Libri di narrativa Poesie Saggistica Antologie



A DIEGO di Grazia Fassio Surace
ISBN: 978-88-6932-214-3 - Prezzo: 5,00 €

Grazia tesse in versi uno struggente dialogo con il compagno ammalato:

IL TARLO
Nella scrivania c’era troppo sole…
…ma un sentore di tempesta era nella mia testa.

ATTIRAVAMO STRALI
Capelli bianchi
la mano nella mano
e penso a noi com’eravamo
ti amo tanti
e poi bisticci di parole
amore e non amore
ingrati alla benevole sorte
attiravamo strali.

QUEL MALEDETTO 23 OTTOBRE
Era l’albore di un mattino chiaro
quand’hai percepito un vuoto dolore.

L’ora ingrata era infine scoccata.




PENSIERI COME RESPIRI di Biagio D'Anna
ISBN: 978-88-6932-219-8 - Prezzo: 18,00 €.

Caro pubblico, sono Biagio D’Anna e a voi mi presento come dedico con attenzione ed amore ciò che ho sentito, raccogliendo durante il percorso della mia vita, descrivendo con l’anima i versi di un mondo inquadrato a largo raggio, dove all’orizzonte delle vedute ognuno di noi, scavalcando, si può ritrovare a volte nudo, spoglio d’ogni indumento materiale, avvertendo la voce di un’umanità per sintonie sull’onda vicina, aprendoci alle varie correnti di una frequenza e non chiudendoci da sordi, muti e ciechi, quando assistiamo da indifferenti alla sorte di chi ancora oggi sopporta un peso da pagare ai comandanti del denaro.
La vita va goduta dall’alba al tramonto coi suoi colori ad un nuovo giorno, il nostro tempo con le sue sfumature, quando prendono in volo la nostra anima e decolliamo leggeri come gabbiani, sognando, vedendo dall’alto, approdando nei luoghi dove troviamo la nostra serenità come pace da un mondo con i suoi inquinamenti, con le sue frenesie e nessuno può contraddire il nostro spazio, noi l’infinito di un attimo, come magia ad un lampo, come fiaba a lieto fine.
Nasco a Catania e qui vivo; opero nel campo teatrale, Artista del Coro presso il Teatro Massimo V. Bellini di Catania, sezione Tenore.
Ho amato il mio lavoro come dono datomi dal cielo, un soffio alla gola, uno strumento piccolo, bello quanto complicato tra tutti gli altri strumenti, la laringe con le corde vocali...


UN AMORE IMPOSSIBILE di Paolo Grecchi
Prezzo: 8,00 €

Nuova antologia poetica per Paolo Grecchi, dedicata ancora una volta all'Amore, che la presenta così:
L'amore, anche quando è impossibile da concretizzare, è comunque un sentimento che cerca la sua legittimazione nell'ideale. Le belle poesie romantiche sono limpide, piene di respiro in una continua dichiarazione d'amore ed in un susseguirsi di emozioni espresse senza retorica, un amore tra sogno e realtà, un sentimento che sublima per la forte poetica verità, trasparente in superficie e profonda nel cuore.

 

E NULLA È PIÙ COME PRIMA

Il tuo sorriso…
la rugiada del mattino
che rende brillante il mio cuore.
Il tuo sorriso…
un soffio di vento
che spazza via la polvere dal mio cuore.
Il tuo sorriso…
un raggio di sole
per una nuova primavera del mio cuore.
Il tuo sorriso…
e nulla è più come prima.

 

ANGHELIKA di Alessandra Palisi
ISBN: 978-88-6932-217-4 - Prezzo: 12,00 €.

Dalla prefazione di Fulvio Castellani:
Inizia con un sogno e termina con il risveglio, la nuova fatica poetica di Alessandra Palisi. In tale spazio temporale, in un certo qual modo, si muove un concerto di momenti lirici che si concretizzano musicalmente nel segno di una bellezza espressiva che colora il cielo, e il cuore, del lettore con tonalità alte, vibranti di luce, di autentica gioia... Il percorso, che si apre con “canti angelici e dolci melodie”, si struttura via via fra il candore di un’alba ed il frastuono iridescente di un tramonto, testimone silente di giornate calde e vibranti.
Scrivere poesia è, quasi sempre, mettere a nudo la propria sensibilità, i propri impulsi più intimi, il proprio Io che assai spesso viene condizionato dalla quotidianità e cerca, perciò, una via d’uscita.
Questa via d’uscita ce la mostra, in maniera esemplare, anche Alessandra Palisi che con un accavallarsi di tessere tra loro intersecanti è riuscita, ancora una volta, a costruire un mosaico scritturale, e di contenuti, alato e scorrevole, raffinato, dialogico...
C’è un “tu” onnipresente, metaforico o reale, ad abbracciare il pensiero dell’Io narrante tra bocconi amari e consapevolezze correttive. C’è, come si suol dire, una struttura costruttiva che crea e ricrea graffiti di fede, essenze profumatissime, verità tramandate, forzieri preziosi di insegnamenti cui può accedere soltanto chi ha un cuore candido ed è in grado di sgranare “pannocchie / di vero amore”.
Ecco, pertanto, che le parole “amore” e “Amore” fanno il resto, ossia ci fanno volare in alto in compagnia di un aquilone, che è la voce garbata e modulata di Alessandra Palisi; una voce che abbraccia il tutto e che, come dopo una caccia al tesoro, le fa dire: “Mi rivolgo con tutta umiltà a te che ora / Sei dentro il mio cuore oggetto di una / Nuova e particolare specie di amore, / il Vero Amore che perdona tutti e accoglie / tutti nel suo grande abbraccio filiale”.
Come a dire, usando le parole di Gibran, che “l’ottimista vede la rosa e non le spine; il pessimista si fissa sulle spine, dimentico delle rose”.
Non è semplice seguire l’andamento della presente silloge di Alessandra Palisi che si aggiunge alle precedenti dai titoli Timore e tremore ed Esisto, ma è altrettanto gratificante, alla fine, ripercorrere il tragitto lirico a rovescio. Il motivo? La poesia ci fa porre diversi, legati all’oggi, alla storia, al gioco delle parti, all’essere prima dell’avere, ai contorni onirici di atmosfere intime, alla forza dei sentimenti giù genuini... Ed è per questi motivi (e non solo) che, per coerenza anche con me stesso, suggerisco ai lettori di aprire il libro con curiosità ed operoso equilibrio critico.

