MONTAGNE RACCONTANO

 

 

“…e il compagno caduto,

morto per quattro assassini,

vedrà per le strade

marciare gli oppressi:

mille bandiere di poveri

segneranno il cammino…”

Inti Illimani, Chile, 1973

 

 

 

Ricordo il suo nome. Si chiamava Egon. Un bel nome, Egon, mi piaceva. C’era un pittore che si chiamava così, un pittore svizzero, mi pare.

L’Egon di cui sto parlando io era austriaco, anche se parlava italiano. O forse era italiano. Non so quanto si sentisse austriaco, ma questo non è molto importante. So solo che era nato in Austria e lo avevano messo a fare la guerra nell’esercito imperiale. Fanteria da montagna, soldato semplice.

Lo chiamavano il Gigione. Era una specie di celebrità, o qualcosa di simile. Anch’io lo chiamavo il Gigione, all’inizio. Lo facevamo tutti quanti, a cima Albiolo, zona di guerra. Egon arrivò dopo.

 

Io ci passai un mese, a cima Albiolo. Trentadue giorni, per l’esattezza. In maggio ci trasferirono, nel maggio 1917 scendemmo a valle. Poi ci mandarono sull’Isonzo, su una montagna ancora più brutta, il San Gabriele, e su un’altra, lì vicino, che non aveva neppure un nome, e sulle carte era segnata come quota 147. Il fronte me lo feci tutto quanto. Dopo ci fu la ritirata, naturalmente. Si era a ottobre. Poi successero tante altre cose. A cima Albiolo, comunque, non ci tornai più.

 

Era uno sperone di roccia, cima Albiolo, intendo, un cosa abbastanza impressionante. Le trincee erano vicinissime, venti metri, nel nostro settore, ma noi non eravamo proprio in cima. In altri punti erano anche più vicine, fino a dieci metri, si diceva.

Mi ricordo che li sentivamo parlare, di là dai reticolati. Parlavano tedesco, naturalmente. Di solito, tenevano la voce bassa: avevano paura che li spiassimo, o qualcosa del genere. Nessuno lo faceva, visto che noi il tedesco manco lo capivamo. Quando parlavamo coi tedeschi, lo facevamo in italiano. Più che altro erano grida, insulti, niente di più. Capitava spesso, perché, in fondo, stavamo sulla stessa montagna, a venti metri, ed eravamo nemici.

Ricordo un caporale che tutte le mattine, appena alzato, si affacciava al bordo della trincea, e gridava bestemmie. Gridava in dialetto, neanche in italiano, e, siccome era un dialetto strano, spesso non lo capivamo manco noi. Forse, però, lo capirono quegli altri: un mattino lo spettarono alle feritoie, coi fucili carichi. Lo beccarono dritto in fronte, preciso, al primo colpo, e quello non parlò più.

Si tirava spesso, naturalmente. C’era la guerra. Di solito, però, lo si faceva solo per noia. A cima Albiolo, di ordini di azione ne arrivavano pochi, le grandi battaglie le facevano altrove. Ogni tanto, naturalmente, ci scappava il morto. A cima Albiolo, si poteva morire per due motivi: le pallottole nemiche e i burroni. Nel secondo caso, si risparmiava ai muli la fatica di riportare il cadavere giù a valle.

 

(15 aprile 1917.

Il generale sedeva alla scrivania. Sorrideva, era soddisfatto. Questa era una bella occasione, niente da ridire. Proprio una bella occasione. Il dipasccio diceva: “Data fissata il 20 C.M.. Riceverà ulteriori informazioni. Contiamo su di lei.”

