Elettricità

“C'è da dire che è una specie di stupro cerebrale.”
“Una inaccettabile intromissione nelle parti più delicate e preziose del nostro essere più intimo e più personale.”
Dottor Roberto Cestari
(Presidente del Comitato Difesa Diritti Umani) 1999



Sono in bagno.
E' una radiosa, sfacciata mattina di sole.
Fino a pochi minuti fa avrebbero aspettato che aprissi la porta.
Ora no, lo so come funziona, ora la sfonderanno.
E che la sfondino pure! Mi piace essere presa con passione: una donna come me se lo merita.
La volta scorsa certo non mi feci prendere con facilità, mi ruppero gli occhiali, mi legarono i polsi, lo ricordo bene.
Come dimenticarlo e non posso non sorridere al pensiero.
Che idioti, non sanno che stavolta è diverso. Fuori ci sono tutti, come l'altra volta: polizia, vigili e infermieri. E quei due odiosi sconosciuti che dicono di essere i miei genitori: estranei che mi avvelenano la vita da anni. Pensano che sia sola, che parli, addirittura, da sola. Non lo sanno mica, loro, che ci siete voi.
Le mie amiche.
Le mie voci, silenziose voci.
Ah! Che dolce suono il vostro sussurrare continuo. All'inizio solo un bisbiglio confuso. Ora dolce melodia che accompagna le mie giornate. Rassicurante guida per uscire dal labirinto dei miei incubi. Solo io vi sento, solo io so ascoltare i vostri saggi consigli. Grazie a voi non sono più sola: non più.
"Non sono più sola!" Lo sbraito con tutte le mie forze in direzione della porta.
Mi piace urlare. Mi piace fare paura sgranando gli occhi. So come fare paura e so farmi rispettare.
Merita rispetto una donna che è riuscita a sopportare, per anni, in silenzio, la convivenza odiosa con due estranei: li sento piangere da dietro la porta. Mi piace motteggiare quelle voci ridicole: “Apri ti prego sono la tua mamma apri! Ma quale mamma, tu non sei la mia mamma, non puoi piu' ingannarmi ormai! E falla finita, lo sai di cosa sono capace vero?”
Lo sa lo sa di cosa sono capace.
Eccome se lo sa.
Rido.
Sguaiatamente.
Colpi forti alla porta. Li sento fuori che mi implorano, che gridano.
E sento anche il vostro sussurro.
Sì avete ragione, ora basta. Devo calmarmi lo so.
Mi devo rilassare. Ecco chiudo gli occhi. Li roteo, mi piace farlo, lo faccio sempre.
Fermo un ricordo e lo abbraccio fortre forte.
Stringo i denti.
Anche lì mi fecero stringere i denti, per evitare che me li rompessi e mi mordessi la lingua. Ricordo le pastoie, mi guardo polsi e vedo sempre i segni.
I polsi, sempre loro. I polsi sono fatti per essere recisi.
O legati.
E voi, le voci del mio destino, avete già scelto. Avevate, come dire, optato per la seconda soluzione.
Ricordo che un'infermiera gentile mi spiegava ogni cosa: l'anestesia serviva ad evitarmi il dolore e a rilassare la muscolatura per evitare che mi si fratturasse la spina dorsale; la tensione sarebbe stata regolata intorno ai 450 volts . Mentre parlava mi spalmava una gelatina sulle tempie: per evitare bruciature, diceva lei, io sapevo che era soprattutto per aumentare la conduttività elettrica.
Non avevo paura vero? Sì lo so: c'eravate voi, le mie amiche voci, a tenermi la mano, a dirmi tenere parole di conforto.
Ricordo la sensazione dell'ago che preme sulla pelle, rompe le fibre e si insinua prepotente nella mia anima.
Poi. Poi vi vidi, semplicemente.
Poi vidi mia madre, quella che avevo sempre sognato, quella vera.
Poi vidi un padre da amare, non certo questo che si dispera fuori della porta come uno stupido bambino.
Poi fu.
Semplicemente.
Felicità.
Seppi poi che un segnale del “successo” del trattamento era una torsione o uno spasmo delle dita.
Dicono che ci si continui a dibattere su quel letto, anche dopo, per diversi minuti.
Chissà se il mio corpo l'ha fatto.
Chissà se sono stata brava, voi che dite?
Come fu bello svegliarsi. Non capivo cosa mi stava succedendo, sentivo che ero diversa, che c'era qualcosa in piu' nella mia vita. O forse qualcosa in meno, non so. La chiamano TEC, Terapia Elettro Convulsiva. Guai a chiamarla col suo vero nome in reparto. Dicono che cancelli la memoria, i ricordi. Non lo so se è vero, so che se è così ne voglio fare altre, e poi altre ancora. Ne ho di ricordi da cancellare io.
Sette me ne fecero, per due settimane di luci gialle, mattonelle sporche e giovani medici asettici. Sette, e non mi sono bastate. E io non mi accontento più di sentirvi soltanto.
Io.
Voglio.
Vedervi ancora, stare con voi . Con le mie amiche, con mio padre e mia madre. Lì è il mio posto. Lì è la mia vera vita.
I colpi si fanno più violenti adesso.
Ci siamo, sono emozionata. Devo sbrigarmi, devo farmi bella prima che entrino. Sono una persona importante. Ci vuole la firma del Sindaco per fare un TSO.
TSO: Trattamento Sanitario Obbligatorio. Me lo spiegò quell'infermiere carino mentre cercava di aggiustarmi gli occhiali, speriamo ci sia anche stavolta.
Mi trucco accuratamente, niente deve essere fuori posto. Un po' di rossetto, no anzi, solo il lucida labbra, non voglio apparire volgare. Forse dovrei lavarmi i capelli ma non credo di averne il tempo, i cardini della porta stanno per cedere.
Fremo al pensiero di cosa mi aspetta, con calma sopporterò il digiuno forzato, la somministrazione del Robinol per evitare le secrezioni salivari e possibili soffocamenti.
Con pazienza accetterò che mi tolgano i gioielli per evitare che mi ferisca.
Tutto sopporterò, tutto pur di essere felice ancora una volta.
Spallate alla porta che scricchiola promettente.
Ancora un colpo e saranno dentro.
Solo poche ore e saremo finalmente insieme.
Uno sguardo allo specchio: l'immagine di una ragazza carina pronta per andare a ballare.
Poi mi volto verso la porta.
Tendo i polsi.
E aspetto.


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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