LA FINESTRA

La partenza

"Sei pronta?" Stefania, 36 anni. Due occhi celesti appiccicati con delicatezza su di un viso da casalinga castana con i colpi di sole.
E che diamine, una volta tanto che esco voglio farmi bella.
Lo specchio rimandava l'immagine di una donna stanca.
Ma la sua preoccupazione maggiore era il tipo di rossetto da mettere.
Rosso.
No.
Poi chi lo sentiva suo marito al ritorno a casa: "Ti sei messa in evidenza eh? Ti volevi fare vedere da tutti".
No no rosso no, erano anni che non si metteva un rossetto di quel colore.
Proviamo un sorriso va, vediamo se viene bene.
Il sorriso era da serata con amici.
Ma erano gli occhi che la tradivano: ma questo lei non lo sapeva.
Ancora.
Un paio di pantaloni. Leggeri ormai è estate. Una maglietta e via.
Ma almeno un po' di trucco me lo metto, pensava.
"Stefania allora? Siamo già' tutti in macchina dai!"
"Vengo! Son pronta vengo!"
"Ce ne hai messo di tempo"
Era Giorgio che parlava: quarant'anni da impiegato quasi affermato.
Il quasi era d'obbligo: una carriera che non riusciva mai a spiccare il volo.
Ma erano frustrazioni sue e mai e poi mai avrebbe coinvolto la famiglia.
Che marito bello che ho! Quante volte si sorprendeva a fare questi pensieri, era fiera di lui. Una persona piacevole suo marito, un grande uomo.
Se la serata languiva sapeva lui come ravvivarla.
Era sempre al centro dell'attenzione e, diciamolo, gli piaceva anche starci.
Alto, moro, occhi neri.
Fisico atletico sportivo sempre in forma.
Aveva superato la soglia critica dei quaranta con lo spirito di un ventenne.
“Mamma! Claudia mi fa il verso, mamma!”
“Falla finita Claudia e te Giulio, quante volte ti ho detto che non voglio che ti porti il Gameboy dietro, eh!”
Claudia: dodici anni, biondina, corpicino esile e carattere di ferro.
Quanti pensieri mi da'.
Giulio: otto anni, moro come il padre e fragile come la madre.
Giulio…
“Cazzo non parte, bisogna che la cambi prima o poi questa carretta.
Ma quando la cambiamo se non ce la facciamo neanche a pagare le rate del mutuo.
La casa la comprarono con tutta la fatica del mondo.
“Dobbiamo stringere la cinghia Stefania e la stringeremo. Stai tranquilla amore mio so io come amministrare le spese. Anche perché se metto lo stipendio in mano a te se ne va via nell'arco di due giorni.
Ha ragione, meno male che a queste cose ci pensa lui.
Del resto ognuno ha i suoi compiti no? A me i figli e la casa da accudire e a lui le responsabilità: quelle importanti, quelle vere.

Finalmente la “carretta” parte e la serata si avvia verso l'ennesimo compleanno da festeggiare.
Erano in ritardo di mezz'ora ormai.
“Ed è colpa tua mogliettina mia.
Come sempre”
“Scusami”
“Bambini la cintura, e anche tu Stefania, possibile che te lo devo ricordare tutte le volte!”
“Meno male che ci sei tu marito mio, la nostra sicurezza stradale”
Risata generale.
Ride anche Giorgio che si mette a cantare e tutti immediatamente lo seguono.
“Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…”
Una famiglia felice, non c'e' che dire.
Una famiglia felice.

Dimenticanze

“Il regalo! Accidenti me lo sono dimenticato in sala. Giorgio dobbiamo tornare indietro mi dispiace scusami”
“Sei un'incapace ecco cosa sei, possibile che non ti ricordi dalla bocca al naso. Ma davvero devo pensare a tutto io? E cosi' faremo ancora più' tardi. Ed è colpa tua. Come sempre”.
Ha ragione, ma dove ho la testa?
“Uffa mamma dovevamo essere li' da un sacco di tempo”
“Ora arriveremo e non ci sarà' più' nessuno, ecco.”
“Scusatemi faccio in un lampo”
Ne combino sempre una.
La macchina si ferma davanti casa e Stefania esce di corsa.
Entra in casa e con la fretta le cadono anche le chiavi per terra.
Il marito e i bimbi scuotono la testa.
“E' buona la vostra mamma, solo un po' distratta”
“Si' si'”.
“Giulio la smetti con quel Gameboy perfavore?”
Giulio lo spenge immediatamente.
Sono le sette e trenta di sera.
In punto.
Finalmente riesce ad aprire la porta di casa.
Entra.


