Tredici racconti, dodici autori, tensione, mistero, segreti... tutti da leggere!

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Fra sogni e fantasmi

Fosca Andraghetti

Ginevra guardò con pensosa attenzione i vestiti appesi nell'armadio e sospirò lievemente. Il problema che le si presentava era, per lei, di difficile soluzione. Non si trattava infatti di prendere semplicemente degli abiti da un armadio per infilarli in una valigia, oppure, a scelta, ripiegarli accuratamente nella stessa. Ginevra si apprestava a compiere un viaggio, anzi, più esattamente un viaggio all'estero: il primo della sua vita. Ginevra non si era mai allontanata troppo dal suo paese di origine; viveva in quella zona da quando era nata, prima in uno sperduto casolare sull'altro versante della montagna, poi, con il suo bravo diploma fresco di stampa, si era trasferita con la sua famiglia nella cittadina vicina e si era presentata per un posto di impiegata nell'unica agenzia di viaggi esistente. Il tempo trascorreva lento e lei, con quel suo nome che sapeva di cavalieri antichi e di tavole rotonde, continuava a sognare invano un principe azzurro. Non era una gran bellezza la Ginevra e le uniche simpatie che attirava erano quelle che, di solito, si dedicano ad un cagnolino senza pedigree. Lei non ne faceva un problema; continuava le sue letture, coltivava il suo giardino e sognava.
Poi un giorno un improvviso desiderio di evasione e di cose nuove la spinse a prendere un'importante decisione! Quel corso, seguito su dispense acquistate in edicola, andava perfezionato, sarebbe andata in Inghilterra e avrebbe studiato seriamente. Da qui il dilemma: – Cosa metto in valigia? –


Sonni tranquilli

Alessandro Beriachetto

Il signor Bosso amava definirsi un uomo prudente. Per tutta la vita aveva lavorato duramente in modo da garantirsi una vecchiaia dignitosa. Quando finalmente fu il momento di andare in pensione, aveva accumulato un considerevole patrimonio. Da quell'istante, il suo unico pensiero fu quello di potersi godere in santa pace i frutti del proprio lavoro.
Con il passare del tempo però, forse allarmato dalle notizie sulla crescente criminalità, si fece strada nella sua testa l'idea che presto o tardi sarebbe stato derubato. All'inizio fu soltanto una piccola fissa, lo sfiorava quando usciva di casa o quando si faceva buio e le strade diventavano deserte. Con il tempo però crebbe e si rafforzò. Più cercava di scacciarla e più ci pensava. Come un piccolissimo lembo di pelle attorno ad un'unghia che, anziché recidere, si tenta di strappare, lacerando così solamente più carne. Lentamente, la paura di essere rapinato, divenne un'ossessione.
Quando quell'idea dirompeva nella sua testa, non poteva fare altro che piegarsi ed assecondare i timori che essa risvegliava. Così iniziò a non uscire più di casa, mentre un vicino solerte si occupava di fornirgli ciò di cui aveva bisogno. Inoltre spese parecchi soldi per renderla più sicura: installò grosse inferriate alle finestre del piano terra, cambiò la porta d'ingresso con una blindata e mise un chiavistello a quella sul retro.
Eppure non riusciva a dormire tranquillo.
Prendeva sonno solamente nel cuore della notte, dopo essersi rigirato nel letto per ore temendo un'intrusione in casa sua da un momento all'altro. E dopo che, finalmente, si addormentava, era vittima di incubi orribili in cui uomini oscuri strisciavano silenziosi nell'ombra per aggredirlo nel suo letto.


