Eppure

(ispirato al quadro "Room in New York City" di Hooper)

Eppure.
Le gambe sono accavallate. Le mani stringono il giornale aperto.
Quasi a nascondermi, anzi, a nascondermi.
Da cosa, da chi. (Da chi?)
Parole scritte, stampate. caratteri neri che si inseguono in un insieme confuso da non leggere.
Non leggo infatti: guardo.
Lo sguardo mira gli articoli senza vedere, ma a catturare tutte quelle lettere - tutte insieme - vorticanti ad inseguire il caos dei miei pensieri.
Angoscia.
Senso di insoddisfazione, di fastidio.
Il tarlo incancrenito del non-vivere quotidiano.
L'abitudine velenosa del susseguirsi delle giornate.
Il giornale spalancato su di me.
Le gambe accavallate.
Un'apparente tranquillita' di un uomo tranquillamente seduto a leggersi il suo giornale in un tranquillo pomeriggio di un tranquillo Aprile di una tranquilla primavera affogato in una vita tranquilla.
Troppo.
Sono secoli che vivo (vivo?) cosi'.
Vicino a me: tu, lontana chilometri.
Il gesto quotidiano della mano che cambia i canali della televisione.
Susseguirsi frenetico di immagini e voci e suoni.
La tua immobilita' tradita solo dall'impercettibile muoversi di un pollice sui tasti.
Il tuo sguardo fisso, ipnotizzato dallo schermo.
I colori e le luci che si riflettono sul tuo viso.
Il tuo viso.
I tuoi occhi non vedono, la tua mente e' altrove.
Seduti su un divano vecchio e consunto quanto la nostra vita (vita?).
Il divano: l'unica cosa che ci accomuna.
Consumato dalle nostre vuote esistenze.
Due statue, ferme, immobili che si ignorano.
Io non sono qui.
Sono fuori chissa' dove.
Tu non sei qui.
Sei fuori chissa' come.
Sofferenza.
Imprigionati in una vita che non e' piu' la nostra, ma quella dei nostri corpi.
Vuoti.
Felicita'.
Liberi di vivere una vita che non e' nostra, ma delle nostre menti.
Non c'e' silenzio, c'e' odio.
Io ti odio.
Con tutto me stesso. Ti odio da farmi male. Odio tutto di te.
La tua indifferenza, i tuoi giorni che rubano i miei.
Il tuo camminare fra le stanze di una casa cattiva.
Odio il tuo amore fatto di niente.
Ti odio perche' esisti.
Ti odio perche' non so fare a meno di te.
Eppure.
Anche tu stai provando le stesse - identiche - cose.
Identiche.
Sento il tuo disprezzo, il tuo rancore.
Leggo il giornale e non mi muovo di un millimetro.
Potrei (vorrei?) ucciderti.
Un rumoroso strappo su una pagina bianca da accartocciare e gettare via.
L'esplosione felice di un gesto estremo a rompere l'immobilita'.
Inevitabile.
E so, prefettamente, che faresti lo stesso.
Ci siamo rovinati la vita.
Ce la siamo reciprocamente svuotata di significato.
Semplicemente.
Amandoci.
Soffocandoci.
Uccidendoci lentamente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, anno dopo anno, figlio dopo figlio.
Un giornale.
Un telecomando.
Due rifugi sicuri per ripararci l'uno dall'altro.
Due calde nicchie in cui crogiolare le proprie angoscie.
"Vuoi un caffe' caro?"
"Certo cara, grazie"
"Ti amo"
"Anch'io ti amo amore mio".


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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