Carlo Calcagno ad Arenzano il 22/08/63.
Manifesta fin dalla tenera età uno spiccato interesse per la parola.
L'amore per la letteratura col tempo diviene anche una professione: conseguita la laurea in giurisprudenza presso l'Ateneo genovese, si dedica per undici anni all'insegnamento delle materie umanistiche in un liceo classico.
Attualmente esercita la professione di Avvocato in Savona ma non rinuncia alla sua consolazione più grande: la poesia.
Invita i navigatori di Carta e Penna a leggere, oltre il testo contenuto in questa pagina, anche la prefazione, firmata dalla Professoressa Giulia Del Giudice ed una breve nota dell'Assessore alla Cultura del Comune di Arenzano Dario Arkel della silloge intitolata "LA MIA BOTTIGLIA".
La silloge è stata pubblicata col patrocinio Città di Arenzano - Assessorato alla Cultura -


ed è disponibile presso le seguenti librerie:
SAVONA: Libreria Moderna Via C. Battisti, 16r 17100 Savona (Sv) Tel.: 010852419;
ARENZANO: Libreria  Caterina Libri di Capello Sabina V. Capitan Romeo, 70 16011 Arenzano (GE) Tel.: 0109127452;
GENOVA:
Fiera Del Libro 16121 Genova (GE) - Via Venti Settembre, 276/R. Tel.: 010 540197;
MONDINI & SICCARDI LIBRERIA Libri nuovi a metà prezzo 39/R, v. Cairoli Tel.: 0102476570 16124 Genova (GE);
Libreria Bozzi 16124 Genova (GE) - Via Cairoli, 2/AR Tel.: 010 2461718;
Il Libraccio (s.r.l.) Libri Nuovi Usati 16100 Genova (GE) - Piazza Rossetti Raffaele, 2/R Tel.: 010 532503;
Cooperativa Libraria Universitaria 16100 Genova (GE) - Via Delle Fontane, 44/R Tel.: 010 2465806; 
SANTA MARGHERITA LIGURE: LA LIBRERIA DI SANTA Di Guido Carote Via Cavour, 13 16038 S. Margherita Ligure

Si può inoltre richiedere all'Editore inviando un e-mail a cartaepenna@cartaepenna.it


Si può, inoltre, comunicare con l'autore al blog http://abelardo2005.splinder.com

Stupore

Come un ladro
stringo
i tuoi occhi
imbevuti di silenzio
dentro ai miei
e l'eros oscilla
tra bellezza
e verità.


Almeno tu

 

Almeno tu
possiedi il litorale
ed il picchiettio
della pioggia.
Io soltanto
questo respiro
raggomitolato nella tiepida assenza


L'orizzonte

Spalanco
l'orizzonte
se mi chiedi
di confrontarti
con il cielo.


Un sogno finito

La melodia
si è spezzata
ed il pifferaio
non è più magico
o forse tu
non sei mai stata
un topo
ma solo una passante
distratta da un attimo
di nostalgia.
A dire il vero
i topi
sono tutti morti
come vuole la fiaba
e pure l'esecutore
li ha seguiti
ipnotizzato
dal suo inganno.
Tu cammini
lontana
nella città
ormai deserta
e la natura
compone sola per te
note infinite.


Amore mio

Se questa tastiera
si tramutasse
in una bacchetta magica,
tu saresti oro
amore mio
e le mie parole
vile metallo
che un alchimista
potrebbe trasfigurare.
Ma un sogno
chiude
i miei occhi ed anche i tuoi,
il buio comune
dura un istante e vola via
verso una luce
che non posso contenere,
né fissare troppo a lungo…
arriva al cervello
il suo profumo
dalle radici increspate
della tua anima.
Vorrei baciarle
fino all'apice
per mordere
il fascino…
più facile
sarebbe contare uno ad uno
i tuoi capelli
che mi attirano da lontano:
tendere una mano
è lo scopo
di ogni giorno
in cerca di te.
Sei bosco magico
che ride
del mio cavallo imbizzarrito
e smarrito,
sei radura insidiosa
dai verdi brillanti,
di muschio bagnato e compatto
che mi circonda a dismisura,
sei il movimento della luna
che ondeggia lenta
tra le stagioni,
sei il mare
che è sempre azzurro
quando si screzia di blu,
sei un mi bemolle
che si allunga all'infinito
sul distorsore della vita,
sei la felicità
del sole
che invita
l'alba
a cambiare colore,
sei l'alba
che cattura
ed invita
a sperare
in un nuovo sole,
sei il mio passo
che si fa
più frettoloso
per attenderti ancora,
sei la gioia
di ogni frase
che mi accende,
arpeggio e melodia,
sei un angelo
adorabile
che brucia le ali
in un filtro,
tra le tue labbra
come vorrei
essere
quel filtro,
sei la fronte
corrucciata
di una farfalla
senza identità,
leggera ape laboriosa
rimasta a pensare
sullo stesso fiore
che si consuma,
sei il corpo
della terra:
friabili i capezzoli
si raggrumano
verso il cielo.
Ed io li accarezzo
con l'impazienza
tremante
di un vasaio
innamorato
dell'umida
creta.