Luana la romantica e la sconosciuta

Angelo Bindi

Raramente mi capitava di fare colazione in santa pace; quella mattina stavo quasi per riuscirci quando a rompere la tranquillità e il piacere di mangiare una brioche inzuppata in un caldo e cremoso cappuccino, il telefono si mise a squillare. Posai nel piatto il resto della brioche che colava caffellatte e andai a rispondere: era il direttore del settimanale Sette Giorni che mi diceva di partire immediatamente.
Lasciai lì a metà la colazione e di tutta fretta con la mia Punto che stava nel vicolo sotto casa, mi avviai in direzione di un piccolo paese alle porte di Milano, per raccogliere notizie su un fatto appena accaduto.
La piazza era gremita di uomini che si agitavano e ognuno raccontava la sua versione dei fatti in modi diversi, ma tutti erano addolorati allo stesso modo per la brutta fine che aveva fatto Luana.
In breve avevo raccolto tutte le informazioni possibili e l'articolo da pubblicare poteva già essere completo, ma era solo domenica e il settimanale andava in stampa il giovedì.
Quella sera non riuscivo a prendere sonno, il pensiero della brutta fine che aveva fatto quella poveretta mi tormentava. Era ormai notte fonda quando riuscii ad addormentarmi e verso mattina il sonno divenne affannoso e travagliato. Sognai che lei scappava sotto un cielo plumbeo che minacciava tempesta, inseguita da un maniaco con la bava alla bocca che la voleva violentare; cercavo con tutte le mie forze di correre, per andare a proteggerla ma non ci riuscivo: un grosso peso che sentivo addosso, me lo impediva. Mi svegliai tutto sudato e agitato. Poi la doccia e la colazione mi calmarono e quindi ritornai in quel piccolo paese, per raccogliere altre informazioni.


Troppi omicidi per nulla

Maurizio Canauz

Premessa

Immagini lontane si sovrappongono, si custodiscono nella memoria, come un'ideale sfondo dell'amicizia; la meraviglia, le parole, i colori, gli antichi e incrollabili legami. Degli istanti ripropongono il presente come metafora del passato. Ricordi svincolati da alcun obbligo. La condivisione di un sentimento, gli incontri, i sogni comuni scandiscono incessantemente le esistenze e impongono di dare testimonianza…
Il ritiro definitivo dal mondo attivo del mio amico Alessandro Tonelli, giornalista e scrittore di fama indubitabile, mi ha spinto quasi per gioco a realizzargli un omaggio un po' particolare che non ho mai avuto occasione o volontà di esporgli compiutamente.
Alessandro, infatti, negli ultimi anni ha avuto modo d'intervenire nella risoluzione di vari casi polizieschi o enigmi della vita reale, come è solito definirli. A volte casi banali altre volte veri e propri misteri che a fatica la sua mente, pur allenata ed abile, riusciva a risolvere.
Devo dire, in tutta onestà, che il mio lavoro è stato lungo e tortuoso per riunire i vari “casi” che costituiscono l'attività investigativa del mio amico. Racconterò questi avvenimenti a mano a mano che li avrò ricostruiti con nitidezza nel mio spirito attraverso la mia ricerca.
Cercherò, per quanto possibile, di attenermi ai fatti come se fossero resoconti scientifici. Non inserirò nelle narrazioni nulla in più di quanto realmente accaduto e dove potrò citerò le deposizioni dei testimoni o comunque dei soggetti implicati nel caso.


La morte di Lisandra

Leila Gambaruto

Erano adorati ed invidiati da tutti: Bullball, il famoso calciatore dalle cariche inarrestabili, terrore degli avversari e idolo dei suoi tifosi e la sua compagna Lisandra, sublime fotomodella con i lunghi capelli d'oro.
Quei due formavano veramente una bella coppia: erano giovani, belli e ricchi, nel fulgore della loro carriera. Si amavano ed avrebbero potuto essere felici, invece erano dannati.
Perché dietro la bella maschera virile e sorridente del campione di calcio, si celava la personalità nevrotica di un ragazzino impaurito, che nato da una modesta famiglia operaia aveva dovuto lottare con tutte le sue forze per riuscire ad emergere nello spietato mondo dell'agonismo e ora, raggiunto il culmine del successo, era divorato dal terrore del fallimento.
Bullball conviveva con una ragazza bellissima che accendeva di desideri roventi e faceva sognare ad occhi aperti intere generazioni di maschi, ma aveva un grave problema: lui voleva Lisandra soltanto per sé e non sopportava nemmeno il pensiero che uomini sconosciuti si soffermassero, sia pure distrattamente, sulle curve perfette della sua donna.
Lisandra dal canto suo non riusciva a comprendere le reazioni insofferenti di Bullball.
Quando si erano conosciuti, lei aveva appena iniziato la sua promettente carriera e pur amando appassionatamente il suo ragazzo, non intendeva affatto ritirarsi per vivere all'ombra di un amante che si stava rivelando sempre più geloso e soffocante.
I continui sospetti, le ossessioni di Bullball che vedeva amanti occasionali ovunque, la offendevano e la facevano stare male. Che cos'era lei ai suoi occhi? Una sciocca bambolina con il cervello come un seme d'anguria, disposta ad accoppiarsi con chiunque glielo avesse proposto, magari solo per passare il tempo?


