La mia amica Morèl

Lasciammo i ciottoli polverosi quasi correndo. Lei aveva intravisto i glicini che si arrampicano lungo le pareti della chiesetta, rendendo il colore delle mura quasi come un reticolato, tra il bianco vivo della calce e le verdi foglie, e la vecchissima boucainville che si attanagliava alle verande con una ostilità pari alla intrepida vivacità dei suoi fiori.
Erano ormai mesi che alludevamo, come se si trattasse di una meta irraggiungibile, a quella antica fattoria spersa fra le colline, ove da ragazzi avevamo tante volte rincorso lucertole e galline, cani e gatti, lune e nuvole, nella spensieratezza del dolce far nulla.
Poi il vuoto. Un vuoto definitivo che strappava le nostre fantasticherie, per il ritmo incontrollabile della quotidianità . Io nel lungo ed estenuante lavoro, lei con le sue mille faccende familiari, lontani oltre trecento chilometri, per anni ed anni.
“Come mai ti trovi in questa contrada?”
Mi chiese con voce roca, fissandomi negli occhi, incredula.
“Sono per un congresso. Ma tu piuttosto?”
“Non chiedere, sarebbe troppo lungo.” E, dopo una pausa breve ma profondamente significativa:
“Ricordavo i tuoi occhi così profondi. Cosa hai fatto?”
“La vita!”
Fu così che tra una chiacchierata e l'altra, tra una lettera ed un messaggio, ci ritrovammo a sognare, a immaginare, a ricercare, come se il tempo non fosse mai passato, o come se d'un balzo, fantastico o fantasioso, avessimo cancellato il lungo periodo dell'assenza per incominciare a costruire una storia tutta nostra.
Una storia che nessuno di noi due aveva richiesto, un segreto che si introduceva fra le nostre due personalità, per avviarci a sorprese mai supposte.
Scoprire intuizioni, pensieri, illusioni l'uno dell'altro fu come edificare un castello luminoso, dentro il quale due non più giovani amanti stipavano giorno dopo giorno le presenze meravigliose che si erano accumulate negli anni e non erano mai state espresse in maniera tangibile.
Gli occhi, gli occhi di lui erano qualcosa di nuovo, con una espressione di scugnizzo impertinente ed una lucidità da uomo di saggezza.Gli occhi rinnovati alla imprevedibilità della fantasia.
Di lei il cipiglio intelligente, lo sguardo volitivo e sornione, la voce profonda e calda, la parola equilibrata e ponderata.
“Saliamo al piano di sopra?”
La scala era ancora quella originale, in legno, ripida e rumorosa.
Le travi corrose da troppo umidore spandevano un odore succulento e acido.
“Ma sei sicuro? Non è un pericolo? Dopo tanti anni? La nostra gioventù ci ha abbandonato…Non siamo mai stati da soli allora…cosa vuoi oggi?”
“Lo sai, ormai sono mesi che te lo ripeto…tu sei una nuova follia che non ha assolutamente età. Il tuo viso, i tuoi capelli, le tue natiche contano quel che contano. Io voglio entrare nella tua mente, nella tua passione primitiva, nel tuo intelletto, nelle tue profonde congetture”
“Ecco che vuoi prendermi in giro, vuoi turlupinarmi!”
“Perché usi questi vocaboli cattivi? Credi che tutti gli uomini ragionino solo con quel coso?”
“Vorresti dimostrare il contrario?”
“Non voglio dimostrare un bel niente. Desidero solo comprendere se tutto quello che abbiamo scritto sino ad oggi, tutto quello che abbiamo detto, ha lasciato una traccia nel tuo intimo o meno!”
“Saliamo al piano di sopra!”
I tendaggi erano laceri, ma lanciavano un ricordo di giornate trascorse fra l'opulenza e un decoroso sfarzo. I colori ormai sbiaditi, quasi impercettibili, dicevano di stoffe preziose, lasciate a deperire per incuria.
Le ragazze del villaggio danzavano al suono dei tamburelli, l'antica pietra di ardesia scintillava fra i piedi che esitavano nel passo, le vesti bianche si aprivano alle semplici giravolte della gioventù. Le zie raccontavano di avventure mai vissute, mentre snocciolavano meccanicamente i grani di un “rosario” interminabile e fasullo….Le lunghe passeggiate attraverso i campi, gli ulivi, i miti, le leggende, le conversazioni accanto al fuoco…tutto ritornava per un istante a rivivere come in una fiaba, mentre le nostre mani si attanagliavano in una intesa sconosciuta, ma certa, vera, inviolabile.
Le sue spalle erano bianche, un avorio terso e luccicante come le statue del Bernini, ma più dolci, più calde, più mie.
Così le braccia, molto più carnose di come le ricordavo da giovincella, forti e vulnerabili insieme, mi ridonavano il piacere dell'abbraccio.
Avevo immaginato ogni angolo delle sue sinuosità , della sua pelle, ogni anfratto del suo profumo, e riscoprirlo piano paino, fra le ondulazioni delle lenzuola era come riaccendere il desiderio messo a tacere durante l'assenza.
Le mammelle, un tempo piccole e sode, erano meravigliosamente fiorenti, nella giusta misura delle coppe di Murano, che anche se un poco più abbondanti hanno la goduria della libagione.
Il ventre, il ventre non più minuto, mostrava una deliziosa cicatrice da cesareo:
“Vedi, anche questa non guasta assolutamente la tua pelle di donna! Te ne preoccupavi tanto nel riferirlo…Ma io la bacio con voluttà, e sento che questa è tutta la tua vita, è la tua vita trascorsa, che non potrai cancellare, e che ha il suo valore in ogni sua fibra.”
Le mie mani correvano, correvano in un frenetico bagliore per riconoscere ancora ogni suo segreto. Le cosce bianche e tornite, le ginocchia dure e ben salde, il pube dalla peluria stranamente rada, fulva, eccitante.
Di nuovo il viso: a recuperarlo nel ricordo era tutto richiuso nella bocca, scintillante nello sguardo, placido nelle guance, irriverente nei capelli, un viso da stritolare con le mani, con le carezze.
Lungo la schiena i miei polpastrelli indugiavano: un tratto leggero fra le natiche dal profumo di ninfee, un sobbalzo stranamente timoroso, poi la quiete.
Finalmente abbandonata al sogno la nostra poesia navigava fra la carne e l'empireo, in uno snodarsi irrefrenabile di qualche cosa che potevamo chiamare amore, ma che non riuscivamo a qualificare, a quantificare, tanto era grande l'irrequietezza.


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