Giorgia

Giorgia: 37 anni, bionda, alta 1.75, peso 59 kg, occhi celesti, corporatura media, coniugata, segni particolari: nessuno.
Basta così?
Certo che no.
Potremmo dire in aggiunta, che Giorgia, quegli occhi celesti, li socchiude quando deve leggere qualcosa (forse miopia?).
Oppure potremmo dire che quando sente cantare la Callas le batte il cuore forte.
O ancora che le piace da morire tuffarsi in piscina e farsi una bella nuotata.
Potremmo dire molto altro ancora di lei. Tutte cose che non si leggono su una carta d'identità.
Luigi trovò il documento per terra.
Semplicemente.
Stava andando a fare la solita spesa di tutte le mattine quando, tra un passo e un altro, vide qualcosa che lo incuriosì.
Luigi guardava spesso per terra. Era un'abitudine che gli aveva insegnato il papà sin da piccolo. “Guarda per terra bambino mio, si trova sempre qualcosa di utile” Beh, lui dava sempre molto retta al papà. Che diamine era suo figlio, e chi doveva ascoltare se non il suo grande papà. Non era come tutti gli altri, era un papà e una mamma. Sì perché lui, Luigi, la mamma non ce l'aveva mica. Era morta che aveva tre anni ma lui, ovviamente, mica se lo ricordava. E, diciamolo, non gliene importava poi molto: non gli mancava niente a lui.
Non gli era mai mancato nulla.
Si sentiva un bambino fortunato.
Come adesso era stato fortunato a trovare quel documento. Lo raccolse, con delicatezza. Se lo rigirò fra le mani con attenzione. E con attenzione si mise a leggere. Era bella questa Giorgia pensò.
E' bella questa Giorgia.
Il pensiero corse subito al negozio di alimentari che stava per chiudere e, con noncuranza, si mise in tasca la carta d'identità e affrettò il passo.
Due chili di mele, la pasta, il sale, l'olio mi sembra non mi manchi altro.
Giorgia: che bel nome pero'. E si rimise la mano in tasca per riguardarne il volto.
“Eh sì, sono proprio fortunato!” disse fra sé e sé.
Cavolo devo andare anche in farmacia per il papà, mi devo sbrigare accidenti.
Giorgia, finì ancora una volta nel buio della sua tasca.


Era una giornata autunnale. Grigia insomma, con le foglie che cadevano, la pioggerellina e tutto il resto.
Niente di nuovo.
“Niente di nuovo anche stamani?” chiese Roberto entrando in ufficio, senza aspettarsi una risposta.
Roberto era un giovane ispettore di Polizia, capitato, grazie a una promozione, in quel commissariato di provincia dove, “maremmina” avrebbe detto lui, non capitava mai niente.
E meno male gli dicevano, ma neanche un furtarello, che so uno scippo, “neanche una multa del cavolo maremmina!”
Roberto aveva trentacinque anni portati malissimo.
Capelli? Niente.
“Altro che Cesare Ragazzi! Quello ce lo mette ma in tasca a noi pelati, ve lo dico io!”
Rissoso, polemico ma tutto sommato simpatico.
E come passavano le giornate se non c'era l'ispettore Roberto Menicagli che raccontava le barzellette?
Il Commissario ci rideva alle sue barzellette ma tutti erano convinti che non le capiva.
“Sa una sega lui” diceva sottovoce Roberto, e giù tutti a ridere.
Insomma, come ispettore somigliava più all'Ispettore Gadget della televisione che a Maigret. Una volta aveva provato a farsi crescere i baffi e ad andare a lavoro con la pipa ma, diciamolo, non era credibile e stanco di sentirsi prendere in giro, tornò al suo look di sempre.
Trasandato, pantaloni sempre un centimetro piu'bassi del dovuto, canottiera della salute e maglione sdrucito.
“Menicagli quante volte le devo dire che ogni tanto, sarebbe bene portare la divisa!”
Il Commissario Bartolini aveva ragione ma lui non era fatto per le divise.
Già gli pesava aver ripiegato in un lavoro come quello. Lui, che aveva fatto le lotte studentesche del settantasette!
“Che è come aver fatto il sessantotto…quasi!”
Lui, che si era sempre dichiarato comunista convinto, e che votava Rifondazione, pur di trovar lavoro, era finito nella categoria che aveva odiato per anni: il poliziotto.
Come c'era riuscito, poi, non lo sapeva nessuno, a parte forse un potente zio deputato. Almeno così dicevano.
Ma erano pettegolezzi, niente di più.
E, forse grazie al fantomatico e misterioso zio, o forse grazie anche un'indiscutibile capacità professionale, si era ritrovato a fare l'ispettore di Polizia: “anche se in un paese di merda come questo!”
Il “Paese di merda”, Presenzano, era un tranquillo agglomerato in provincia di Caserta: campagna a due passi e il mare troppo lontano per poterci andare.
Quei paesi in cui tutti sanno tutto di tutti e dove lo sport principale, oltre alle bocce, è il pettegolezzo.
Lì era andato a finire il buon Menicagli, e lì era condannato a restare per lunghi anni, in attesa di un trasferimento difficile, non solo da ottenere, ma persino da sperare.
Con una moglie che lo aspettava a Livorno: la sua Livorno.
Con i suoi fossi, il suo porto e i suoi Quattro Mori.
Quanto gli mancava la sua città e, beh sì, anche sua moglie sì.
Un po' anche lei dai.
Era immerso in questi pensieri, rilassandosi seduto davanti al suo pc, quando sente bussare timidamente alla porta.
“Che c'e'? Sto lavorando!” disse rudemente come suo solito, senza distogliere gli occhi dallo schermo.
“Scusi mi hanno detto che potevo rivolgermi a lei?”
Non stava lavorando, stava giocando a tetris e stava per battere il suo record.
Non fu per dovere professionale.
Non fu perché un utente si stava rivolgendo ad un pubblico ufficiale al servizio della cittadinanza.
Fu solo per il suono dolce di quella voce che Roberto alzò istantaneamente gli occhi.
Solo quelli.
Le dita continuarono per inerzia a digitare sulla tastiera, ma il suo sguardo rimase fisso, incuriosito, attonito, a guardare la proprietaria di quella voce.
Che oltre della voce, era proprietaria anche di un bellissimo paio di occhi: celesti.
E sempre guardandola fisso esclamò: “Porca puttana!”
“Come?!” Gli Occhi dalla “O” maiuscola si spalancarono.
“Ehm! No scusi – balbettò – è che avevo quasi fatto il record…”
“Prego scusi?”
“Lasciamo stare” disse ricomponendosi e maledicendosi per non essersi fatto la barba “mi dica pure”.
"Volevo denunciare lo smarrimento della carta d'identità e mi hanno detto che dovevo compilare un modulo o non so cosa” poi aggiunse “anche se temo di aver sbagliato ufficio”.
“Beh sì in effetti signorina.”
“Allora la lascio al suo lavoro e mi scusi”
A Roberto sembrò di intravedere una vaga ironia nella frase.
“No guardi che stavo lavorando davvero eh! Cosa crede signorina? Solo che ogni tanto, un po' di svago ce lo dobbiamo pur concedere no? E allora giocavo un po', tutto qua!”
“Ma veramente, io non mi ero neanche accorta che stava giocando e poi, scusi, mica deve rendere conto a me” e un po' risentita “e mi scusi ancora per il disturbo, mi rivolgerò a qualcun altro, ci sarà pure qualche persona gentile che saprà aiutarmi in questo Commissariato”.
Non faceva una piega il discorso, come non faceva una piega il fatto che aveva appena fatto una figura di merda.
“Vabbé ho capito, le porgo le mie scuse. Si accomodi pure e mi dica tutto”
Un po' riluttante la proprietaria della bella voce e dei begli occhi si sedette e accavallò le gambe con grazia.
“Nome?”
“Schilirò Giorgia”
“Dove ha perso la sua Carta d'Identità signorina Giorgia?”
“Se lo sapevo non ero qui le pare?”
Altra figura di merda pensò.
“Comunque mi può dire come devo fare brigadiere, per favore?”
“Beh...ecco, non sono brigadiere, sono ispettore ma fa lo stesso non si preoccupi”
Si sarebbe fatto dire di tutto da quegli occhi.
“Non sono preoccupata ispettore”
E lo disse, “Ispettore”, sillabandolo bene.
“Bene guardi, compili questo modulo, lo firmi e cercheremo di trovarle il suo documento al più presto”.
Se ne andò con un accenno di saluto e portò via con sé la sua voce e i suoi occhi.
“E che occhi” si ripeté Roberto.
“Com'è che si chiama fammi vedere?”


