L'alce

Arrivò in paese come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
Con la naturalezza propria di un animale pregiato, l'alce fece il suo ingresso nella strada principale.
Era un animale bellissimo.
Selvaggio.
Maestoso.
Un esemplare femmina dal portamento regale.
Maestoso ma insieme docile e mansueto.
L'incedere elegante e pacato, percorreva la strada incurante degli sguardi.
Sguardi incuriositi, sconcertati, spaventati.
Nessuno osava avvicinarsi a lei.
Nessuno osava fermare quell'andatura calma ma sicura.
Un animale bellissimo.
In breve si formò una folla di persone che iniziarono a seguirlo.
Una surreale processione.
Squarci di cielo grigio facevano capolino tra i tetti delle case.
Persino le nuvole sembravano assistere al corteo.
Un corteo funebre avremmo detto, se non fosse per l'aria di solennità che aleggiava intorno all'alce che.
Improvvisamente.
Si fermò.
Il resto del paese, dietro di lei a debita e rispettosa distanza, rimase ad aspettare, in silenzio, che decidesse di ripartire.
Ma non lo fece.
Lei.
Rimase lì.
Ferma.
Immobile.
In attesa (in attesa?).
Nessuno sapeva cosa (chi?) stava aspettando.
Nessuno sapeva cosa stava pensando (pensando?).
Nessuno aveva dubbi sul fatto che stesse pensando.
Come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.
Qualcuno cominciò a farle domande, senza ottenere risposta.
Qualcuno cominciò a dare segni di impazienza.
Nessuno osò andarsene.
Lei.
L'alce.
Rimase lì.
Ferma.
Immobile.
Per giorni.
Per settimane (mesi forse).
I bambini, immuni al suo fascino, o forse molto più consapevoli di cosa stesse accadendo, facevano la spola per portare il cibo ai loro genitori, tutto il paese era lì, in attesa di un segno, tutto il paese si era fermato, ad aspettare, pioveva ma nessuno pensava a ripararsi, veniva la notte e dormivano a turno, per la paura di non vederla più al risveglio.
Finché.
Un giorno.
Si mosse.
Un mormorio di meraviglia, sollievo, inquietudine salì dalla folla.
L'alce si mosse.
E puntò dritto al suo obbiettivo.
Hotel Plaza tre stelle.
Entrò.
L'hotel era deserto, erano già tutti fuori da tempo.
Entrò e attraversò la hall.
Gli zoccoli davano un rumore attutito dal velluto rosso dei tappeti.
Fuori, il panico, tutti vollero entrare nell'albergo senza riuscirci, molti rimasero feriti nel cercare di ripararsi dalle spinte, ma i pochi che riuscirono nell'intento non furono capaci di seguire l'oltre l'animale che.
Con decisione.
Come se fosse già stato lì.
Entrò in una stanza.
Era una stanza spoglia. Le pareti dipinte di giallo.
Era una stanza piccola per un animale così grande.
La sua maestosità risaltava fra le pareti anguste.
A vederlo c'era da chiedersi come aveva fatto ad entrare.
Era stretto lì dentro.
L'alce.
Era.
Ingombrante.
Ingombrante.
Ingombrante.
Fu in quel momento che tutti se ne andarono, ognuno tornò alle sue mansioni quotidiane, come se niente fosse successo, come se fosse normale che un alce entri in un paese ed entri nel miglior albergo per fermarsi dentro a una piccola stanza, troppo piccola per un animale grande, tutti se ne andarono, tutti.
Solo io.
Rimasi lì.
Insieme a lei.
Ad accarezzarla.
A sentirne il corpo solido e rassicurante sotto le dita.
Ad ammirare ed amare una tale meraviglia della natura.
Una natura selvaggia, istintiva, libera.
Stretta fra quattro mura gialle opprimenti.
Lei.
Ingombrante.
Se ne stava lì.
Di nuovo ferma.
Di nuovo in attesa.
Docile.
Mansueta.
Buona.
Bella.
Bellissima.
Ingombrante.
Quello non era il suo posto e lei lo sapeva.
Tutti lo sapevano.
Io lo sapevo.
Lo sapevano anche quei due, che se ne andarono promettendo di tornare con la soluzione.
Aspettai molto lì.
In quella stanza.
Insieme a lei.
Il mio bellissimo esemplare di alce femmina ingombrante.
Aspettai con ansia, apprensione, paura.
Aspettai molto il ritorno dei due tipi, che ritornarono, ritornarono con la soluzione, e la soluzione era un fucile a canne doppie.
Non c'era scampo, l'animale andava abbattuto, era troppo.
Troppo.
Troppo ingombrante.
Rabbia.
Sorda.
Una rabbia sorda, incontenibile, mi prese.
Inconcepibile anche solo il pensiero di uccidere una tale meraviglia della natura.
Impossibile anche solo immaginare di perdere una cosa così preziosa.
Impossibile.
Sì lo so, lo so, credetemi lo so, questo non è il suo posto, lo so, un alce così non può stare in una stanza come questa, non può, non si può ucciderlo, non si può, è inconcepibile, è impensabile, è un delitto, non si può abbatterlo, no, per favore no, vi prego no, vi prego, piango vedete?, piango, vedete come singhiozzo?, vedete, non lo uccidete vi prego, no, ci deve essere un'altra soluzione, per forza, ci deve essere per forza, non si può perderlo, non si può perderla, una soluzione, datemi tempo, troverò io una soluzione, il suo posto non è questo lo so, ma lo troverò io il posto giusto, aspettate vi prego, non la uccidete, datemi tempo, solo un po' di tempo, per favore.
Il più buono dei due, mosso a compassione dai miei singhiozzi, convinse l'altro che, riluttante, posò il fucile, ma non troppo lontano, pronto ad imbracciarlo di nuovo, e stavolta per l'ultima volta.
Avevo poco tempo e mi misi a cercare.
Freneticamente.
L'animale, il mio animale, aspettava.
Docile.
Uno zoo: no.
Un'oasi: no.
Un parco naturale: no.
Trovai la soluzione, come era logico aspettarsi, in un convento di suore.
Là sulla montagna che dominava il paese.
E lì l'alce trovo finalmente la sua degna sistemazione.
Lì trovo finalmente qualcuno che lo avrebbe accudito come meritava.
L'espansione selvaggia ed istintiva della sua natura, sublimata in una disciplina di secoli.
L'energia del suo amore concentrata nel silenzio del rigore.
E il mio cuore.
E la mia anima.
Finalmente.
Si placò.
Scesi a valle.
Tornai in paese.
Tornai all'Hotel Plaza tre stelle.
Entrai.
La stanza era vuota, naturalmente.
La doppietta appoggiata al muro, finalmente innocua.
Andai nella hall, un cenno di saluto al portiere.
Mi sedetti sul divano di velluto rosso.
E mi vidi.
Lì, accanto a me, che dormivo.
Sereno.
Non osai svegliarmi.
Rimasi lì a lungo a fissarmi, le palpebre chiuse, il respiro profondo.
Rimasi lì fino a che non mi vidi svegliare.
Aprire gli occhi.
Fissarmi severo.
Aprire la bocca.
E pronunciare queste parole:
“Sciocco egoista!
Non hai avuto neanche il coraggio di renderla libera!”


Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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