Era per il 20. Naturalmente, gliene avevano già parlato. Tutto era pronto. Mancava solo la data. Ora c’era pure quella. L’operazione, di per sé, non era impegnativa. Era una specie di esperimento. Glielo avevano spiegato. Cima Albiolo era il posto ideale. E cima Albiolo stava ne suo settore, naturalmente. Una grande occasione. Ci sarebbero stati i giornalisti. Non c’era che da fare bella figura. Un buon lavoro fatto bene, come si deve. Nessuno avrebbe commesso errori. Forse, dopo, l’avrebbero trasferito. Sì, era possibile, se tutto andava bene. Una bella città, questo era il suo sogno. Forse gli avrebbero affidato un comando di tappa, o qualcosa del genere. Ma tutto doveva andare perfettamente. Il sorriso scomparve. Prese un foglio e scrisse: “L’operazione è fissata per il 20. Preparare ogni cosa. Esigo massima cure. Adottare tutte le precauzioni del caso. Massima riservatezza.”

Firmò. Quelli dello Stato Maggiore sarebbero stati soddisfatti. Garantito.)

 

I nostri turni di trincea erano da trentadue giorni. Lo aveva stabilito il comando. Era tanto tempo. I generali tedeschi ragionavano diversamente. Loro ogni dieci giorni avevano il cambio. Dieci giorni.

Il 17 aprile 1917 a noi restavano ancora quattordici giorni di trincea; quegli altri scendevano a valle. I nostri erano tristi. Li sentivamo andarsene, i tedeschi. “Ciao, italiani”, gridavano. Terribile. Era peggio di una tortura. Ora, al di là dei reticolati, c’erano tante facce nuove.

 

Egon lo conobbi quella sera, se così si può dire. Era appena passato il rancio, c’era il tramonto. Una serata bellissima, limpida.

Stavo seduto accanto al tenente. Con il cucchiaio raschiavo il fondo della gavetta. Erano sempre sporche, le gavette. Il tenente stava alla feritoia.

“Cristo.”, disse il tenente, quando lo vide.

“Cristo, guarda che roba.” Mi tirò per la manica e mi fece guardare. Lo vidi: era gigantesco.

Dalle spalle in su stava completamente allo scoperto: era troppo grosso, la trincea non riusciva a nasconderlo. Si guardava intorno, con le mani sugli occhi, perché aveva il sole in faccia. Sembrava una vedetta sul pennone di una nave.

“Cristo.” Il tenente sgranava gli occhi e mi dava di gomito.

Il gigante non si muoveva. Notai che aveva una testa sproporzionata, una cosa incredibile. Idrocefalia, si chiama, ma allora ancora non lo sapevo. Non portava l’elmetto. Forse non c’erano elmetti di quelle dimensioni. Al suo posto, teneva una cuffia di lana, grigia. Anche quella gli stava stretta.

“Questo idiota è stanco di vivere.” Nella nostra trincea, i soldati erano tutti alle feritoie. C’era un gran bisbiglio. Qualcuno rideva. La tristezza del pomeriggio sembrava essere scomparsa. Io mi aspettavo che gli sparassero, ma nessuno lo fece.

A un certo punto uno gli gridò: “Uè, Gigio.”

E tutti dietro: “Gigio. Gigione.” La trincea era in fermento. Lo battezzarono così, quella sera.

Il tenente, che non amava gli scherzi, disse: “Ma cosa aspettano a sparargli? Sono diventati tutti idioti?”

La sua fondina era vuota, sennò sono sicuro che ci avrebbe pensato lui.

Intanto, il gigante si era voltato verso di noi. Aveva la bocca spalancata, era terrorizzato. Restò immobile per un pezzo, a guardarci, e forse non ci vedeva neppure, per via del sole. Sembrava pietrificato.

“Sparategli, figli di puttana.”, urlò il tenente.

Fu allora che, finalmente, il Gigione si gettò a terra. Sentimmo il tonfo del suo corpo, che cozzava sul fondo della trincea. Un rumore che non dimenticherò mai.

“Gigione, sei caduto?”

“Ti sei fatto male, bastardo?”

Per i nostri era una specie di sfogo, immagino. Era una cosa normale. I nostri turni, in fondo, duravano trentadue giorni.

“Alzati, lardo.”

Qualcuno tirò un sasso, ma non penso lo colpì. Lui stava sempre sul fondo della trincea.

“Dovevate ammazzarlo. Perché non lo avete ammazzato?” Il tenente non comprendeva la psiche dei suoi uomini.

