ŠKABRIJEL, 1917

 

Sulla strada di Monte Pasubio
È rimasta soltanto una croce
Non si sente mai più una voce
Ma solo il vento che bacia i fior.
Anonimo, 1917

 

Aprii la porta, e percorsi l'atrio che mi separava dal cancello.
L'ambiente era pulito, sapeva di fresco, di buono.
Probabilmente - pensai - gli addetti alle pulizie avevano appena smontato. Era una fortuna: così, nessuno mi avrebbe fatto domande. Non ne avevo bisogno.
Non in quel momento.
Passai davanti al quadro dei citofoni, mi fermai, lessi qualche nome. Mikhailov, Nemec, Kodelija, Bogunovic, Vuk.
Non schiacciai nessun bottone, ma distolsi lo sguardo, e proseguii. Ecco il cancello.
Attraverso i vetri opachi, filtrava, intensa e decisa, la luce di fine mattinata.
Un brivido mi attraversò la schiena: quello era il lato orientale, dava verso la collina.
 
Oltre il cancello, c'era il prato.
Ovunque un'immensa distesa verde, lucente ai raggi del sole, curata, profumata.
Alla mia sinistra, un vociare sommesso: una piscina; uomini che nuotavano, altri, distesi sulle sdraio, riposavano, scambiandosi qualche parola, con gli occhi socchiusi, protesi verso la luce accecante.
La bora, che spirava dal golfo, trasportava con se gli odori dolciastri delle lozioni abbronzanti, fino a me, per tutto il prato.
Misurando i passi, mi incamminai lungo un viottolo lastricato.
Dopo qualche centinaio di metri, superai una dozzina di persone: stavano giocando a golf; camminavano sull'erba, con le sacche in spalla.
Sentii le loro voci, mi soffermai ad ascoltarle, senza comprenderle. Poi le gambe mi sospinsero via.
 
Il sentiero conduceva in cima ad un piccolo dosso; mi fermai lassù, appoggiai le mani ad un cartello di legno. Non calpestare l'erba - ammoniva, in slavo, e, più sotto, in piccolo, in italiano.
Distrattamente, mi riportai sul lastricato.
Di fronte a me, sorgeva una collina, forse la più anonima delle colline: bassa, verde, rivestita di vegetazione, qua e là cosparsa di pietraie, disabitata.
Ai suoi piedi, giungevano le propaggini orientali della città. Sulla cima luccicavano gli apparecchi ripetitori della televisione. Un'antenna bianco e rossa svettava, solitaria, fin quasi a toccare il cielo.
Conoscevo quella collina, la sua forma a testuggine: l'avevo vista tante volte, in fotografia, vecchie fotografie in bianco e nero. Era per lei che stavo lì.
Gli abitanti di Nova Gorica la chiamavano, con un nome quasi impronunziabile, Škabrijel; quelli di Gorizia, più semplicemente, Monte San Gabriele.
Oggi non è che un colle come tanti altri, un colle che si scorge distrattamente, viaggiando in macchina, attraverso il parabrezza, magari, ascoltando musica, con lo sguardo disperso lungo la striscia d'asfalto.
Oggi. Ma novant'anni fa fu il più grande carnaio della Prima Guerra mondiale.
 
(Ricordi…
E poi, c'era stata quella fotografia, vero? Quanti anni avevo? Dodici? Andavo ancora a scuola. C'era una biblioteca, vicino a casa; ricordo che ci fu un periodo che la frequentavo assiduamente, quasi ogni giorno. I libri stavano ammucchiati sugli scaffali, in disordine, anzi, nel più completo abbandono, e questo era, in fondo, il suo bello. Un giorno, trovai quel volume: era un testo di storia, o qualcosa di simile: nulla di troppo interessante, insomma. Ma, dentro, c'era questa fotografia. Ricordo che la imparai a memoria, tanto mi colpì. Un giorno, rubai il libro…)

 
Non calpestare l'erba - diceva il cartello.
 
