Leonardo Tomasetta

Leonardo Tomasetta,  già professore di ruolo in sociologia presso l'università di Bologna, vive attualmente in Liguria. Saggista, scrittore e poeta, su iniziativa dell'Associazione Nazionale Poeti e Autori, è stato insignito, nel 2004, dell'Oscar per la cultura europea. Fra le sue maggiori opere scientifiche, vanno segnalate: Partecipazione e Autogestione, Il Saggiatore, Milano, 1972, tradotta in lingua castigliana dall'Editore Amorrortu di Buenos Aires; Stratificazione e Classi Sociali, il Saggiatore, Milano, 1974; La Gabbia Invisisile della Società, Pitagora, Bologna, 1988; I marxisti non parlano mai al vento (a cura dell'Associazione Louis Althusser), presentazione e traduzione del volume di L.Althusser: Risposta a John Lewis , Mimesis, Milano, 2005, Destra e Sinistra: i due corni del dilemma borghese, Mimesis, Milano, 2007 (presentazione al sito www.mimesisedizioni.it) Per le opere di prosa (romanzi): Vite Intermedie, Todariana, Milano, 2003 (www.todariana-eurapress.it); Il Limite di Hayflick,  Robin-Biblioteca del Vascello, Roma, 2006 (www.robinedizioni.it); Per la poesia:  La raccolta in volume: Cogliere nel segno, Todariana, Milano, 2003 (finalista al premio Firenze-Europa dello stesso anno) Per i navigatori di Carta e Penna ha scellto due poesie della citata raccolta e il simpatico racconto Clippy,  classificatosi II al Premio Domenico Rea 2004  (Ibiskos di A.Ulivieri, edizioni, Empoli, 2004).






Trama:
Anno 2006. Portogallo. Presso il centro di biologia sperimentale di Coimbra un’equipe di ricercatori guidata dal dottor Ribera lavora alla clonazione di organi umani mediante differenziazione delle cellule staminali. Segretamente viene anche tentata la rigenerazione cellulare, cioè la possibilità di arrestare i processi di invecchiamento oltre il cosiddetto “limite di Hayflick”. L’esperimento scatena l’interesse di una multinazionale del farmaco, disposta a tutto pur di impossessarsi dei brevetti. Alcuni delitti incroceranno le vicende sentimentali di Ribeira, che coinvolgono Vittoria, una pittrice cilena, e la cantante Marta, figlie cieca del direttore del centro di biologia, alla quale Ribeira vorrebbe restituire la vista.

Novembre 2005
Pagg. 336
ISBN 88-7371-175-8
Euro 18,00


La homepage è stata aggiornata anche con le quattro poesie inedite inviateci all'inizio di quest'anno.

Avvolgere il silenzio

   

Avvolgere il silenzio, fasciarlo
con una benda di gesso, aspettare
che il tempo  mi riannodi la trama
dell'amore.

       Ho bisogno di luce
per ritrovare il bandolo perduto, forse
di ali che resistano al sole;
potere ascendere ad un'altezza tale
che i fondali del mare
mi sembreranno cime da scalare.

    Ma tu ti ostini a ripetere
parole che suonano sorde
come vecchie monete fuori corso,
buone solo a giocarci
a testa, o croce.


Dissolta in un'estate

    

Aride queste ore
come  te lontananza dissolta
 in un'estate  asciugata dai sassi,
a strapiombo sul mare.
     Quante  impervie scarpate
ho dovuto salire,
col fiato in gola e l'ansia di ferirmi
sulla roccia tagliente, stanco di stare
sulla traccia dei cani
e del silenzio.

     Invano provo a dirti
che non può aversi presente,
né ci sarà futuro, fra noi due, separati
dalla distanza e dagli anni.
    Ma tu continui a inseguirmi come l' ombra,
che si allunga e si perde
nella luce sfocata del declino.


Sul ritorno dell'eco

  

Potrebb'essere l'alba;
la luce filtra appena
dalla persiana che affaccia
sul pianale di gronda.
   Aspetta, non levarti!
   Cerca di riannodare il sogno
prima che si sfilacci:
vedo ancora le fate, i guerrieri,
le sacerdotesse officianti,
gli alberi piantati a guardia del silenzio.
    Non riaprire i tuoi occhi,
lascia che il rito si compia, invocando
la profezia, l'oracolo.

   Dovevi essere stanco ieri sera
ché hai dormito supino sulla pagina aperta.
   La luce rossa lampeggia
sul segnale piantato a valle del tornante
   Lasciala accesa
come se fosse l'ultima metafora:
il senso del messaggio sarà chiaro più tardi
sul ritorno dell'eco.


      

Halloween

   

Anticamente il velo,
che separava i vivi dalla terra dei morti,
si assottigliava fino a scomparire
nella notte di Halloween.
   Tir na n'Og,
cosi accoglievano i Celti
il ritorno dei loro defunti
in cambio di uno scherzo, di un dolcetto.