Partirono altri sassi; tanti, questa volta. Volevano vederlo ancora per un po’. Volevano vedere lo spettacolo.

“Tirati su, coglione. Sei timido?”

I lanci erano precisi, sembrava di essere in piena battaglia. Ma il nemico non si faceva vedere.

Tutti ridevano. La cosa finì lì.

 

Il giorno dopo era il 18 aprile.

Non mi ricordo di avere pensato al Gigione, quella notte. Era una cosa secondaria, naturalmente.

Quella mattina, venne a svegliarmi il caporale. Pioveva, lui era tutto bagnato, aveva la mantellina fradicia. Il tempo era cambiato. Mi disse che aveva piovuto quasi tutta la notte. La pioggia è sempre una brutta rogna in trincea, soprattutto in montagna.

Io mi stavo allacciando gli scarponi.

“Quello lì è fuori da ieri sera.”, disse il caporale.

“Quello lì chi?”

“Il Gigione, no? Gli hanno fatto fare otto ore di guardia. Tutta la notte, otto ore filate.”

Avevo finito con lo scarpone sinistro, passai al destro. “Sei sicuro?”

“Certo, sergente.Lo hanno visto le vedette. Stava ancora lì fino a dieci minuti fa. L’ho visto io.”

“Sicuro che era lui?”

“Sicuro. Poveraccio.”

Nell’esercito, le cose funzionano così. Era da aspettarselo. Lo dissi al caporale. Lo sapeva pure lui.

“Gli eserciti sono tutti uguali. I più deboli pagano per tutti.”, dissi.

“Lo so.”

“E’ una cosa normale. Non è il caso di preoccuparsi.”

“Ma c’è pure la faccenda di ieri sera. Mai visto una cosa simile. Facevano meglio a tirargli una fucilata.”

“Lasciali fare. Hanno bisogno di sfogarsi su qualcosa.”

 

Nessuno gli sparò addosso, il 18 aprile. Neppure il tenente lo fece.

Gli tirarono sassi, questo sì. Sassi e altri oggetti, tutto quello che capitava. I soldati lo aspettavano alle feritoie. Erano disposti ad aspettare.

Ogni volta che la sua sagoma straboccava oltre il bordo della trincea, il gioco ricominciava.

“Gigio. Hai dormito bene stanotte?” La voce si era spersa in fretta.

Quel giorno, lo avvistarono almeno una dozzina di volte, nonostante lui si sforzasse di camminare curvo. Ma era inutile, era troppo grosso. Lo vedevano lo stesso. Era diventato un grande divertimento.

Pure gli austriaci sembravano divertirsi. Ridevano insieme ai nostri, alle loro battute. E lo facevano per pura solidarietà, perché l’italiano non lo capivano per niente. Forse si vergognavano del loro commilitone.

Un soldato provò a gridare: “Tedeschi figli di puttana.”

E quelli giù a ridere, mentre il Gigione nuotava nel fango, sul fondo della trincea.

“Tedeschi bastardi.”

“Ja. Ja.”

Ma i sassi andavano tutti al Gigione.

 

(18 aprile 1917.

Da tre giorni non riusciva a pensare ad altro. Aveva quasi paura. Ancora due giorni. Era una cosa troppo importante.

Sarebbe salito su all’osservatorio, insieme a quelli dello Stato Maggiore, naturalmente. Dall’osservatorio si sarebbe visto tutto. Ci sarebbero stati anche tre giornalisti, gli avevano detto. Ma quelli contavano poco. Sui giornali non si potevano scrivere che certe cose. Probabilmente, gli articoli erano già pronti, infarciti di retorica.

Ma poi c’erano quelli della Stato Maggiore. Erano loro che lo preoccupavano,naturalmente. Sette generali, gli avevano detto. Uno più importante dell’altro. Tutto doveva andare perfettamente, ne andava del suo futuro. L’organizzazione doveva essere impeccabile.

Chiamò il suo attendente.

“Faccia portare una cassa di Champagne su all’osservatorio. E il servizio di cristallo.”

Perfetto.)

