I miei primi dieci anni

Ciao, io mi chiamo Filippo e finalmente posso dire di avere dieci anni.
Insomma, non è che finora non lo dicevo, è dall'inizio dell'anno che dico di avere dieci anni, non vedevo l'ora, ma non era mica vero, non li avevo compiuti e non avevo dieci anni dieci anni.
Ora invece lo posso proprio dire, lo posso dire perché li ho.
Perché oggi, proprio oggi, è il mio compleanno.
Non so da che ora ma non importa, credo.
Sono diventato grande? Sono sempre piccolo? Boh.
Non che a volte non mi piaccia sentirmi piccino, come mio fratello per esempio.
Claudio ha due anni meno di me, circa, e quindi è il mio fratello minore ed io sono il suo fratello maggiore.
Sono, com'è che ho sentito dire una volta? Ah sì: il Primogenito.
Io sono il Primogenito della famiglia, cavolo sono importante! Beh, mi piace anche sentirmi grande, anzi: Il Più Grande.
Come quando a Claudio non gli riesce di fare la lezione e la mamma dice: “Filippo spiegagliela tu che sei più grande”.
Dio che soddisfazione! E lo vedo che a lui, al mio fratellino dico, non gli piace mica per niente sta cosa, che la mamma dica a quella maniera, preferirebbe molto di più che ci andasse lei a spiegargli la lezione.
Ma la mamma mica può essere sempre a disposizione, c'ha da fare le faccende, e poi lavora e mica sempre è a casa.
E allora, quando anche babbo è a lavoro, andiamo da nonna Isa, ma di sicuro a nonna Isa non gli riesce davvero di fare la lezione a Claudio.
Oddio che ridere! Povera nonna te la immagini, anche troppo che ci bada.
Vedessi come cammina male povera nonna e ci vuole sempre una donna che gli fa da mangiare e la aiuta a vestirsi, sai quelle donne straniere, che vengono pagate per badare alle persone di una certa età che sono malate.
Comunque guarda che io gli voglio bene alla mia nonna, anche se è malata e cammina male, anzi, forse, gli voglio bene di più.
Comunque spiegare la lezione a Claudio mi piace.
Vedessi come mi riesce fare il saputello, anche quando le cose non le so.
Quando non le so me le invento, non è che proprio me le invento ma, insomma, faccio finta di saperle bene.
Sì ma Claudio, la carognetta, mica ci casca, non sempre ecco, e allora comincia a piangere: “Mamma Filippo mi fa sbagliare!” Dio come gli riesce far finta di piangere a lui! Non lo sopporto quando piange, un po' anche perché mi dispiace e quando piange, automaticamente mi sento in colpa.
Sì sì è proprio una cosa automatica.
Non quando fa finta eh, quando fa finta si vede subito - io lo vedo - e quel bastardello sai quante volte c'ha fregato la mamma e il babbo, e sai quante volte mi sono preso la colpa solo per il fatto che piangeva.
Anche quando era colpa sua, solo per il fatto che piangeva.
“Lo sapevo! Ti ho chiesto di aiutare tuo fratello e tu che fai? Lo fai piangere come al solito, e sei anche più grande! Filippo, vai subito in camera tua, muoviti! E non esci finché non lo dico io! Chiaro?” Ecco cosa ci si guadagna a essere più grandi.
Eh sì, a volte mi piacerebbe proprio essere il più piccino.
Per esempio, se ti scappa da piangere non devi trattenerti: sei piccino e quindi puoi piangere quando e quanto ti pare.
Come quando babbo ti sgrida, che ne so, perché hai rotto qualcosa per esempio, e a me mi viene il magone.
Sai quando il mento comincia a tremare e ti senti le lacrime negli occhi.
Cerchi di trattenerle ma loro no, bastarde, loro fanno come gli pare.
E cominciano a colare giù sulle guance.
E poi ti senti lo stomaco che ti si chiude, vorresti dire qualcosa ma non ti viene niente.
