Davide Stocovaz nasce a Trieste il 22/06/1985. Già da piccolo dimostra un certo interesse per la scrittura, che lo condurrà, in età più matura, a partecipare ad alcuni concorsi.
Nel 2004 vince il premio "Oscar VIp", col racconto "La voce". Ha frequentato l'indirizzo audiovisivo dell'istituto Galvani di Trieste. Ora frequenta il Dams di Bologna. Il suo ideale più ambito è di riuscire, un giorno, a pubblicare un libro.
Si è classificato al terzo posto nel Concorso Letterario Prader Willi - terza edizione, anno 2006 - col racconto

L'avvoltoio


Una stanza d’ospedale con un unico letto dove giaceva, immobile, un bimbo di circa dodici anni. I deboli raggi di sole, che filtravano attraverso le tapparelle chiuse, ne illuminavano il corpicino smilzo smilzo sotto le coperte. Il capo, appoggiato sul cuscino bianco, aveva un’espressione beata, la bocca chiusa e lì, dove una volta c’erano dei folti capelli biondi, ora c’era il nulla.
La madre del bimbo, seduta su una sedia vicino al letto, lo fissava con sguardo triste, il volto gonfio dal tanto piangere, gli occhi castani ancora velati di lacrime.
Ad un tratto scorse qualche leggero movimento sotto le coperte: il piccolo aveva iniziato a muovere le gambe, la testa si mosse sul cuscino, allargò le braccia. Era come se stesse cercando di scappare da qualcosa .
La bocca si aprì liberando un grido soffocato, sollevò il capo e scattò a sedere sul letto madido di sudore. Si sentì abbracciare fortemente e riconobbe il profumo di sua madre, nonchè la sua voce triste consolarlo : «Tranquillo tesoro, è solo un brutto sogno... solo un brutto sogno.»
Il bimbo tenne la testolina contro il petto della donna, sospirò e la guardò fissa negli occhi. Erano arrossati e gonfi con, ai lati, delle lacrime pronte a farsi una corsa lungo le guance. Per una frazione di secondo ricordò di non aver mai visto sua madre ridotta in quello stato, mai.
I due si scrutarono per qualche istante, poi, a rompere il silenzio, fu il piccolo: «L’ho visto di nuovo, mamma. È venuto per mangiarmi.»
«Cosa? Oh, Timoty... non temere, era solo un sogno.» cercò di rassicurarlo la donna.
«No mamma. Lo so...presto mi ucciderà.»
«Timoty...cos’ è che hai sognato?» gli chiese la madre preoccupata.
«C’era un avvoltoio... che mi colpiva i piedi con il becco. Mi aveva bucato scarpe e calze. Mi beccava i piedi. Continuava a colpire, poi prese a volare intorno a me e riprese il lavoro.
Beccava, beccava e beccava senza sosta. I miei piedi erano del tutto lacerati. Cercai di colpirlo con le mani, almeno per allontanarlo, provai persino a strozzarlo, ma era troppo forte per me.
Alla fine mi sentivo sempre più debole, sempre più debole e vidi l’ avvoltoio venirmi incontro con la bocca spalancata, la testa coperta di sangue... poi mi sono svegliato.»
«Oh Mio Dio Timoty.» borbottò stupefatta la donna e lo avvolse in un tenero abbraccio.
Il dottor Richards, oncologo, se ne stava immobile davanti una finestra che dava sul giardino dell’ ospedale. Il sole, alto nel cielo azzurro, ne illuminava il volto e i lunghi capelli biondi. Teneva le braccia incrociate dietro la schiena lungo il camice bianco.
Sentì una voce profonda dirgli : «Avanti Brian, non puoi prendertela così. Sapevi meglio di me che le possibilità di salvare quel bambino erano una su mille. Abbiamo fatto il possibile, non è colpa nostra.»
«La nostra colpa è nell’arrendersi così!» esclamò l’uomo.
«E cosa dovremmo fare? Ancora chemioterapia? Bombardarlo di radiazioni più del dovuto?! Così saremo noi ad ucciderlo!»
Richards rimase in silenzio, a guardare fuori dalla finestra. Harrison Brennard, primario del reparto oncologico, scrutò l’uomo che in quel momento aveva davanti e che gli stava dando le spalle. Lo conosceva da una vita, era un bravissimo dottore, e ciò spiega del perchè avesse voluto incaricarlo di un caso così complicato: salvare un dodicenne da una forma di leucemia fulminante.
Ne avevano provate di tutti i colori, attraverso la chemioterapia, trapianti di organi colpiti dalla malattia, ma la “bestia” che quel giovine si portava dentro sembrava imbattibile, ed ora, era praticamente inarrestabile.
«Non è giusto. Ha solo dodici anni... non possiamo lasciarlo così.» ammise Richards in un sospiro, ormai rassegnato alla dura realtà dei fatti.
«Molte cose non sono giuste nel mondo, Brian. Ma non possiamo farci nulla.» disse Brennard assumendo un tono severo.