 

Quella sera, il caporale venne da me. Sembrava triste. Si sedette vicino a me.

“L’hanno messo ancora fuori.”, mi disse.

 “Di nuovo?” Avevo capito subito di cosa stava parlando.

“Di nuovo.”

Il caporale era una brava persona. Stava con noi da un mese solo, quello di cima Albiolo era il primo fronte che vedeva. Forse l’esperienza lo avrebbe cambiato: a tutti succedeva così. La pietà in guerra è una cosa pericolosa.

“Cosa vuoi farci? Ringrazia che è ancora vivo.”, dissi io.

“Non lo sarà ancora per molto.”

No di sicuro. Non per molto. Questo lo sapevo.

“Dove lo hanno messo?”

“Di fronte al posto L”

“Va bene. Forse passerò a dare un occhiata.”

 

Il posto L era una feritoia per mitragliatrici, forse la migliore di tutto il settore, si diceva.. Di giorno, i tedeschi la tenevano a bada con un cecchino. Era una feritoia abbastanza pericolosa. Alla luce del sole non la usavamo, perché il cecchino aveva la mira precisa, e difficilmente sbagliava. Ne aveva già stesi parecchi. Ma di notte, naturalmente, non c’era pericolo.

A quell’ora si dormiva, anche in guerra. Le trincee erano deserte, completamente deserte.

La nostra vedetta stava lì vicino, e sonnecchiava pure lei, appoggiata al fucile. Non so neanche se mi vide passare. Comunque, non era il caso di svegliarla.

Mi accostai alla feritoia, cercando di non fare rumore. Bisognava essere prudenti.

Lui lo riconobbi subito. Anche al buio. Stava in piedi, accasciato in avanti, coi gomiti sul terrapieno, come si sta appoggiati a un davanzale. Era inconfondibile.

Lo chiamai sottovoce.

“Kamarad. Kamarad.” Il mio tedesco non arrivava oltre.

Era sveglio. Si scosse bruscamente e si tirò su di scatto, come se l’avesse punto una vespa.

“Kamarad.”

Lui si mosse di nuovo, e  imbracciò il fucile. Nel farlo, urtò qualcosa, forse delle ferraglie. Fece un gran rumore. Il colpo partì da solo, per aria, e l’arma rinculò sui sassi.

“Achtung. Aiuto. Aiuto.”, urlò lui. Si sbracciava tutto. Sembrava assatanato.

“Aiuto.”

“Ma cosa cazzo ti agiti?”

“Achtung.”

Gridava come un ossesso.

La nostra vedetta si era svegliata. Mi raggiunse alla feritoia. Era seccatissima, e bestemmiava a voce alta. Brandiva il fucile con due mani. Voleva sparare a tutti i costi.

“Io lo ammazzo quel figlio di puttana.” E intanto caricava il fucile, ancora mezzo assonnato.

“Idiota. Chi cazzo vuoi ammazzare?”, dissi io.

“Ma non ha sentito il casino che ha fatto?”

“E a te che te ne frega? Tu devi stare sveglio, mica dormire, deficiente.”

“Stavo aspettando il cambio.”

“Rientra nel ricovero. Sto qui io ad aspettare.”

Intanto il Gigione aveva smesso di gridare.

Mi rimisi alla feritoia. Lui era sempre lì, in piedi. Lo vedevo bene. Qualcuno, vicino a lui, gli parlava in tedesco. Il Gigione stava zitto, mentre quell’altro alzava continuamente la voce. Doveva essere il capoposto, pensai. Ora qualcuno gli avrebbe dato il cambio.

Il Gigione stava sempre zitto. Forse, lo avrebbero punito. Aveva dato l’allarme a vuoto. Gli avrebbero dato il cambio e poi l’avrebbero punito. Molto semplice. Mi faceva quasi pietà.

Ma non gli diedero il cambio. Il capoposto se ne andò via, e il Gigione fu lasciato nuovamente da solo.

Tornò il silenzio. Lasciai passare qualche minuto, tanto, di tempo ne avevo.

Poi, dopo un po’, ci riprovai.