    Oggi i morti non tornano,
nella notte di Halloween.
     Restano fuochi fatui
nelle zucche profane dei bambini,
che vanno in giro mimando,
dietro le loro maschere irridenti,
streghe, zombie, demoni, vampiri.

     Morti che si ribellano
nella notte di Halloween:
sussulti nelle bare imbandierate,
di quanti sono detti “deceduti”
nell'asettica lingua militare.
     Morti che si confondono
nel lamento del vento:
di loro non c'è traccia
neppure negli ossari senza croci.
     Li hanno lasciati in pasto agli avvoltoi,
ridotti ad aquiloni,
nella notte di Halloween.


La poesia e i poeti

(dalla raccolta “Cogliere nel segno”, Todariana Editrice Milano 2003 – Finalista al XXII Premio Firenze-Europa)

Chi ha detto che esistono i poeti?
I poeti, se esistono, non sono vati, cantori,
fabbricatori di versi
I poeti non sono eroi
e neppure, come uno di loro ha scritto,
profeti, o sindacalisti:
non hanno tavole o leggi da dettare
interessi, diritti da rivendicare.
I poeti non raccolgono naufraghi o dispersi
perché sono essi stessi alla deriva
della parola, del ritmo, del senso.
E però, ognuno si farà poeta
finché da qualche parte, nascosta,
come una viola sotto un manto d'erba,
fiorirà solitaria la poesia
e lui saprà scoprirla, senza sradicarla,
per un inusitato abbagliamento.



Sciarada

(poesia inedita, ottobre 2004)

Nel cielo albeggiavano le lune
tutte vestite del secondo quarto.
“ Avete solo due settimane! ”
gridarono, agitando le croci,
gli adoratori in terra del plenilunio,
e quando questi arrivò fu un gran bagliore:
un luccichio di ferri, un rombo di motori,
un vorticar di pale sopra cupole e tetti
e teorie di armenti cingolati
sulle strade asfaltate, i deserti.
Poi, come un frinire di cicale impazzite,
gli uccelli senza piume saettarono a stormi
e torce di fuoco salirono verso l'alto
e colonne di fumo raggiunsero le stelle
e strisce di vapore segnarono il cammino
nell'aria avvelenata
del mondo.



CLIPPY

(Racconto classificatosi secondo alla ottava edizione - 2004 -del Premio Città di Empoli Domenico Rea)