… La risacca del mare da' un rumore inconfondibile.
Il ritirarsi di un tentativo, l'ennesimo, l'infinito, di sommergere la spiaggia da parte del mare.
Ma e' un mare buono oggi e anche un po' stanco.
Era stata burrasca fino a ieri e la spiaggia era ingombra di legni e alghe.
Il cielo azzurro.
Il mare blu.
La spiaggia bianca.
Semplice.
Gabbiani?
Sì: tanti. Qualunque verso facciano i gabbiani fa piacere sentirli, uno stridore di confusione e di rumore che si sovrappone alla pace.
Alla calma.
Alla serenità'.
Alla serenità.
Finalmente.
Sulla spiaggia: nessuno.


Il regalo

Si diresse con decisione in sala, era sicura di averlo lasciato sul divano.
Con sorpresa non lo vide.
Eppure ero proprio sicura di averlo lasciato lì.
Cominciò, con frenesia, a cercare per tutta la stanza.
Fuori la stavano aspettando con impazienza, due colpi di clacson lo dimostravano.
Fece cadere, rompendolo, il portaritratti sul caminetto: lei e suo marito abbracciati nel giorno del loro matrimonio.
Raccolse i vetri e ciò che rimaneva della cornice riponendo con estrema cura la foto sulla credenza.
Poi lo dirò a Giorgio, speriamo che non si arrabbi.
Continuo' a cercare, fuori altri due colpi di clacson.
Ma del regalo neanche l'ombra.
“Vengo!”
Era sicura diavolo! Sicura di averlo messo lì.
Si fermò un attimo a pensare, a concentrarsi su dove poteva aver dimenticato quel maledetto pacchetto.
E fu solo allora che si accorse di qualcosa.
In casa c'era qualcosa di strano.
Qualcosa di indefinibile.
Come.
Come un odore ecco. Un odore.
Da dove viene?
Cosa mi ricorda?
Eppure…

La porta di sala sbatte violentemente e la scuote di colpo.
Sta cambiando il tempo, si è alzato un vento forte.
Come al solito ho dimenticato di chiudere tutte le finestre.
Si avvia in camera da letto, quella matrimoniale: letto in ferro battuto, armadio quattro stagioni laccato bianco, comodini presi da un antiquario e costati un occhio della testa.
Eh si, non c'e' che dire, ha avuto proprio gusto il mio Giorgio.
La finestra!
Infatti, la finestra è spalancata.
Si avvia scuotendo la testa per la propria distrazione quando si accorge, sconcertata, che sul davanzale c'era il tanto ricercato pacchetto regalo.
Chiude frettolosamente la finestra, afferra il regalo e se ne corre fuori.
Fuori ancora colpi di clacson.
Neanche si accorge delle gocce di sangue che le cadono dalla mano.


… Sabbia.
Calda.
Ci fossero due piedi lì sopra ne proverebbero piacere.
Lascerebbero due impronte.
In attesa di essere dolcemente smussate dal lambire dell'acqua.
I gabbiani tacciono adesso. Si sono tutti messi a riposare.
Chi su uno scoglio che affiora.
Molti su un vecchio relitto dal legno ormai marcito dal tempo.
Ci sta bene quella barca dai colori appena riconoscibili.
Si nota un rosso dipinto chissà da chi e chissà quando.
Messa cosi' su un fianco.
Riposa.
Cullata dalle onde che non la vogliono svegliare.
No.
Solo accarezzare.
Ci sta bene quella barca.
E ci sta bene anche quel vecchio pino.
Dalla forma decisa dal maestrale.
Vecchio e ricurvo.
Ci sta bene quel pino.
Proteso verso il vecchio relitto.
Immobili.
Calmi.
Chissà cosa si dicono.