“Kamarad.”

Silenzio.

“Kamarad. Kamarad.”

Ancora silenzio.

“Kamarad.”

“Sì?” Flebile. Però aveva risposto. Forse aveva paura di farsi sentire. Dopotutto, non era detto che non lo avrebbero punito.

“Parli italiano, kamarad??

“Sì.”

“Come mai?”

“Cosa?”

“Di dove sei? Sei italiano o cosa?”

Non rispondeva. Alzai la voce, sperando che lo facesse pure lui.

“Dove stavi prima di venire qui?”

“All’istituto.”

“Quale istituto?”
”L’istituto, quello delle suore. C’erano le suore, lì. E gli infermieri. Ma le suore erano di più.”

Parlava male, lo capivo a stento. Forse era la paura, pensai.

“Come ti chiami, kamarad?”

“Egon.”

Bel nome, Egon.

“Non hai sonno, Egon?”

“C’erano ventuno suore. Agli infermieri bisognava dargli del lei. Il tu non sta bene. Si usa sempre il lei e si dice signore.”

Ero allibito.

“Ma cosa stai dicendo?”

Nessuna risposta. Iniziavo a sentirmi a disagio.

“Egon. Ti ho chiesto se hai sonno.”

“Schlafen.”

“Sì, quello.”

“Io non posso dormire.”

“Perché no?”

“Sono di guardia. I turni sono da otto ore. Io faccio la notte. Devo dare l’allarme e sparare sul nemico. Devo difendere la patria. La notte è più difficile, perché non si vede.”

“Io sono il nemico?”

Non so perché glielo chiesi.

“Il nemico mi vuole uccidere. Io devo sparare per primo. Devo mirare alla fronte o al cuore.”

“Va bene. Io sono il nemico?”

“No. Non credo.”

“Però prima mi hai sparato.”

“No. Non ho sparato.”

“Non hai sparato?”

“No.”

Poteva esse l’una di notte. Cominciavo ad essere stanco. Ma non riuscivo ad andarmene, ero disorientato. Anche a me la avevano insegnate, quelle cose lì, sul nemico, la patria, e via dicendo. Le avevano insegnate a tutti. Erano le regole del gioco. In guerra si deve ammazzare. Chi non spara è un traditore e un coglione, e i coglioni sono i primi a finire sparati. Su questo nessuno aveva da obbiettare. Persino il cappellano era d’accordo, e ogni domenica benediceva i nostri fucili perché uccidessero di più.

Eppure, ero disorientato.

“Egon?”

“Sì?”

“Com’è che ti hanno mandato qui?”

“Dove?”

“Perché non stai più all’istituto?”

“Sono venuti a prendermi.”

“Chi è venuto a prenderti?”

“Era il giorno del mio compleanno. Sono venuti in tre, tre signori. Due erano vestiti di grigio. Mi hanno detto che sono forte, che potevo fare comodo.”

“E poi?”

“Mi hanno portato via. Solo a me. Solo a me. Sai perché?”

Era la prima volta che mi faceva una domanda.

“Perché tu sei forte.” Potevo immaginarlo.

“Sì. Sono forte. Ammazzo il nemico, io. La patria è in pericolo. Devo ammazzare.”

“Hai ucciso tanti nemici?”

“Tanti. Tantissimi.”

“Quanti?”

“Più di mille ne ho ammazzati. Presto sarò tenente. Per meriti di guerra, capisci?”

“Certo, Egon. Capisco.”

Questo non mi dura una settimana, pensai. Cristo. Presto lo scherzo del Gigione sarebbe finito. In guerra, gli scherzi durano poco e finiscono sempre male. Una settimana era già tanto.

Forse, c’era una cosa che potevo fare.

“Egon?”

“Sì?”

“Vedi dove sono io?” Agitai una mano dentro la feritoia.

“Sì. Ti vedo.”

Comunque, non l’avrebbe mai fatto. Ne ero quasi sicuro. Era il Gigione. Non l’avrebbe mai fatto.

“Ce la fai a venire qui?”