Fulvio Castellani

ARCOBALENO di Anna Ribezzo
e
AL TEMPO CHE PASSA di Mauro Montacchiesi

Silloge poetica a quattro mani: la prima parte del libro ospita le poesie di Anna Ribezzo.
La seconda parte ospita le poesie di Mauro Montacchiesi con il commento critico di Anna Ribezzo.
AL TEMPO CHE PASSA, Commento di Anna Ribezzo
Versi che viaggiano sul filo di ricordi, emozioni e sensazioni. Questa Poesia è una sintesi incredibile che rende tutti simili davanti al repentino coinvolgimento di mente e cuore nel trascorrere del tempo.

AL TEMPO CHE PASSA

Fresca cade la pioggia dalle nubi plumbee; voci,
vibrazioni umane smettono di ascendere al cielo!
Del calesse non s’ode più lo stridulo clamore,
né della giovin contadina s’innalza più in alto il canto,
il canto gioioso del suo agreste idillio!
Dal campanile della pieve, d’un cupo acuto,
si disperde tra la brezza il tempo,
simile al respiro d’una vita lontana dalla luce!
Beccano due passeri solitari sui cristalli
velati di bruma!

(Pieve Romanica di S. Vittore-Rapolano Terme-Siena)


IL CARNEVALE DI LIKILU NEFATO ovvero L'Italia a Parlamento di Lercherich
ISBN: 978-88-6932-210-5 - Prezzo: 20,00 €

Dalla prefazione di Fulvio Castellani:
Non è facile entrare nel vivo della poesia di questo autore italiano che usa uno pseudonimo decisamente strano e, al tempo stesso, stuzzicante.
Va detto, comunque e subito, che i versi risultano forti, intensi dal punto di vista dei contenuti, quasi un concerto che si rinnova ad ogni appuntamento, ad ogni sosta riflessiva e tonificante, fatta di immediatezza e di sottile ironia.
Anche i personaggi chiamati in causa, e che in pratica fanno parte di un Carnevale che ha preso corpo entrando a contatto diretto con la realtà che ci viene offerta dall’oggi politico, sociale, culturale, storico... hanno la stessa fisionomia.
È un gioco sottile, questo; un gioco che Lercherich vive en plein aire e di cui si avvale per cavalcare alla grande l’ieri, la voracità di chi vorrebbe il tutto e subito, di chi non ha tempo (a suo avviso) per meditare, per offrirsi alla società nel segno di un possibile dopo che, purtroppo, corriamo (e non da oggi) il rischio di vederci sfuggire dalle mani.
La poesia è costruita con cura, si fa leggere e gustare per l’immediatezza dei concetti e dei sottintesi, dei girotondi attorno alle parole che volano ma che lasciano un segno indelebile in chi riesce a captarne il senso, i perché...
È un po’ la nostra vicenda di italiani, del sapersi arrangiare, di essere in grado sempre di uscire dal vuoto che sovente ci avvolge...
Conquiste, attese, stranezze, sorrisi falsi, pacche sulle spalle che suggeriscono tante cose (quasi un avviso a prestare attenzione a chi ci sta ammiccando) fanno il pari con i tuffi in profondità affinché tutto venga riscattato, rinnovato prima di doversi inginocchiare in segno di sottomissione...
Inviti e risposte, dunque, si alternano con le stranezze della quotidianità storica ed attuale, con le poche gioie e i tanti suggerimenti a leggersi dentro, a scoprirsi protagonisti (magari secondari) nel tempo che ci è stato consentito di calpestare la nostra Terra...
Troviamo ad indicare soluzioni, o a metterci in guardia, personaggi curiosi ma simpaticissimi (Stenterello, Fracassa, Fracanapa, Brighella (“sono tutti farabutti, / del rubare mastri d’arte”), quindi, accanto alle tante maschere italiane, troviamo reperti di storia (Costantino e i concili, i Briganti, i Moti in Italia con “Custoza, Pastrengo, il Papato... ”).
C’è davvero un corpus poetico ricchissimo, che si fa leggere con piacere e che, anzi, ci costringe con gioia a rileggere i vari capitoli, a dimostrazione che Lercherich ha colpito nel segno e che il suo Carnevale di Likilu Nefato merita grande attenzione e curiosità.


SCRIVO E SCRIVERÒ DI TE di Franco Tagliati
ISBN: 978-88-6932-216-7 - Prezzo: 18,00 €

Dalla prefazione:
Tra Guastalla e il Po c’è un feeling storico e moderno, c’è un concerto di musica semplice e genuina, c’è un cielo che s’infiamma e graffia il tempo con “la semplicità di un bambino / quando parla della mamma”... È, in parole semplici, una primavera di sussurri, di abbracci, di sogni che rinnovano su una vetrina di cristalli che colorano di stupore ogni sguardo, ogni carezza, ogni sfumatura, ogni ricordo che, quasi in segreto, rianima “l’esuberanza dell’estate” e “l’odore metallico della neve”...
È, questo, un continuum di emozioni e di immagini che Franco Tagliati ci consegna attraverso una poesia dal calco dialogante e tale da mettere in piena evidenza la sua non comune capacità di coinvolgerci e di trasmetterci voli alti, ardenti strette di mano, paesaggi anche intimi di una bellezza a tratti confidenziale e talvolta (più spesso, per la verità) pulsanti e vibratili come ali di libellule.
Diceva Shirley (in Preface to Beaumont and Fletcher) che “La poesia è figlia della natura: regolata e resa bella dall’arte, si presenta come la più armoniosa di tutte le composizioni”.
Diciamo questo, in quanto i versi, essenziali e intimamente musicali, di Franco Tagliati hanno il dono, non comune, di mettere immediatamente i n circolo, in chi legge, un panorama dalle tinte gradevolissime che, sia nelle poesie in dialetto che in quelle in lingua italiana, non fa altro che invogliare ad una lettura non superficiale in quanto il mosaico compositivo è ricco di tessere cangianti ed elegantemente incasellate in un quadro circolare che esalta il fascino del Po e quanto si agita (e si muoveva anche in un ieri lontano) al di là delle sue sponde.



LE LACRIME DEL SOLE di Giuseppina Iannello Siccardo
ISBN: 978-88-6932-211-2 - Prezzo: 20,00 €

Ho ritenuto bello dare al mio volumetto il titolo: “Le lacrime del sole” perché credo nell’azione benefica, rigenerante e riequilibratrice del sole su ogni essere vivente.
Attraverso le emozioni delle quali il meraviglioso astro ci elargisce, l’anima può finalmente sentirsi libera, in armonia con se stessa e con gli elementi dell’universo.
Mi sento di poter scrivere:
“E dopo la tempesta che vide cose strane,
risplenderà l’azzurro meae lacrimae solaris.”

