Rowan Berry ci presenta il suo romanzo

Di seguito troverete il primo capitolo; cliccando sul dischetto avete la possibilità di salvare l'intera opera sul vostro computer per leggerlo quando vuoi!

An odd type

AN ODD TYPE

- Un tipo originale-

di
Rowan Berry

Introduzione

Quando decisi di scrivere questo libro alcuni mi sorrisero pensando all'assurdità del mio progetto. Ma io, forte delle esperienze che stavo vivendo, andai avanti, lottando contro quelle facce che di progetti non n'avevano nemmeno. Altri, conoscenti di poco conto, mi chiesero cosa mai potessi scrivere su un soggetto con così pochi anni di vita e pieno solo di fantasia e creatività. Ma io, ricca dei suoi pensieri e dei suoi sogni, risi per loro che d'idee e d'utopie avevano solo quelle dei telefilm. Altri ancora mi dissero che era una perdita di tempo e mi consigliarono di abbandonare il tutto. Ma io, testarda e fiduciosa, inclinando la testa, ammiccai e li lasciai morire nel loro silenzio.
Questo volume è indirizzato a tutti, senza esclusi. Come potrete notare nelle pagine seguenti, non appariranno nomi, riferimenti precisi al tempo e allo spazio. Non appariranno né il mio nome, né il nome del mio “tipo dispari”. Solo chi sarà in grado di scovarlo tra le pagine, otterrà la soluzione. Non fatevi ingannare dalle apparenze. E' come un passaggio sotterraneo, una comunicazione segreta che vi porterà quasi per tradimento e in una sola volta nella fortezza che era impossibile prendere per assalto dall'esterno.
E' complicato riassumere un'intera vita in un solo testo. Ed è ancora più difficile tradurla in parole. La sua voce parlava all'orecchio degli altri, la sua anima custodiva la Verità del suo cuore, il suo spirito muoveva le labbra e guidava le lingue. Troppe volte il mondo ci sta davanti come una rappresentazione, ci sono tanti attori, ma un solo regista. Non voglio creare un mito, un volto su una maglietta o un nuovo idolo per le teen-ager. Non n'abbiamo bisogno. Verranno riportate le sue citazioni e la sua storia per quelle orecchie degne della sua bocca: non fatene frasette per i vostri diari perché può colmare ogni vostra domanda, ma non il vostro vuoto.
“ Non sono il vostro superuomo. Non sono il vostro idolo. Non sono un santone. Non sono né di destra, né di sinistra, né rosso, né nero. A me non piacciono le etichette. E se proverete ad interpretare il libro per finalmente dire: "Provo ad essere un po' me stesso?" magari non dovremmo per forza catalogare tutto quello che ci circonda. E forse ogni interpretazione e/o recensione del libro non sarà per forza giusta o sbagliata, ma magari solamente personale. Ma se io non fossi il protagonista di cui v'innamorate, allora chi è? Forse sei tu? Sono la sua vita sprecata.”
Imprimete la sua voce nel cuore.

Sogno di fine estate

Sogno Sostantivo maschile dal latino Somnium, da Somnus (sonno): Immaginazione, fantasia, cosa lontano dalla realtà, illusione in cui è dolce cullarsi.