E il tuo babbo, che nel frattempo ne ha approfittato per alzare la voce, continua a dirti “Non sei più un bimbo piccino! Sei sbadato ecco cosa sei! Tutte le volte, tutte le sante volte ne combini una! Ti devo dire sempre le stesse cose! Non imparerai mai!” E poi, quando non ce la fai più, perché arriva sempre il momento che non ce la fai più, scoppi proprio e ti lasci andare in un pianto di quelli che dopo te ne vergogni e allora non aspetti nemmeno che ti dicano di andare in camera, ci scappi da solo in camera, perché non ti vuoi far vedere così, a piangere come un bimbetto piccino.
Dio che rabbia che mi viene quando mi capita! No dico, a uno grande, un adulto dico, un genitore per esempio, ecco, a lui non capita mai di rompere qualcosa? Ecco, mettiamo che babbo apparecchia la tavola, rompe un bicchiere ed entra subito la sua mamma - che poi è la mia nonna - entra lei dicevo e lo sgrida.
E il mio babbo che gli viene il nodo alla gola, abbassa gli occhi e scoppia a piangere.
Ganzo! Te lo immagini! E allora nonna Maria lo prende per un orecchio e gli dice “Marcello!” - Marcello è il mio babbo, si chiama così - ”Vai subito in camera tua e non esci finché non te lo dico io!” Com'è bello sognare! Ma dovrei fare dei sogni più, come posso dire, più reali.
Intanto perché mia nonna Maria non c'è più, è morta.
E poi perché il mio babbo è alto e mia nonna Maria era una donnina piccolina, non ce la vedo proprio a prenderlo per un orecchio.
Insomma, diventare grandi vuol dire anche, per esempio, che la tua mamma e il tuo babbo non ti sgridano più, oppure che non ti scappa più da piangere, o almeno ti scappa poche volte.
Infatti non è che i genitori, i miei almeno, non piangano proprio mai, a volte capita anche a loro e io me ne accorgo.
Anche se si nascondono.
Soprattutto la mamma devo dire.
Babbo l'ultima volta che l'ho visto piangere è stato quando è morta nonna.
Mamma invece mi è capitato più spesso di vederla piangere, come quando litiga con babbo e si rinchiudono in camera.
Io lo so perché vanno in camera, perché non vogliono litigare davanti a noi, ma è inutile: io e Claudio andiamo sempre alla porta a sentire cosa dicono, non è che capiamo molto eh, ma sappiamo sempre come va a finire: mamma piange e babbo esce di casa.
E tutte le volte inventa una scusa.
“Vado a comprare le sigarette bimbi!” oppure “Faccio un salto in macchina e torno!”.
E noi “Sì sì” e continuiamo a giocare alla Playstation, o meglio, facciamo finta.
Perché non ci riesce proprio di giocare mentre babbo chissà dov'è e mamma è chiusa in camera e si sente che singhiozza.
E allora, io non so cosa pensa mio fratello in quel momento ma so cosa penso io, e cioè che dovrei andare di là, dalla mamma, e abbracciarla, ma non ci vado e non ci vado perché ho paura di mettermi a piangere anch'io.
Claudio ci va sempre di là, quasi, e quasi sempre si mette a piangere insieme a mamma.
Uffa! Buon per lui, non ha niente da perdere: è piccino e chi ci fa caso se piange! E allora io rimango lì.
Solo.
E continuo a giocare, anzi, a far finta, perché mica mi riesce di giocare in quei momenti.
Io gioco meglio - e vinco - quando sono contento e non c'ho tanti pensieri in testa.
E a volte di pensieri in testa ce n'ho anche troppi.
Come in quei momenti, quando babbo e mamma litigano, appunto, e io rimango da solo.
E Claudio è in camera di mamma a piangere con lei.
E il mio babbo è andato via.
E l'ho visto che anche a lui gli scappava da piangere.
E allora penso un sacco di cose.
E le penso tutte insieme.
Penso, per esempio, che vorrei anch'io andare di là: da mamma.
Abbracciarla e dirgli che gli voglio bene, perché io gli voglio tanto bene davvero.