La mia poetica si accosta ai toni dolci dei poeti decadenti e crepuscolari. È evidente l’influenza di Giovanni Pascoli, specie riguardo alla musicalità dei versi, nonché di Guido Gozzano, relativamente ai testi dal linguaggio pacato e malinconico. La mia formazione culturale, rientra in un’etica che, alla luce del Cristianesimo approfondisce i rapporti individuali sulla base di una legge morale.
La poesia, in quanto esplicazione del sentimento, è l’unico mezzo che ci permette di confutare l’io persona con l’io individuale, consentendo di cogliere il nesso tra la dimensione umana e il trascendente.
Per quanto concerne la sezione poetica: “L’esule stagione”, al fine di una maggiore comprensione del testo, tengo ad evidenziare come dal rapporto prismatico di analoghe esperienze, quella del Poeta e quella della bambina Jou Jou, l’Autrice, risalti quella ideale complicità per la quale sentimenti ed emozioni si incontrano, dando luogo ad analoghe conclusioni.
Ringrazio per questa mia opera, Giovanni Pascoli e Guido Gozzano, sempre presenti nel mio iter letterario, tutti i familiari del Cielo che si sono prodigati alla realizzazione del libro.

L’Autrice




CAPUT MUNDI - Còre de Roma di Mauro Montacchiesi
Seconda edizione
ISBN: 978-88-6932-213-6 - Prezzo: 35,00 €

Caput Mundi è una raccolta ibrida che riguarda personaggi storici, contemporanei ed alcuni di fantasia, nativi di Roma o a Roma strettamente collegati. Raccolta ibrida perché contiene poesie, narrativa breve, saggistica breve, recensioni estese anche ad alcuni locali caratteristici di Roma e dei Castelli Romani. Caput Mundi si apre e si chiude con i versi di: “Arrivederci Roma” di Renato Rascel- Garinei e Giovannini.
ALCUNI ESTRATTI CRITICI:
Lo sguardo di Montacchiesi sul mondo è totale, denotando una vivacità intellettuale e una sensibilità emotiva non comuni, che portano l’autore ad avvalersi di varie forme espressive e di un lessico assai ampio e variegato per esternare questa sua grande ricchezza. Non a caso Mauro Montacchiesi non solo è fine poeta, ma anche saggista, narratore ed impegnato in vari ambienti e attività culturali. Leggere Montacchiesi non solo è un’esperienza piacevole e stimolante, ma anche, e soprattutto, un’esperienza edificante.
www.illitorale.net
Membro di Giuria Massa, Prof.ssa MONICA SALVETTI

Opera complessa, dove la prosa si alterna alla lirica e alla critica, dove la vena narrativa si lascia prendere piacevolmente la mano dal mémoire. Scorre l’impegno letterario non comune dell’Autore, in questo suo originale “Zibaldone”, che vuole ricordare espressamente il recanatese e la sua lirica “L’Infinito”. C’è molto da apprendere leggendo questa opera, una piccola/grande enciclopedia interdisciplinare, che ha il pregio di sfuggire alla lettura sistematica, perché carpisce l’attenzione del lettore dove questi voglia posarsi.
La Giuria del Premio “Agenda dei Poeti”, di Euro Di Luzio e Otmaro Maestrini
Presentatrice Elisabetta Viviani
La Giuria:
Presidente: Roberto Bramani Araldi
Membri di Giuria: Federico Bock, Alessandra Gelmini, Daniela Javarone, Simona P.K. Daviddi

Il Poeta si cimenta in un e-book di grande risonanza, ove generosamente divulga la sua Arte in questo formato, per agevolare l’impatto dello scritto compiuto ad un pubblico culturalmente evoluto.



NIA di Antonia Izzi Rufo
Silloge poetica

Insegnante in pensione, laureata in Pedagogia, Antonia Izzi Rufo è nata a Scapoli (IS) e risiede a Castelnuovo al Volturno, frazione di Rocchetta (IS). Circa una settantina i libri pubblicati, tra poesia, narrativa, saggistica e altro. Collabora, come critico, a diverse Riviste Culturali. Le sono stati assegnati numerosi Premi Letterari. Hanno scritto di lei Personalità della Cultura Nazionale e Internazionale. Così Giorgio Barberi Squarotti: «La sua poesia è luminosa ed essenziale in forza di una marcata liricità, con esiti spesso altissimi»; Luciano Nanni: «Il titolo esprime il senso della femminilità in campo poetico tanto che per la Izzi è stato coniato il termine di “Saffo italiana” » (“Donna”); Vincenzo Guarracino: «C’è una commovente disponibilità al canto nei versi di Antonia Izzi Rufo, c’è la forza suggestiva del canto di “un’anima bella”, c’è la capacità di dar corpo in versi limpidi e arcani ad una musica la cui misura genera nel lettore una strana vertigine» (“Passi leggeri”); Costas M. Stamatis: «…Nei suoi versi io ascolto con l’anima la sua poesia tenera, dove il cuore, il pensiero, l’ispirazione, i sentimenti e il fluire poetico hanno creato una parola lirica, semplice e magnifica, la quale guida il lettore in sentieri nei quali palpita la vita»; Enrico Marco Cipollini: «…Ed è questo palpitare che sa di innocenza che rende grande tale silloge, una delle migliori dell’Autrice, proprio per il sapore indicibile d’amore…Tutto ciò che trepida dentro, nel suo “intus”, catullianamente lo sente nell’intimo dell’animo e lo esprime senza mediazioni, con naturalezza…» (“Intus”); Aldo Cervo: «In “Voli nei sogni” Antonia Izzi Rufo perviene, con le cose, a un rapporto di dimensione panica. Canali sensori di inossidabile integrità le consentono di calarsi nell’essenza degli elementi, partecipando al vivere cosmico direi oltre i limiti soggettivi dell’umana percezione. Si tratta di uno stadio dell’Esistere che “bordeggia” l’infinito…»; Dapy: «C’è, nei versi della Izzi Rufo, la semplicità e la schiettezza della poesia di Saffo, l’intimismo e il panismo del Pascoli, la dolcezza e la musicalità del Petrarca, la sofferenza e il senso dell’infinito del Leopardi, l’ermetismo, addolcito, di Ungaretti, la luminosità e l’armonioso eloquio di Lucrezio, la filosofia di Dante…». Tra i Critici recenti più noti Nazario Pardini, Luigi De Rosa, Domenico Defelice.


PAROLE IN LIBERTA'di Pierina Olga Duranti
Codice ISBN: 978-88-6932-208-2 - Prezzo: 10,00 €.

