Bilco, ha 29 anni, vive e lavora a Cremona; c'invita a leggere i suoi racconti e le sue poesie:

Le meteore del 98

"stringimi madre ho molto peccato
la vita è un suicidio e l'amore è un rogo
voglio un pensiero superficiale
che renda la pelle splendida..."

Spengo la radio che sta masticando un'altra volta una cassetta degli Afterhours. Spengo la macchina che è stanca di essere trascinata e fatta vagabondare per la città. Provo a spegnere anche me.
Cerco le sigarette che ho scroccato a Comitato, ma il cruscotto della macchina sembra il cappello di un mago... quello che ci metti scompare per riapparire dopo mesi o anni ed io, prima di strovare le strabenedette Chesterfield, ripesco un paio di occhiali da sole che davo per smarriti nell'estate del 95, un CD degli U2 che battezzavo a casa del Ducaconte, un Twix dalla consistenza di una BigBabol riportante scadenza Giugno 96 ed un post it giallo con un numero di cellulare a cui ora non saprei associare un nome.
Accendo la strabenedetta ed esco.
Fuori il freddo è un ago sottile ed insistente che inietta brividi fuori stagione e la notte è limpida acqua di oceano, incontaminata e trasparente, che accoglie vite e mondi sommersi. Mi appoggio alla macchina, stretto nel maglione di lana e nel suo collo alto, stretto all'ultima boccata di una sigaretta che non fumavo da anni, stretto nell'idea che ancora tutto sia possibile.
Guardo il cielo. Sposto lo sguardo in ogni direzione cercando tracce di meteore o di stelle cadenti o di qualsiasi cosa che non sia un punto fisso, fosse anche soltanto un aereo di passaggio. E mi lego, per non perdermi, ai piccoli dettagli di un presente lento e quasi immobile seguendo i fanali di qualche macchina che arranca sullo sterrato, ascoltando il rumore di motorini truccati, sfiorando la luce pallida e quasi malata della cascina vicina. Mi aggrappo alle stelle e alle immagini che disegnano sui miei occhi cercando di dare loro un nome per non farmi trascinare nel buco nero del passato e dei suoi ricordi, per non ritrovarmi a diciassette anni, in una notte del tutto simile a questa, eppure cosè diversa...
Era la nostra festa, il nostro saluto, il nostro addio. Era l'abbraccio finale di una compagnia che ha passato insieme una decina di estati, gli anni migliori. Eravamo sulla spiaggia, davanti al mare che ci ha visto crescere e diventare grandi, il mare che ogni estate sembrava ci riconoscesse e ci sorvegliasse, come un occhio che non giudica ma che spia curioso. E quella spiaggia, nell'ultima sera in cui c'eravamo davvero tutti, era una piazza da cui partivano le nostre vite che avrebbero preso altre strade, alcune, forse, un giorno si sarebbero toccate o anche solo sfiorate, altre avrebbero camminato in direzioni opposte.
Ed io, con le parole che rantolavano in un abbaiare quasi soffocato, provavo a costruire castelli con la sabbia bagnata che sapeva di umido e salmastro, e li costruivo per lei, per convincerla che tutto era possibile, che ci si poteva vedere ancora, che niente sarebbe finito se soltanto lo avessimo voluto.