Il compleanno

La macchina parte con rabbia lasciando due belle strisce sull'asfalto.
“No dico, ma ti rendi conto che sono le otto? Ma cosa ti sei messa a fare in casa?”
“Mamma hai rovinato tutto, sicuramente saranno già alla torta!”
Scusatemi, proprio non riuscivo a trovarlo, ero sicura di averlo messo..”
“Sì sì va bene chissà dove hai la testa”
“E poi, lo sai Giorgio, a un certo punto mi è sembrato…”
“Guarda lascia stare, ne parliamo poi eh! Ma guarda te se dobbiamo fare certe figure, io che alla puntualità ci tengo. Lo sai vero che ci tengo no?”
Gli occhi si abbassano.
“Sì lo so hai ragione”.
Il compleanno non è altro che una delle tante fotocopie di tutti i compleanni.
Festoni, palloncini.
Bambini che urlano, giocano e litigano.
Scuse per il ritardo.
“Sapete, ho una moglie che è tanto bella quanto fra le nuvole, ma non potrei chiedere di meglio dalla vita vero amore?”
“Certo caro”
Le solite amiche, i soliti amici.
La solita sensazione di sentirsi a disagio.
Il marito, come sempre, è perfetto: complimenti ai bimbi, scherzi alle mamme e pacche sulle spalle ai mariti.
“Ce ne andiamo a farci una pizza una di queste sere?”
“Sì ma senza bambini eh! L'ultima volta quasi ci cacciavano ve lo ricordate?”
“Stefania cos'hai?”
Era Barbara che parlava. Quella che si potrebbe definire la sua migliore amica, se non fosse che la vita stessa le aveva allontanate.
Si sa, le cose vanno come vanno.
“Niente Barbara, sono solo un po' stanca.”
Si passò una mano sulla fronte quasi a rafforzare il concetto, quando l'amica le fece notare: “Stefania, ma hai la mano tutta insanguinata!”
“Oddio è vero! Deve essere stato quando ho raccolto i vetri”
“Quali vetri?”
“Lascia stare”
“Sì ma vieni a disinfettarti che diavolo! E guarda come ti sei conciata i pantaloni!”
Docilmente si era fatta accompagnare in bagno e medicare. Barbara si era offerta di trovarle un vestito di ricambio ma lei aveva rifiutato: “Non importa dai, un po' di acqua fredda e se ne va via tutto”
“Sì ma non puoi presentarti così, facciamo in questo modo: ti riaccompagno a casa e ti cambi in fretta d'abito dai”
Come sempre le capitava, si era lasciata convincere: si lasciava sempre convincere lei. Dopo una breve spiegazione al marito, che distrattamente aveva acconsentito, si avviarono con la macchina di Barbara a casa, con la promessa di fare prestissimo e di ritornare.
“Sì sì, prenditi tutto il tempo che vuoi amore”
La “carretta” di Barbara era un po' meno “carretta”, anzi, era una bella Jeep di lusso, sintomo di una vita agiata che Stefania, in cuor suo, aveva sempre un po' invidiato.
Ma non abbastanza da non voler bene a quell'amica che si era sempre dimostrata tale.
“Dimmi la verità Stefy, a me non la racconti giusta, che c'e' che non va?”
“Ma niente dai, davvero. Sai com'è, le solite preoccupazioni: i bambini, la scuola, il lavoro di Giorgio che, anche se non mi dice niente, lo so che lo preoccupa”
“Vabbè vabbè non dico nulla, anche se non sono convinta” e continuarono il tragitto in silenzio.
Nonostante la fasciatura la ferita continuava a sanguinare.
Non mi dà dolore però, strano.
Arrivarono a destinazione dopo poco tempo.
“Ti aspetto in macchina, così ne approfitto di mettere un po' d'ordine in questo casino di questa specie di macchina”.
“Ok faccio veloce”
Erano le nove esatte della sera.
Entrò in casa.


… Mettiamo che ci sia un uomo in fondo al mare.
Mare calmo.
Trattiene il fiato e guarda in alto.
Vede lo specchio dell'acqua che riflette i raggi del sole.
Penetrano deviati dalla superficie dell'acqua.
Bello.
Ora si dà una leggera spinta.
Basta poco.
Si sente salire sempre più velocemente verso l'alto.
Non chiude gli occhi.
Continua a guardare verso l'alto.
Tiene gli occhi aperti anche quando emerge in superficie.
E' in quel momento che il sole lo abbaglia.
E che l'aria entra nei polmoni.
Sole.
Aria.
Insieme.
Vita.
E acqua.
Non si volta verso la riva.
Tanto è lì non se ne va via.
E' lì a dargli sicurezza.
Basta poco per raggiungerla.
Si volta invece verso il largo.
Verso l'orizzonte.
Aspetta che gli occhi smaltiscano il bagliore del sole.
Guarda.
Guarda quanta acqua intorno a lui.
Si sente piccolo in mezzo a quel mare.
E' piccolo in mezzo a tutto quel mare.
Mare.
Acqua.
Aria.
Sole.
Semplice.
Tutto molto semplice.
Essenziale.
Leggero.
Come una piuma.
Ma non ci sono piume.
E non c'è nessuno in fondo al mare.