Dalla presentazione di Albertina Zagami:
Quando incontrai Piera la prima volta, fui colpita dai suoi occhi di un azzurro limpido, sereni, e dal sorriso dolce, disarmante come quello di un bimbo. La sensazione che provai fu di avere incontrato una persona sensibile, equilibrata, che ha percorso il cammino della propria vita senza incontrare troppi ostacoli e tuttavia disponibile verso il prossimo.
Col tempo, conoscendola, e oggi leggendo le sue poesie, continuo a domandarmi come sia riuscita a mantenere la grande forza d’animo che si nota in lei nonostante le avversità affrontate. Certo ha avuto i momenti di sconforto, di scoramento profondo, come trapela dai suoi versi, ma ha prevalso la speranza che “l’atmosfera cupa” che “intirizzisce l’anima” si sciolga in attesa “che arrivi la luce dei raggi del sole e ci si risvegli dal torpore”. D’altra parte, per Piera “vivere è partecipare, gioire per sé e per gli altri, soffrire per sé e per gli altri. Manifestando questi sentimenti”.
Oggi, saggia e con i capelli bianchi, suggerisce di “vivere al momento e, se è bello, goderlo, assaporarlo fino in fondo. Perché è breve. Non dura, dura lo spazio dello sbocciare di una rosa, il tempo del profumo di un fiore che ti inebria o l’affacciarti notturno su un prato pieno di lucciole. Consapevole che tutto passa.”
Struggenti i versi in cui esprime la propria profonda partecipazione al dolore e alle sofferenze causate dalle guerre, alcune ormai lontane “...ha fertilizzato col sangue di giovani vite spezzate l’erba rigogliosa”, e altre purtroppo attuali “come si può brindare a una vittoria di fonte a cadaveri e distruzione”. Domande senza risposte. Dai suoi scritti, inoltre, trapela un grande amore per la natura, per la musica (“musica che accarezzi l’anima, in te mi perdo”), per la poesia, tutti elementi da cui riesce a trarre forza o in cui si rifugia, si nasconde, si sfoga nei momenti più duri da affrontare. In essi affiorano i pensieri, i sogni, mettendo a nudo la sua anima, la sua essenza, la sua sensibilità.
Nonostante la vita non sia stata molto prodiga di doni nei suoi confronti, nonostante la solitudine,”l’attesa delle telefonate serali”, “il solito tran-tran delle cose da fare. Per non pensare”, le sue poesia sono anche un canto e un ringraziamento alla Vita e all’Amore, inteso nel senso più lato della parola: “Sentirsi vivi. Ancora vivi per gioire delle nuove gemme, dell’aria satura di nuova vita che si rinnova. Sottile incanto di piccole cose, di cui, un tempo, non coglievi l’arcano. Piccole cose sì, ma gioia grande il poterle ancora assaporare”.


VOLER BENE di Antonia Izzi Rufo

Dalla prefazione dell'autrice: L’amore è innato in noi; è un sentimento che ci portiamo dentro fin dalla nascita e che cresce e diventa sempre più intenso, sempre più profondo, più indistruttibile, a mano a mano che i nostri anni aumentano, il nostro tempo avanza. L’amore non è sempre uguale, non ha due facce soltanto come il volto di Giano, ma tante; a volte è più sentito, a volte è superficiale. Noi proviamo amore per le persone, ma il nostro sentimento non è lo stesso per tutte: per i genitori, i parenti è profondo, lo è ancora di più per i figli che noi amiamo più di ogni altro essere al mondo; per gli amici è sincero ma non intenso; per la persona amata (fidanzato, marito, amante) si distingue dagli altri: si ama in modo morboso e riguarda il corpo e lo spirito. Si è legati alle cose in maniera superficiale e ciò non tocca l’anima, l’intimo della persona: se si deve rinunciare ad un abito, ad un gioiello, ad un oggetto di un certo valore, si prova dispiacere, stizza, risentimento ma non amore. Io amo le persone e le cose, d’un amore, naturalmente, che distingue le prime dalle altre. È superfluo dire che vengono, al primo posto, i miei figli e i miei parenti stretti; amo, forse più dei miei figli (perché è piccolo e m’ispira tanta tenerezza) il mio pronipotino Lucio j.: è lui che ha reso luminosi, vitali, i miei giorni senili. Amo la natura, in ogni sua stagione: è il mio rifugio quando ho bisogno di pace, quando voglio isolarmi dal mondo circostante e vivere di poesia. Non amo i vestiti eleganti, la folla, il frastuono in genere. Mi piace il mare, il sole, l’estate; mi piace viaggiare (senza esagerare) per conoscere altri paesi, altri costumi. Amo conversare, senza fare pettegolezzi. (Le liriche della breve silloge sono alcune con la rima, alcune seguendo le regole metriche, altre con il verso libero. Io preferisco quest’ultimo perché non mi fa perdere tempo e non incide sulla mia spontaneità).

NAPULE E' NAPULE di Mauro Montacchiesi
Prezzo: 18,00 €.

L’idea di questo libro è che dopo la mia città natale vivo Napoli da sempre come ispiratrice di un modello raramente imitabile, dato che le sue caratteristiche sono uniche e disegnano nel cuore quella magia solare che t’invita ad amare e a non tradire, perché, come asseriva Pino Daniele: “A Napule basta na tazzulella ’e cafè”, ed io aggiungo: “pÈ gghì ’mparaviso…”. Ecco allora che in questo testo ho riportato i miei commenti su tredici Artisti Napoletani che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso culturale. L’opera comprende anche tre sillogi poetiche in lingua italiana scritte da me e tradotte in vernacolo napoletano da uno dei più rappresentativi poeti di Napoli, di fatto il quattordicesimo Artista Napoletano presente nel testo: l’Accademico Vesuviano Vincenzo Russo (che ringrazio calorosamente e affettuosamente), autore, attore e regista, che fin da ragazzo è stato allievo della Scuola di Eduardo De Filippo.
Devo affermare che la cultura ha santificato le radici di molti poeti napoletani, come Salvatore Di Giacomo che, attraverso la linfa della saggezza, ha scritto versi indimenticabili. Poi il talento del musicista Viviani e tanti altri uomini che hanno illuminato il cuore di Napoli.
Vi è da dire che sia nella musica, nelle canzoni e nelle poesie, i napoletani sanno condire di tutto, finanche certi risvolti di parole come i paraustielli, una specie di metafore, aneddoti, fattarielle sfeziuse, tutti da interpretare. Cose fantasiose, storiche e soprattutto perché rimangono eterne nel popolo come i famosi proverbi o detti antichi, come quello presente: “Passaie ’o tiempo quanno Berta filava e l’auciello arava”. C’è tanto da dire su Napoli che rimane il teatro della nostra vita tra intelligenze aperte che vibrano da sempre tra passioni, amore e sentimenti.