Schilirò Giorgia
Così si chiamava.
Bel nome Giorgia, sì sì bel nome, si disse Luigi, mirando e rimirando la foto fra le mani.
“Hai visto papà che bella donna?”
La guardava fissa negli occhi, e più la guardava più le sembrava che anche lei lo stesse guardando.
Allora prese l'abitudine di mettere la carta d'identità, aperta, vicino a lui magari mentre stava facendo le faccende di casa.
Con i giorni arrivò al punto di parlarle come fosse una di casa.
Arrivato alla sera le faceva il resoconto della giornata.
Se era triste si confidava con lei e se era felice la rendeva partecipe.
Insomma, Giorgia era diventata una di famiglia.
“Vero papà? Come fossimo fidanzati”
La sera non si addormentava se non aveva Giorgia lì, sul comodino, a guardarlo e a dargli la buonanotte.
E la mattina era la prima a dargli il buongiorno.
“Buongiorno cara, dormito bene?”


“Buongiorno a te amore mio, sì dormito bene”
“La preparo io la colazione!”
Gridò dalla cucina Stefano mentre anche lei si alzava stiracchiandosi e trascinandosi in cucina, ancora intorpidita dal sonno.
“Dì un po' Giorgia, ma ieri poi cosa ti hanno detto in questura?”
“Lasciamo stare Stefano, va che è meglio” disse lei stropicciandosi gli occhi” ho trovato un tizio maleducato che mi ha fatto firmare un modulo…mah!”
Stefano: marito dolce e premuroso.
Quarant'anni e un lavoro da impiegato con uno stipendio niente male.
Tutto sommato un bell'uomo, anche se un po' di pancetta dimostravano la sua appartenenza al club degli “anta”.
“Giorgia perché?” usava dire con finta esagerata disperazione “perché ho la pancetta perché? Eppure faccio sport: tennis, bicicletta. Perché amore mio?”
“Eh caro il mio maritino” le rispondeva lei con delle affettuose pacche sulla pancia “forse ti ci vorrebbe un po' di piscina come faccio io” e poi aggiungeva ad alta voce sfottendolo “e qualche anno di meno!!”
Allora lui la rincorreva per tutta la casa e di solito finiva che facevano l'amore.
Una bella coppia felice non c'è che dire.
Anche quella mattina la rincorse cercando di abbracciarla.
“No dai Stefano smetti, fai tardi a lavoro dai”
Si divincolò con dolcezza e con la dolcezza di quegli occhi celesti, gli mise le chiavi della macchina in mano, lo baciò e lo accompagnò alla porta.
Con un sospiro si richiuse la porta alle spalle, prese il cellulare in mano, fece per chiamare poi scuotendo la testa lo ripose dicendo a voce alta “No! Oggi non ho voglia, voglio stare un po' per i fatti miei”.
Mise un cd allo stereo e si stese sul divano.
Quanto adorava la Callas, quanto le piaceva la Butterfly!
Chiuse gli occhi e non fece a tempo a rilassarsi che squillò il cellulare. Maledicendosi per non averlo spento si avviò a rispondere.
“Carlo dimmi” rispose non nascondendo un po' di disappunto.
“Perché non mi hai telefonato? Stefano è andato a lavorare?”
“Sì ma guarda, mica ti devo telefonare tutte le volte che sono sola eh! E se volessi stare per i fatti miei stamani?”
“Ecco lo sapevo, non mi vuoi più. Vedi che ho ragione quando ti dico che non mi vuoi più?”
“Non cominciare eh!”
“Non mi vuoi, lo sento, non mi vuoi più bene. Vuoi chiudere? Dillo se vuoi chiudere, tanto lo so che vuoi chiudere!”
“Senti Carlo non mi assillare per favore eh!”
“Scusa scusa amore mio scusami. Lo sai come sono fatto no? Scusami”
Dio quanto lo odiava quando si autocommiserava. “Si vabbé ora ciao eh! Ci sentiamo domani ok? Domani ti prometto che ti chiamo va bene?”
“Va bene amore mio aspetterò con ansia fino a domattina. Ti amo. E tu? Mi ami?”
“Si certo anch'io ti amo”
“Un bacio ciao”
“Un bacio anche a te, ciao ci sentiamo”
Spense il cellulare, stavolta completamente.
Si sedette sul divano per rialzarsi ancora con disappunto a spengere lo stereo.
La Callas ormai era andata.
Accese il pc per vedere se c'era posta: le solite pubblicità, le solite amiche che le proponevano serate all'insegna della libertà.
Ma quale libertà, si ripeteva fra sé.
La libertà di non sentirsi liberi.
Decise di andare a fare un po' di spesa.
Andò in bagno per darsi una sistemata e si guardò allo specchio.
Come spesso le capitava, si fermava a fissare quell'immagine riflessa.
Si fermava a guardare intensamente quegli occhi, cercando di capire chi veramente c'era dall'altra parte.
Cercando di capire il perché di quell'inquietudine che la prendeva ogni volta.
Si riscosse da quell'ipnosi, un po' a fatica, e si lavò il viso.
“Cazzo ma dove ho messo il pettine!”


