Jacopo Zoppelli è nato a Torino nel 1994, dove vive e studia. Ha frequentato il Liceo Scientifico Carlo Cattaneo di Torino, diplomandosi con il massimo dei voti. Attualmente frequenta, presso l'Università degli Studi di Torino, il primo anno della Scuola di Scienze Umanistiche (corso di Laurea in Lettere). Inoltre ha conseguito il Preliminary English Test nel 2011 superandolo con Merit, e il First Certificate in English nel 2012 con il Grade B. Nelle estati 2011 e 2012 ha lavorato come animatore presso i centri estivi Estasport di Torino. Ha giocato a calcio, a livello dilettantistico e nel ruolo di portiere, per nove anni. Amante dell'arte, della letteratura e del cinema in particolare, scrive per passione.

IL DOPPIO O LA SCELTA

Accettiamo sempre la metà delle cose. Accettiamo sempre la metà della vita, dobbiamo sempre scegliere tra due opposte possibilità, e non ci capita mai di affrontarle entrambe.
Quando il celebre filosofo danese Søren Kierkegaard si rese conto che la nostra vita presuppone una costante scelta tra milioni di possibilità, cadde nella più profonda angoscia, turbamento che caratterizzò per sempre il suo filosofare; questo oscuro sentimento deriva dal fatto che la nostra esistenza ci pone sempre in condizione di scegliere, principalmente, tra due diverse strade. L'angoscia kierkegaardiana andava però oltre questa scelta: la preoccupazione del filosofo era che l'uomo non saprà mai quale delle due strade è quella giusta e, di conseguenza, non sarà mai sicuro che la scelta fatta sia effettivamente la migliore.
L'uomo non riesce ad accettare che il mondo sia perlopiù bipolare e che, forse, il Manicheismo non aveva tutti i torti; questa antica religione presentava il mondo come lo scenario di una continua ed incessante lotta tra il Bene e il Male. Ecco, siamo di fronte a una evidente e innegabile bipolarità, quasi come quella di una calamita: da una parte il polo positivo, dall'altra quello negativo. Il dualismo è fin troppo radicato nella storia, e non è semplicistico ritenere il corso storico come un'eterna lotta tra il Bene e il Male.
Accettiamo la felicità, il bello, il sorriso, la luce; non accettiamo il dolore, la bruttezza, le lacrime, il buio. Eppure ogni cosa fa parte del tutto, e il tutto non può esistere senza i suoi caratteristici dualismi interni. Già a partire dalle scuole elementari, i maestri ci insegnavano a trovare il contrario di ogni parola: basso/alto, magro/grasso, forte/debole, e così via, finché non era finito l'esercizio. Noi non lo sappiamo, ma nel momento in cui troviamo il contrario di un particolare vocabolo, ne stiamo trovando in realtà l'alter-ego, l'opposto. E non esiste niente senza il suo opposto. Nella storia della letteratura, sono tantissimo i casi di alter-ego. Dottor Jekyll e Mr Hyde, il capitano Ahab e Moby Dick, Dorian Grey e il suo ritratto, per citarne solo alcuni. Anche i supereroi sono un chiaro esempio di doppia personalità; Clark Kent è in realtà Superman, Bruce Wayne è Batman (il mio preferito tra l'altro, perché dominato da dissidi interiori e da continue paure), Peter Parker è Spiderman. L'elenco sarebbe infinito.
Spesso la duplicità dell'animo è una scelta; tutti noi, che non siamo supereroi o protagonisti di romanzi, possediamo un'anima buona e una cattiva. Dobbiamo scegliere perciò quale seguire e quale ascoltare. “Essere o non essere? Questo è il problema.” direbbe il tormentato Amleto shakespeariano. Chi scegliamo di essere? L'eroe buono e coraggioso o il nemico cattivo e crudele? La maschera è il simbolo dell'ambiguità e della doppiezza umana; dietro la maschera possiamo essere quello che vogliamo, possiamo nascondere i nostri sentimenti, possiamo addirittura mentire. Pirandello sosteneva che la modernità avesse portato, tra le altre cose, un cambiamento irreparabile: l'uomo moderno non era più “persona”, ma “personaggio” e, in quanto tale, non viveva più, ma si guardava vivere. Ecco allora che il mondo non è più popolato da persone con sentimenti ma da personaggi senza una specifica caratterizzazione e personalità, privi di emozioni e sensazioni (come il vero eroe primonovecentesco). La maschera rappresenta l'altra metà della moneta, quella parte che tiriamo fuori solo quando ci serve, per nascondere magari le nostre fragilità o i nostri segreti. È esattamente quello che fanno i supereroi: nascondono ciò che non vogliono che il mondo conosca, comprese le loro paure e debolezze.
Spesso la duplicità consiste in una apparente, banale, ma in realtà complessa, suddivisione: Bene e Male, o meglio, razionalità e irrazionalità. Ciò che è razionale è per definizione visibile, riconoscibile, conoscibile, accettato; ciò che è irrazionale è invece oscuro, sconosciuto, spaventoso. Freud in questo ha avuto un ruolo decisamente fondamentale; se prima di lui l'uomo agisce perlopiù secondo ragione (cioè, agisce seguendo la razionalità che compone la sua essenza integra e unica), dopo di lui l'uomo è contraddittorio, ambiguo, dominato da paure e impulsi sessuali, scisso e diviso in Io, Super-Io ed Es. Carl Gustav Jung utilizzò l'efficace immagine dell'iceberg: la parte razionale dell'uomo è la punta che vediamo svettare in mezzo all'oceano, la parte inconscia è l'enorme massa sommersa. L'uomo è irrazionalità. Già i romantici, perlopiù quelli inglesi e tedeschi, avevano provato a mostrare il lato umano più oscuro, ma vennero in qualche modo considerati irrazionali, sentimentalisti, superstiziosi ed eccessivi, tanto che dopo, da un punto di vita artistico, arrivarono in ordine il Naturalismo francese e il Verismo italiano.