E' stato un fulmine a ciel sereno, uno di quegli incontri che segnano e che non si possono dimenticare. Era un caldo pomeriggio di maggio, il mio ragazzo ed io passeggiavo tranquillamente sotto il porticato del liceo classico della mia città. Parlavamo del più e del meno, discorsi banali, ovvi e scontati. E lui era lì, con un largo sorriso accolse il mio ragazzo e mi salutò educatamente, lasciando trasparire tutta la sua purezza e semplicità d'animo. I suoi occhi parlavano per la sua bocca.
Poi sparì. Non lo vidi per parecchi mesi. Grazie ad un piccolo e sporco stratagemma ero riuscita ad ottenere il suo numero di telefono, ma gli squilli rendevano ciò che provavo ridicolo e i nostri messaggi erano diventati sempre più pungenti e diretti. Così andammo avanti per tutta l'estate, fino a quando, tornata dalle vacanze lo rividi. Quella sera pioveva ed io ed alcuni amici stavamo assistendo ad un'amichevole di pallavolo tra due squadre astigiane. Ero lì per scattare alcune foto ai nuovi acquisti della mia squadra e tra loro c'era un ragazzo, un bel tipo sui vent'anni, dai lineamenti fini e morbidi. Feci vari scatti e tornai a casa soddisfatta a vedere il mio operato. Ma qualcosa quella sera mi cambiò la vita per sempre.
Un numero. Risposi, era lui. Mi parlò amichevolmente, mi disse che mi aveva notata, lì, tra il suo pubblico. Un soffio al cuore: era al telefono con me. Non ebbi il coraggio di dire una parola, l'emozione mi vinse. Entrai in chat poco dopo e il nostro dialogo vivacizzò con caldi colori il mio animo.
Era schivo a rispondere alle mie domande così infantili e dirette e mi disse che avrei dovuto farci l'abitudine con lui. Il giorno dopo venne a casa mia adescato con la scusa di visionare le mie foto.
Mia sorella lo ricorda teneramente ancora oggi così:
"La prima volta che l'ho visto è venuto qua a casa e mi è sembrato un gigante bello, gentile e simpatico. Capelli castani corti, occhi castani e vestito con una maglia bianca e pantaloni blu. Un tipetto simpatico, intenditore di computer, tra il saputello e il timidone. Mi ricordo che il primo giorno che arrivò a casa, il mio cane non lo lasciava più, e lui, pazientemente, gli tirava la palla mentre accordava la chitarra. Suonava scorrevolmente canzoni tristi, che lui identificava come belle. Ritornando sempre alle prime volte che l'ho visto, ricordo la prima volta che mi venne a prendere a scuola. Mi diceva di non fare merenda al fast food sotto casa perché faceva male. Sempre lo stesso giorno, esaltato come il paladino del mondo, scoprì che c'era una sua foto sul giornale per meriti sportivi. Devo dire che era un tipo ridicolo, che metteva le sue idee a base di tutto. Aveva idee rivoluzionarie, e per questo motivo che lo chiamavo "il piccolo rivoluzionario". "
Ero in paradiso, il mio desiderio cresceva con il sole e dormiva con me nella notte pensavo.
Sabato tornò a casa mia e rimase con me fino alle cinque della mattina seguente. La mia seconda notte bianca. Mi baciò, e con quel bacio raccolsi le stelle. Le nostre mani si sfiorarono, i nostri corpi si attraevano l'un con l'altro. Era tutto surreale, e i miei sogni veleggiavano nella mia mente. Ero pronta a salpare, ma la mia brama, a vele spiegate, aspettava il vento.
Passeggiavamo nel parco vicino a casa mia per ore ed ore, parlavamo di noi, delle nostre vite slegate e di ciò che ci circondava. I raggi del sole, rinfrescati da una lieve brezza autunnale, illuminavano il suo sguardo magnanimo. Una volta ci sedemmo sul bordo del rialzamento delle aiuole a parlare, mi baciò lì la seconda volta. Cercavo sempre il contatto con lui. Traspirava la sua essenza da ogni sua parola. Ma i giorni passavano lentamente, ero sempre più in cerca di risposte e lui era sempre più schivo a darmele. Iniziavo ad intuire appena cosa mi aspettasse nei giorni seguenti, ma come si sa, al destino non manca il senso dell'umorismo. Per giorni interi non si faceva sentire, poi tornava, e poi, con improvvisa inquietudine, spariva di nuovo. Il freddo era il suo compagno e l'inverno il suo generale. Il grigiore di quelle giornate mi occluse i polmoni, e il tempo passava tristemente lento, mentre la voglia di piangere mi raschiava la gola e mi bagnava gli occhi. Era inabissato nella luce, perché solo le spie e le talpe si muovono nel buio e non gli uomini in cerca della Verità. Irraggiungibile. Appariva ai miei occhi come una lepre sempre in fuga ed io ero la cacciatrice di quell'anima così perfetta ma così distante da me. Mi faceva sorridere la sua segreteria telefonica perché in un certo senso rispecchiava la mia teoria: "L'utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile, la invitiamo a riprovare più tardi." Quante volte la sentii.
E intanto il mio diario si riempiva di macchie nere.