Silenzio. L’avrei fatto prigioniero. Certo. Forse così si sarebbe salvato. Era l’unica via. Silenzio.

“Sono solo pochi metri.”

Ancora silenzio. Cazzo. Lo sapevo.

“Egon?”

“Non posso.”

“Perché?”

“Questo è il mio posto. Devo stare qui. E’ il mio dovere verso la patria. Non devo muovermi fino a domani.”

“E’ solo per un istante.”

“No.”

Cazzo. Lo avevano istruito bene. Un soldato perfetto. Proprio un bel soldatino. Peccato solo che non sarebbe durato a lungo.

“Ciao, Egon. Ciao.”

 

(19 aprile 1917.

Ordine diramato alle ore 7.24 dal comando di sezione ai comandanti delle compagnie schierate in linea:

“Il ripiegamento delle truppe schierate sulla linea Albiolo Casaiole deve aver luogo alle ore 16.30 di oggi. E’ necessario attenersi nel modo più assoluto al piano stabilito. Il brillamento avverrà alle ore 18.15 di oggi. Il Comando Supremo ripone la più completa fiducia nell’abilità dei Comandanti di Compagnia e nel coraggio delle nostre truppe.”)

 

 

Il mattino dopo c’era il sole. Il fango in giro andava asciugandosi.

Andai a cercare il caporale. Ci misi un po’. Lo trovai in trincea, attaccato a una feritoia. Mi salutò.

“Questa mattina non si vede in giro. Penso sia rientrato.”, mi disse.

Gli raccontai quello che era successo, gli dissi ogni cosa, tutti i particolari. Sapevo come avrebbe reagito. Forse è per questo che glielo dissi.

“Lei cosa ne pensa?”, mi chiese alla fine.

“E’ una brutta storia.”

“Che pensa di fare?”

“Cosa vuoi che faccia? Che informi i giornali?”

Ma il caporale faceva sul serio.

“Bisogna fare qualcosa.”

Io non sapevo cosa dire.

“Bisogna andare a prenderlo e portarlo di qua.”

Lo guardai sbalordito.

“E’ un rischio enorme. Non so te, ma io ci tengo a non farmi ammazzare.”

“Sergente, quell’uomo non dovrebbe stare lì. Lo sa anche lei.”

Era vero. Nessuno avrebbe dovuto stare lì.

“E’ una pazzia. Tu sei pazzo.” Ma sentivo che aveva ragione. Lo sapevo. Forse, in fondo, avrei potuto aiutarlo.

“Non me ne frega niente. Io ci provo lo stesso.”

Brutto figlio di puttana.

“E va bene. Questa notte daremo un occhiata, poi si vedrà.” Avevo ceduto. Sapevo di avere fatto

una stronzata, ma stranamente la cosa mi faceva sentire più leggero.

I rischi erano tanti. Potevamo essere scoperti. Se ci scoprivano i tedeschi, ci ammazzavano sul posto. Le leggi sui prigionieri di guerra di solito non funzionavano. Se ci scoprivano i nostri, eravamo disertori. I disertori venivano fucilati nella schiena. Avevo visto fucilare dei disertori. Gente che aveva rubato qualche pagnotta da un magazzino. Li fucilarono di fronte a tutta la compagnia, inquadrata e sull’attenti. Erano una specie di monito per gli altri.

Eppure, accettai.

Il caporale sembrava sorpreso. Evidentemente, non mi credeva capace di tanto.

“Grazie. Grazie.” Mi strinse addirittura  la mano.

Stabilimmo di trovarci verso l’una di notte, in trincea. Poi sarebbero cominciati i casini veri e propri.

 

(19 aprile 1917.

Il generale non riusciva  a mangiare. Proprio non ce la faceva. Era troppo emozionato.

Quanto tempo mancava? Cinque ore e mezza. Dio santo.

Beveva caffè, quello sì. Un sacco di caffè.

Fra poco sarebbero arrivati quelli dello Stato Maggiore. Bisognava accoglierli, intrattenerli.

Perfezione, questa era la parola d’ordine. Perfezione. Nessuno doveva commettere errori, Dio santo.