ANDRÁ TUTTO BENE

Cerchiamo sempre e disperatamente qualcuno che ci dica: "Andrà tutto bene". Abbiamo bisogno di una persona che ci rassicuri nei momenti bui, che renda la nostra vita più facile da sopportare lenendo i dolori e che, attraverso le parole, plachi l'animo inquieto che giace dentro l'uomo. Sono solo tre semplici parole che nascondono una grande potenzialità salvifica, un po' come lo sguardo della donna angelicata dello Stilnovo: basta un'occhiata e subito la paura svanisce e quel che rimane è solo il senso di quiete dopo la tempesta.
L'affermazione "Andrà tutto bene" presuppone un grande atto di forza interiore perché colui che la pronuncia si assume una grande responsabilità, assicurando che il futuro sarà migliore del presente; la frase assume ancor più valore e significato nel momento in cui colui che la pronuncia è consapevole che le cose non andranno assolutamente bene, anzi, sono destinate a peggiorare: mente, cioè, spudoratamente. Non capisco bene il motivo, ma mi viene in mente un esempio molto semplice, ma lontano nel tempo. Quando il grande transatlantico Titanic stava per affondare, circa un secolo fa, l'equipaggio era tenuto, come si fa nei casi di emergenza, a rassicurare la folla costituita da persone spaventate; ecco, io mi immagino una giovane donna terrorizzata che si avvicina ad un marinaio che, pur sapendo che non c'è rimedio a quella situazione e che la nave è destinata ad affondare, le dice: "Andrà tutto bene, stia tranquilla." Egli è perfettamente consapevole che quello che le sta dicendo è una falsità, una bugia bella e buona, ma è pur sempre una bugia "a fin di bene", come si suol dire. Il marinaio del Titanic ha paura tanto quanto la ragazza, se non di più, ma antepone alla sua preoccupazione il suo ruolo e dona coraggio a chi in quel momento non ne ha. Avviene così una trasformazione straordinaria: la paura del ragazzo diventa speranza nella giovane donna, con tre sole semplici parole magiche. Mi viene in mente un altro esempio. Pensate ad un padre che si trova di fronte i figli spaventati e sa perfettamente che ciò che li inquieta è reale, esiste veramente e anche lui ne ha terrore; egli non può però mostrare un cedimento, i bambini se ne accorgerebbero e allora, a quel punto, chi li incoraggerebbe più? Nessuno. Il padre deve tirare fuori quel poco di speranza che gli rimane e deve regalarla alla progenie, come un dolce regalo di Natale.
Forse è proprio la speranza a tenerci sempre in vita, forse è proprio la consapevolezza che non può sempre andare male che ci tiene su a galla nel mare dell'esistenza, forse è proprio questo coraggio innato in noi che ci permette di credere in un futuro migliore. Questo è il sentimento più nobile dell'animo umano, un diamante in mezzo ad un'oscurità tormentata capace di brillare autonomamente, senza bisogno che la luce lo illumini. La vita non andrà mai bene, lo sappiamo tutti. Ma perché non possiamo autoconvincerci che la salita prima o poi diventi discesa, che la paura diventi coraggio, che il buio diventi luce, che la distruzione diventi speranza? Perché non possiamo pensare che prima o poi le cose andranno bene? La verità è che facciamo fatica ad essere ottimisti, perché essere ottimisti non è una caratteristica innata dell'atteggiamento umano; ecco perché abbiamo bisogno di qualcuno che sia ottimista per noi e che ci dica: "Andrà tutto bene".