Mauro Montacchiesi: Pluri-Accademico, Poeta, Scrittore, Saggista, Recensionista, Presidente e/o Membro di Giurie varie. Ha pubblicato decine di libri di vasto successo. Gli sono stati conferiti 13 Premi alla Carriera.
Socio Onorario Accademia Giuseppe Gioachino Belli di Roma – Fondatore Prof. Peppe Renzi – Presidente Dott. Fausto Desideri – Pubblica Onoreficenza conferita da Regione Lazio e Roma Capitale. Cerimonia investitura 20 dicembre 2019 Sala Protomoteca Campidoglio di Roma.
Ordinario de jure Pontificia Accademia Università Tiberina, fondata da Giuseppe Gioachino Belli il 9 aprile 1813, Decreto n. 341 del 2 marzo 1858, per personale volontà del Sommo Pontefice Pio IX. Cerimonia di investitura Protomoteca Campidoglio Comune di Roma (29/11/2012).
Maestro Lirico Accademia Francesco Petrarca - Alto Patronato Stato Italiano, Regione Lazio, Beni Culturali.


Sfogliando pagine di vita di Tiberio La Rocca
Prezzo: 10,00 €.

Dalla prefazione: “Morirò infelice, / ma vivrò pago ed ebbro di poesia”, afferma ad un certo punto Tiberio La Rocca e lo fa dopo aver messo a fuoco, con nitore e sincerità, il proprio Io, scavando in profondità la sua anima e il cuore in quanto i poeti, come lui, “si nutrono di dolore” e compongono versi, sofferti e profondi, solo ricchi “di bellezza e di emozioni”.
Questa è l’immagine, nitida e suadente, di Tiberio La Rocca che fuoriesce dalle poesie che figurano in questa silloge, davvero partecipata e che si nutre, giustamente, di momenti vissuti, di passaggi magicamente luminosi, di sogni e, naturalmente, di brutture: di quelle brutture che, purtroppo, marchiano di sé l’animo anche di un poeta, di un poeta come lui quanto mai sensibile ed illuminato.
Dalle sue “pagine di vita” Tiberio La Rocca è riuscito ad estrapolare veramente un concerto di note che vanno dal melodico all’angoscia, non dimenticando comunque mai di aggiungervi un sorriso di luce, di gioia, di attese luminescenti, di silenzi ciarlieri, di inondanti scrosci d’immenso, di quelle gocce d’inchiostro rosso che diventano fasci ampi di amore, di entusiasmi e di stupori.
C’è, in ogni caso, sempre una penombra ad accompagnare sorrisi e parole calde; una penombra che nasce dalla constatazione che il vivere da sempre è ricco di insidie, di compromessi non desiderati, di sbadigli e di racconti di morte; ed ecco che la poesia, dialogante e fatta di immediatezza, si appropria dei tanti perché dei migranti, della memoria di Falcone e Borsellino, dei rumori sinistri che piovono su Gaza, delle pieghe di un’anima ricca di ricordi, di preghiere coniugate in silenzio allo scopo di appuntare meglio realtà e commozioni, profumate stagioni ed erosive esperienze... È uno sfogliare la vita, il suo, che è un gradito regalo per chi legge ed ama la poesia; una poesia, dunque, che marchia di sé un percorso intimo alacre ed operoso ed anche di illusioni (recise, talvolta).
Ed ecco che in una forte composizione suggerisce con toni forti: “No marinaio, / no / Non c’è approdo sicuro: / non fermarti / riprendi a navigare. / No, / non c’è l’amore eterno”.
Come a dire che la vita è, sì, un sogno, ma che anche il sogno non sempre offre delle baie in cui approdare. per cui è (e lo sarà sempre) un regalarsi al mondo, agli altri, allo scopo di lasciare un pensiero emozionante che va al di là di un vuoto silenzio che sovente si appropria (o va appropriandosi) della quotidianità in cui siamo costretti a bazzicare.
Riscalda, pertanto, anche il nostro Io la poesia di Tiberio La Rocca, e non ci sembra sia cosa di poco conto se ci ricorda quel mare di incertezze e di inquietudini che ci sta offrendo questo inizio di Terzo Millennio.

Tiberio La Rocca è nato a Poggio Sannita (IS) il 3 gennaio 1961. Laureato in Giurisprudenza presso l’università “La Sapienza” di Roma, sposato con tre figli, è attualmente residente a Subiaco.
Coltiva da sempre la passione per la poesia ed in particolare per il dialetto di origine.
Ha all’attivo le seguenti pubblicazioni: Tanto rumore per… - Per amore e per diletto – Le vetaziune de le dumil’e otte – Lungo il cammino – Addò ze nasce – Tra le montagne e il mare – Le paiese mia - Z’è vetate a Caccavone – Sei anni a Subiaco – Poggio Sannita fu Caccavone ed in collaborazione con altri autori, i libri “Omaggio alla cultura Poggese” e “La forza delle idee e il coraggio delle azioni”. Nel corso degli anni ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi nazionali.




I rintocchi del sole sono rugiada di Nerina Anastasi
ISBN: 978-88-6932-205-1 - Prezzo: 18,00 €.