Il vestito

Entrare in una casa, anche se la propria, in un orario fuori del previsto, dà sempre un senso di inquietudine.
Come se non fosse la propria casa.
Come se ti aspettassi di trovarci qualcun altro al tuo posto.
E' con quel disagio che Stefania, per prima cosa, accende la luce. Deve fare veloce, la sua amica l'aspetta in macchina e stavolta non vuole fare la solita figura dell'imbranata.
Velocemente va in bagno, si cambia la fasciatura.
E' un bel taglio come ho fatto a non accorgermene?
Si lava le mani, il sangue scorre diluito nello scarico del lavandino.
Un occhiata allo specchio.
Dio quanto sono brutta!
Si toglie i vestiti sporchi di sangue.
Ancora un'occhiata allo specchio. Come può' essere impietoso uno specchio!
E' inutile la dovrò cominciare prima o poi quella benedetta dieta.
Mi devo sbrigare Barbara mi aspetta!

Corre in camera e apre l'armadio a cercare qualcosa da mettere.
Dio che freddo!
Certo che è freddo c'è la finestra aperta!

Si blocca all'istante.
Come può essere aperta quella finestra diavolo!
Come può essere aperta!
Come può? Sto diventando pazza!
Il vento non accennava a calare. Si avvicinò, lentamente alla finestra non sentendo neanche più il freddo. Fuori era buio, avrebbe dovuto vedere il giardino di casa propria ma il buio non glielo permetteva.
E poi ancora quell'odore, ancora più forte di prima.
Fu solo un attimo, solo un attimo.
Un minimo sforzo e avrebbe capito di che si trattava, ce l'aveva in testa quell'odore.
Eppure…
Poi si dette della stupida e chiuse la finestra, stavolta abbassando anche l'avvolgibile e chiudendo le tende.
Ma che scema! L'ho chiusa male è evidente, e il vento l'ha riaperta: semplice.
“Stefania?”
Barbara preoccupata era entrata in casa. “E' mezz'ora che sono fuori ad aspettarti, qualche problema?” “No scusami, mi sono distratta, come al solito e ho perso tempo. Dì un po' ma tu non senti questo odore?”
“Odore? Quale odore, di cosa parli?”
“No, niente lascia stare”
Si mise la prima cosa che le capitò e scapparono via di corsa di nuovo alla festa.
Durante il viaggio Stefania non pronunciò parola.
Lo sguardo fisso al paesaggio fuori che sfrecciava veloce. Ogni tanto il quadrato giallo di una finestra illuminata la faceva pensare. E chissà perché, la riempiva di una profonda tristezza.


… Le onde si mescolano alla sabbia.
Ma se sono davanti a una scogliera si infrangono.
Con violenza.
E se qualcuno avesse camminato sulla linea di confine fra la spiaggia e il mare.
Con la risacca veloce sotto i piedi a togliergli il terreno di sotto.
Se qualcuno avesse cominciato a camminare.
Seguendo la linea ricurva.
Sarebbe arrivato alla fine.
E si sarebbe.
Inevitabilmente.
Fermato davanti ad uno scoglio.
Non uno scoglio.
Una specie di roccia.
Alta.
Ma non abbastanza da non poterne raggiungere la cima.
A piedi nudi sulla roccia.
Fatica.
Un po' di dolore forse.
Ma una volta sopra.
Si sarebbe goduto tutto quel impetuoso blu.
Il mare non e' calmo oggi.
Anzi.
Oggi e' arrabbiato.
Impaziente.
Prepotente.
L'onda sbatte con cattiveria sullo scoglio.
E se una persona fosse là sopra la vedrebbe.
Sporgendosi in basso.
Stando seduti invece ti arrivano solo i resti frantumati dell'onda.
Schiuma bianca che ti bagna.
E ti riempie di salmastro.
Ma non c'è nessuno a camminare su quella spiaggia.
Nessuno sale sullo lo scoglio.
Nessuno si bagna di salmastro.
Il vento di libeccio spinge forte oggi.
I gabbiani sono spinti indietro.
Il mare non li vuole oggi.
Il mare è cattivo oggi.
Il mare è furioso.
Il vento è furioso.
Il pino si sporge ancora più in basso spinto dal vento.
E la barca ondeggia frenetica a destra e sinistra.
Anche loro due sono furiosi.