Questi, proprio questi, dove un noioso gruppo di signori stava giocando a golf, erano i prati di Santa Caterina D'Isonzo.
Contro le loro trincee si infransero gli attacchi italiani, nell'agosto del 1916.
Da qui, un anno dopo, sarebbero partiti i battaglioni destinati ad essere inghiottiti nella bolgia del San Gabriele.
 
Lontano, dalle parti di Salcano, rintoccò a lungo il battere cupo di una campana.
 
(… C'era un'immensa erta pietrosa, sulla fotografia, intendo. Sullo sfondo, si distingueva un cucuzzolo nero, che solo dieci anni dopo avrei scoperto essere la terribile quota 621, ad ovest del San Gabriele.
Le pietre erano bianche, il cielo nero, plumbeo. C'era del fumo, tanto fumo; a terra, elmetti, fucili, forme irriconoscibili, e poi, tanti mucchietti scuri, informi. Erano centinaia. Erano i morti. Era ciò che restava sul San Gabriele, davanti alle trincee austriache, la sera del 7 settembre 1917…)

 
Fu un estate calda, quella del 1917, sul fronte italiano: a maggio, la battaglia del Vodice e del Kuk, a giugno, l'Ortigara, ad agosto la Bainsizza: oltre 100.000 morti.
Poi venne il San Gabriele.
 
La notte del 2 settembre 1917, al grido di "Avanti, figli di puttana!", le fanterie italiane furono sospinte all'attacco, attraverso i pochi varchi che si erano potuti aprire nei reticolati nemici. Le trincee austriache erano immense, furono conquistate tutte, una ad una, sotto un bombardamento infernale.
A sera, cadde quota 621.
Poi calò la notte, mentre la terra fumava, e risuonava del pianto dei feriti. Ancora si sparava.
Il 3 fu presa la Selletta, ai piedi della vetta, e il generale austriaco, comandante del presidio, si suicidò.
Alla Selletta, i fanti della brigata Messina, che l'avevano appena conquistata, catturarono oltre 150 prigionieri, tutti ungheresi: li ammassarono in una caverna, dove prima c'era un nido di mitragliatrici, poi li trucidarono. Presto, cadaveri austriaci ed italiani si ammassarono gli uni sugli altri, sui reticolati, nelle trincee abbandonate.
A mezzogiorno del 4, finalmente, tre lacere pattuglie della brigata Arno misero piede sulla vetta pietrosa del San Gabriele.
Tutto era distrutto: ovunque solo pietre e fango, e ferro, ruggine, e i brandelli delle divise sparsi tra le rocce.
Poco sotto la Selletta, sorgevano i resti di una piccola cappella, tra le siepi di filo spinato; restavano in piedi solo due muri, e c'era una scritta in latino, con la parola "PAX" cancellata dai proiettili di mitragliatrice.
Nella notte tra il 2 e il 3, quella chiesetta era stata persa e riconquistata dai fanti della brigata Piceno per ben sei volte, nel giro di poche ore. Il giorno dopo, e per sempre, la sua ubicazione fu cancellata dalle cartine geografiche.
 