La pagina bianca

Nuccia Isgrò

È ora di andare a letto, è l'una di notte. È stata una giornata faticosa. Lavoro duro, vero, che non ti lascia respirare un attimo. Correre, obbedire, prendere, sollevare, catalogare. I muscoli sono indolenziti, ho bisogno assoluto di riposo. Sono Giò, ho trentaquattro anni, magazziniere presso un grande centro commerciale, è un lavoro che dà poche soddisfazioni, è noioso, non ho contatti con nessuno, tranne che con i camionisti che portano merce che devo scaricare. Eppure mi considero fortunato, ho un lavoro che mi permette di vivere dignitosamente, da solo. Certo mi manca l'amore, ma non sono un “figo” come direbbero le ragazzine di oggi, sono normale, anonimo. Insomma nessuna mi guarderebbe due volte per la strada. Non mi notano e non lo farebbero neppure se andassi in giro nudo con un ananas in testa. Ho un diploma, ottenuto senza grande sforzo, in realtà non sono stupido, sono solo trasparente! È sempre stato così, fin da piccolo. In famiglia ero quello che non protestava mai, mia mamma neppure si ricordava del mio compleanno. Eravamo cinque figli, io il secondogenito. Tenerezze solo per poco tempo, circa tre anni, poi la nascita degli altri miei fratelli ed io sono caduto nel dimenticatoio. Sono maturato in fretta. Insomma me la sbrigavo da solo in casa e fuori. Non posso dire che fossi triste, questo no, solo una vita anonima, che continuo a fare. Adesso “la pagina bianca” mi aspetta. Cos'è? Un miracolo, una ventata di colore e di potere alla mia vita incolore. Ogni notte metto “la pagina bianca” sullo scrittoio della mia stanza da letto. Penso intensamente a cosa vorrei e poi vado a dormire. Le mie notti, dopo la sensazionale scoperta, sono uniche e terrificanti, sono tutto, faccio tutto, sono il supereroe, il potere che tutti vogliono. Insomma vivo.
Come me ne sono accorto? Ecco…


Rosso arcobaleno

Donatella Lechiancole

-I-

– Ho fame! Hai finalmente buttato giù la pasta, brutta disgraziata ? –
Stravaccato sul vecchio divano in velluto marrone, stava sghignazzando della performance del suo compare, che questa volta era riuscito addirittura a farsi ingaggiare dalla tv locale per una campagna pubblicitaria. – Che figlio di buona donna, e come se la suona bene 'sta batteria di pentole – , rise della sua stessa battuta senza perdere lo stuzzicadenti che teneva tra le labbra. Aveva udito la moglie ciabattare lungo il corridoio nel solito modo fiacco e le aveva urlato addosso minaccioso, sollevando appena il mento pesante. Da un po' di tempo non la vedeva affatto di buon occhio, sempre così sciatta, apatica, musona. Una vera mummia. Ieri si era addirittura dimenticata di mettergli lo zucchero nel primo caffè del mattino, quello che gli serviva per iniziar bene la giornata, e certo non gliela aveva fatta passare liscia: aveva sputato a fontana il primo sorso e l' aveva scaraventata a terra con un ceffone, centrandola con la tazzina ed i resti ancora fumanti dell' amaro liquido. Che non si permettesse di continuare a mancargli di rispetto, o la prossima volta sì che gliele avrebbe date di santa ragione. Ora erano le 12:30 e il suo stomaco reclamava il pranzo.
– Adesso è pronto. – La voce fievole lo raggiunse improvvisamente non appena spense il televisore. Si issò dal divano con un peto fragoroso, grattandosi lo spesso ventre attraverso la canottiera sudata. Prese posto, a capotavola. – E dopo mangiato ci divertiamo, vecchia prugna. Preparati. –


Un caso poco chiaro

Giuseppe Marra

L'urlo fu terribile ed echeggiò in tutta la tromba delle scale; tutti uscirono dagli appartamenti e la donna con gli occhi fuori dalle orbite e le mani tra i capelli, la voce ormai soffocata, uscì dal bilocale al terzo piano e si precipitò per le scale.

