Fausto Cerulli c'invita a leggere queste sue particolari poesie:

Dio mio come si sfilacciava quella nuvola
contro la luce del tramonto, e quel cavallo
bianco pezzato visto in controluce
quanti galoppi aveva perso al sole
di questo marzo. La tua casa stava
sospesa al panorama; alla finestra
tu guardavi te stessa, ti eri specchio
per riflettere l' ultimo arrossarsi
di un tramonto diviso, ti eri specchio
alle gambe nervose, al grembo
prosciugato di amore, alle tue labbra
ferite di ferite da baciare.
Dio mio come ti somigliava quella nuvola
che si sperdeva e si faceva stoffa
per riscoprirti finalmente nuda...


Appuntamento

L’ultimo nostro incontro non fu
Né mai lo sono stati gli altri
Un incontro di amore. Sempre
Questi appuntamenti affannati
Dalla paura che fossero mancati
Appuntamenti. E dalla voglia insana
Che fossero appuntamenti
Trascurati e trascurabili,
Incontri tra compagni di viaggio,
Innamorati del viaggio e smaniosi
Di arrivare nei luoghi conosciuti.
E non chiedermi quali, ognuno
Porta con sé le stimmate
Dei luoghi conosciuti
E all’altro ignoti.


Nella custodia della tua ferita
Ho versato la lama della spada e l’olio
Santo e il balsamo, quel tanto
Che ti ha svegliato i fianchi
E ti ha fatto puledra, e ti ha
Donato lasciva alla mia mano
Sinistra, chè la destra squamava
Il pesce delle natiche tue.
Ti ho crocifissa

Mani e piedi legati
Al finto ottone
Dei pilastri del letto.
Ed era il tuo calvario,
Mi chiedevi la morte
Dell’orgasmo,
La spartizione
Delle vesti. Ed eri nuda
E scosciata, e mi chiedevi
La spada nel costato,
L’aceto sulle labbra,
La corona di spine
Delle dita nel ventre.
E non ti volli coniugare
Al mio corpo invogliato,
Non ti cercai la piaga
E non leccai quel miele
Che si faceva cera
E ceralacca e sigillo
Alla tua gemma
Sfaccettata.

Se fu la nostra prima notte
Fu anche la voglia
Che la notte finisse.
Eri già stanca
Prima dell’ Avvento
Eri goduta dentro
Tutta e sola.
Un altro bacio
Ti sarebbe stato letale.


La tua lampada arde di poco olio silente
E la tua gonna sente il vento che solleva
Candori di merletti ammosaicati.

Il gelo di febbraio ti percuote la carne
Lascivo e ti penetra gli archivi segreti,
Le librerie dei sensi, i monasteri.

La tua clausura è piena di peccati
Festosi, di sgranati rosari
Di orgasmi sussurrati.

Tu sei l’annunciazione e cristo regni,
Sei l’arcangelo che dice ave maria
E scolpisce i peccati nella carne.

Le tue mani hanno gesti di cristallo
E dita stralunate di sapienza
Tattile . Umida essenza

Di mandorle bruciate, arse
Alla vampa della tua lampada
Sacra, la silente lampada

Che ti rispecchia nuda, che
Ti copre di ombre trascurate,
Che vuole olio di sesamo

Per risvegliarti dentro il ventre
Gli echi di quando eri violata
E fatta santa.


Delle storie che amo

Delle storie che amo
Ricordo la morale
E non la trama.
Delle donne che ho avuto
Ricordo che le ho avute
Senza averle.
Della luce ricordo quando muore,
Della notte la luce, della sera
Il languore.
Della guerra ricordo che finisce
Se finisce, ed i morti
Di gloria senza storia.
Che stravagante invenzione,
La memoria.


UN CERTO NATALE

Gesti che mi erano mancati da sempre,
parole che mai nessuno aveva detto,
in questo fazzoletto di terra che ci spetta,
in questa strana cripta, in questo ricetto
affaticato al corpo che nasconde pudico
la stanchezza, e finge di essere felice
in questo mondo perché teme dell’altro,
di cui si parla per sentito dire,
nel cortile dei sogni, negli orrendi
confessionali, dove oriniamo
i peccati nostri ed i peccata mundi.


RUSCELLO DI OFELIAL

Non l’inverno si appena alle giunture
Delle tue ossa, o il vento aspro di colle
Che chiude brividendo gli interstizi
Di vestiti e pensieri,

ma il ricordo qualsiasi di una qualsiasi
lei, bianco vestita o in veste di regina.

Non è il freddo che adesso ti costringe
Tra loro i denti , e smussa con la pialla
Del ghiaccio antiche cicatrici
E di anima ti allega la pelle sopra il viso,

Ma l’oblio complicato di una lei
Fatta qualsiasi, di veste qualsiasi.