Per la prima volta, in quel pomeriggio, mi sorpresi a scrutare il cielo; vidi volteggiare sulla vallata una grande nuvola bianca; leggera. Sembrava un fiore di neve - pensai.
La seguii con lo sguardo, finché non scomparve, ad est, oltre la Bainsizza, verso Lubiana.
Fu allora, tutto d'un tratto, che volli salire fino in cima alla collina. Non so perché, ma sentii che dovevo farlo.
Forse il vialetto conduceva proprio lì? Sì, era probabile. Doveva. Dove altro avrebbe potuto condurre, sennò?
Camminai a lungo, sull'erba soleggiata; incontrai delle persone, forse le stesse che, poco prima, stavano giocando a golf; qualcuno si voltò a guardarmi, un uomo mi salutò sorridendo, come se mi conoscesse. Poi, uno alla volta, scomparvero alle mie spalle.
Io continuai a camminare.
Il sentiero finiva contro una rete arrugginita, che segnava il limite della proprietà. Oltre, non si poteva andare.
Appoggiai le mani al ferro screpolato; di là c'era la boscaglia, il San Gabriele era lì in mezzo, da qualche parte.
Ricordo che rimasi così, fermo, incerto, per un bel pezzo.
Tutto sembrava finire lì.
Certo, avrei potuto interpellare qualcuno, chiedere informazioni, ma a cosa sarebbe servito? Cosa mi avrebbero risposto?
"Da. Certo che ci sono già stato; conosco il posto: davvero magnifico, a beautiful place, Posso accompagnarla, se vuole. Certo, ci mancherebbe. Nessun disturbo: c'è una strada che arriva fin su in cima. E poi il panorama è bellissimo da lassù."
No, tutto quello che c'era da vedere era lì, oltre quella rete metallica, era tutto lì: le sterpi, gli arbusti selvatici, venuti su dal nulla, le trincee colme di ortiche, le gallerie impenetrabili, dove neanche più il vento poteva giungere, e poi, niente più.
 
(… Poi, col passare degli anni, quella fotografia andò perduta. Ormai, la considero parte di un'epoca conclusa della mia vita. A volte, mi sembra quasi di vederla; la vedo lì a terra, tra le ortiche, insieme a mille altri oggetti dimenticati. Vedo nuove persone, che le passano accanto, la guardano, la lasciano lì, a terra…)
 
Oramai, sapevo che presto me ne sarei andato: era tardi, il sole stava scomparendo dietro il Sabotino. E poi, prima o dopo, qualcuno mi avrebbe notato, e, in quel momento, non avevo voglia di parlare, e, tantomeno, di giustificare la mia presenza lì.
 
Gli italiani, sul San Gabriele ci rimasero solo due giorni, poi, la notte del 6, si scatenò la controffensiva del generale Boroevic.
Si calcola che, in pochissime ore, oltre 45.000 proiettili di medio e grosso calibro sconvolsero le posizioni italiane, a quota 621, alla Selletta, ovunque. Poi, all'alba, vennero avanti le fanterie ungheresi, con le baionette innestate.
La battaglia durò tutta la giornata, ma furono in pochi quelli che tornarono a raccontare.
Molti impazzirono, quel 6 settembre 1917, altri persero l'udito, i più, semplicemente, morirono.
La cima del San Gabriele fu persa e poi riconquistata dagli italiani nove volte, mentre le due artiglierie sparavano a casaccio, sul mucchio dei disperati.
Quando calò il sole, un migliaio di fanti della brigata Arno ancora resistevano, tra i mucchi di cadaveri dei loro compagni, completamente isolati.
Poi, furono lanciati i gas asfissianti, e tutto finì, sulla montagna tornò il silenzio.
 
Morirono in 17.000, in quei cinque giorni, sul San Gabriele, i più disintegrati dai colpi di cannone, poi tanti gasati, sepolti, gli uni sugli altri, nelle caverne, nelle trincee sconvolte.
Rimasero lassù, furono inghiottiti dalla terra, scomparvero per sempre.
 
Negli anni Venti, fu eretto, presso quota 621, un piccolo monumento in pietra, che oggi non esiste più. All'inaugurazione erano presenti molte personalità. Sulla lapide, fu scolpita una sola parola: "Ritorneranno".
 
(…Magari, pensai, un giorno l'avrei ritrovata, quella fotografia. E tutto, allora, sarebbe cambiato. Entusiasmo, passione, vita. Proprio come allora. Ma l'erba era alta, ai piedi del San Gabriele.)
 
Alzai per l'ultima volta lo sguardo, oltre le piante, ma non si scorgeva nulla, di là, c'era solo il cielo.
Poi, sentii i passi alle mie spalle. Mi voltai, e vidi due uomini. Mi salutarono con un cenno del capo. Io rimasi in silenzio.
"Che fa lei qui? Chi l'ha fatta entrare? Non sa che questa è proprietà privata?"
 
Mi voltai, e me ne andai.
 

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