E poi penso che c'è lui: il mio fratello, e, non so, mi sembra che se andassi lì sarei di troppo.
E allora penso che la mamma vuole più bene a lui che a me, perché lui va sempre a consolarla e io non ci vado.
Ma non è che non ci vado perché non me ne frega niente: non ci vado perché non ci riesco proprio.
Dico “Ora mi alzo e vado, ora mi alzo e vado”.
E a volte lo dico davvero, sottovoce, ma poi non ci vado mica.
Non mi alzo nemmeno.
E poi penso che mi dispiace anche per il babbo, perché lo vedo il babbo che sta male a volte, e vorrei, per esempio, alzarmi, uscire di casa e andarlo a cercare, così.
Da solo.
Tanto lo so dove va: va sempre sul mare, alla terrazza.
Lo so, lo troverei lì, in macchina, a fumare una sigaretta e, chissà, magari lo vedrei anche piangere.
Gli busserei al finestrino, lui non se l'aspetterebbe “Filippo ma che ci fai qui?” magari mi direbbe così, ma non mi sgriderebbe mica, e allora mi siederei accanto a lui, mi accenderei una sigaretta anch'io, non perché mi piace - che schifo! - ma per fargli compagnia.
E gli direi “Babbino, se ti scappa da piangere fallo! Anche a me sai a volte scappa da piangere” E lui piangerebbe e io poi gli direi “C'è qualcosa che non va con la mamma? Vuoi parlarne con me babbo? Ti aiuto io babbo”.
Sì, farei proprio così.
Come uno grande.
E invece rimango qui, con davanti questo stupido giochino, e penso che sono proprio un incapace.
Non sono abbastanza piccino per andare a piangere dalla mamma.
E abbastanza grande per andare ad aiutare mio babbo.
E mi sento solo.
Uffa! Che casino! Lo conosci Luigi? Beh, io sì.
Luigi è il mio migliore amico, credo.
Credo perché a volte non lo so mica se è così.
Insomma.
Luigi ha la mia età, siamo in classe insieme dai tempi dell'asilo.
Mi assomiglia un po' ma lui è più grasso di me.
Io non sono grasso e neanche lui a dir la verità, è, come dire, un po' rotondetto, ma guai a dirglielo eh.
Figuriamoci.
Una volta lo presero di mira a scuola, quelli di quinta, e cominciarono a prenderlo in giro “Sei una palla di grasso” “Ciccione” “Ma guardati, c'hai le puppe come le femmine”.
Luigi si mise a piangere e corse dalla maestra.
E allora sì che lo prendevano in giro.
Luigi.
Mi piace giocare con lui, è divertente e anche se litighiamo, anche se ci prendiamo a botte, poi ci passa subito.
Eppure a volte lo odio, sì lo odio.
Come quando vengo a sapere che, invece di venire a giocare a casa mia, è andato da Massimo.
Non che io non sia amico anche di Massimo, ma Luigi, insomma, è un'altra cosa.
Io non ci andrei a casa di Massimo se sapessi che Luigi è da solo.
O almeno gli chiederei di venire anche a lui.
E lui invece lo fa, senza dirmi niente.
E quindi penso: lui è il mio migliore amico? Un migliore amico si comporta così? Allora lui è il mio migliore amico e io non sono il suo.
Non so se mi spiego.
Odio anche Massimo in quei momenti, eppure anche con Massimo vado d'accordo.
Mi prende una rabbia a volte.
Non ragiono eh, proprio non ragiono, gli spaccherei il muso: a tutt'e due guarda.
Eh sì: brutta cosa la gelosia.
Magari.
Fossi grande davvero.
Riuscirei a capire, a ragionare da adulto, appunto, e non starei così male.
E non mi sentirei così solo.
Sì perché se c'è una cosa che non sopporto è quando mi sento solo.
E allora penso a come sarebbe brutto.
E mi prende la paura: la paura di non avere più nessuno che mi vuole bene.
Non c'è più la mamma, il babbo, mio fratello; non ci sono più nonna Isa.
Zio Roberto.
E nessuno dei miei amici.