“L'ho messo qui il pettine. Dici che ho fatto male papà?”
Abbassò lo sguardo come se fosse stato sorpreso a rubare dal barattolo della marmellata.
“Sì lo so che ho fatto male papà ma lo dovevo avere capisci? Dovevo avere qualcosa di lei. E'…è come se fosse più presente in questo modo capisci? Come se fosse ancora più vicino a noi”
“Ancora più vicino a me” ripeté sottovoce.
Poi prese il pettine, con tutta la delicatezza di cui era capace, e lo mise in un cofanetto che chiuse con una piccola chiave.
Poi guardo la foto sulla carta d'identità.
“Ti amo e anche tu mi ami ne sono certo”


“Ma certo che ti amo”
“Non ti arrabbiare”
“Ma chi vuoi che sia questa Giorgia e che ne so”
“Ma la fai finita deh!”
“Ma sì! Ci sei solo tu nella mia vita, sì!”
“MA ti ripeto che non lo so!”
“Ma chi vuoi che sia, sarà una delle tante che viene qui in commissariato”
“Sì sì lo so che ti chiami Roberta”
“Sì lo so che sei mia moglie”
“Sì”
“Sì me lo ricordo sempre”
“Ma la vuoi smettere, ho solo sbagliato a chiamarti”
“No”
“No non c'è nessun'altra”
“No, te l'ho detto per queste cose ci vuole tempo”
“Sì anch'io non vedo l'ora che me lo diano”
“Ci vuole tempo per queste cose Claudia dobbiamo avere pazienza”
“Com'è il tempo a Livorno?”
“No non voglio cambiare discorso!”
“Maremmina ma quante volte te lo devo ridire”
“Noo, non lo so chi è Giorgia”
“NON LO SO”
“Va bene va bene non urlo va bene”
“Anch'io”
“Uffa va bene te lo dico contenta?”
“TI AMO CLAUDIA”
“Va bene così?”
“Non faccio il sarcastico”
“Ciao”
clic
“Uff, mi ci vorrebbe un tranquillante!”


“Sì lo devo prendere un tranquillante altrimenti impazzisco”
Carlo aspettò per tutta la mattina ma il cellulare non squillò.
Forse non ha potuto.
Forse il marito non e' andato a lavoro oggi.
O forse si è stancata di me e non mi vuole più.
Poi cominciò a telefonare lui.
Niente.
Chiamava e non rispondeva nessuno.
Sì lo so come fa: vede che sono io e non risponde.
Dio che ossessione!
Aspetta, basta non inviare il proprio numero, so come si fa.
Niente non risponde lo stesso.
Chiamo quello di casa.
Magari si incazza, mi ha detto cento volte di non chiamarla lì.
Chiama!
Clic
“Pronto?”
“Stefano! Ciao sono Carlo”
“Ciao Carlo quant'era che non ti sentivo! Dimmi volevi parlare con Giorgia?”
“No! Che c'entra! No volevo sapere se una di queste sere ce ne andiamo a farci una birra, che dici ti va?”
“Ma certo amico mio, quando vuoi”
“Ok allora ciao eh!”
“Ciao Carlo ci sentiamo”
Cazzo.
Cazzo.
Cazzo.
Sono un imbecille ecco osa sono.
Un imbecille!
Carlo: trentasei anni. Cuore in tumulto. Praticamente sotto un treno. Sì, forse anche un po' stupido. Ma giustificato.
Ecco cosa sono.


“Uno stupido sono! Solo uno stupido come me poteva fare una cosa del genere” questa cosa Luigi la disse a se stesso davanti allo specchio “stavolta è meglio che non lo dica al papà sennò si arrabbia sul serio stavolta”.
Girava e rigirava l'oggetto della sua preoccupazione fra le mani, come se scottasse. Come se dentro la coscienza si smuovesse qualcosa di altrettanto scomodo.
Ma era bravo Luigi a rimuovere i propri dubbi.
Aveva esperienza lui tutto sommato.
E con decisione, e altrettanta cura, ripose il risultato dell'ultimo furto.
Attento a non sgualcirlo.
Chiuse il cofanetto a chiave con un pensiero in testa: “Lo leggerò dopo, con calma.”


“Ti dico che non l'ho letto! Dai Giorgia lo sai: non l'ho fatto e non lo farò mai”
“E allora mi spieghi dov'è andato a finire il mio diario? Eh!?”
“Calmati tesoro, lo avrai lasciato da qualche parte, dove vuoi che sia”
“Impossibile! Capisci cosa ti dico? Lo capisci? E' impossibile. E lo sai! Lo tengo sempre, dico sempre nel mio comodino. Lo sai. Ed era meglio che non lo sapevi!”
“Non posso pensare che mi credi capace di una cosa del genere”
“Chi lo sa di cosa sei capace! E cosa ne sai di me tu eh? Dimmi! Cosa ne sai di cosa sono capace IO invece!?”
“Ma cosa dici?”
“Comunque in ogni caso le cose stanno così: il mio diario è sparito e in casa ci siamo solo io e te! Eh?! Che mi rispondi? A meno che non vogliamo pensare che entrino in casa dei ladri e, invece di prendere i gioielli sul comodino, si prendono un insignificante stupido quaderno rosso del cazzo! Eh?! Cosa mi rispondi caro il mio maritino!?” e stavolta lo disse col massimo del sarcasmo possibile.
“Non ti ho mai sentito parlare così. Arrabbiarsi così per uno stupido quaderno”
“Ecco vedi? Non sai un cazzo di me!” E lo disse avvicinandosi a lui socchiudendo gli occhi.
Le si leggeva il disprezzo in quegli occhi dal celeste spietato.
Seguì il silenzio.
I due continuavano a guardarsi.
Stefano cercava di capire da dove poteva venire tanto odio.
E non era il solo a chiederselo.
Giorgia.
Gonna corta.
Gambe lunghe. Belle.
Dritte.
Immobile.
Si passa le mani fra i capelli.
Lunghi. Biondi.
Gesto vano di mettere ordine ai propri pensieri.
Un vortice di pensieri.
“Sei bellissima amore” E la dolcezza era tanta in quella frase.
Con un passo indietro.
Istintivo.
Di difesa.
Ruppe la fotografia del momento.
E disse.
“Vuoi un caffè amore mio?”
Avrebbe voluto dirlo con gentilezza.
Avrebbe voluto.


