LA VIDA QUE VENDRA'

27 Gennaio.

Questa mattina, Dallas è caduta.
Circa 80.000 ribelli sono entrati in città.
Appartengono alla 2° e alla 6° Armata Popolare: sono messicani, cubani, cileni, paraguaiani, ma anche ruandesi, etiopi, libanesi, liberiani, e tanti altri.
Ho visto i marine lasciare il quartiere. Qualche colpo isolato, un uzi che tirava sui fuggitivi, un uomo che cadeva, gli ultimi lamenti. Poi, il silenzio.
I primi ribelli in 14th street: girano armati di machete, la fascia rossa al braccio. Sono uomini, donne, vecchi, bambini: intere famiglie. Vengono avanti ad ondate, sempre più numerosi. Saluto, pugno alzato. Rispondono. Uno di loro mi chiede una sigaretta. E' vestito di stracci.
Nei quartieri settentrionali, pare che i marine ancora resistano: difendono le grandi banche, il cuore economico della city, in attesa che anche quello venga evacuato, forse per sempre.
“E tu? Da dove cazzo sbuchi?”
“Io abito qui.”
“A Dallas?”
“Sì”
“I civili li hanno tutti sgombrati da un paio di giorni.”
“Io non me ne voglio andare.”
Con la pistola in tasca, mi dirigo verso nord.

Muoversi allo scoperto è rischioso: qualcuno spara dai palazzi. Ecco dei cadaveri. Si cammina spalle al muro, pronti a far fuoco.
Un cecchino viene catturato: quattro ribelli lo trascinano in strada. “Questo figlio di puttana ha ucciso due compagni.” I corpi stanno lì vicino, riversi sul cemento, l'uno attaccato all'altro. Ora lo ammazzano.

