
Porti un vero tesoro dentro di te: non sprecarlo.
Entrò l'infermiera con decisione "Fuori tutti adesso. Forza! Il nostro uomo fortunato ha bisogno di riposare!"
Sua moglie lo baciò "A più tardi caro, ora riposa tranquillo"
Rimase solo.
Nella stanza c'era silenzio adesso.
Silenzio.
Ancora.
Aprì improvvisamente gli occhi.
"Infermiera! Infermiera!" gridò suonando il campanello.
"Che c'é. Devi dormire adesso, che vuoi?"
"I miei documenti, le mie cose, dove sono? Me le dia perfavore"
L'infermiera gli porse una busta e se ne andò.
Frugando trovò il portafogli.
Lo aprì nervosamente cercando con fatica fra fogli e scontrini.
Trovò finalmente ciò che cercava.
Rigirò l'oggetto fra le mani osservandolo a lungo.
Se l'infermiera avesse sbirciato spiandolo dalla porta, avrebbe visto un uomo di quarant'anni piangere.
E pronunciare in un soffio una sola parola.
"Grazie"
Poi.
Finalmente.
Si addormentò.
Gli occhi umidi.
Sul viso un sorriso.
Sereno.
Finalmente.
Le mani si rilassarono, e un oggetto cadde sul pavimento.
Una piccola foto tessera.
Una donna.
Anziana.
Con un ciuffo di capelli grigi sulla fronte.


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

Homepage