Capitano... Capitano!
Montegrappa era finalmente diventato capitano dei carabinieri e stava entrando nella sua nuova stazione a prendere il comando, ai bordi della periferia. Il capitano Montegrappa era stato per lunghi anni maresciallo e aveva alle spalle un'ottima esperienza nel risolvere i casi difficili. Spostandosi nella nuova sede di lavoro si era portato dietro il suo “delfino”, il brigadiere Tamerini con cui aveva lavorato per dieci anni.
Entrò nella caserma, tutti erano sull'attenti ed emozionati. Montegrappa fece il saluto ufficiale poi prese possesso del suo ufficio accompagnato dal maresciallo Corbetti. Si sedette e si guardò attorno, era soddisfatto e commosso. Si sentiva importante anche se non lo esternava; amava il suo lavoro e credeva molto nel valore dell'Arma dei Carabinieri, conosceva bene la storia e le imprese del corpo e si sentiva onorato di farne parte. Si sedette alla sua scrivania, provò la sedia, aprì un cassetto, era vuoto, posò le mani sul tavolo e trasse un sospiro di sollievo, come avesse finito un lunga battaglia. Ma non fece in tempo a godersi quel momento che arrivò di corsa il centralinista dicendo che era stato commesso un omicidio in via Fidia.


I vivi e i morti

Nicolina Scalzo

PROLOGO

Il collo taurino di Giacomo Smeriglieri era quasi soffocato dalla stretta della cravatta viola. Una vena ingrossata pulsava con un ritmo regolare che distrasse per pochi istanti l'attenzione dell'assassino, chino sul grasso corpo sudato mentre la lama del coltello rifletteva l'ultima luce del giorno affacciata tra le persiane socchiuse.
La mano rallentò impercettibilmente nel seguire la precisa traiettoria diretta al cuore, poi riprese il percorso con chirurgica esattezza.
All'impatto il sangue schizzò disegnando incomprensibili ideogrammi sulle pareti imbiancate di fresco, schiaffeggiando il volto impassibile di chi si accaniva sull'Avvocato svenuto e inerme, ricadendo a percorrere le pieghe della camicia lilla.
L'assassino si fermò a rimirare l'opera. Non era soddisfatto, mancava qualcosa.
Sì, aveva capito.
Mancava ogni gioia nel suo cuore.

-I-

Io, che forse sono morto.
Non sono più riuscito la notte a sdraiarmi nel nostro letto solitario.
Aspetto l'alba raggomitolato sul divano, la televisione accesa a vomitare parole e immagini nella speranza che il cervello si intorpidisca con quell'analgesico artificiale.
La mente viene lentamente sopraffatta dalle bombe sganciate per radere al suolo case immerse in un'inconsapevole quiete, poi da bionde seminude che cantano di amori infelici, poi dalla pubblicità ammiccante di una birra.
Confuso, provo sollievo nel vortice dei suoni e dei colori.


L'innocente

Enrico Teodorani

Stava rassettando il salotto. Di lì a poco il marito sarebbe tornato, quindi aveva già messo la cena sul fuoco, in cucina. E proprio in cucina, in quel momento, una mano stava prendendo un coltello da un cassetto.
Era piegata a spolverare un tavolino basso accanto al divano quando con la coda dell'occhio si accorse della lama che stava calando su di lei. Il coltello da cucina entrò nella sua carne per decine di volte, anche quando lei era già sul pavimento, morta, e una chiazza rossa si stava allargando sempre più attorno al suo corpo inerme.
Ad un tratto si udì il rumore di un'auto che parcheggiava fuori in giardino. L'assalitore allora gettò il coltello e sgattaiolò fuori da una finestra sul retro.