“Sì, grazie”
Il cameriere se ne andò con l'ordinazione.
Oggi non pioveva.
Fuori almeno.
Dentro sì.
Dentro il suo cuore sicuramente.
Una pioggia leggera, invisibile.
Di quelle che sai non finiranno mai.
Di quelle che fanno male.
Fanno male al cuore.
Appunto.
Aspettava da due ore oramai. La piazza si era lentamente svuotata di macchine e persone. E' l'ora di pranzo. Ognuno alla propria casa. Ognuno al proprio lavoro.
Ognuno alla propria vita.
Carlo.
Solo.
Se ne stava lì. In quel bar di periferia ormai semideserto.
Davanti, un caffè che si era scordato di bere.
Le rose le aveva appoggiate sul tavolino.
Accanto a lui, un ragazzo e una ragazza si baciavano teneramente.
La pioggia stava lentamente, ma inesorabilmente, trasformandosi.
Un peso.
Un grosso peso.
Una pietra.
Il suo cuore stava diventando pian piano una pietra.
E la voglia di piangere si faceva opprimente.
Con tutta la fatica del mondo.
Si alzò.
Meccanicamente pagò un caffè dimenticato.
Gettò un ultimo sguardo ai due innamorati, che si parlavano piano sulla bocca, incuranti dell'universo circostante.
Prese il mazzo di rose.
Anacronistica immagine del suo dolore.
Non le regalo a loro.
Le gettò, spezzandole, nel primo cestino che gli capitò, premendole a fondo con rabbia. Stava imparando ad odiare.
La pietra stava facendo il suo lavoro.
La voglia di piangere cessò come d'incanto.
Improvviso fracasso infernale.
Un autobus passò sferragliando vicinissimo sfiorandolo.


Una corsa fino alla fermata e riuscì a non perderlo.
Non aveva il biglietto, ma tanto non gliene fregava niente, tanto anche se venisse un controllo non avrebbe pagato lo so stesso.
E il controllore, come capita sempre, arrivò puntuale a verificare il biglietto di tutti i passeggeri.
Gli dette un cartellino che lesse un po' contrariato.
“Menicagli Roberto.
Ispettore di Polizia
Questura di Presenzano”
Con tanto di fotografia.
“Scusi Ispettore, tutto a posto”
Roberto si rimise il cartellino nel portafogli.
Solo un fuggevole sguardo alla foto: “Maremma com'ero giovane deh!”
“Roba da non credere” pensava “un ispettore di polizia costretto a viaggiare in pullman”
Si rilassò sui sedili in pelle pensando agli ultimi avvenimenti della sua vita.
La cosa più importante era lo smarrimento di una Carta d'Identità, se si esclude l'atto vandalico alla sede di Forza Italia.
Qualcuno aveva disegnato un gigantesco simbolo fallico sulla facciata.
“Maremmina!” non riusciva a non ridere ripensandoci “ma come avranno fatto a farlo? Ci voleva un'impalcatura”. E infatti fu in quel campo che si mise a fare le indagini, e in poco riuscì a trovare il colpevole.
Anzi, i colpevoli: una banda di ragazzi con delle lunghe scale, che sembra impossibile fossero riusciti a fare tutto da soli.
C'era il forte sospetto che fossero stati aiutati da qualche abitante vicino che, accortosi della cosa, invece di chiamare la Polizia, gli ha dato una mano.
“Magari a tenergli la scala”
No, non ce la faceva proprio a non riderci sopra.
Come non ce la faceva a non pensare alla Schilirò.
Che occhi.
Che sguardo dolce.
E che gambe.
“Maremmina che razza di ispettore sono. Boh! Si vede che sono proprio bravo per non avermi ancora licenziato” pensava grattandosi la barba ispida e sorridendo fra sé e sé.
L'autobus si fermò: era arrivato.
Scese, incurante dei pantaloni che stando seduto, si erano abbassati fino a scoprire l'inizio delle solco delle natiche.
“Vediamo: via Mazzantini 52, Villa Butterfly, ecco qua!”
Davanti a lui una stupenda villa ottocentesca, con tanto di cancello in ferro battuto e giardino ben curato, probabilmente il lavoro di un bravo giardiniere.
Aveva letto la denuncia e c'era andato senza esitazioni.
Non perché il proprietario, anzi, la proprietaria della villa fosse la figlia del Sindaco: il Menicagli non certo il tipo da subire pressioni da nessuno.
Non perché ritenesse che lo avessero chiamato per una cosa importante.
Neanche per dovere professionale tutto sommato.
Ci andò, e senza esitazioni, solo e soltanto per quegli occhi, quello sguardo e quelle splendide gambe.
Sul campanello si leggeva infatti: “Fanzina Stefano e Schilirò Giorgia”
Si dette una grattatina, si sistemò i pantaloni, si mise dentro la camicia alla meglio e suonò.


Il campanello squillò più volte senza che nessuno venisse ad aprire.
Ma il proprietario del dito che premeva il pulsante non si aspettava niente di diverso.
Luigi sapeva che suo papà non sarebbe mai venuto ad aprire la porta, ma a lui piaceva ugualmente, ogni tanto, suonare. Cosi'. Tanto per fare.
Aprì con le chiavi ridendo fra sé.
Non pranzò nemmeno.
Andò subito al cofanetto.
Con delicatezza prese la piccola chiave.
Lo aprì lentamente e sistemò il contenuto in ordine davanti a sé sul tavolo.
Era sera ormai, Luigi accese la lampada.
Sul tavolo spiccavano un pettine, un piccolo quaderno dalla copertina rossa e una ciocca di capelli biondi.
Poi estrasse dalla tasca la carta d'identità e la mise, dritta, accanto agli altri oggetti, in modo da avere la foto in vista.
Lo guardava.
Lo stava guardando. Ne era certo.
“Anch'io ti amo tesoro mio”
Poi, sempre misurando i gesti, come al rallentatore, prese il quaderno.
Lo pose davanti a sé con calma.
E con calma e rispetto sacrale lo aprì.
La luce gialla di una lampada da scrivania anni 70 illuminava solo il necessario.
Luigi si chinò leggermente avvicinando la sedia.

1 gennaio 2002
tre di notte
Comincio oggi un'abitudine che ho intenzione di coltivare per lungo tempo. Avrei dovuto cominciare con “Caro diario” ma le cose convenzionali non fanno per me. Tante cose non fanno per me eppure le faccio, quotidianamente.
Ora che sono sola, e se ne sono andati tutti, posso mettermi gli occhiali. In pubblico non lo faccio mai: non mi piaccio con gli occhiali. Non mi piaccio quasi mai a dire il vero. Eppure agli altri non dò quest'impressione, lo so. Sono una donna sicura di sé stessa. Ho rifiutato di lavorare. Non ne ho bisogno, non mi interessa. Faccio una vita agiata, mio padre mi ha regalato la stupenda villa in cui abito, mio marito fa un lavoro ben retribuito. Entrambi mi viziano, non mi manca niente. Dicono che una donna è veramente indipendente se ha un lavoro. Non è vero. Io non ho un lavoro e mi sento indipendente. Eppure. Perché anche ora mi viene da piangere? Perché sento il bisogno di scrivere i miei pensieri? Forse per metterli in ordine? Per capire? E per capire cosa? Me stessa? Il mio matrimonio? Perché mi sento sola? Sono piena di amiche ed amici, ho un marito affettuoso e premuroso. E perché ho quest'angoscia dentro? E' tardi, meglio se provo a dormire un po'.