"La vita mi scorre davanti, ho passato dei momenti veramente felici, anche la mia serata di ieri è stata felice, ma sinceramente credo di essere tornata in quell'orribile periodo che avevo passato l'anno scorso, ero stata male, ora sto peggio. Nulla, nulla gira nel verso giusto e niente più è come prima, sono sfiduciata in tutto ciò che faccio, non ho un ragazzo presente, non ho amici, non ho una famiglia vera, non voglio più studiare, non sono più in grado di fare niente. Non va bene nulla, mi sono svegliata anche l'altro giorno con questa terribile sensazione, ma oramai ci sto facendo l'abitudine. Da questa estate oramai, da quando volevo piangere, piangere ma non mi scendeva nemmeno una lacrima. Ora si, ora sto piangendo a dirotto, non so nemmeno io se c'è un motivo specifico, ma qualsiasi cosa penso in questo momento mi diffonde tristezza tale che mi fa scoppiare a piangere. Non mi sento amata da nessuno. Debole, debole, soffro da morire e mi manca il fiato. Se la mia vita continuerà così credo che potrei morirne. Mi tirerò su, mi sono tirata su parecchie volte. Ma tutto ciò succede perché per un attimo mi assento dal mondo. A quanto pare i miei momenti di felicità durano troppo poco. Forse perché non esistono? Sono solo dei ridicoli castelli che mi ostino a costruirmi per difendermi. Ho voglia di piangere e ciò che mi spinge a farlo è la convinzione pessimistica che nonostante tutti i miei sforzi di risollevarmi, non ce la farò mai a cambiare, tornando felice. Io ho paura. Troppa. E sono già a letto e i miei pensieri sono troppi e si accavallano inesorabilmente.. è in questo momento che sono sola. Dentro di me ho solo la rabbia di non poter vivere la mia età."
Il sabato sera successivo mi offrì da bere in un pub del centro storico della città e dopo un paio d'orette piacevolmente trascorse mi accompagnò a casa. Rimanemmo a parlare un po' sulle mie scale. Lui si sedette ed io ero inginocchiata davanti a lui. Era chiaro che né io né lui potevamo negare una certa attrazione e non potevamo nemmeno controllarci o respingerci. Iniziammo così a capire che non potevamo stare slegati perché qualcosa ci aveva stretti dalla prima notte.
Il primo d'ottobre uscimmo assieme, le mie speranze avevan cessato di esistere già da alcuni giorni. Ma uscì il sole. E i suoi raggi mi colpirono ed abbagliarono. Voleva uscire con me. Voleva stare con me. E da quel giorno la mia vita cambiò, per sempre. Un'impronta indelebile mi marchiò, io ero l'eletta. O forse solo una cavia sotto prova della mente di quel pazzo. L'ho conosciuto in un momento strano della sua vita.
Un nastro bianco attanagliava la mia testa e si annodava attorno, come un serpente pronto a divorare la sua preda. Mi stringeva e mi possedeva ma non avevo paura. Essenzialmente avevo paura di poche cose. Avevo paura della paura, per esempio. Abilmente mi convincevo di un male e ci convincevo, forse per passatempo, forse per paura di non essere niente. E così mi angosciavo. Nell'angoscia io ero sospesa, anzi l'angoscia mi teneva sospesa, mi serrava la gola. Che io nella vaga inquietudine spesso cercavo di rompere il silenzio col parlare a vanvera, era solamente una prova della mia voglia di costruire. Ma ora che quel nastro bianco mi stringeva ero felice. Piangevo, soffrivo, ero chiusa in quella celletta scura dove nessuno poteva sentire le mie urla. In quel momento nessuno poteva capirmi. Spronata, affascinata, ammaliata, sedotta e abbandonata. Piangevo ma stavo bene con me stessa. Ero felice perché sapevo che pian piano mi stavo allontanando da quel focolaio buio, ed avevo in mano una chiave di una porta che non avevo ancora trovato. Le domande aumentavano, le parole fluivano e si snodavano. Lui sempre più sovente si poneva così domande: che cos'e' l'essere? Che sono io? Che cosa voglio veramente? Con queste domande non si poneva in un inizio, ma col risvegliarsi della coscienza di se stesso, si trovava collocato in un mondo nel quale cercava di orientarsi.
Ero convinta fosse tutto semplice, ero convinta che stando con lui le mie sofferenze potevano cessare di convivere con la mia anima. Era il soffio della felicità, ma non la felicità. Davanti a me l'abisso che mi spingeva tra le sue braccia, dentro di me l'incompletezza più assoluta. Ma i suoi discorsi, le sue parole mi affascinavano. Se avessi dovuto impiegare un solo aggettivo per descriverlo, sicuramente il più adatto sarebbe stato "particolare”. Il non pensare era diventato una seconda natura dei "più" fino a che sono giunti persino ad amarla, incapaci di servirsi della propria testa, non essendogli mai stato permesso di farlo. A far si che la stragrande maggioranza degli uomini ritenga il passaggio da questo stato alla maturità, provvedono i mass media, quei grandi tutori del mio secolo, ovviamente. Dopo averli instupiditi mostrano loro il pericolo di muovere i primi passi da soli. Ma a mie spese ho imparato che non è così. A prezzo di qualche caduta, alla fine ho imparato a camminare, ma un esempio del genere di solito rende paurosi e distoglie la gente ad ulteriori tentativi poiché incerti tra la solitudine degli scettici e le stravaganti favole di poeti e maghi. Tutti si credevano il loro conto in banca, il loro lavoro, la macchina che guidano e i vestiti di marca che indossano. Il burka orientale per noi occidentali era diventato il tanga e tutti i valori si erano ribaltati. Ed io mai prima d'ora avevo immaginato che esistesse una persona capace di andare contro corrente, controbattermi, di parlare d'ogni argomento, di guardarmi con quegli occhi. Le sue pupille vispe si riflettevano nelle mie con un movimento di un pendolo, proprio come durante le partite di tennis. Mi sentivo piccola ma forte. Stentai ancora per molto a credere che quel tipetto sveglio sotto i porticati del Centro Giovani, era diventato il Mio ragazzo.