Come vivrei? Forse morirei.
Ce la farei? Zio Roberto.
Ti ho ancora parlato di zio Roberto? No? Beh, lo faccio ora.
E' il fratello di mia mamma.
E' più grande di lei, ha la pelle scura scura, i capelli a zero e con due baffoni grigi che fanno impressione.
Io credo che sia nato coi baffi lo zio Roberto: non riesco a ricordarmelo senza.
Te lo immagini buffo: un bimbo che nasce coi baffi.
Nonna Isa che partorisce e le infermiere che gridano: “ma questo c'ha i baffi! Che schifo!” Vabbè sto divagando.
Il mio zio coi baffi era un paracadutista e vive solo, appunto.
Si è sposato tardi con una signora che si chiamava Luisa.
Lo zio ebbe fortuna a trovare quella donna perché se non trovava lei non lo avrebbe voluto nessuno.
Queste cose le so perché me le ha dette la mia mamma.
Ci sono persone, però, che la fortuna non gli rimane appiccicata addosso per molto, come se non fossero nate per essere fortunate.
Lei, la fortuna, si staccò scollandosi dalla pellaccia scura dello zio nel preciso istante in cui sorpassò un autotreno, in curva, sull'Aurelia, dimenticandosi, per così dire, di rientrare.
Volò nel burrone e rotolò sulla scogliera finendo in acqua.
Sua moglie - forse dovrei dire “zia Luisa” - morì annegata perché non ce la fece ad uscire dalla macchina.
Zio Roberto, invece, con il sangue freddo di un paracadutista, appunto, attese che l'auto fosse piena d'acqua, passò attraverso il finestrino con l'agilità di un pesce, e risalì in superficie, con la netta sensazione di essersi dimenticato qualcosa.
Sua moglie.
Dirai tu: “Altro che sfortuna: è vivo e vegeto!” E allora.
Quando ti capita.
E lo vedi camminare per la strada, curvo, lungo i muri delle case.
Pieno di rimorsi e di colpe.
Solo.
Ecco, ti sembra un uomo fortunato? Io non lo so se gli voglio bene allo zio, lui ogni tanto viene a trovarci ma noi non siamo mai stati a casa sua.
Spesso, prima di addormentarmi, penso: e se da grande divento come zio? La testa rasata a zero e i baffoni e con quello sguardo triste triste? E me lo immagino, a casa sua.
Solo nel suo letto.
Chissà se anche lui ha paura dei fantasmi, se sente i rumori e gli scricchiolii che vengono dalla cucina, se ha paura del buio come me.
Un uomo grande non ha paura del buio.
Eppure.
Mio zio ce lo vedo a dormire con la lucina accesa e a svegliarsi in piena notte gridando “Mamma!”.
E magari si sveglia tutto bagnato di pipì come capita a me.
Quest'ultima parte tienila per te però.
Sì, lo ammetto: ogni tanto succede che la faccio nel letto, di notte, mentre dormo.
Di piangere mi vergogno, specialmente se sono davanti ad altri, ma di farmi la pipì a letto, non so, non più di tanto; non la sento: tutto qua.
Intendiamoci, un aspirante adulto come me non è che può continuare a pisciarsi addosso la notte, ma è così bello quando tua mamma ti lava e ti asciuga, e ti dice di non preoccuparti, che capita a tanti: è così bello sentirsi dei bimbi piccini coccolati dalla mammina.
E poi non è che lo vado a dire in giro, intendiamoci, non lo sa nessuno a parte i miei genitori, mio fratello Claudio - che ho già minacciato di morte se lo dice in giro, e ora lo sai anche tu.
Ma mi posso fidare.
Vero? Dicevo che è bello quando la mammina ti coccola ed è come se ci fossi solo tu.
E lei fosse solo tua.
Ma la mammina non c'era quella volta, al campino, quando mi feci la pipì addosso, vestito e in piedi davanti a tutti e.
Soprattutto.
Davanti al Pazzo.
Il campino.
Uno spiazzo sterrato fra i palazzi, dove qualcuno c'ha piantato due porte per giocarci a pallone.