Luigi si svegliò che stava albeggiando. Stropicciandosi gli occhi sistemò tutti i suoi oggetti nel solito cofanetto. Andò a vedere se suo papà stava dormendo.
Gli dette un bacio sulla fronte. Poi si spogliò.
Mise i vestiti con ordine stando attento alla riga dei pantaloni, suo papà ci tiene tanto che si vesta ordinato e che faccia la sua figura quando è in giro.
Si mise il pigiama.
La carta d'identità sul comodino.
Come sempre.
Si sdraiò.
E chiuse gli occhi.
Aspettando di vederla anche in sogno.
Solo un ultimo pensiero prima di addormentarsi.
“Non basta”


“No non basta, non è una motivazione sufficiente mi dispiace” Roberto era nel pieno del suo ruolo “Non si entra in una casa per rubare un quaderno senza prendere gli ori, i quadri, i soldi” parlando cercava di evitare lo sguardo della padrona di casa, visibilmente contrariata per la decisione del marito di chiamare la polizia.
“Sbaglio o sono le stesse parole che ti ho detto io Stefano?”
“Sì ma non puoi negare che abbiamo trovato la finestra scassinata”
Menicagli si avvicinò ad esaminare il presunto scasso.
Gli piaceva fare “l'esperto”, soprattutto davanti ad una donna come quella.”Sì, potrebbe essere uno scasso, ma potrebbe anche non esserlo: non è evidente, non è molto chiaro” poi continuò sempre con fare professionale “ Non basta, lo ripeto, per un'indagine di qualsiasi tipo. In quanto poi a tenere la villa sotto controllo” tagliò corto “la cosa è proprio fuori questione mi dispiace”.
“Ma?”
“Mi scusi Signor Fanzina, ma in tutta questa storia devo dare ragione a sua moglie” E lo disse cercando uno sguardo di approvazione da lei.
L'approvazione non arrivò.
v Non arrivò nemmeno lo sguardo a dire il vero.
Giorgia si avviò in cucina senza neanche stringergli la mano.
“La questione e' chiusa allora. Stefano accompagna l'ispettore alla porta” poi aggiunse ritornando da loro e guardandolo negli occhi “ci scusi ispettore del disturbo”. Ma lo disse col tono più formale possibile.
Roberto si ritrovò fuori della villa quasi senza accorgersene.
Due persone dentro di lui stavano formulando due pensieri diversi.
“Quanto è bella!” si disse Roberto.
“Avrà avuto ragione il marito?” si disse l'ispettore Menicagli.
Poi guardò l'ora e iniziò improvvisamente a correre “Maremma maiala perdo il pullman!”


“Sì e' stata forzata quella finestra”
Questo stava pensando Giorgia guardandosi allo specchio mentre si pettinava preparandosi ad andare a letto.
Non disse nulla dei suoi pensieri a suo marito.
Come non gli disse che le mancava una ciocca di capelli.


13 aprile 2002
due di notte

Eccomi qua. Sono molto sporadica a scrivere. Più di quanto credessi.
Stefano sta dormendo.
Ho fatto un sogno.
Bellissimo.
Lo voglio scrivere subito con la paura di dimenticarlo.
Ero sola. Su una spiaggia.
Dietro di me: una costruzione in cemento. Enorme.
Non ricordo la forma, ricordo che era fatta di cemento e ferro.
Immobile. Ferma. Solida. Enorme. Sovrastante.
Ma io non me ne curavo. Non mi faceva paura.
Semplicemente: non la vedevo.
Guardavo il mare io. Ed era un bel vedere.
Devo sbrigarmi a scrivere, le immagini stanno svanendo dalla mia mente.
Ricordo la spiaggia.
Pulita. Immacolata.
Dall'alto avremmo visto solo u puntino: il mio.
Io. Sola. In piedi. Ferma davanti al mare.
Un mare grande. Immenso. Un oceano infinito.
Non era calmo e nemmeno agitato.
Era, come dire, in movimento. Come se oscillasse.
Come se stesse danzando.
Per me.
E nello stesso tempo io ne seguivo i movimenti. E danzavo con lui.
Dovessi scrivere un aggettivo direi: ipnotico.
Era bellissimo. Bellissimo.
Poi. Nel sogno. Mi volto.
E mi sveglio all'istante.
Non so perché. So soltanto che mi sono svegliata.
Con quella dolce danza dentro. Anche ora.
Perché?
E perché sto piangendo?
Ora, qui, come una fontana.
Sto letteralmente singhiozzando e non riesco nemmeno a scrivere.
Sono stanca.

Luigi si asciugò le lacrime, copiose, con il dorso della mano.
Sistemò tutto.
Si mise le scarpe, quelle da tennis “che non fanno rumore”.
Gli attrezzi erano già nella borsa dalla notte scorsa: un grosso cacciavite, un piede di porco, un coltello, la bomboletta del soporifero, un piccolo martello.
Nei suoi occhi una luce strana.
“Perfetto”
Guardò l'orologio.
Le due di notte.


02:00
Le quattro cifre, verdi, luminescenti, risaltavano nel buio della macchina.
Guidava forte troppo forte: a tutta velocità.
Come a tutta velocità viaggiavano i pensieri di Carlo, stringendo spasmodicamente il volante.
“Solo un perfetto idiota come me. Solo un idiota poteva rendersi schiavo di una donna del genere”.
Stufo di lei, stufo di tutto: così si sentiva.
Giorgia non si faceva sentire da giorni ormai. E lui non ne poteva più.
Non ce la faceva più ad aspettare.
Aveva consumato se stesso chiamando un cellulare sempre spento.
Aveva consumato se stesso a passare con la macchina davanti a Villa Butterfly.
“Neanche il coraggio di dirmi addio!”
Erano giorni che non viveva più se non nell'attesa spasmodica, smaniosa, patologica di una donna da odiare.
Con la sua superbia, la sua alterigia, i suoi stupidi occhi celesti da accecare.
Aveva l'odio dentro.
Era ubriaco.
“Dove vai?” gli aveva detto la moglie nel sonno.
Non aveva nemmeno risposto e lei si era riaddormentata.
Non esisteva più sua moglie, la sua famiglia.
Non esisteva più da tempo ormai.
Adesso esisteva solo il suo odio.
E il suo rancore. Un rancore che lo opprimeva, che chiedeva prepotentemente di uscire fuori.
“Mi ha rovinato la vita” pensava mentre schiacciava a fondo l'acceleratore “me la deve pagare, deve pagare tutto il male che mi ha fatto, le ho dato tutto di me, tutto.
Ed ora.
E' venuto il momento.
Di saldare il conto”.
Le luci improvvise di un camion lo abbagliarono improvvisamente, il suo clacson forte, fortissimo, assordante gli violentarono gli orecchi e la mente.
Due occhi sbarrati.