L'uomo sta inginocchiato a terra, piange. Si direbbe un impiegato, un bancario, o qualcosa di simile. Non ce lo vedo proprio, con un mitra in mano, mentre tira sulla folla. “Lurido bastardo”, gli urlano in faccia. Intanto, si cerca un fucile, ma non si trova. Qualche attimo di esitazione: la situazione è piuttosto imbarazzante. Poi, l'uomo viene giustiziato a bastonate.
Pablo è un brasiliano, ha 25 anni. Faceva l'operaio, mi racconta: lavorava per una multinazionale statunitense dal nome impronunciabile, la United Brands' Diversifield Group. Ma poi, si è ammalato, è stato licenziato. Ha deciso di venire qui a concludere i suoi giorni. Mi spiega che molti ribelli sono disarmati, i più devono conquistarsi le armi sul campo di battaglia. Alcuni combattono addirittura con sassi e bastoni. E il cibo scarseggia quasi quanto le armi. “Ma noi siamo in tanti, non riusciranno mai ad ammazzarci tutti.”
In 16th street, trovo un gruppo di civili, i pochi che non sono riusciti a fuggire insieme coi marine: hanno paura, perché a nord si sta bombardando da quasi due ore, e il frastuono è assordante. Chiedono di essere evacuati. Ma non ci sono automezzi disponibili, e, comunque, le strade sono tutte sconvolte dai crateri di mortaio, e dalle carcasse in fiamme.
Quando sentono che parlo inglese, iniziano ad assillarmi con mille domande, alle quali non so rispondere. “E' inutile, ne so quanto voi.” Il più insistente è un avvocato, un uomo di mezza età, repubblicano, mi confida, e di vecchio stampo. Una smisurata fiducia nel caro, vecchio uncle Sam non gli permette di credere ai propri occhi.
Intanto, mentre parliamo, cinque o sei ragazzini di colore, armati di kalashnikov, perquisiscono i civili. Espropriazione: gli requisiscono denaro e gioielli. Qualcun altro, più umilmente, si avvicina in cerca di cibo. Questo per ora, poi, chissà.
Mi fermano di nuovo, questa volta sono in tre, armati di tutto punto.
“Dove ti credi di andare?” Sono una specie di polizia popolare. Cercano spie, criminali, sospettano di tutti, degli americani soprattutto.
“Se vuoi combattere, ti conviene unirti a qualche compagnia. E' più prudente.”
Il palazzo della Town Hall è stato conquistato da poche ore. Un lenzuolo rosso sventola sul pennone più alto, al posto del vessillo nazionale. All'interno, mi dicono, si è installato il Comando della Colonna Carlos Marx , 6° Armata Popolare.
Per entrare, debbo scavalcare il cadavere di un marine, tutto sporco di sangue. Qualcuno gli ha rubato le scarpe, ma nessuno si è curato di spostarlo.
Parlo con la sentinella, un enorme liberiano a torso nudo. Mi avverte che in 18th street si stanno raccogliendo volontari: vogliono creare una compagnia di solo cittadini americani. “Tutti uguali compagni”, aggiunge sorridendo il gigante.
18th street è veramente ridotta a un cumulo di macerie. Auto incendiate, cadaveri ovunque, rovine. Un uomo è impazzito: corre mezzo svestito, urlando parole in una lingua senza senso. Lo devono abbattere a fucilate, come si fa con i cavalli.
I volontari sono qualche centinaio: per lo più barboni, vagabondi, uomini di colore, e poi quelli dei quartieri sperimentali, qualche intellettuale di sinistra, ma pochi. Sono i diseredati, i condannati di Dallas.
Dopo un'ora, ci fanno entrare in un capannone abbandonato. Un colombiano dice che dobbiamo trovarci una fascia rossa da legare al braccio: sarà la nostra divisa, senza quella ci si può aspettare una pallottola da chiunque. Per chi non riesce a rimediare nessuno straccio, e sono parecchi, gira un barattolo di vernice: la fascia si può sempre dipingere, ci assicurano.
Il colombiano, comandante Carlos si chiama, ci divide in tre compagnie. Ogni compagnia, poi, elegge i propri ufficiali, democraticamente, per alzata di mano.
A sera, pare, raggiungeremo la linea del fuoco, che sta poi qualche isolato più a nord. Per ora, si aspetta.
Un uomo siede contro al muro. Si chiama Alvin, sessant'anni, asociale, emarginato, una vita da accattone. Ora, cucita sul suo vecchio basco grigio, porta la stella rossa: è subcomandante, il capo della mia compagnia.
Sottovoce, mi racconta il fronte, che lui ha già visto in mattinata; mi dice delle armi, che sono sempre troppo poche, anche sulla linea del fuoco, e poi mi parla di sé, e parla a lungo. Mi spiega perché sta qui, seduto con me, e perché non è fuggito a nord, insieme ai marine. E' bravo a parlare, Alvin. Il tempo passa veloce. Poi, mi racconta una vecchia storia.
E' la storia del compagno Presidente, che credeva nella pace e nel suo popolo, e che finì ammazzato.
Venne eletto in una fresca mattinata di settembre, e milioni di persone, studenti, operai, contadini, minatori, scesero in piazza a gridare e ballare, perché era la prima volta, e in tutto il mondo, che un socialista, un rivoluzionario, diventava capo del governo. Il continente era povero e ignorante, e la gente si era sempre piegata a quelli che avevano i soldi, ai loro padroni di sempre, perché era da secoli che le cose andavano per quel verso lì, e sembrava logico che dovessero continuare a farlo.
Quel mattino di settembre, la folla sfilò per strade e piazze, e nei quartieri alti, che non aveva mai visto, e cantava, per la prima volta, che “el pueblo unido jamàs serà vencido”.
Tre anni prima, nella giungla della Bolivia meridionale, era morto il guerrigliero Ernesto Guevara. “Ma la nostra, promise il Presidente, sarà una rivoluzione senza sangue.”
Durò mille giorni.
C'è una foto che ritrae un gruppo di contadini, davanti al latifondo dove avevano lavorato per secoli, ma che ora era loro terra. “Benvenuti i poveri, i ricchi nella merda”, dice il cartello. Il golpe militare, che venne, fu organizzato per ordine della CIA, perché certe idee, si era deciso, andavano cancellate.
Quel mattino era ancora settembre, e i carri armati entravano in Santiago. Mentre gli aerei bombardavano il palazzo della Moneda, il Presidente lanciò un ultimo messaggio ai lavoratori.
“Sarò sempre vivo in voi. Altri uomini, dopo di me, supereranno questo momento grigio e amaro, perché non si possono fermare i processi sociali, né con il crimine, né con la forza. La storia è nostra, e la fanno i popoli.”
Aveva sessantacinque anni, e quello fu il suo ultimo discorso. Non si arrese. Dopo sette ore di battaglia, si sparò in bocca.
Che sono quelle parole scritte sul muro?
“E' l'Internazionale.”
In che lingua?
“In berbero.”
In berbero?
“In berbero. C'erano dei libici qui, 'sta mattina.”