Dalla prefazione: Già le prime poesie di questa nuova silloge (corposa e assai ben articolata) evidenziano il linguaggio del cielo che accompagna i rintocchi del cuore di Nerina Anastasi, una poetessa che si emoziona e che ci emoziona ad ogni sguardo che vada ben oltre l’azzurro che suggerisce d’un subito amore, ricordo, condivisione, fremiti costanti ed una volare leggero, suadente e genuino che si susseguono sulla tavolozza (coloratissima) dell’animo con guizzi ed accelerazioni carezzevoli.
C’è un parlare spontaneo con quel “tu” (il suo grande amore che è volato via, verso l’alto, otto anni or sono ed a cui Nerina Anastasi si rivolge attingendo emozioni e sogni luminescenti), un “tu” che è presente e che la sollecita a scrivere, a mettere nero su bianco ogni e qualsiasi attimo del suo vivere, del suo navigare tra le bellezze del mare, l’azzurro cristallino del cielo siciliano, l’ebbrezza ardente di quei frementi baci che ancora vivono sulle sue labbra...
Da tempo, a dire la verità, non leggevo poesie d’amore e pensieri così profondi a livello emozionale. Segno fin troppo evidente che Nerina Anastasi vive le sue emozioni e che alle emozioni fa seguire una scrittura elegante e avvincente, dall’ispirazione che va oltre il recinto dell’Io per assumere una valenza, a mio avviso, universale perché l’amore è bello, la simpatia e l’altruismo, il dare prima dell’avere hanno per lei una struttura inconfondibile.
Ecco così che il suo desiderio di luce, irrefrenabile, unisce ai rintocchi del sole, l’azzurro intenso anche della notte, quel silenzio che va oltre le stelle e che diventa “rugiada di luna”, “rondini in volo”, “speranze che accendono / il domani”...
È questo il suo principale desiderio, l’affollato e turbinoso suo leitmotiv, il suo riuscire a nascondere “ferite / rimaste sempre aperte”... Orme, le sue, che non affogano in “lacrime di fango / sopra neri asfalti” e che, anzi, diventano “sorriso in un cielo di perla” riuscendo a captare il sospiro del vento e “spargendo profumi di viole” anche laddove c’è un buio soffuso, un concerto di penombre...
È la sua isola magica, la Sicilia, ad ispirarla e ad illuminare il suo volto, ad impreziosire le sue cicatrici..., pur consapevole che, purtroppo, c’è una realtà in negativo al di là del suo recinto intimo ossia quei “sorrisi nascosti / tra i rossi velluti / del piacere” di “corpi infreddoliti” e di “visi di bambina” agli angoli di certe strade...
Ho sempre cercato nella poesia il fascino della parola musicale, quel silenzio intrigante che ti sussurra misteri e recondite verità; ebbene in Nerina Anastasi (e non da ora) ho sempre scovato tale armonia, tale forza colloquiale, tale profonda leggerezza e profondità espressiva. Come a dire che anche i “silenzi d’oblio cullano il cuore / azzurrando la notte / che si chiude / a chi si ama”.
C’è un oblio di stelle nascoste (ma non troppo) nel suo percorso scritturale, “il canto degli usignoli” che anticipa un concerto che rallegra anche “la solitudine /di chi è solo”, dando in tal modo “un sorriso d’amore, / gioia e speranza” a proprio Io che va sussurrando in continuazione il piacere dell’amore a quel “tu” che, da lontano, le stringe le mani spalancando “le porte del cuore” ai “voli di colombi, che felici / ricamano l’azzurro del cielo”...
Si rivolge sempre a Dio, Nerina Anastasi, per invocare amore per tutti, per riuscire a trasformare le illusioni in realtà, le emozioni in battiti di sogno, i cocci in nuove anfore piene di parole calde, di fruscii d’ali, di “trillanti aurore”...
Dal suo vestire e svestire i sogni, i ricordi, dice apertamente di aspettare “il sorgere della luna / per sognare / il sorriso di una stella”... Da parte mia, e non da ora, sono convinto, anzi ne sono certissimo, che Nerina Anastasi con la poesia ha trovato quell’autentica oasi di luce che è il mistero stesso della vita.

POeLITICA - Schegge di poesia di Andrea Figari
ISBN: 978-88-6932-204-4 - Prezzo: 13,00 €

Aurora di Adalpina Fabra Bignardelli
Finalista della Selezione Editoria 2019
ISBN: 978-88-6932-201-3 - Prezzo: 7,00 €.

Dalla prefazione di Fulvio Castellani: Non gioca a rimpiattino con i suoi sentimenti e le sue emozioni al di là del contingente usando un verso suadente, una filosofia fatta d’amore per la Terra e per la vita che testimonia la sua capacità di riflessione e di dialogo con il dopo, con la gioventù che sta ereditando non poche situazioni di disagio.
Cosa c’è di meglio di un’aurora per vestirsi d’amore, per dire grazie a quella nuova luce che con dolcezza fluttua sorridendo in noi? Da queste vibrazioni emotive, la poesia di Adalpina Fabra Bignardelli esce allo scoperto (e non da ora), crea quel mosaico di speranze che finisce per avvolgere, usando anche uno sguardo trasognato, il silenzio di un vicolo cieco e seguire un nuovo itinerario di magia. C’è una primavera crescente nell’accogliere il tempo che passa, le stagioni che si intersecano, le lontananze che tendono a stringersi in un piacevolissimo girotondo di suoni, di aromi, di abbracci, di speranze...
Una poesia pregna di visioni e di respiri pregnanti, di colloqui con l’Io e con l’altro, con la circolarità dell’essere e l’argenteo fruscio del vento che apre spazi nuovi ai giochi cinguettanti del pensiero, dei ricordi, della ricerca di pur tremule certezze. Se “la parola è una chiave” e “il silenzio è un grimaldello”, come ha scritto a suo tempo Gesualdo Bufalino, un tanto lo è (almeno ci pare) anche per Adalpina Fabra Bignardelli in quanto ogni sua ebbrezza emotiva sa essere una conquista, un grido al sogno, all’importanza di quel niente che può (e dovrà) diventare reperto di responsabilità, di equilibrio e di opportunità, perché l’oggi e il domani all’egocentrismo e al narcisismo non dovranno mai dare spazio.
Purtroppo “la speranza è un rischio / ma induce a guardare avanti”, ci fa presente con versi caldi e pregnanti l’autrice. Come a dire che bisogna amministrare le libertà di agire, in quanto “Libertà significa / prendere coscienza delle proprie capacità / di vivere nella società, / riconoscendo a chi incontriamo / un valore aggiunto, / non un ostacolo / all’esperienza della libertà”. Ecco perché la poesia di Adalpina Fabra Bignardelli (e non da ora) viene letta con piacere ed ogni suo quadretto lirico ha colorazioni intense, genuinamente espressive.


Il Canto dell'Allodola di Lercherich
Prezzo: 10,00 €.