“Le due di notte!?”
“Sono le due cazzo, le due di notte!”
“Non mi puoi chiamare a quest'ora ma ti rendi conto!??”
“mmm”
“Fammi capire, mi chiami alle due di note per…”
“Fammi finire!”
“Ecco”
“Alle due di notte?”
“Mi chiami alle due di notte per dirmi che mi vuoi bene? No dico…”
“Non ti arrabbiare? Mi dici non ti arrabbiare? Ma…”
“No dico”
“E stai zitta cazzo! Stai zitta almeno un momento!”
“No!”
“…”
“MA hai idea di che vita faccio? Hai la più pallida idea!? Rapine, stupri, omicidi. Rischio la vita tutti, dico, tutti i santi giorni e te…”
“fammi finire”
“E te mi svegli alle due di notte per dirmi che mi vuoi bene!?”
“Non sono uno stronzo, sei tu che…”
“No sei…”
“…”
“Si brava! Vacci anche te affanculo!”
clic
“Cazzo!”


Si ritrovò fuori strada.
Il parabrezza incrinato.
Sulla fronte una ferita sanginante.
Fuori ancora il rumore di un camion che si allontanava: il suon del clacson sempre più lontano.
Adesso: solo il suo respiro affannato.
Uscì di macchina. Lungo la superstrada le macchine sfrecciavano veloci, incuranti di lui.
Vomitò l'anima.
E insieme all'anima se ne andò anche la tristezza.
E insieme all'anima se ne andò anche se stesso.
Rimase soltanto un grumo di rabbia e disperazione.
Furono loro a mettere in moto di nuovo la macchina, per ripartire a tutta velocità.
Rabbia. Disperazione. E soprattutto: determinazione.
I fumi dell'alcool sono svaniti.
Negli occhi: odio.
Nel cuore: una pietra.
Nel cruscotto: un coltello.


Stefano guardò l'orologio.
Le due di notte.
E' tardi.
Fumo una sigaretta e vado a letto.
Giorgia sta dormendo.
E' bella! Dio quanto è bella!
Eppure.
Non la riconosco più. La sento lontana.
Non le faccio mancare niente.
Non mi sembra almeno.
Ma non la vedo più.
Come dire.
E' come se non vivesse più con me.
Dio quanto la amo!
Ma la Giorgia che amo non è la Giorgia che è davanti a me.
Qui.
Ora.
Addormentata.
E' bella, ma non e' Giorgia.
Non è la mia Giorgia.
La donna che vedo davanti a me.
Non la amo questa donna.
Quasi la odio.
Come se me l'avesse rubata.
Come se Giorgia avesse rubato se stessa.
E me l'avesse portata via.
Dio che sensazione orribile!
E' difficile andare avanti così.
E' pesante.
Troppo.
Come si può.
Come si può avere la donna che ami davanti a te.
E sentire nello stesso tempo il desiderio divederla scomparire.
Di ucciderla.
No.
Non avrei dovuto bere così tanto: mi gira la testa.


“Via Mazzantini 52 Villa Butterfly. Sono arrivato”
Conosceva bene il posto. Sapeva dove passare, sapeva orientarsi nel giardino. Anche al buio. Aprire la finestra era un gioco da ragazzi.
“Adesso l'importante è fare piano: molto piano. Ed essere efficienti: molto efficienti. Solo così si ottengono dei buoni risultati”
Erano le tre di notte del 25 ottobre.
Sorrise.


“Cosa vuoi ancora?!”
“Come?”
“Scusi Commissario, non immaginavo fosse lei”
“Sì”
“MA!!? Sta scherzando?!”
“No no mi scusi e' che…”
“Mi scusi, non me l'aspettavo ecco tutto”
“Sì”
“…”
“ma..chi poteva immaginare che…”
“Sì”
“MA.. gliel'ho rifiutata la pattuglia perché…”
“…ma non c'erano gli estremi mi creda”
“Sì,si lo so che era la figlia del Sindaco”
“Una tragedia certo”
“Ma… mi spieghi: uccisa come, e il corpo non si trova ho capito bene? Ma allora come fa a dire..”
“…”
“Sangue, ho capito?”
“Anche in giardino”
“…”
“Sì ha ragione, vengo subito e' che…”
“…sono sconvolto ecco tutto. Avevo avuto modo di conoscerla per una Carta d'Identità e …”
“Sì. Mi scusi. Vengo immediatamente”
“Sì conosco l'indirizzo”
clic
“Cazzo!”


14 maggio 2002
mezzogiorno e mezzo

Felice. Sono felice. Ho fatto le analisi: non sono incinta. Sono felice, lo voglio scrivere ancora una volta. Non sono un'immorale. Non mi sento tale. Sento che essere una madre è una cosa che non voglio. Non ora. Non con Stefano. Solo su queste pagine trovo il coraggio di dire tutto questo. Stefano ne morirebbe. Ma questa cosa mi ha fatto capire che non lo amo, non lo voglio. E' così dolce. E' così contento di immaginarsi padre. Mi dispiace provare quello che provo, ma non posso farci niente. Ho vissuto giorni di angoscia al pensiero di avere un figlio con lui. E non sarà così. Non succederà. E io sono felice. E questa felicità mi spaventa. Mi fa paura. Chi sono io?
Chi sono?
Non lo so più ormai.
Non lo so.

“Ho fatto bene. Ho fatto bene. Non ho fatto niente di male. Niente.”


“Niente. Gliel'ho già detto ispettore. Non mi sono accorto di niente. Mi sono svegliato e lei non c'era. Poi mi sono accorto del sangue e della finestra aperta”
La Polizia se n'era andata da poco.
Un sacco di gente.
La scientifica aveva preso le impronte.
Le tracce in giardino.
Il sangue.
C'erano tracce di sangue sul letto, per terra, fuori.
Stefano era frastornato, non riusciva a capacitarsi.
Non riusciva ancora a realizzare cos'era successo.
La testa gli doleva.
Giorgia. La sua Giorgia.
Possibile che non si era accorto di nulla?
Possibile?