Perché non la stagione vuole i morti,
Ma i morti la stagione: e quando il sole
Ha finito il suo giro, non è lui che chiama
La notte a dargli spazio.

C’è un senso in questo strazio, il senso marcio
Che ha la terra di Amleto, e di Ofelia il ruscello.


NO

No,la tua strada è troppo strada angusta,
non voglio perder l’anima ai tornanti
che affacciano agli inferni paradisi
dove nessuno passa che non muore.
Ed io non posso, no, morire adesso
che ho ritrovato l’anima del vino, quello stesso
in cui fanciullo mi pensai poeta,
vino dell’estro vino consumato all’alba,
dopo quella tua prima lettera che fu
l’ultima pure, lettera scarlatta, martoriata
sul tuo seno opulento. Marchio di fuoco
per le bestie buone e per l’infamia
della razza volta a volta dannata,
condannata per essere diversa. E fu solo,
Isaia, a confrontare sé con il suo dio,
a domandargli spiegazioni, in quel suo dio,
fatto l’uno per l’altro , in quel suo dio addomesticato.
Addormentato nella stalla paglia, quello strano dio
pastore e pascolato. Dio che sempre ci rimorde
e che dio si fa, puttano iddio, dei rimorsi che sempre
in quel suo truculento farsi vittima, irride
alla nostra povera vittimanza. Un dio che
avanza sempre qualche cosa, è il dio dannato
della torpida usura. E’ il dio che solo ha ben creato
il vino dell’ebbrezza, l’ebbrezza delle donne,
e la gioia infinita del peccato.
Per questo, in questo vino ritrovato, non mi posso
morire, ora che io,io solo e povero e solo povero
posso combattere dio, e farlo croce alla mia croce.
E martoriarlo con il mio verace martirio, nella menzogna
Del suo martirio virtuale.
E in questo vino vino ritrovato ho costretto alle corde questo dio.
Ma gli angeli, che contano i minuti e barano sul tempo,
hanno nascosto il gong, e questo dio frastornato
trova il silenzio di una sosta, si riprende.
E vince ai punti. Giustamente, essendo lui divino
ed io di vino.


Lazzaro lazzarone.

Erano quattro giorni ormai e quattro notti,
lunghe per me e brevi a chi mi era restato
sulla terra parente amico amore amato
amante e quasi mi ero davvero abituato
ad essere morto lì nel mio sepolcro sigillato
all’ombra di quattro cedri e di una palma.

Poi mi giunse all’orecchio un parlottìo,
quasi un tubare di tortore o lo scorrere
di un fiume lento, ed erano le voci
delle sorelle mie marta e maria.

Maria, delle sorelle mie la più sagace
diceva che dissigillar sepolcri
porta male, che non serviva a niente
proprio a niente, ed era giusto il lutto.
Tanto, la sentivo dire con chiarezza,
il corpo di Lazzaro nostro è ormai distrutto
dal baciarlo quei vermi che sappiamo.

Poi quella voce di quel vecchio amico,
che si chiamava, sì, lo riconobbi
proprio da quella voce, Gesù di nazzarette,
prese a dire chi crede non è morto
e se credete voi ve lo riporto
alla vita dell’orto e del bestiame.

Io non potevo farmi udire, non volevo
Dare spavento alle sorelle mie
Che giustamente mi avevano a morto,
ma avrei voluto dire di lasciarmi
con le mie fasce lì e con la mia pace.

Ma quell’amico, inesorabile nella sua
Smania di voler essere il dio di un dio
Padrone della morte, fece riaprire
Le porte del sepolcro, e la sua voce

Con tono non so se di amore o di minaccia
Mi disse Lazzaro cammina: e io presi il passo
Di quella vita che non avevo amato,
e lasciai quella pace sconosciuta.

Grande fu la meraviglia della gente,
confuse un po’ di gioia le sorelle
e solo cristo vinceva quella guerra
con la sua santa stregoneria.

Poi non ricordo più come ho vissuto
La mia vita risorta: l’altro giorno
Rileggendo per caso un versetto di Luca,
ho saputo che fui una sera a cena,
ma in disparte, con quel mio amico
ormai famoso, con quel gesù
che adesso si chiamava gesù cristo

e che non mi rivolse la parola, forse
aveva schifo di me che ero risorto
mentre a lui si preparava morte.


Tutti a cena stasera

Tutti a cena stasera
Alla casa del padre di Marco
Nella sala più grande, la sala
Pronta ed ammobiliata
Al piano nobile.
Non è richiesto abito scuro,
Nella casa del padre di Marco,
Ma solo si chiede che il vestire
Sia parco, adatto alla cena,
Che è, dicono, l’ultima
prima che l’ospite parta.
L’Ultima Cena.
Ciascuno porti una brocca,
L’ospite ha già fatto cuocere
Il Pane, e dall’uva di Gerico
Ha fatto spremere il vino.
Un vino di Gerico, del 33 dopo cristo,
è stata, sembra, una buona annata.