Dalla prefazione di Fulvio Castellani: La poesia (è un argomento ormai assodato) vive di molteplici sfumature ed è tale se lascia un segno in chi la legge suggendone bellezza, armonia, emozioni e soprattutto eleganza.
Dico questo perché, accostandomi al “canto” di Lercherich, ho ascoltato un ritmo interiore abbastanza insolito nei tempi attuali a livello poetico. Ciò dimostra che lui segue un dettato decisamente suo, inconfondibile e al tempo stesso musicalmente unitario. Sul piano dei contenuti, il ventaglio di motivi è ricco di incontri e di riscontri sul piano dei sentimento, dell’ambiente, degli sguardi che vanno oltre il finitimo e che ci consegnano paesaggi e ricordi dal volto e dalla profondità unitari, tali da incidere non poco sul nostro animo fin troppo abituato, purtroppo, a leggere nella società soltanto invidie, egoismo, superficialità...
È stuzzicante, dunque, il suo dire: mordace all’occorrenza, canzonatorio assai spesso, critico nei confronti di una società senza un volto concreto e solare...
Usa parole calde, Lercherich, ritmiche, accentate e sonanti, talora anche desuete; comunque sempre evidenziando e mettendo in luce i rintocchi di un cuore vibratile che ama il gregge belante e che invita a guardare oltre senza lasciarsi abbindolare da false chimere e da specchi bugiardi.
La sua “allodola”, riesce così a salire verso l’alto “sopra i prati, sopra i campi / nello spazio celestino”... “sale, sale, poi si libra / a mirare l’infinito” e con il suo canto “par che dica: / Tante grazie o Gran Fattore!”
È un continuum di immagini, di sussurri, di messaggi, di collanti, di ponti che vanno oltre il certo, che suggeriscono nuovi spazi, nuovi orizzonti.
È la natura, in tale contesto, ad assumere il volto di primadonna; quella natura a cui tutti dovremmo guardare e che dovremmo difendere e che, purtroppo, siamo soliti dimenticare quando ne offendiamo la sua bellezza con dei rifiuti ingombranti di scorie micidiali, di plastica, eccetera, eccetera.
Lercherich ci parla del cancro che dilaga, di parole frivole, di “strade deserte / invase da bronchi* e vicoli tetri / coperti da muschi, / serrate persiane, / veroni cadenti, / sentore di tomba!”, di politica e di dibattiti nei media, di inviti da rifiutare: “Al richiamo di guerra, ai tamburi, / rispondete, o fratelli, di NO!”...
Uno dei motivi che mi ha spinto ad entrare nei perché della poesia di Lercherich è, dunque, la curiosità, il desiderio di gustare momenti nuovi a livello emotivo e l’invito ad amare la natura, il suo canto, il girotondo entusiasmante delle sue tante bellezze che rischiano di scomparire.


* Il Sempervivum bronco è una pianta persistente
che mantiene la vegetazione nel periodo invernale.



Volo a ritroso di Antonia Izzi Rufo

Il tempo passa, inesorabile, e lascia dietro a sé la testimonianza di quanto avviene nell’universo, nel nostro caso, sulla terra. Ciò che si verifica nel nostro pianeta è, in gran parte, opera dell’uomo. Questi è un essere dotato di intelligenza, una intelligenza che supera quella di tutti gli altri animali. Per questo motivo è considerato ‘il re dell’universo’. Se facciamo il confronto di come vivevano gli uomini primitivi, rispetto a quelli contemporanei, notiamo quanto grande sia la differenza. Nelle poesie che seguono ho messo in rilievo la vita che svolgevano gli uomini di una volta e quella che vivono gli uomini moderni. Il progresso ha fatto passi da gigante. Oggi abbiamo tutto, quasi tutto, non ci manca niente, eppure siamo insoddisfatti, vorremmo di più. L’uomo di una volta non aveva tutti gli agi di cui oggi godiamo, eppure si accontentava, anche se, nei limiti delle sue possibilità, cercava di migliorare le sue condizioni. Tornare indietro? Nessuno lo vorrebbe, perché nessuno vuole rinunciare a ciò che ha. Comunque ognuno vorrebbe possedere lo spirito di adattamento di cui erano dotati gli antichi, cioè accontentarsi di ciò che si ha. Non si può, purtroppo, tornare indietro. Il progresso va avanti e non s’arresta, anche se, molto spesso, si risolve in regresso.

L’autrice




Autunno di Stefania Bianchi
Finalista alla selezione editoriale 2019

Dalla prefazione di Fulvio Castellani: È la stagione dell’autunno, in modo particolare, a stuzzicare l’estro poetico di Stefania Bianchi. Ed è un periodo dell’anno (e della vita) decisamente significativo, fatto di attese e di raccolte, di magiche colorazioni e di foglie che rotolano via sospinte dal vento in direzione del nulla... Ed è proprio il vento (in massima parte) a favorire il fluire sincopato dei versi, a rischiarare ricordi d’infanzia e del padre (il mio angelo è in cielo”), ad accompagnare “battiti d’amore” e “la melodia di un violino”, il volare leggero del pensiero, il silenzio della notte mentre il vento (naturalmente) “forte ulula parole all’unisono”... C’è una cura particolare nel cercare le parole, i suoni, i richiami nascosti... nei versi di Stefania Bianchi, una poetessa che usa la semplicità espressiva per entrare con forza ed armonia nei tanti perché del vivere, del sognare, del guardarsi allo specchio... È aria di vendemmia, la sua, e quei “grappoli d’uva” settembrina sono lì a comunicarci il suo lavorìo sotterraneo per estrapolare bellezze alate mentre, spesse volte, “gnomi, fatine ed elfi / danzano nel cielo stellato” e “parlano d’amore / e d’un mondo migliore”. Stefania Bianchi, in pratica, penetra e si avvicina ai richiami della natura con flash sostanziosi, con sguardo lucido, luccicante al pari della stella Sirio (“bella, romantica e appartiene anche a me”. Paul Auster, in una intervista, ha affermato che la vita “è imprevedibile” al pari di un lancio di dadi, aggiungendo che in ogni caso, “la nostra volontà ha un ruolo nel gioco”. Cioè che sta anche a noi fare il possibile per renderla meno accidentata. Diciamo questo proprio perché in Stefania Bianchi si riscontrano tali ricerche, tali accostamenti con il dopo, ovvero con il tentativo di contribuire al dopo e di usare anche l’autunno per sognare e non già per accettare in maniera supina ogni momento di noia. È, dunque, una poesia, questa di Stefania Bianchi, dal brillante sapore dell’esserci, di saper navigare anche laddove ci sembra difficoltoso inserirsi. Cosicché i suoi versi, il suo dettato lirico, non fanno che assumere un calco di sincerità e di armonia, di semplicità dialogante, di vivace e sostanzioso cumulo di sentieri di luce che scivolano via con passi felpati, rischiarati da un romantico concerto di crepitii e di profumi sinceri.