Mi cucivo le sue parole addosso per essere certo che non le avrei mai perdute. Poi rovesciavo su di lei programmi e progetti e possibilità in un affannoso tentativo di chiudere a chiave la porta delle paure.
La notte passava, il tempo perdeva i suoi contorni e l'entusiasmo del gruppo si trasfomò in una tristezza figlia di una nostalgia prematura.
Ci addormentammo in spiaggia quasi tutti. Io occupavo metà del suo lettino e provavo a tener aperti gli occhi, ogni tanto la guardavo e rubavo un bacio, ogni tanto pensavo a come sarei stato quando l'indomani sarei salito sulla macchina dei miei genitori per tornare a casa, ogni tanto pensavo a come sarebbe stata lei.
Ogni tanto si sentiva una voce che diceva "ne ho vista una!". Ed allora eccomi, di nuovo, con una speranza deviata, a costringere gli occhi verso l'alto, appoggiandoli ad un buio che ormai conoscevo a memoria, pregandoli di trovare uno straccio di stella cadente a cui affidare un desiderio ed un sogno, confidando che non fosse solo l'ennesimo messaggio in balia delle onde.
Sono venti minuti che sono fuori e se venti minuti di freddo sono tanti, venti minuti di ricordi sono troppi.
Risalgo in macchina senza aver visto meteore, senza aver resistito al canto delle sirene del passato, senza aver cancellato il ricorrente pensiero che nulla sia andato come immaginavo.
Accendo la radio su una delle quattro stazioni che sono riuscito a memorizzare senza leggere le istruzioni (prematuramente scomparse nel cruscotto) e trovo un collegamente con un gruppo di studiosi che passerà la notte sulle dolomiti a 2800 metri di altitudine e a 18 gradi sottozero. Il portavoce dice che ne hanno già avvistate una cinquantina e che è uno spettacolo incredibile.
Tiro giù il finestrino e mi sorprendo con lo sguardo che punta dritto al cielo in un ultimo e vano tentativo prima di arrendermi definitivamente... tanto tra cent'anni ci sarà ancora lo stesso fenomeno e qui, dove adesso c'è campagna e strada sterrata e argini del fiume e cascine da ristrutturare, ci sarà una nuova zona residenziale con un centro commerciale che sarà aperto 24 ore su 24 e colorerà il buio della notte con fasci di luce e lampade alogene. E le meteore le vedranno su potentissimi schermi al plasma, comodamente sdraiati su poltrone ad acqua, grazie al nipote di internet che consentirà di collegarsi a telescopi spaziali e con un semplice click si riuscirà a sapere quanta distanza ha percorso la meteora, la sua velocità, la sua dimensione.
Mi piace pensare che nel 2098 qualcuno possa immaginare le nostre notti, e anche se di meteore non se ne vedono, le possa addirittura rimpiangere.
Accendo la macchina e parto, calpestando lo sterrato che mi porta alla strada principale.
Le luci dei lampioni spengono il buio e con esso svariate migliaia di stelle.
Arrivo sotto casa, ma prima di spegnere tutto infilo la cassetta che finisce di cantare....