Ho chiesto il permesso, se non disturba,
di portare Maria Maddalena: concesso,
anche se è Cena per soli uomini, a patto
che la donna resti in disparte,
non semini desiderio e zizzania,
e sia pronta, a cena ultimata,
a sparecchiare la mensa,
la misera mensa,
e l’Immensa.

Al tavolo grande siedono ( curiosa
Come tutte le donne di Palestina, ha
Voluto contarli, Maria Maddalena)
Siedono in tredici ( il numero della
Sfortuna, bisbiglia al mio orecchio,
Superstiziosa come tutte le donne
Di malaffare, Maria Maddalena )

Si sente soltanto un parlare sommesso,
Si prepara qualche convegno, forse
Qualche sommossa: dagli occhi
Dell’uomo biondo scendono lagrime,
E’ la tristezza del vino bevuto, o
forse non vuole partire. Un tale
( Si chiama Giuda, Maria Maddalena sa tutto)
Gli grida ad un tratto: concedimi
Di non doverti tradire. Ma l’uomo biondo
E’ distratto, confabula con il più giovane,
Che gli assomiglia ( è Giovanni, mi dice
La mia indocile spia, dicono sia suo fratello,
ma penso che sia l’efebo amante,
sussurra spietata e intrigante Maria
Maddalena). La cena prosegue alla stanca,
Nessuno mangia,
Manca ogni traccia di cibo, soltanto
Quel pezzo di pane, quel calice colmo
Di un Gerico del 33 dopo cristo.

Poi l’ospite biondo ( per certo, secondo
Maria Maddalena che il mondo
Ha girato per via del suo immondo
Mestiere, per certo è un tedesco)
Si alza con quella sua aria
Triste da vittima, accarezza
Del desco la fiorita tovaglia,
E la chioma del suo Giovanni:
Poi spezza il pane e lo mangia,
Lo mangia tutto, poi odora
La coppa di vino, e lo beve,
Lo beve tutto. Par di capire
Che parli di carne, e di sangue.
Sarà magari la lista della
Prossima cena ( ma non doveva
Essere l’ultima, sussurra
Maria Maddalena?).

Lui solo dunque ha mangiato,
Mangiato e bevuto.
Che strana cena, siamo tutti
A stomaco asciutto.
Ma siamo sazi e stracolmi.
Pietro, quello della pescheria,
Si lascia sfuggire un rutto,
Ma il biondo sorride, perdona
Quell’ultima villania.

La festa è finita, i tredici
Vanno, penso, alle loro case
Giù verso il lago.

Maria Maddalena, nottambula
Impenitente, pretende
Di andare in piscina
A Siloe. Un sorso di sidro,
Mi dice, e poi tutti a nanna.

Mi sembra che sia molto triste,
Maria Maddalena: la cena
L’ha forse turbata. So già
Che stanotte sul bordo della piscina
Noi non faremo all’amore.



Alle grotte del funaro, tra cordami e stalattiti
cantasti smoke gets in your eyes, e bevvi molto
senza l'amicizia degli amici; e come diceva miles davis
l'alcool bevuto liscio va al cervello: dove il liscio
comunque è lo star soli ed il cervello è peggio, ché stai solo
con il cervello e il cuore batte come se segnasse il tempo
ad un cervello stemporato. Era quel che morir chiaman gli sciocchi,
morte bella parea nel tuo viso, di rimmel sfatto e di fard violato
Sendo lo spirto ormai da noi diviso e noi cercando un pendolo:
di spirito e sorriso, vagabondi tra i corpi incorporati
per l'eterno altrui vagabondo stare al mondo
come i vicoli, le torri binladiane, i semafori ciechi.
Ma noi, di cosa vagabondi, e perchè inquieti?



erotikon

lei che nuda più nuda si voleva
lei che allargava con le mani adunche
le labbra della sua nudata fica
e rovistava quella grotta calda
alla ricerca della pietra aguzza
e del lago e del fiume e del torrrente
del suo umore d'amore
vischioso ed invischiato
profumato di mandorle e di miele

lei che ansimava come febbre avesse
ed era febbre febbre di puerperio
ché dalla sua fica smaniava
la vita nuova dell'orgasmo

e poi tutto finì, nel clinex di un climax
nel bronx della sua fica chiassosa
ed indulgente

la gente, intorno,
aveva visto un film
ed aspettava il seguito,
per masturbarsi piano
masticando pop corn
e noccioline, leccando
le goccioline del preorgasmo
prima del gran finale della sborra
nel culo della moglie insonnolita.


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