LE STELLE

Mi piace stare sdraiato a guardare le stelle. Un appoggio comodo sarebbe il massimo di comodità che io possa chiedere, ma non disdegno neanche il duro cemento. Buio, poca luce nei dintorni, silenzio: solo io e le stelle. Contemplare la natura non è certo mia invenzione; già gli antichi passavano ore intere, se non giornate, a contemplare l'acqua, il cielo e il fuoco. In epoca preromantica gli artisti e i pensatori (Immanuel Kant in particolare) parlavano di “sublime”, quel sentimento inspiegabile che pervade l'animo umano che contempla l'immensità e la spaventosa maestosità della natura e dei suoi fenomeni. Ecco, non proprio con toni così gloriosi, ma questo è quello che provo io. Guardare le stelle è un'esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita; dopo la frenesia quotidiana è necessario trovare un momento per le stelle. Sono numerosissime e possiamo accorgercene solo se c'è poco inquinamento luminoso, principale nemico dell'osservazione celeste. A dire tutta la verità, non sono neanche il primo ad osservare le stelle; migliaia, ma che dico, milioni di persone, in passato, hanno osservato le stelle prima di me. Uomini, donne, bambini, anziani, astronomi, astrologi, fisici, scienziati, ignoranti, sapienti; il cielo è per tutti, come l'acqua e il sole. Il cielo è un bene comune, è un vero e proprio patrimonio dell'umanità e andrebbe perciò protetto e salvaguardato, le stelle con esso.
Chiunque può mettersi comodo a guardare le stelle, ed è proprio questa la bellezza della natura. Nessuno può impedirci la pura e sana contemplazione del mondo naturale che ci circonda; e non è neanche necessaria una particolare conoscenza o cultura. Siamo tutti uguali di fronte al cielo, alle stelle. Dopo essermi sdraiato trascorro ancora alcuni minuti pensando al paesaggio terrestre che mi circonda (spesso sono campi e alberi, perché mi piace osservare le stelle in campagna), poi mi concentro solo sugli astri. Sono magnifici. Sono così affascinanti che per un attimo sono convinto di non respirare: mi tolgono il fiato.
Penso che guardare le stelle sia una delle "attività" più coinvolgenti che una persona possa fare. Sono così belle, lontane, luminose, irraggiungibili; mi capirete se la prima parola che mi viene in mente è “infinito”. Infinito come la distanza che ci separa, infinito come il tempo che impiegherei per raggiungerle, infinito come il loro fascino; le stelle sono un po' come le donne: ammaliano l'uomo, lo corteggiano, lo fanno innamorare, e poi lo lasciano, perché lui non è alla loro "altezza". Guardare le stelle è, come già detto, una delle attività (se così possiamo chiamarla) più antiche del mondo; fa naturalmente parte dell'uomo quell'innato desiderio di infinità ed eternità. Non per niente Dio è eterno, perché l'uomo proietta su di lui i suoi desideri (l'eternità per l'appunto) e le sue qualità migliori (intelligenza, generosità, carità) ed è questo quello che pensava il filosofo tedesco Fauerbach, uno dei padri fondatori dell'ateismo, nelle sue opere come L'essenza del Cristianesimo e L'essenza della religione.
La prima cosa che dobbiamo fare è scegliere una stella; solitamente scelgo quella più luminosa, pur sapendo che la maggior luminosità di una stella non sta a significare che essa si trovi più vicina a me rispetto ad un'altra stella meno lucente, anzi, potrebbe essere l'esatto contrario. Dopo aver scelto la stella, inizio a fissarla ossessivamente, come fossi un maniaco; noto così che la sua luce non è costante, ma varia nel tempo (d'altronde le pulsar, cioè le stelle la cui luminosità è costante nel tempo, non sono numerose). Resto minuti interi a fissare la stella, la sua luce, seppur fioca, lampeggia come una faro lontano migliaia di chilometri. Chilometri. Bé, non proprio. Qui si parla di anni luce, una distanza difficilmente immaginabile per qualsiasi mente umana. Un anno luce, per chi non lo sapesse, è la distanza che la luce percorre in un anno, con il presupposto teorico che la sua velocità è di circa trecentomila chilometri all'ora. Tantissimo. Troppo. E so perfettamente che quella che sto osservando non è neanche la stella più lontana dalla Terra; ce ne sono centinaia, ma che dico, ci sono migliaia di stelle nel cielo! Alcune possono essere viste tutte le notti, altre no. Alcune sono più lontane o più vicine, ma sono tutte bellissime.


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