"e passo le notti nero cristallo
a sceglier le carte che giocherei
a maledire certe domande
che forse era meglio non farsi mai
e voglio un pensiero superficiale
che renda la pelle splendida...
a salvarmi vieni a salvarmi
salvami e bacia il colpevole
se dice la verità...."


Distante

Distante
da ogni possibile destinazione
perso in una nuvola
che non sa piangere
aspetto
che il tempo si accorga
apra gli occhi
e capisca che sbaglia
e si arrenda
e alzi le mani
e ci chieda scusa
Distante da sogni
sognati mille anni fa
piego questi giorni di carta
mal scritti e mal vissuti
e li conservo
nella triste speranza
di non dover un giorno
anche loro rimpiangere.


CAMMINO

Cammino
su strade senza asfalto
su vuoti sospesi
in luoghi che non riconosco
in mezzo a voci che parlano
su specchi fragili e falsi
che fanno del mondo e dell'uomo
deformi realtà al contrario.


Strati di luce

"il buio è un peso è un imbroglio e brucia come il fuoco
le cose opache intorno si muovono
detta il ritmo lo smacco di ogni preghiera
e non c'è pace latente da cogliere"

Strati di luce. E strati di neve.
Strati di nuvole pesanti sotto strati di nuvole leggere.
Aria e tempi rarefatti, con montagne piegate su piccole strade tortuose che guardano ritorni all'alba in giorni sbagliati e confusi. Colori mobili e vulnerabili che corrono veloci fuori dai finestrini della macchina fredda che arranca nelle prime curve in discesa e sembra tossire malata ogni volta che inserisco la seconda. E nella macchina la radio canta canzoni invadenti che mi entrano dentro e raccontano esattamente come mi sento, usando parole e accordi che non avrei mai saputo trovare.
Strati di tempo, di spazio, di ricordi sovrapposti e mischiati. Frammenti di notti passate a nasconderici, a parcheggiare la macchina in angoli diversi di strade diverse, sotto cieli complici che ci calavano addosso fitte nebbie come se fossero pesanti coperte. Frammenti di parole scivolate in mezzo a pensieri frastagliati e sporgenti, ultimo confine reale prima di un oceano sconosciuto. Frammenti di frasi dette con occhi appoggiati ad altri occhi, cercando di spiegare ciò che neanch'io sapevo capire e aspettando che i suoi silenzi diventassero voci e le voci parole e le parole baci e i baci sorrisi e i sorrisi promesse. Discorsi. Discorsi su amicizie possibili e non possibili. Su situazioni a metà. Su colori che non sempre sono bianco o nero. E teorie quasi plausibili sulla quantità di sfumature di toni e di sentimenti esistenti tra quegli estremi. E ancora serate passate a parlare di sensazioni e di emozioni non decifrabili, di codici e parametri, cercando di definire la natura del nostro rapporto proprio mentre i nostri colori sembravano scivolare più lontano da ogni possibile confine, come fossero in balia di un pittore eccentrico che si divertiva a miscelarli sulla sua tavolozza usando poca logica e poco gusto.
Frammenti di convinzioni diverse. Immagini di lei che diceva che potevamo essere solo "amici speciali" ed immagini di me che pensavo a come sarebbe stato "lo stare insieme". Ed immagini di cose che cambiate, di equilibri diversi, di fili spezzati, di cose nuove. Poi una cena, un cameriere buffo che cambiava la lampadina sopra il nostro tavolo, una pizza che non voleva finire e del vino che bevevo soltanto io. Acrobaize di parole-discorsi-pensieri-possibiltàpossibili, trapezista perfetto in un circo perfetto, leggero come brezza e fantasioso come uomo d'altri tempi.
Ricordi di una casa fredda e disabitata, di buio intorno, di paure nascoste male, di tempo fermato per un po' e portato in un'altra dimensione. Strati di coperte e di vestiti e di sensazioni sbagliate e di paure improvvise e di consapevolezze nuove.
Poi tutto sfuocato, come se il regista di questa storia avesse voluto confondere le immagini rendendo tutto atrocemente opaco e veloce, una discesa in un tunnel sotterraneo come se fossimo su delle montagne russe infernali. Nessun controllo. Di niente. Certezze spente come le luci dopo una festa. Disordine in ogni angolo delle nostre menti, pezzi del nostro puzzle sparpagliati ovunque e troppa stanchezza per provare a mettere i pezzi a posto... Silenzi intermittenti come le luci di natale, sere passate a cercarci e a negarci giocando ad un maledetto nascondino ed uscite con gli amici comuni appositamente alternate per evitare di vederci.
Un paio di telefonate definitive e poi i titoli di coda ed il silenzio lacerante e lo schermo nero e la solitudine inquieta troppo somigliante al niente. Smarrimento e notti consumate attraversando il buio, cercando sogni che non esistevano, su strade deserte, in canzoni arrabbiate, con amici di un tempo. Fino ad oggi, alba di una domenica di un weekend che ho rubato al lavoro, trascinato da buoni amici a riprendere fiato in mezzo a montagne che una volta frequentavo più spesso.
Fino ad ora, che non ho più tempo per star male, che non ho più voglia di vedere il mondo continuare a correre nel suo forsennato ritmo e non ho più vogia di vedere me immobile e piegato su un passato che non posso ne cambiare ne comprendere, stanco di rivedere lo stesso film mille volte al giorno, stanco di sentire il desiderio di rimuovere la pellicola, manipolarla, cambiarla, strappare il copione al regista e riscriverne dei pezzi, stanco di battere la testa contro porte che non si aprono più....

"I nostri copri arresi al gelo dell'apnea
patiranno un giro di vite ineluttabile
chili di silenzio sulla nostra pena
gran regina dell'incubo che verrà...."

Strati di luce. E strati di neve sempre più sottili. <