UNA RACCOLTA DI STILI - 18° volume di Isabella Michela Affinito

Dalla prefazione dell'autrice: Parlare della genialità scultorea di Antonio Canova vuol dire permeare, a livello di sensazioni, una materia per niente malleabile come il gelido e solido marmo che il maestro di Possagno, nel Veneto, durante la sua epoca seppe rendere loquace ed elegante, sacrificando tutto sé stesso ad una vita donata totalmente all’Arte, talché, all’infuori della breve storia che lo vide fidanzato con la figlia (che poi sposerà un altro) dell’incisore scultore Domenico Volpato, non s’innamorò più se non di quella pietra fredda e così ardua da incidere.
Antonio Canova vide la luce nel novembre 1757 quando imperava lo stile rococò sia in Francia, sia nella sua vicina Repubblica marinara di Venezia. Di lui si sa che perse il padre presto e visse un’esistenza abbastanza segnata da privazioni e sacrifici, fu il nonno ad occuparsi di lui dopo che la madre, Angela Zardo, passò in seconde nozze, lasciandolo definitivamente. Nonno Pasino Canova era un tagliapietre specializzato e comprese la necessità di dover impartire un mestiere al nipote per garantirgli un sussidio. A Venezia, Antonio Canova studiò presso la scuola di nudo all’Accademia e, intanto, si inebriava delle bellezze che quella città custodiva entrando in sintonia con gli stili artistici del passato, dal Tiziano al Veronese. Nel 1779, a soli ventidue anni, partì per Roma assetato d’ulteriori conoscenze artistiche – aveva saputo che il Papa d’allora aveva istituito un museo d’antichità – e di lì a poco tempo dopo, egli fu sommerso da committenze fino ad essere invitato persino da Napoleone a Parigi per eseguirne il busto ed altri lavori scultorei riguardanti i familiari Bonaparte.
Pur lavorando assiduamente nel suo studio-atelier romano, il Canova compì viaggi oltrefrontiera come a Londra, a Parigi e fu invitato da Caterina II a trasferirsi nientemeno che a San Pietroburgo, alla corte di Russia, cosa che declinò per vari motivi, ma soprattutto perché voleva rimanere una persona semplice che si accontentava di poco, giacché abituato a vivere senza tante pretese. Nella sua cittadina natale di Possagno, in provincia di Treviso, è rimasta la casa in cui l’artista nacque trasformata in Gypsotheca – Museo Canoviano dove sono stati raggruppati i suoi numerosissimi lavori: dai bozzetti in terracotta e in cera fino alle statue in marmo che facevano parte del suo repertorio artistico nello studio romano, quando ancora era in vita. Spesso si è notata, fotograficamente, qualche opera canoviana in gesso, come il suo autoritratto e il gruppo de Le tre Grazie, puntinate da piccoli fori sulla superficie ovvero le tracce di quei chiodini, chiamati rèpere, fissati per impartire i riferimenti delle giuste proporzioni riportate attraverso il pantografo da coloro che dovevano intaccare per primi i blocchi di marmo. Questo faceva parte dell’importante metodo usato da Antonio Canova, il quale passava la cosiddetta « […] “ultima mano”, fase importantissima del lavoro, esclusivamente riservata all’artista, che dava gli ultimi tocchi a lume di candela, servendosi di speciali strumenti: “ l’ultima mano fu sempre da lui posta alle opere sue, portando con questa i sassi a quella morbidezza, a quella dolcezza di contorni, a quella finezza di espressione, che inutilmente si è cercata e difficilmente si troverà nelle opere de’ suoi contemporanei; e la somma distanza che rimarrà fra questi e il Canova pare verrà segnata particolarmente da queste ultime finezze dell’arte. “ (Cicognara). Da ultimo, interveniva il lustratore, che conferiva al marmo una diafana lucentezza. Infine, in molti casi, veniva applicata una patina rosata (ora perduta) sulle parti epidermiche, per farne risaltare la differenza di tono con le vesti, d’immacolato candore. L’ “ultima mano” è dunque un suggello di autografia; ed è in questa fase che vengono apportate le più decisive modifiche rispetto al modello in gesso. » (Dal volume monografico Antonio Canova di Giuseppe Pavanello, Collana Grandi Scultori del Gruppo Editoriale L’Espresso, edizione abbinata ad una testata del Gruppo Editoriale L’Espresso di Roma, Anno 2005, pagg.15-16).
Andando più nello specifico del lavoro canoviano, ci sono opere tuttora impresse nella memoria collettiva non solo nazionale ma mondiale, come la coppia celebre di Amore e Psiche giacenti, la Venere Italica, Paolina Borghese come Venere vincitrice, Psiche e Amore stanti, Venere e Adone, Dedalo e Icaro, Euridice, i Monumenti funebri papali, Ebe, la Danzatrice con i cimbali, Le Tre Grazie, la Maddalena penitente, l’Autoritratto e quello di Napoleone Bonaparte, e molte altre ancora. La seguente scelta di poesie, costituente il diciottesimo volume della ormai diffusa collana Una Raccolta di Stili, per l’occasione è dedicata proprio allo scultore veneto Antonio Canova (1757-1821 o ‘22) di cui stiamo disquisendo, per proseguire appresso con un saggio breve sul suo stile e produzione artistica, con l’inserimento sparso di alcune liriche nella silloge ispirate ai suoi capolavori immortali i cui versi s’intrecciano con quella che fu la visione estetica dell’artista, che si colloca nel periodo precedente e post-imperiale francese, ovvero agli esordi dell’Ottocento italiano ed europeo.
« […] Quando la gloria di Napoleone finì nell’umiliazione dell’esilio, l’artista si recò a Parigi ed ottenne la restituzione dei capolavori portati via da Roma sedici anni prima ad opera dei Francesi. Ormai però anche la vita del Canova volgeva al declino; […] Raggiunse così i sessantaquattro anni. Debole e ammalato, il 13 settembre 1821, partì per la natìa Possagno dove sperava di ritrovare forza e salute. Migliorò infatti; e allora la febbre del lavoro lo riprese; volle tornare a Roma e si rimise in viaggio verso quella città. Ma fu un effimero sprazzo di energia. Non appena raggiunta Venezia, dovette fermarsi e lì si spense, il 13 ottobre 1821, mentre la sua gloria era dovunque proclamata ed esaltata. » (Dal volume XII° dell’Enciclopedia Vita Meravigliosa, Edizione speciale per la scuola, Editoriale Vita S.p.A. Milano, Anno 1975, pag. 2246).
L’immagine di copertina di codesto 18° volumetto ha riproposto una delicata trasfigurazione della Danzatrice con cimbali (scultura canoviana realizzata tra il 1809-1814 e custodita presso lo Staatliche Museen di Berlino) nell’esuberanza di nuovi significati artistici insiti della nostra attualità in perenne espansione tecnologica, col risultato variegato atto a risaltare lo spirito femminile dell’opera pervasa di leggerezza ed elasticità oltremisura. Conclude la crestomazia la critica cinematografica al film, in attinenza alla bellezza dell’Arte in genere, dal titolo Mona Lisa Smile del 2003, regia di Mike Newell, con protagonista una professoressa di Storia dell’Arte interpretata da Julia Roberts, in una classe universitaria tutta al femminile degli Anni Cinquanta, anticipando, tra un sorriso e l’altro, quella che sarà la frantumazione delle regole sociali giovanili di lì a pochi anni più tardi.


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