Se tira vento di libeccio sei riparato, ma lì è il maestrale che è micidiale: devi giocare strizzando gli occhi per non farti accecare dalla polvere.
Quando cominciano le belle giornate, dopo la scuola, io e Claudio ci troviamo lì con gli altri amici e giochiamo a prendere a pedate quel maledetto pallone: maledetto perché mai una volta che vada dove dico io.
Ogni pomeriggio le solite scene: le madri per decidere le squadre ed io che vengo scelto sistematicamente fra gli ultimi; i “campioni” Carmelo e Ferdinando che non passano mai la palla, e fanno sempre gol; mio fratello che si mette sempre a frignare, e fa finta di andarsene impermalosito, perché lo fanno stare sempre in porta.
Ma quel pomeriggio avvenne un fatto che ci fece smettere di giocare ammutoliti.
Il Pazzo.
Tutti lo conoscono ma nessuno sa come si chiama, né quanti anni abbia.
E' difficile giudicare la sua età: con quella faccia nascosta da un groviglio di capelli bianchi e sporchi.
Dai baffi ingialliti dal fumo e dalla barba bianca e lunga spuntano due occhi celesti infossati in una pelle rugosa, secca e resa scura da intere giornate al sole.
Non ha una casa.
E' quello che si dice un barbone.
Dorme sui cartoni per la strada e alla stazione ed è sempre ubriaco e puzza di vino e piscio.
Ecco.
Lui non ce lo vedo proprio ad avere paura del buio e dei fantasmi.
Lui.
E'il buio stesso.
Altro che avere paura, è lui che fa paura agli altri.
Borbottando e bestemmiando con la sua fedele bottiglia di vino in mano.
Di lui si è detto di tutto.
Anche che abbia scontato vent'anni in un manicomio criminale per aver fatto a pezzi moglie e due figli, e che abbia poi gettato i pezzi dalla scogliera.
Io non so se è vero.
Io so solo che mi ha sempre fatto una paura matta.
E non solo a me intendiamoci.
E quel giorno.
Il Pazzo fece la sua apparizione al campino.
Smettemmo di giocare.
Lui, barcollando, si lasciò cadere sulla panchina.
La testa ciondoloni.
La bottiglia mezza vuota per terra.
Ubriaco come non mai, borbottava a voce alta e ogni tanto bestemmiava in direzione di chissà chi.
Decidemmo di continuare a giocare come se niente fosse, ma certo non eravamo a nostro agio.
E, come ti dicevo prima, quel pallone è maledetto.
Io volevo passare la palla a Ferdinando - un cross di quelli che mi avrebbero riabilitato come giocatore di seconda serie - cioè di quelli che non vengono scelti per ultimi quando si fa le madri - e invece, con un colpo sordo, il pallone colpì in pieno la faccia del Pazzo.
In persona.
Il tempo si fermò.
Solo il vento soffiava, spingendomi verso le mie responsabilità.
Il pallone era lì, fra i piedi del barbone, in attesa che lo andassi a prendere.
Lo sapevo io, lo sapevano tutti.
E lo sapeva anche il Pazzo, che se ne stava curvo, sulla panchina a borbottare, come se non fosse successo niente.
Ma era solo una finta, non avevo dubbi.
Come il rospo resta immobile prima di scattare ad ingoiarsi la mosca, così il mostro dei miei incubi peggiori aspettava che mi avvicinassi.
Diventare grandi vuol dire fare quello che si deve fare, anche se non ci piace.
E così, con un tamburo al posto del cuore, un passo dopo l'altro, mi avviai verso di lui.
Il pallone in terra ai suoi piedi.
Una puzza tremenda esalava da quegli stracci unti, sporchi di vino e di chissà cosa.
Il Pazzo dondolava avanti e indietro biascicando parole incomprensibili.
Era la sua tattica: il suo modo per essere pronto a prendermi e ad ammazzarmi.
“Buongiorno signore mi scusi della pallonata prendo il pallone e me ne vado subito!” Le parole mi si strozzavano in gola, neanche io avrei capito cosa avevo detto.