Lo presentati ben presto a mia madre.
"Il mio piccolo. E' così che lo penso. Con il mio senso materno innato in lui vedo il cucciolo che non ho avuto. Un bambino con tanti centimetri in più, con tanta voglia di crescere senza sapere che direzione prendere. Intelligente, sensibilissimo. S'intendeva di cannella e d'olio 31. Bello, come può essere bello uno che ha un animo un po' nobile e un po' ribelle. Dolce come il miele e permaloso come un gatto. Nella sua bella testa le idee frullavano, si mischiavano, si univano ed infine uscivano come fossero stati gli ingredienti per salvare il mondo. Quando entrando in casa mi accoglieva con il suo sorriso tra il timido e l'insolente era inevitabile iniziare discorsi viscerali sulla vita oppure sulle banalità natalizie o consumistiche." Così lo ricordava e dentro di sé lo esortava: "Penso che sinceramente il suo sport mentale preferito sia quello del tormentarsi. Lui fa parte della categoria del sesso maschile moderno che pensa che non si può essere felici senza tribolazioni, senza masochismo, senza autolesioni almeno una volta al giorno. L'insicurezza lo accompagna come un'ombra e lo rende a volte ombroso e anche se si sforza di sorridere so che dentro di lui c'è in corso una battaglia. Rilassati bambino mio, la vita è lunga e va presa a piccole dosi poiché l'ubriacatura nel corso degli anni a venire t'intontirà regalandoti la serenità che adesso ti manca. Dormi bambino bello perché solo il tempo smusserà i tuoi angoli acuti dandoti la pace che vai cercando."
Era una persona che lasciava il segno. Con un sorriso sulle labbra cercavo di interpretare a volte i pensieri del mio bassotto. Credo abbia affascinato anche lui in un certo senso. Sono sicura che nella sua testolina scorrevano parole non tanto diverse dalle nostre.
"Anch'io l'ho conosciuto quell'umano fuori misura. E che scarpe, ci sarei potuto stare tutto tranquillamente dentro. Gli ho tempestato i timpani con il suono tuonante delle mie corde vocali portandogli la mia palla da tennis preferita ad ogni suo arrivo. Vedevo che mi detestava ma era obbligato, per compiacere la mia famiglia, a tirarmela, la palla, in media cinquanta volte al minuto. L'ho sentito l'umano dire che mi avrebbe fatto arrosto ma so che anche lui aveva il mio stesso debole: le palle. Mi piaceva quando suonava quello strano strumento che chiamate chitarra perché si sedeva sul mio divano preferito così io potevo mettergli la palla tra le ginocchia e continuando ad abbaiare richiedevo la sua attenzione. Sono felice quando lo vedo perché capisco che solo tra noi uomini ci capiamo al volo."
Imparai a mano a mano a conoscerlo sempre di più. Nato sotto il segno del Leone nell'afoso 24 luglio, fuoriclasse '83, frequentava l'ultimo anno di un istituto tecnico, praticava da parecchi anni pallavolo e viveva con sua madre poiché suo padre mancò quando lui aveva appena nove anni per un incidente sul lavoro. Allora era piccolo per capire, ma questo avrebbe segnato radicalmente la sua vita. Tutto ciò che possedeva l'aveva conquistato con grandi sacrifici ed era diventato una persona Unica. Non si fermava all'apparenza, andava più in profondità. Veniva colpito dalle ragazze che sapevano come prenderlo. I suoi interessi spaziavano dalla fotografia, alla musica, all'informatica... ma il suo vizio di portare tutto all'esasperazione spegneva pian piano tutto. Ed ero convinta che avrebbe portato all'esasperazione anche me. Conosceva un modo per stare a galla, pensando con la sua testa sfuggiva dal gruppo, sopravviveva lontano dal branco ma annegava nella sua amata tristezza.
Viveva in un altro tempo e in un'altra dimensione, un luogo di straordinaria bellezza. Il suo scopo era salvare gli uomini, gridando la sua Verità, anche se inascoltato. La sua era una fievole voce nel deserto dell'umanità, percepita negli abissi del nulla. Voleva fare sentire la sua voce a tutto il mondo dando tutto se stesso. Non faceva parte della massa, non era un super uomo, non era al di là del bene e del male. Era semplicemente se stesso, capace di servirsi del proprio intelletto senza aver paura di esser giudicato.
E così il mio sogno di fine estate si concluse, o forse iniziò solo.
Non avevo nulla se non il mio Essere, pieno d'Ossessioni.

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