Ma tutto sembrava essere apposto. Doveva esserlo.

Il generale si alzò e si versò ancora un po’ di caffè. Ne aveva bisogno.)

 

Non riuscivo a pensare ad altro. Avevo paura. Non riuscivo a stare fermo.

Quel pomeriggio le trincee erano più affollate del solito. Strano. Forse era per via del sole. Era una giornata calma. Avevo contato solo poche fucilate. Qualche raffica di mitragliatrice. Poca roba.

Camminai fino al limite del settore, a monte Casaiole. Lì le trincee erano quasi vuote. C’erano giusto le vedette coi loro fucili in spalla.

Comunque, a Casaiole non conoscevo nessuno, così tornai indietro.

Al posto L trovai una sentinella. Non era quella dell’altra sera. La salutai.

“Il Gigione ancora non si è visto?” Tanto non riuscivo a pensare ad altro.

“No. Oggi no. Me ne sarei accorto.” Sorrise.

“Per via dei sassi?”

“Ma quali sassi?” Continuava a sorridere. Mi mostrò il fucile, già carico.

“Il tenente ha offerto 50 lire a chi lo ammazza. L’ha detto sta mattina.”

“Che cosa?”

“Vedrà che bel concerto.”

Non potevo crederci.

Era una bella somma, 50 lire. I soldati erano quasi tutti contadini. In pochi avrebbero resistito: tutti avrebbero sparato. Il tenente aveva fatto il suo lavoro.

Ero sbigottito. Andai a cercare il caporale, ma non lo trovai. Lo avrei trovato solo tre ore dopo, quando oramai tutto era finito.

Mi misi anch’io a una feritoia, vicino alla sentinella. Sentivo che dovevo arrivare fino in fondo. Ma il Gigione non si fece vedere, fino alle quattro.

Alle quattro, arrivò l’ordine di ripiegare. Le trincee furono completamente sgombrate. C’era poca roba da tirare su, ci mettemmo poco. Poi prendemmo la mulattiera e scendemmo a valle.

Nessuno capiva cosa stava succedendo. Gli ufficiali non ci vollero dire niente, ma pareva che tutto il settore si stesse ritirando sulla seconda linea.

“Ma perché? Perché ci ritiriamo?”

“Ordini così.”

Girava la voce di una mina, che i nostri avrebbero fatto esplodere sotto l’Albiolo. Ma nessuno ci credette. Sembrava una cosa senza senso.

Quando arrivammo alle seconde linee, ci dissero che a sera saremmo dovuti ripartire, e che quindi era inutile che distassimo lo zaino e robe simili.

La mina dell’Albiolo esplose alle sei e un quarto.

Il rumore fu assordante. La montagna si sollevò, come fosse viva, poi un pezzo si staccò via e venne giù. C’era un gran fumo, come una nebbia, e tutto scomparì. L’eco risuonò per qualche minuto nelle valli.

Eravamo tutti sconvolti. Non avevamo mai visto nulla di simile. Sembrava la fine del mondo.

“Cazzo. Dio Cristo.”

 

(19 aprile 1917.

Fotografi. Giornalisti. Un successo, un enorme successo.

Il generale non ce la faceva quasi più  a sorridere. Gli faceva male la bocca.

Si erano complimentati. Tutto era stato ottimo, dallo Champagne alla mina, naturalmente.

Cristalleria di Boemia e fuochi artificiali, questo era il segreto.

Una grande gioia. Il trasferimento glielo avevano promesso. Forse anche una medaglia, una bella medaglia.

Una grande gioia. Grazie.)

A sera, rioccupammo la cima. Non restava più niente, solo un immenso cratere. Un pezzo di montagna non c’era più.

Il Gigione era seppellito da qualche parte, sotto i massi, insieme ad altri duecento, pare. Tanti ne avevano ammazzati.

La faccenda finì sui giornali. I generali sembravano entusiasti. Ci promisero addirittura una licenza premio. Però poi si dimenticarono la promessa, e ci mandarono sul Carso. Ma questa è un’altra storia.

 

 

 

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