Trattenni il respiro.
Mi chinai.
E presi il pallone fra le mani.
E lui scattò.
Con la velocità di un istante la lingua del rospo catturò la mosca.
Con le mani sporche e nodose mi afferrò le spalle stringendole in una morsa.
E mi guardò.
Il suo viso a pochi centimetri del mio.
Gli occhiacci celesti e cattivi mi fissavano.
“Sono morto” pensai “Ora mi ipnotizza e poi mi rapisce e poi mi ammazza.
Il mio corpo lo troveranno in fondo alla scogliera tagliato a pezzi”.
Sono morto.
Sono morto.
Sono morto.
Non faccio nemmeno a tempo a finire la quarta elementare.
La sua bocca si aprì.
E, insieme al suo alito fetente, ne uscì un suono.
Una parola.
“AIUTAMI!” Fu in quel preciso istante che me la feci addosso.
Sentivo la pipì calda colare lungo le gambe, inzupparmi i calzini, e formare una pozza inequivocabile sotto di me.
Sicuramente una chiazza scura si stava allargando sui miei pantaloni.
Forse fu la vergogna a scuotermi, non lo so, fatto sta che un attimo dopo stavo correndo verso casa piangendo.
La mosca ce l'aveva fatta ed era schizzata via.
Solo davanti al portone mi accorsi di avere ancora il pallone stretto fra le mani.
Me lo sognai ogni notte per una settimana.
Avevo visto la morte in faccia, quello era sicuro, ma perché quella parola: aiutami.
Uno che ti vuole ammazzare non ti chiede aiuto.
C'è qualcosa che non torna.
Forse.
Forse mi sbaglio.
Forse il Pazzo non è cattivo.
Forse.
Anche lui.
Si sente solo.
Non lo so, io quando lo vedo continuo a girargli al largo, eppure… Eppure.
E insomma, ti dicevo che oggi è il mio compleanno.
E sono qui davanti a tutti.
E sono davanti a una torta mille foglie piena di panna.
Buona eh? E dieci candeline dieci.
Siamo in un ristorante, sulla spiaggia.
E fuori un libeccio forte fa vibrare i vetri delle finestre e le schizza di salmastro.
Si sente il mare che urla.
E tutti che aspettano che io prenda fiato e che spenga le candeline.
Tutte.
Una per una.
C'è il mio babbo, mia mamma con la macchina fotografica “Soffia Filippo su!”.
C'è mio fratello Claudio, Luigi che si ingozza di pasticcini, il suo fedele amico Massimo.
Ci sono gli amici del campino, Carmelo, Ferdinando e gli altri.
C'è persino lo zio Roberto, con un sorriso sulle labbra e gli occhi tristi.
Insomma, ci sono proprio tutti.
Chissà, forse c'è anche il Pazzo nascosto da qualche parte.
E tutti a dire ” Filippo! Soffia dai che aspetti!” E hanno anche ragione: non si può dire di aver compiuto gli anni se non spengi le candeline.
Se non le spengi.
Il compleanno non vale.
Già.
Soffia! La fanno facile loro.
Soffia! Me li passo in rassegna uno per uno.
Immagino un barbone qui fuori, la bottiglia in mano, si dondola avanti e indietro e mormora in continuazione “Aiutami aiutami aiutami…” Soffia! Mio zio che si sveglia di notte gridando “Mamma!” Soffia! Mio babbo che piange e fuma.
In macchina.
Davanti al mare.
Soffia! Mia madre che singhiozza.
Dietro la porta chiusa.
In camera.
Soffia! Dieci candeline accese.
In attesa.
Dieci anni.
In attesa.
Soffia! Poi.
Con un colpo improvviso una finestra si spalanca.
Il vento ci invade, soffiando furioso sui nostri capelli, sui nostri vestiti, sui regali, sulla torta.
E sulle candeline.
Spengendole.
Lui.
Non io.
Che dici vale lo stesso?

Per contattare direttamente l'autore: Ernesto Macchioni

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