Ti amo

Anche
se un giorno
cambiassero
le parole
per dirtelo
perché tanto
non ci sono parole
che possano
raccontarti
quel che sento
non ci sono parole
che possano
condensare
le attese
ed i respiri
affannosi
non ci sono parole
che possano
entrare
dentro te
ora che fuggi
impaurita
e sfiduciata.
Ti amo
anche
quando ti vedo
ingannata
dalla lontananza
in cui
la vita
ci vorrebbe
rinchiudere
invidiosa
di ciò
che potremmo
costruire.
Ti amo
ora che ti manco
lo so
fino a volermi
cancellare
ora che ti manco
lo so
fino ad impazzire
o piuttosto a ragionare.
Ti amo
ora che vuoi
lasciare
morire
la speranza
che mi ha donato
una nuova vita.
Ti custodirò
nel profondo
di quanto
è profondo
il dolore
perché quel luogo
è incolmabile
e solo
può contenerti
e contenere
il mio amore
per te
cosi' esclusivo
da farmi sognare
unico al mondo
a possederti.


PREFAZIONE della silloge La mia Bottiglia

Una bottiglia si mette da parte e la si tira fuori nelle grandi occasioni, con quel buon vino che riscalda i cuori vibranti in un’atmosfera di festa, un vino pregiato che val la pena di bere solo con gli amici più cari, i soli che dinanzi a quel colore ambrato e a quel sapore fruttato siano capaci di guardare indietro a un passato che fu e perdersi nella memoria di emozioni condivise.
Ma una bottiglia è altresì indispensabile quando si sente in fondo al cuore la necessità di affidare al mare un messaggio, l’ultimo addio prima di lasciare questo mondo, l’ennesima ombra impressa dal nostro calvario sulla battigia.
Racchiuse in queste due immagini, dentro a un vetro opalino che incuriosisce, sta il “succo” , la sintesi della poesia di Calcagno, naufrago nel mare incantevole della vita. I versi divengono per il poeta, sbattuto dai flutti del quotidiano, ora uno scoglio ora un continente a cui approdare. Ed il respiro, al termine della lettura delle liriche, si fa più lento, più rilassato, come se anche il lettore avesse trovato una qualche pace interiore dopo essersi specchiato nell’esperienza personale e quasi sempre dolorosa dell’autore.
In queste poesie composte tra il 1977 e il 2005 appare chiaro come dinanzi alla vita il poeta ubbidisca alla necessità di dare espressione a emozioni, sentimenti, pensieri presenti nel suo intimo da sempre; di alleggerire con la parola la fatica di vivere e di rendere grazie alla vita, fino a sublimarla, con quelle stesse parole ricercate nell’inconscio così come nella memoria.
In gran parte delle liriche protagonisti indiscussi dei versi sono la donna ed il mistero che essa rappresenta. L’aspetto cromatico è sempre associato alla figura muliebre, com’è possibile leggere in S’accende oppure in Io sono il tuo greto, splendida interpretazione dell’amore coniugale, come anche in Blu, in cui il colore si fa donna, diventa vita, si trasforma in morte fino a riempire di sé l’universo intero del poeta. La donna è una visione vivifica, è luce, acqua gelata che desta un uomo che vive nel buio in compagnia della sua anima cianotica. Sovente l’autore se ne sta in un cantuccio ed osserva, quasi si lascia vivere mentre è spettatore di una bellezza che non gli viene concessa, di un riso cristallino che non può ascoltare, ma solo vagheggiare. Spesso si ha l’impressione che lo appaghi solo il desiderio, l’attesa di un bacio o di un incontro che solo la memoria sa eternare.
Il linguaggio è semplice, a tratti quasi parlato, prosastico, privo di una ricerca metrica e stilistica. Solo il suono ed il ritmo che scaturiscono dal pronunciare le singole sillabe consolano la malinconia del vivere e la poesia non è che un’idea partorita quasi per gioco al punto che le emozioni vengono vissute più per essere descritte che per il piacere di esserne protagonista. Come se a viverle non si provasse diletto. Come se l’unica gioia consistesse nell’afferrarle, fugaci ed effimere nel loro essere, ed immortalarle sulla carta alla ricerca di un’armonia tra parole cariche del loro significato e significante primordiale.
Colpiscono profondamente per l’ossimorica ispirazione tutte quelle poesie legate alla concezione esistenziale (lo si potrebbe definire un buio colorato!) e che presentano come leitmotiv la povertà vissuta in tutti i suoi molteplici aspetti. L’immagine spicca nitida agli occhi del lettore mentre legge del poeta che senza carta né matita scrive con le dita nel vuoto, come a dire che nulla ha più un senso, né ideali, né sogni, né speranze. L’uomo si trova ad essere completamente disilluso e non gli rimane che cantare tale disillusione nella celebrazione della precarietà esistenziale, banalizzando forse anche la stessa poesia che non ha più scopo nella realtà, ma è solo un’esigenza del poeta che avulso da ogni ricerca di labor limae si aggrappa alla parola, proprio come il naufrago allo scoglio, e ne ricerca il suono come per berne il nettare, l’essenza più remota e celata, dimenticata dagli uomini. E nella parola ritrovata l’animo dell’autore sembra placarsi, mentre si staglia agli occhi del lettore la sagoma di un poeta dimesso e solitario, estraneo al mondo in cui vive, un mondo di cui egli coglie i colori e le luci ma a tutto ciò risponde con il buio che cova dentro di sé, con il malinconico ripiegarsi sulla sua povertà e inutilità con un narcisistico compiacimento che lo salva dalla morte. Malato di finzione, consunto e sudato, stanco di vivere egli dorme contento nel suo bozzolo di evasioni nel tentativo di raggiungere…la pace.
Ed ecco ritornare allora l’immagine della bottiglia, metafora della donna e della poesia. Entrambe non possono che appartenere a sé stesse. Il poeta non può comprenderle e possederle. Esse nascono dalla sua fantasia ed egli si compiace della sua creazione accettando rassegnato l’incapacità di saper afferrare ciò che di più autentico c’è dentro e fuori di sé.