Ritorno a casa

“Quel portaritratti aveva resistito quindici anni, ma lo sapevo che prima o poi lo avresti rotto!”
“Mi ci sono anche tagliata”
“Lo sapevi che ci tenevo, come sai tante cose alle quali tengo, ma sembra proprio che non te ne frega niente”
“Non urlare per favore”
“Urlo quanto voglio in casa mia! E cosa posso fare se non urlare! Se ho una moglie incapace che non fa altro che mettersi in evidenza! Prima di tutto con quella stupida scena del sangue: c'era proprio la necessità di farlo vedere ai bambini tutto quel sangue! Ma cosa ne sai tu di come si tengono i figli!”
“Non urlare, Claudia e Giulio ci stanno guardando”
“Non mi dire cosa devo fare! Mai!Non me lo dire mai! Sei stata via due ore! Cosa ci vuole a cambiarsi un vestito! Dove te e sei andata te e la tua amica del cuore!? Eh? Rispondi!”
“Ma dove vuoi che sia andata per favore Giorgio”
“Zitta! E c'era proprio bisogno di mettersi quel vestito? Tutti, dico, tutti ti guardavano le gambe! Lo hai fatto apposta! Lo fai sempre apposta per farti vedere! Sei una troia, ecco cosa sei! Una troia! E sai cosa ti dico? Lo hai fatto apposta a rompere quella foto!”
“Smettila per favore smettila, non mi merito tutto questo.”
“Te lo meriti eccome! Ti meriti questo e altro!”
Stefania capiva quando era il momento di stare zitta.
Meccanicamente si mise a preparare il letto per la notte.
Mise a letto i bambini, che la guardavano fissi.
“Certo pero' che anche te mamma…” Le disse Claudia.
Le dette un bacio senza dirle altro.
Un bacio anche a Giulio che la guardava con i lucciconi.
Poi si mise la camicia da notte e, sempre più' stanca, andò in cucina a prendersi i soliti tranquillanti.
Stasera doppia dose Stefania!
Se lo disse con ironia, era capace anche di questo.
Finalmente il letto.
Si adagiò stremata da una serata da dimenticare.
Finalmente il silenzio.
La voce di suo marito le sussurrò all'orecchio: “Scusami cara sono stato forse un po' troppo cattivo stasera”
“Non fa niente Giorgio avevi ragione tu”
“Eri eccitante stasera con quel vestito”
Capi' subito cosa voleva, lo capì prima ancora di sentire la mano avvicinarsi al seno, per poi scendere a togliere lo slip”
Si concesse, come sempre.
Fecero l'amore con violenza: a lui piaceva così.
Durò poco.
Sono stanca.
Lui si addormentò subito.
Lei no.
Erano le undici esatte della sera.


… Burrasca.
Violenta.
Cattiva.
Vento da impazzire.
Gabbiani impauriti.
Il loro verso fa paura adesso.
Urlano.
La spiaggia quasi completamente sommersa dall'acqua.
Le onde superano anche lo scoglio seppur alto.
Fracasso.
Infernale.
Le onde si vedono alte sin dal largo.
Il pino sbattuto violentemente senza più' resistenza.
Un crepitio di legno accartocciato.
Le assi della barca cigolano paurosamente.
Ormai ferma.
Semisommersa dalla furia del mare.
I due quasi si toccano ormai.
La sanno lunga loro.
Sanno che il mare ha ragione.
La sanno lunga.
E sono disperati.