28 Gennaio.

Sono in un seminterrato, insieme ad altri due uomini, due neri. Dobbiamo tenere d'occhio un tratto di strada. I marine sono tutti di fronte a noi, concentrati nei punti strategici. Sparano continuamente, senza sosta, e non sempre contro un bersaglio preciso.
Assisto a un attacco. Qui vicino, è stato individuato un covo di resistenza nemico. Sono in quel palazzo laggiù in fondo, quello scuro, con i vetri rotti.
Si raccolgono uomini: tutti quelli che passano per strada, gli sbandati, tutti a fare massa, perché è della massa che c'è bisogno, innanzitutto. Poi, c'è qualche reparto coi kalashnikov, sono loro i più determinati, quelli che trascineranno avanti gli altri. Nel giro di mezz'ora, un cinquecento uomini sono pronti, al riparo dietro i ruderi di un supermercato. Poi, all'improvviso, “No pasaran.” L'urlo è quello di Barcellona, del 1939. Pure questi sono sudamericani.
Devono percorrere un'ottantina di metri, allo scoperto, sotto il fuoco nemico. Al loro passaggio, il terreno si ingombra di cadaveri.
Una donna corre davanti a tutti, sparando ad ogni passo. Urla e spara, sembra una furia. Poi, una raffica la investe in pieno: è un esplosione di sangue, uno spettacolo terribile.
Scompare sotto i piedi dei suoi compagni, non la vedo più. Anche per lei è finita.
A sera, finalmente, arriva la notizia: la città è liberata. I marine, questa volta, se ne sono andati sul serio.
La scena è impressionante: migliaia di persone risorgono dal nulla, e si riversano nel vuoto delle vie. Deve essere successo qualcosa di simile a Saigon, nel 1975, quando i primi viet entrarono in città. “Giai Phong.” Liberazione.
Allora, si seppelliscono i morti. Sono tanti. Si scavano fosse comuni, in giro per le strade.
E' strano vedere, da sotto il cemento, risorgere la terra, quella nera e grassa: sembra di essere in un campo di grano.
E' morto Pablo, l'operaio del Brasile, è morto, ma questo lo scoprirò solo anni dopo. E' morto come tanti, come il comandante Carlos, con una fascia rossa dipinta sul braccio.
Alvin, il barbone, lo ritrovo seduto per terra, sui resti di un marciapiede, in 13rd street. Mi dice che lui se ne andrà a nord, perché vuole combattere ancora. Io non so cosa farò.
“Dovresti venire anche tu. Tutti dovrebbero venire.”
“Forse verrò.”
Mi sorride. E' buono, Alvin, e conosce tante storie.
“Alvin?”
“Dimmi.”
“Pensi che moriremo anche noi?” “Può darsi.” Alvin guarda lontano: tanta gente è già morta.
Il compagno Presidente si chiamava Salvador Allende, e morì a Santiago, Cile, l'11 Settembre 1973.
C'era una canzone, che la gente cantava in quegli anni, ma che poi, forse, è morta con lui.
Si intitolava “La vida que vendrà”, e il ritornello faceva così:

“Y ahora el pueblo
que se alza en la lucha
con voz de gigante
gritando: adelante.
El pueblo unido jamàs serà vencido.”



Nixon aveva detto: "Dobbiamo liberarci al più presto di quel figlio di puttana."

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