Giulia Del Giudice

Una breve nota di Dario Arkel

Carlo Alberto Calcagno ha avviato un percorso di ricerca poetica in età giovanile, stimolato e dall’ambiente naturale ligure (Arenzano in particolare) e da colui il quale appare come la fonte della sua ispirazione, il dott. Gino Damonte - che il poeta definisce “maestro di umanità”.
La raccolta poetica intitolata “La mia bottiglia” ha inizio propriamente con il ricordo di questo medico umanista del quale, in brevi ma minuziosi versi, viene ricordata da un lato la perizia professionale e dall’altro l’infinita ricerca di uno stile lirico che è stata al centro della vita dello stesso maestro ispiratore.
“Oggi/il sole/mi ringrazia/per le vite/che ho/salvato/e/al mare/importa/poco/se/la mia/è andata/perduta.”
In questo breve assaggio, teso all’epigrafe, si osserva questa duplicità tra il dovere (le vite che ho salvato) e un mare a cui “importa poco se la mia vita è andata perduta”.
Inevitabile il richiamo alla complessità umana che da un lato è vigile e attenta ad una quotidianità fatta di lavoro (in questo senso si tratta di una moralità dell’impegno) e l’aspirazione ad andare oltre il quotidiano.
Continua Calcagno: “anche/i gabbiani/sanno/che/non avrei/costruito/strade né/ponti /e/neppure/una famiglia”, offrendo al lettore un quadro di sottesa desolazione. Nonostante l’impegno e l’ispirazione poetica, l’uomo sembra naufragare dentro il suo male, rappresentato dalla vacuità e, in fondo, dalla caducità dell’essere.
E qui scopriamo una vocazione del Calcagno poeta che traguarda alla metafisica, e va a scoprire un mondo che, pur nato nell’interiorità, si spinge oltre l’uomo, fino a considerare l’osservazione della natura come una metafora dell’immortalità.
Infatti, nella sua conclusione (“Il male/degli/altri/è/un compagno/geloso/come/la/solitudine/di/questa/passeggiata/a mezzogiorno.”) il poeta pone un sigillo al percorso umano, fatto di solitudine e del farsi carico del male altrui, senza che la propria esistenza trovi un lenimento, una cura per il proprio io. Non basta la probità, non basta la sensibilità, a permettere all’uomo di superare le crisi esistenziali. Da qui il ricorso alla metafora metafisica, che imparenta Calcagno al sommo Leopardi, così come si evince pure nella più elegiaca “Quello che conta”.
In questa lirica il poeta parla dello scrivere in collegamento con il vivere, sostenendo quanto la vita si possa elevare mediante questa forma di comunicazione. Ed in effetti nello slancio poetico, Calcagno sa avviare il lettore ad una riflessione compiuta su di sé e sull’amore che appare come il principio e la fine dello sforzo umano terreno. Ed è la delicatezza dei suoi versi, la finezza di un entusiasmo trattenuto, un’adombrata felicità di vivere che si stagliano vive, pagina dopo pagina, in un libro intitolato a ciò che l’uomo vede di volta in volta metà vuota e metà piena, come a testimoniare che, nella confusione dei corpi e delle animate sensibilità che si affacciano al palcoscenico della vita, il punto di vista rispetto alle esperienze, benché cangiante, si avvita intorno ad un rifugio sicuro. In questo senso “La mia bottiglia” equivale a “Il mio amore”. Per sempre, quando si sogna e quando si veglia.

Dario Arkel




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Telefono: 010/9110268
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