Cos'hai Clippy? Ogni volta che mi vedi incerto, ti si accende una lampadina in testa, come se volessi illuminarmi. Dopo te ne stai immobile, quasi rassegnato. Aspetti. Solo i tuoi occhi vanno su e giù. Batti le ciglia. Ti guardi intorno; prima a destra, poi a sinistra, sempre più in fretta. Alla fine cominci a strabuzzare. Ti gratti perfino la testa, inarcandoti come un gatto. E come un gatto ti rotoli sul tappetino che hai appena srotolato per cominciare il tuo numero.
Chi l'avrebbe detto, Clippy!
Non pensavo all'inizio che una piccola animazione virtuale, potesse diventare la mia inseparabile compagna. Quasi l'ombra riflessa delle mie perplessità. Il segnalibro che ogni scrittore vorrebbe avere accanto. Con te riesco a capire anche quand'è il momento di cambiare registro. Mi basta vederti assumere una posa annoiata. E invece, quando ci riesco, e il periodo suona bene anche alle mie orecchie, quasi mi commuovo nel vedere vibrare un filo di metallo! Se ne abbiamo fatto di strada noi due!
Adesso mi scrivono indirizzando allo “scrittore”, all' “artista”, perfino al “poeta”. Ma, cerca di capire, sono inviti di centri culturali, antiche accademie. Piccole istituzioni che, per onorare un casato, una tradizione, una celebrità di famiglia, organizzano premi letterari.
Vorresti un titolo anche tu? E' già tanto che il tuo mastro Geppetto ti abbia nominato assistente di Office. Da parte mia ti ho battezzato Clippy, vuoi che provi ad affibbiarti anche un appellativo? Se sarai bravo, ti nominerò “proof-reader”, o addirittura “ghost-editor”.
Cos'è? Adesso mi fai le genuflessioni? Smettila, è già la terza volta! Sembri un lacchè del XVIII secolo. Ma che bel tipo! Non ho fatto neppure in tempo a chiedermi se mi stai prendendo in giro che già ti vedo scomporti in mille pezzi. Di solito lo fai quando ti accorgi che ho cliccato su stampa, ma adesso? Forse hai capito che non ho voglia di andare avanti, che quasi, quasi chiudo per oggi. Metterei fine così anche al tuo comportamento irrispettoso.
Adesso però che sto rileggendo la pagina che ho scritto prima, evita di allungare l'occhio. Hai tutta l'aria di uno che vuole sbirciare.
Chissà quanto avrà dovuto faticare il tuo padre putativo per farti assumere tutte queste pose. Ti avrà tormentato fra le mani, stirato, curvato da una parte e dall'altra, come può fare uno scolaro che tortura la sua graffetta quando il disegno non gli riesce..
Se è stato bravo, però!
La cosa che di te trovo più riuscita direi sono gli occhi: appena due piccole sfere con al centro un cerchio nero, che si dimezza a lunetta se guardi in basso, o si apre a plenilunio quando alzi lo sguardo. Che dire, poi, delle tue sopracciglia! Due spessi e alti accenti, curvati verso il basso per sottolineare meglio il tuo umore: preoccupato, perplesso, pensieroso, sereno, aggrottato….
Ormai sei in grado di mimare tutte le smorfie che chi scrive fa senza saperlo. Ma poi mi viene il sospetto che più che imitare me ti sforzi di controllare il peso di ciò che scrivo. Ti atteggi come un sapientone che ne sa una più del vocabolario. Altro che editing, il tuo è il passare a setaccio anche lo spessore delle mie parole. Lo si capisce da come reagisci ogni volta che una mia frase supera di una tacca la tua calibrata essenzialità.
Ma adesso giurami ancora una volta che mi sei amico. Non fosse che per il tempo che trascorriamo insieme. Per l'attenzione con cui mi segui. Ti sarai accorto, spero, che quando sorridi i miei occhi si illuminano e magari mi viene anche la parola che non trovavo.
Di solito uno scrittore non ama essere osservato quando scrive. Deve entrare come un ladro nella testa e nel cuore dei suoi personaggi e non vuole testimoni. Con te è diverso. Con te accanto, le porte dell'animo si aprono senza dover girare la maniglia. Riesco a spaziare perfino negli anfratti del pensiero, anche in quelli che a prima vista mi sembravano angusti.
Quasi dimenticavo!
Il merito maggiore che ti sei conquistato ai miei occhi è l'avermi tolto il groppo della solitudine. La tua presenza a margine della mia pagina esalta l'armonia della mia ricerca. Mi accorgo che non misuri le mie parole col metro della sintassi, ma con l'algoritmo delle tue mosse, che sono state evidentemente studiate da uno che ha spiccato il senso del ritmo. Da questa nostra ormai quotidiana coabitazione, la mia tastiera volge più di prima alla ricerca del suono. E forse si spiega perché il mio modo di raccontare trova più consensi se l'orecchio di chi legge non viaggia sulla stessa lunghezza d'onda delle scuole di scrittura.
Che ti succede? Ti ho visto accennare a qualche passo di danza. E stai pure aguzzando gli occhi e inarcando le ciglia in segno di paura. Forse mi vuoi avvertire che sto rischiando di ballare coi lupi.
Non temere. I lupi non sono cattivi. Lo diventano solo quando si muovono in branco. E poi non sono un lupo anche io? Un lupo solitario, ma pur sempre un lupo. Con te accanto voglio provare però a fare un piccolo numero da circo:
Signore e signori, tra poco su queste pagine calerà il sipario. Il tempo che ci è stato assegnato sta per finire: massimo cinque cartelle con interlinea due. E' tassativo c'è scritto, e noi staremo ai patti. Tutto ciò che avverrà dopo non starà a noi sindacare.
Cosa ti prende adesso, Clippy ! Ti vedo scalpitare.
Lo so, l'idea che alcuni possano giudicare a loro arbitrio ti fa star male. Ma il gioco è questo. Se fossi andato a scuola l'avresti già imparato. Eppoi, rifletti: anch'io, quando deciderò di chiudere la mia sessione di lavoro, ti darò il ben servito senza che tu abbia a rammaricarti. Potrei addirittura chiedere al tuo padrone di nasconderti per sempre alla vista. Arrotola perciò il tuo tappetino, Clippy, è ora di sparire dal mio desktop.
Forse non hai capito. Ti si è accesa di nuovo la lampadina in testa. C'è poco da illuminare adesso. Converrà anzi spegnere tutte le luci.
Oddio, ti stai fondendo! Vedo sciogliere il tuo metallo in una grande goccia sospesa al peduncolo della lampadina.
Piangi? E' la prima volta che fai una cosa del genere. Eppure ci separiamo di continuo. Vedrai, sarà per poco anche adesso. Il tempo di aprire un nuovo file. Dovresti avere imparato che esisto solo quando scrivo. E, non scordarlo, anch'io provo ad esistere per il maggior tempo possibile.
Da bravo, monta sulla tua bicicletta!
Eccola che arriva. Te la stai portando a mano senza salirci.
Che stupido! Dimenticavo che la bici è per te come la lampada di Aladino. Chissà che un giorno non incontrerai anche tu la figlia del sultano.



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