Valzer di piombo

Enrico Teodorani

Sul palchetto della Festa dell'Unità di San Zaccaria un'orchestrina romagnola strimpellava un valzer. Il brusio della gente che si affollava nella pista da ballo, in quella serata estiva, giungeva smorzato fino a Durìn, che se ne stava seduto su una panca in disparte. Gli amici con cui era venuto se n'erano già andati, ed anche lui stava per togliere le tende, quando una bionda dall'aria delicata, con grandi occhi chiari che scrutavano intorno, circospetti, gli si avvicinò e gli disse con una vocina sottile da educanda: – Siete il signor Durìn, vero?
– Vero.
Il suo vero nome era Teodoro, ma non gli era mai piaciuto più di tanto. Tutti l'avevano sempre chiamato con quel soprannome, anche sua moglie, e a lui stava bene così.
La guardò con attenzione. Era giovane e aveva l'aria spaventata.
– Cosa posso fare per voi?
– Vorrei che mi accompagnaste a casa.
La donna lo guardò con un'espressione implorante. Forse era calcolata, ma riuscì efficace lo stesso.
– E perché volete farvi accompagnare a casa da un vecchio? Ci sono tanti baldi giovani qui in giro, una bella donna come voi non ha che l'imbarazzo della scelta.
Lei si guardò intorno, poi gli rispose: – Vedete, sono davvero spaventata, anche se cerco di non dimostrarlo. Ho sentito dire che voi siete una persona fidata.
Dalla borsetta che teneva in mano prese dei soldi e glie li porse: – Tenete.


E tu, hai chiamato la Polizia?

Antonio Viciani

Se stai guardando questo streaming su Periscope e vedi lo schermo nero non staccare ti prego, ascolta la mia voce! Non vedi nulla perché sono in un gran casino ma tu puoi aiutarmi. Mi chiamo Giovanni Lucci, abito a Milano in Via Stradivari 12, ascoltami bene. Ho acceso il cellulare in qualche modo ma ho le mani legate e adesso un sobbalzo lo ha allontanato da me quindi non posso fare altro. Spero di avere acceso una trasmissione Periscope in streaming. Era l'ultima app che ho usato, l'avevo scaricata per caso ma adesso può salvarmi la vita! Se ho capito bene attiva una trasmissione in diretta aperta a tutti gli utenti del mondo, posso solo sperare che la trasmissione si sia avviata davvero e qualcuno mi stia ascoltando. Sono nel bagagliaio di un'Audi nera, un modello vecchio in viaggio fra Bergamo e Milano, con le mani legate. Alla guida c'è un uomo che ha o meglio aveva, immagino, un passamontagna blu, può anche avere già cambiato strada e se è così io sono bello fottuto. Mi ha chiuso qui fra le sette e le otto ma non ci potrei giurare, ho preso tanti di quei cazzotti che non so più neanche se sono vivo. Questo è tutto, non so altro, cazzo. Se mi senti, se mi sentite, chiamate la polizia, vi prego! Il mio numero non è rintracciabile perché qui c'è un dispositivo che confonde le celle dei ripetitori. Ripeto, mi chiamo Giovanni Lucci e sono chiuso nel bagagliaio di una macchina in autostrada, un'Audi nera, che va da Bergamo verso Milano.

[Silenzio per un minuto, respiro affannoso, tonfi e rumore di clacson, un colpo di tosse, singhiozzi di pianto]

Delitto a Villa Palmieri

Bruno Volpi

-I-

Suor Betta entrò nella sala da pranzo reggendo due caraffe di thè freddo. Si era chiesta cosa si sarebbe potuto offrire alle undici di mattina di una giornata insolitamente calda di fine settembre e aveva optato per quel tipo di bevanda. – Disseta, dà energia e costa poco. –
Nella sala da pranzo di Villa Palmieri erano riuniti, in un insolito connubio, ospiti e lavoranti, escludendo la vittima e la zia della stessa, che alla notizia aveva accusato un malore. In piedi, con aria pensosa, il commissario Luigi Badalotti parlottava con la direttrice Suor Eugenia, che lo aveva prontamente chiamato per far luce sull'accaduto.
Badalotti non aveva esattamente le “physique du rôle” che ci si aspetterebbe da un commissario di polizia. Era piccolo, goffo nei movimenti, con una pancia abbastanza prominente, che la divisa stentava a contenere. A prima vista dimostrava una cinquantina di anni, in realtà ne aveva solo quarantadue, mal portati.
Appena giunto a Villa Palmieri, Badalotti si era fatto raccontare da Suor Eugenia come si erano svolti i fatti. La religiosa aveva spiegato che, all'ingresso del magazzino per le vivande, era stato trovato il cadavere di una giovane pensionante di nome Eleonora Bisoli, in vacanza con la zia, la signora Francesca Monreale. Le due donne, ospiti abituali della villa, erano arrivate ai primi di giugno e si sarebbero trattenute ancora qualche settimana. La superiora aveva poi chiesto a Suor Betta di accompagnare il commissario nel magazzino per permettergli di visionare il cadavere e il luogo in cui era stato rinvenuto.


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