“Omicidio Commissario sì”
“Non ancora, il corpo non lo abbiamo ancora trovato ma…”
“beh, parlo di omicidio perché tutto porta a quella conclusione signor Bartolini e …”
“…sì appunto, l'effrazione alla finestra, il sangue, le tracce di pneumatici davanti alla villa e poi abbiamo un testimone…”
“Sì, un passante dice di aver notato una macchina rossa parcheggiata davanti al cancello”
“Certo, non si preoccupi: la terrò informata”
“Anche a lei Commissario”
clic!
Menicagli si grattò la barba incolta di giorni.


1 giugno 2002
tre del pomeriggio

Non siamo uno. Siamo due.
Non siamo due. Siamo una folla.
Sì siamo una folla.
Una folla di tante Giorgie tutte chiuse dentro di me. Tutte diverse. Tutte vere.
Non tutte dolci. Anzi.
Qualcuna cattiva.
No. Non cattiva. Determinata. Determinata sì.
Determinata ad avere una vita mia. Che sia capace di contenere tutta la folla che ho dentro.
Determinata a vivere. A vivere rispettando gli altri sì. Ma soprattutto rispettando me stessa. I miei sentimenti. Le mie emozioni. E' per questo che ho detto di sì a Carlo. Ho detto di sì quando mi ha proposto di avere una relazione con lui. Ho detto di sì ai suoi appuntamenti clandestini. Ho detto di sì quando ha voluto fare l'amore con me.
No. Non mi sento in colpa.
No. Non sono innamorata di lui.
No. Non gli faccio del male.
Sì. Voglio bene a Stefano.
Contraddizioni?
No. Convivenza serena. Non con mio marito.
Convivenza fra due delle tante Giorgie.
Semplice.
No. Per niente semplice.
No.
Non siamo uno.
Non siamo uno siamo una folla.

Luigi rabbrividì, la luce fioca della lampada allungava le ombre della sua coscienza. Nel buio, il suo sguardo lo fissava dolcemente.


Era tutto il giorno che pioveva. La strada bagnata odorava violentemente di un autunno ormai inoltrato. Fatto di asfalto bagnato e di lampioni precocemente accesi. Fatto di tristezze inconsapevoli e di dolci malinconie.
Un sole tardivo stava tramontando con prepotenza insinuandosi a forza fra nuvole ormai stanche.
La stanza era accesa di un arancione invadente.
Un uomo se ne stava seduto. Davanti a sé: una tavola apparecchiata.
Lo sguardo chino nel piatto. I gesti meccanici. Un cucchiaio a immergersi e poi risalire alla bocca. E poi ancora. E ancora.
Solo il suono casalingo e familiare di una stoviglia nel suo piatto.
Poi tutto finì.
La minestra nel piatto.
Il sole e le sue ombre sul muro arancione.
L'uomo, ormai in penombra, fermò i suoi movimenti stanchi. Le spalle curve.
Nel cuore una disperazione da spiegare a sé stesso.
Nella mente una domanda che non avrà risposta.
“Dove ho sbagliato?”
Si chiese Stefano.


27 luglio 2002
una di notte

Lealtà.
Bella parola. Molto abusata.
Essere leali con un'amica, essere leali con il tuo compagno, essere leali con tutti, essere leali con se stessi.
Essere leali con se stessi. Quante volte ci pensiamo?
Quante volte lo facciamo? Quante volte ci fermiamo a esaminare i nostri sentimenti?
Non lo so. E' come una smania. Perenne. Continua. Instancabile.
Correre, correre, correre. E non fermarsi.
Non fermarsi mai.
Mi chiamo Giorgia.
Mi chiamo Giorgia, ho trentasette anni.
Mi chiamo Giorgia, ho trentasette anni, un marito dolcissimo.
Mi chiamo Giorgia, ho trentasette anni, un marito dolcissimo, una relazione.
Mi chiamo Giorgia, ho trentasette anni, un marito dolcissimo, una relazione e…
..non riesco.
Non riesco a stare sola con me stessa.
Non riesco a vivere le mie emozioni.
Non riesco a vivere. Semplicemente.
E io voglio vivere, più di ogni altra cosa al mondo.
Carlo mi ha stancato.
E' semplice. L'ho desiderato, Dio sa quanto, e nel momento in cui l'ho, come dire, “ottenuto”, non mi interessava più.
E' semplice, il difficile è farglielo capire.
Non voglio fargli del male.
Eppure non voglio rinunciare a lui.
Dio che confusione!
Sono confusa, frastornata. Ho bisogno di mettere ordine.
Ordine ai pensieri. Ordine ai sentimenti.
Ed ho paura.
Una tremenda paura.
La tremenda paura di rimanere sola.
Sola.

Una goccia.
Cade sul foglio a quadretti.
Sfuma l'inchiostro.
Poi si ferma, assorbita dalla carta.



“Commissario buongiorno”
“No il corpo non lo abbiamo ancora trovato ma…”
“Sì direi di sì, il caso si può considerare chiuso.”
“Beh lo abbiamo interrogato per ore del resto era tutto contro di lui”
“Sì commissario, le tracce dei pneumatici, la macchina stessa corrisponde…”
“Beh il testimone lo ha riconosciuto e lo ha visto entrare nella villa scavalcando il cancello”
“Il movente c'è ed è chiaro commissario”
“Gelosia commissario”
“Sì infatti. Carlo Farina era un vecchio amico di famiglia ed era innamorato della Schilirò fino a perdere la ragione commissario”
“Ha fatto una specie di confessione ma non riusciremo credo a cavarne molto altro ancora”
“Beh, che dire, è in evidente stato confusionale”
“No, niente uso di droga non credo. Forse alcolici ma…”
“Sì certo lo spremeremo a dovere per farci dire dove a nascosto il cadavere ma…”
“Sì lo chiudo il caso anche se non dovessimo…”
“Sì non si preoccupi anche se..”
“Non so commissario ma c'è qualcosa che non mi quadra…”
“No certo”
“Sì lo so la figlia del Sindaco…”
“Mi rendo conto certo…”
“Non si preoccupi, tempo una settimana e le chiudo il caso stia tranquillo”
“Grazie anche a lei”
clic!
“Eppure…”


2 ottobre 2002
nove di mattina
Ieri ho perso la carta d'identità.Perché lo annoto in questo diario?
Certo non lo so. Forse perché ho perso l'unica cosa che mi diceva con certezza chi ero: Giorgia Schilirò nata a Caserta il 14 giugno 1965, nessun segno particolare.
Chi la dovesse trovare certo non potrà capire chi sono dentro.
Cosa mi piace e cosa non mi piace. Del resto, se venisse a restituirmela, non saprei neanche io cosa dirgli.
Chi è Giorgia Schilirò?
Ho deciso di chiudere con Carlo, prima o poi glielo devo dire. Con schiettezza e sincerità, ma senza giri di parole. Non so, è una storia che si è trascinata avanti caricandosi di dolore, umiliazioni, frustrazioni.
Dio sa quanto gli voglio bene, ma non può continuare.
Meglio fargli del male subito che continuare così.
Sono solo preoccupata per lui, lo conosco e so quanto sia emotivo. La sua passionalità la trasforma facilmente in rabbia, e la cosa mi preoccupa molto.
Stefano?
Non so. Vorrei chiudere con lui alle volte.
Ringrazio il fatto di non avere figli, rende tutto più semplice. Ma siamo alle solite: qui di semplice non c'è niente.
Io per prima non sono semplice.
La carta d'identità. Ma quale identità.
La devo trovare questa identità.
La devo scoprire, non posso continuare così.
Chiudo adesso, faccio tardi al commissariato.

