La Dea delle Formiche

Finalmente mi trovavo a tu per tu con quegli occhi.
Enormi. L'iride occupava completamente la mia visuale.
Stanno guardando me lo so.
E so che questo mi costerà la vita.

Mi chiamo Luigi e sono una formica.
La nostra colonia si era formata nell'angolo di una grande sala che voi umani chiamate Cucina. Avevamo la nostra religione che regolava il quotidiano della nostra industriosa vita. Le operaie erano grandi lavoratrici e difendevano i confini dalle incursioni degli altri formicai. La nostra regina era buona e manteneva l'ordine con rigore e imparzialità. Sono arrivato alla veneranda età di quindici anni ed ho visto tutto quello che c'era da vedere. Ho visto centinaia di larve rapite e fatte schiave. Operaie insospettabili ingurgitare melata fin quasi a scoppiare, e poi, piene come un otre, farsi sbocconcellare lentamente, giorno dopo giorno, fino a morirne. Ho visto i miei fratelli cadere uno ad uno dopo l'amore, rassegnati. Ho visto formiche appena fecondate abbandonare superbamente le proprie ali, con le zampe ben piantate nel corpo giallo di sangue della loro vittima.Ho visto tutto questo e altro ancora.
Sarei finito miseramente anch'io, se non fosse che avevo una caratteristica unica che mi rendeva diverso, profondamente diverso dagli altri: pensavo.
Certo questo non mi ha aiutato a vivere, ma mi ha permesso di non morire.
Fu verso i cinque anni che smisi di credere in Dio. La Dea delle Formiche, come tutti la chiamavano, per me altro non era che una umana, un animale come noi ma di un'altra specie più grande - beh, molto più grande. Il mostro Kira, dalla testa enorme e dai denti aguzzi, era solo un grosso cane. E il Grande Altopiano, sul quale, rischiando la vita, le formiche esploratrici si arrampicavano in cerca di cibo, si rivelò, alla mia mente lucida, soltanto il ripiano di una cucina.
Tutto acquistò un altro significato. Lo scopo del mio esistere, che era sempre stato quello di fecondare e morire subito dopo, si frantumò come un bozzolo di cristallo, per lasciare posto a quella che diventò, in breve, la mia vera e unica ragione di vita: condividere con gli altri ciò che sapevo. Convincerli che esiste qualcosa in più che costruire cunicoli, accantonare briciole e combattere contro gli altri nostri simili. Che non ci dobbiamo accontentare della verità apparente che ci propinano da sempre. Che la medaglia può avere un altro lato. Che una Dea può non essere una Dea.
Pretesi, insomma, di rompere i bozzoli degli altri, senza pensare che il cristallo può essere molto duro da incrinare, se si è formato su secoli e secoli di fede passiva e utile solo al proprio perpetuarsi infinito. Vita dopo vita. Morte dopo morte. Colonia su colonia.
Passavo le giornate a predicare la mia verità, a inveire contro quella donna dai capelli biondi e fluenti, schivando i suoi maestosi passi, le cui vibrazioni distruggevano sistematicamente i labirinti faticosamente costruiti del nostro formicaio. Fui accusato di sacrilegio e bestemmia. Divenni ben presto Luigi il Pazzo. Una formica da evitare e da portare ad esempi negativo per le pupe. Un reietto della società.
La Dea.
Sapevo tutto di lei. Si chiamava Lucia ed era molto vecchia: trentacinque anni. Era immensa, altissima ed aveva lunghi capelli biondi. Ogni giorno alle sette metteva al fuoco la Caffettiera: l'Incendio Sacro del Mattino, come lo chiamavano gli altri. la Caffettiera, per quanto infernale, era solo una grossa macchina che serviva a produrre una sostanza nera che la presunta Dea amava molto bere. Le operaie ghiotte la scambiavano per melata e morivano per mancanza di sonno, gonfie e con gli occhi sbarrati.
Insomma, conoscevo tutto di lei tranne una cosa: il colore dei suoi occhi.
Con gli anni mi stancai. Da pericoloso sacrilego e volgare bestemmiatore, diventai col tempo insignificante agli occhi del resto della colonia. Mi sarei lasciato uccidere come gli altri, se non fosse che oramai non interessavo più neanche alle formiche alate. Maledissi il giorno in cui capii la realtà delle cose.
Decisi di morire, persi ogni ragione di esistere in questa vita che ormai mi stava troppo stretta.
Ma prima di morire volevo compiere un ultimo gesto: scalare il lavello del Grande Altopiano e da lì, attirare l'attenzione dell'amata odiata Lucia, la Dea delle Formiche.
Volevo essere notato da lei, volevo che si chinasse su di me per poter, finalmente, morire con la rivelazione del colore dei suoi immensi occhi.
E così mi ritrovo qui, a finire questa buffa storia. la storia di Luigi la Formica che ebbe l'ardire e la disgrazia di guardare oltre. Lei si è chinata adesso e i suoi occhi guardano proprio me.
Posso morire adesso.
L'ombra del suo enorme dito mi sovrasta.
Finalmente.

Lucia spense la macchinetta del caffè. Nel riempire la tazzina si chinò per guardare meglio. Una macchiolina nera spiccava sul ripiano bianco della cucina.
Allungò l'indice per schiacciare l'ennesima formica.
Poi.
Fu solo un attimo.
Un pensiero, come una piuma, attraversò la sua mente. Ma lei neppure se ne accorse.
La mano andò alla tazzina.
La tazzina andò alla sua bocca.
La macchiolina nera se ne andò sconsolata.
Lucia la seguì con lo sguardo.
Socchiudendo leggermente gli occhi.
Celesti.


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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