La notte

Non c'è luna stanotte.
C'è silenzio, molto silenzio.
Aveva sognato, freneticamente.
Aveva sognato di quando era bambina e passava le vacanze alla casa al mare dai nonni.
Poi di colpo la scena era cambiata e si era trovata a tavola, una tavola imbandita, seduta su una sedia comoda, sul tavolo cibo a volontà e vino e dolci, dall'altra parte del tavolo suo marito, che mangiava trangugiando come un animale tutto, e il tavolo si allungava e suo marito diventa sempre più' piccolo, e il tavolo sempre più' lungo, e lui sempre più' lontano, e sempre più', - un'onda sbatté con incredibile potenza sullo scoglio frantumandone un pezzo - e sempre più', poi una mano sanguinante e sangue che defluiva dalla ferita e sangue e ancora sangue, e la mano – un gabbiano cade stremato travolto da una raffica di vento – e la mano era la sua, ma non era angosciata, non sentiva dolore, guardava quel fiume di sangue che sgorgava copiosamente senza sosta, e cadeva in terra e scorreva via, come un fiume, sì proprio come un fiume, pensava nel sogno, finché il sangue – il pino cominciò pericolosamente a inclinarsi con un cigolio stridente – finché il sangue diventò un fiume, dalle acque chiare che inesorabilmente, quasi con fretta, percorreva la città, le case, come se avesse vita propria e lei riusciva a seguirlo con lo sguardo, e la città - un'onda dietro l'altra un'onda dietro l'altra – e la città se la lasciava alle spalle, e lei miracolosamente su quel fiume, come sospesa, sempre più' veloce, sempre - vento forte che spacca che distrugge che fracassa – sempre più' lontano, sempre più' lontano da tutto, sempre più' lontano da tutti, sempre più, sempre, sempre, sempre, per sempre.
PER SEMPRE
Un colpo!
Forte!
Incredibile!
Si sveglia di soprassalto ansimante impaurita.
Il respiro forte.
Nella stanza un vento forte, fortissimo.
Cos'è stato mio Dio!
La finestra.
Le ante si erano frantumate aprendosi con violenza.
Suo marito dormiva tranquillamente.
Il vento faceva un rumore incredibile vorticando nella stanza con impeto.
Si alza e si avvicina vincendo, non senza fatica, la spinta del vento.
E' come se fosse solo in questa stanza.
Si alza e si avvicina alla finestra.
Guardo' fuori nel buio. Doveva aggrapparsi allo stipite per non essere respinta indietro. I capelli sospinti indietro dal vento. Le dita stringevano con forza i resti dei vetri, ferendosi.
Cercò, con gli occhi socchiusi, di intravedere cosa c'era fuori.
Buio.
Nero.
MA qualcosa la invase all'improvviso.
Come una folata improvvisa.
Come uno schiaffo.
Come un qualcosa che le entrò velocemente dentro per riempirle l'anima, la mente, il cuore.
E allora.
E allora capì.
Fu l'odore a travolgerla.
Il solito odore che l'aveva perseguitata per tutta la serata.
E allora capi'.
Ho capito.
Suo marito continuava a dormire dolcemente tranquillo.
Incurante della tempesta che si stava svolgendo in camera sua.
Stefania inspiro' profondamente, a ingoiarselo tutto quell'odore.
Quel meraviglioso odore.
E allora il vento, come d'incanto.
Si calmò.
All'improvviso.
Come se se lo fosse mangiato lei.
Con assoluta calma aprì l'armadio.
Prese una valigia: poche cose da mettere dentro.
Biancheria, un libro è tanto che non leggo, una foto dei figli.
Si mise la prima cosa che le capito'.
E uscì.
Fuori.
Erano le tre della notte esatte.
Una donna cammina in mezzo alla strada
Sola.
Una valigia in mano.
Sorride.
Serena.
Devo andare, c'è molto da fare, c'è da riparare una barca.
Dentro di lei, un forte, piacevole, meraviglioso odore di salmastro.


… Sabbia.
Calda.
Ci sono due piedi lì sopra e ne provano piacere.
Lasciano due impronte.
In attesa di essere dolcemente smussate dal lambire dell'acqua.
I gabbiani tacciono adesso. Si sono tutti messi a riposare.
Chi su uno scoglio che affiora.
Molti su un vecchio relitto dal legno ormai marcito dal tempo.
Ci sta bene quella barca dai colori appena riconoscibili.
Si nota un rosso dipinto chissà da chi e chissà quando.
Messa cosi' su un fianco.
Riposa.
Cullata dalle onde che non la vogliono svegliare.
No.
Solo accarezzare.
Ci sta bene quella barca.
E ci sta bene anche quel vecchio pino.
Dalla forma decisa dal maestrale.
Vecchio e ricurvo.
Ci sta bene quel pino.
Proteso verso il vecchio relitto.
Immobili.
Calmi.
Ora sappiamo cosa si dicono:
“Finalmente!”


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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