Luigi guardò suo papà.
Sorrise.


Carlo Farina si uccise il dieci novembre.
Era domenica e nel carcere di Caserta i controlli non erano molto efficaci.
Andò in bagno e si tagliò le vene.
Semplicemente.
Ci misero un po' a trovarlo.
Finché qualcuno non decise di forzare la porta del bagno alla turca.
Il corpo magro di un uomo stanco. Raggomitolato su se stesso a cercare la pace con le mani giunte e i polsi a versare il loro sangue dentro al cesso.
Per questo nessuno si accorse di niente.
Si addormentò, semplicemente.
Cercando la serenità in una morte dolce.


Le dieci di sera.
Il mare era calmo.
A Roberto piaceva passeggiare sul molo del porto dopo cena. Era un'abitudine che aveva sempre avuto sin da ragazzino e ora gli piaceva ritornare alle vecchie abitudini.
Ora che finalmente aveva ottenuto il trasferimento e si poteva dedicare alla sua famiglia e alla sua Livorno.
Sì è vero, fino a un certo momento non gli era interessato molto di essere trasferito, ma da quel famoso 25 ottobre, in cui la tranquilla Provengano fu sconvolta da quella duplice tragedia, le cose non erano più state le stesse.
Urgeva andarsene, e così fece.
Trovò una panchina, si sedette e volse lo sguardo al mare. Lontano, le navi ancorate al largo, illuminate, restituivano un'impressione di pace e tranquillità.
Due anni erano passati.
Si era informato, il tribunale aveva dichiarato la morte presunta della Schilirò.
Nel ricordarla non poteva non pensare ai suoi occhi.
A quello sguardo fiero e dolce insieme.
Sorrise.
Tolse dalla tasca il pacchetto che il postino gli aveva recapitato la mattina.
Una scrittura incerta aveva scritto il suo indirizzo. Non c'era mittente, ma chissà perché, aveva l'impressione di sapere cosa conteneva.
Lo aprì: si ritrovò in mano un quaderno dalla copertina rossa.
Annuì dentro di sé e si mise a sfogliare.
Si fermò all'ultima pagina.

28 ottobre 2004
dodici in punto

Questa è l'ultima pagina di questo diario. Dopodiché può andare nelle mani giuste, per far sì che tutta la storia non vada perduta, ma nemmeno divulgata.
Questa pagina la leggeranno due persone a me molto care e so che solo loro sapranno custodire con gelosia il mio segreto.
Luigi, caro amico mio.
Ti sorpresi a rubare e mai avrei immaginato che in quel momento avrei conosciuto una persona così straordinaria.
Sei unico Luigi credimi.
Capii che eri venuto a rubare qualcosa di me.
Capii che ti eri innamorato di me per chissà quale alchimia.
Capii che eri un ragazzo dai molti problemi e dalle molte solitudini.
L'idea non mi venne subito, ma cominciò a formarsi lentamente fino a diventare un puzzle così armonicamente definito, da diventare inevitabile attuarla.
Sarei scomparsa. E tu eri la persona giusta che poteva nascondermi ed aiutarmi a fuggire lontano. Eri fuori da tutte le mie conoscenze.
Eri un perfetto estraneo, ma lo rimanesti per poco.
La tua compagnia e la tua dolcezza mi rimarranno care per sempre. E non dimenticherò mai questi due anni passati con te.
Voglio che questo diario però, vada in mano a chi, con determinazione, mi ha difesa nel mio proposito di fuggire.
Prendendo una decisione per lui faticosa.
Ispettore Menicagli, o la posso chiamare Roberto?
Sto sorridendo pensando a quando l'ho vista la prima volta. Non sorrido più pensando quei tragici momenti di due anni fa.
Mai avrei immaginato che Carlo sarebbe arrivato a un tale grado di disperazione. Sicuramente mi avrebbe uccisa, e fortuna volle che ero già fuggita da casa. Quando Carlo entrò in camera mia probabilmente ero già a casa di Luigi. Sono scampata alla morte per una manciata di minuti. Non so perdonarmi del suo suicidio del quale mi sento, e mi sentirò per tutta la vita, responsabile. Quando lessi i giornali e vidi che aveva chiuso il caso, intendendo con il suicidio un'ammissione di colpevolezza. Quando dichiarò alla stampa che il sangue presente in camera mia era mio. Ecco, non so, lei era troppo bravo per fare un simile errore. Non so perché ma ho sempre capito che lei era dalla mia parte, anche quando venne ad esaminare l'effrazione alla finestra. Intuii che lei aveva capito tutto e che, invece di andare in fondo alla questione, magari scoprendomi, mi salvò.
Non la ringrazierò mai abbastanza.
Sono passati due anni. Il tribunale di Caserta ha dichiarato la mia morte presunta.
E io.
Semplicemente.
Non esito più.
Fine?
No.
Inizio.
Inizio di un'esistenza finalmente libera.
Per sempre?
Amici miei, mai indagare sul futuro.

Roberto chiuse il quaderno.
Lo tenne fermo in grembo con entrambe le mani. Assorto.
Vicino a lui un uomo e una donna si stringevano riparandosi l'un l'altro.
“O l'uno dall'altro” si sorprese a pensare.
Un gesto improvviso e il quaderno volò nelle ferme acque del canale.
Le navi.
Lontane.
Annuivano complici.
Con la pace nel cuore si incamminò verso casa.
“Maremmina che freddo deh!”


Era freddo infatti.
Luigi accese la stufa.
Prese una busta di plastica.
Di quelle nere per l'immondizia.
Prese un cofanetto, una vecchia carta d'identità e ce li mise dentro.
Poi si mise la giacca a vento per uscire.
Si fermò un attimo sulla soglia per tornare indietro.
Poi.
Con decisione.
Prese la foto di suo padre.
Un ultimo sguardo.
Non lacrime. Ma solo gli occhi un po' umidi.
Quando ritornò a casa andò in camera.
Si spogliò.
Sistemò i pantaloni stando attento alla riga.
Si mise il pigiama e entrò nel letto.
Lo sguardo al soffitto.
Un lungo sospiro e spense la luce.
Clic!

Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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