«Molto bene.» borbottò con sarcasmo Richards. Si volse verso il primario e lo fissò da oltre gli occhiali da vista; poi gli disse : «Avvisa tu i genitori.» e, a passo svelto, uscì dalla stanza.
Brian Richards, sulla quarantina, iniziò ad attraversare il reparto oncologico. Il classico odore, pungente, di ospedale lo colpiva alle narici. In cuor suo sapeva che le possibilità di sopravvivere ad una leucemia fulminante erano pochissime, in alcuni casi, nulle. Ed il caso Burns, era proprio uno di quelli. Dopo l’ennesima chemioterapia, i medici non avevano riscontrato alcun miglioramento; ora, pareva inutile un altro tentativo di trapianto: la “bestia” era cresciuta sempre più. Solo Dio avrebbe potuto salvare Timoty Burns.
L’uomo si fermò ai piedi di una porta, la aprì lentamente e, guardando al suo interno, ebbe un tuffo al cuore: madre e figlio erano posti l’ una vicina l’ altro, Timoty stava passando una mano sul ventre della donna, gonfio, tipico delle donne incinta. Un flebile sorriso si dipinse sul volto della donna, che teneva a stento le lacrime. La manina ossuta del bambino scorreva come una lieve carezza, percependo ogni minimo movimento del futuro fratellino, che avrebbe dovuto chiamarsi Georgy.
«Si muove.» disse Timoty sorpreso: «Lo sento» e sorrise.
«Vuole uscire a tutti i costi.» scherzò la donna. Il fatto che suo figlio, molto probabilmente, non sarebbe riuscito a veder nascere il suo fratellino, la conduceva sull’orlo della disperazione più assoluta, sapeva che prima o poi non sarebbe riuscita a trattenersi, e sarebbe esplosa.
Timoty questo già lo sapeva, il suo volto sorpreso nascondeva un’espressione ormai rassegnata alla realtà, i suoi occhioni castani tentavano di rimanere stupefatti, piuttosto che divenire tristi. Non avrebbe mai voluto piangere davanti a sua madre, era molto difficile trattenersi; aveva visto i suoi sogni sfumare nel giro di qualche giorno, appena lo avvisarono della malattia. Sapeva di dover essere forte, e non lo avrebbe fatto piangendo. Era convinto che, se si lasciava andare al dolore, l’ avrebbe data vinta all’avvoltoio presente nel suo corpo. Anche adesso, mentre stava accarezzando il fratellino, sentiva la sua presenza, lo sentiva crescere di minuto in minuto, divorandolo pezzo per pezzo, sicuro della sua potenza.
Il dottor Richards, colpito dalla drammaticità della scena, riuscì solo a borbottare: «Signora Burns. Dovrebbe raggiungere il dottor Brennard nel suo ufficio... le vuole parlare.»
«Va bene.» disse la donna voltanto il capo a guardarlo, poi riadagiò lo sguardo su Timoty e gli disse: «Devo andare, ma tornerò presto.»
Il bimbo annuì con la testa e si sistemò sotto le coperte bianche. La donna scese dal letto e, prima di uscire dalla stanza, si girò a lanciare un bacio al figlio.
Questo gli rispose sorridente, poi la vide uscire da dietro il medico. Egli stava per seguirla quando udì la voce del piccolo invitarlo: «Dottore, resti qui.»
«Come vuoi Tim.» disse l’ uomo chiudendo la porta alle sue spalle. Andò a sedersi sulla sedia posta accanto al letto, gli occhi quasi velati di lacrime.
I due si fissarono per un pò. Richards si sentiva male nel guardare quella povera creaturina innocente immersa nelle coperte fino al collo: il colore della sua pelle, una volta rosa, era di un pallore innaturale, a tratti olivastro sugli zigomi, il volto prosciugato, le guance, una volta belle paffute, quasi non si notavano. Le lenzuola disegnavano una forma scheletrica sotto di esse.
L’ uomo sospirò e distolse lo sguardo dal bambino, come per sfuggire ad una realtà che non lasciava scampo. Fissò i raggi del sole filtrare attraverso le tapparelle, poi udì il piccolo dire : «Non me la caverò, vero?»
Quella domanda lo paralizzò completamente. Fissò il bambino con sguardo triste, senza dire una parola.
«Non si preoccupi, lo sapevo già da un pezzo.» ammise Timoty.
«Come?» sussurò il medico alibito dalla tonalità di voce con cui il bambino parlava, era tranquilla, sembrava non gli importasse nulla della sua disgrazia.
«L’ho letto nei suoi occhi, mentre mi guardava con mia mamma»
L’uomo non sapeva cosa dire, il comportamento del piccolo lo lasciava senza fiato.
«Non si preoccupi.» cercò di rassicurarlo Timoty : «L’ avvoltoio non vincerà.»
«Avvoltoio? Quale avvoltoio?» chiese curioso il dottore.
«Lo vedo nei miei sogni...lo sogno ogni volta vado a dormire... lo sento muoversi dentro di me, divorarmi minuto dopo minuto... so di non avere scampo. Non ne ho parlato con mamma perchè non volevo spaventarla, mi sembra già abbastanza distrutta.»
«Tim... è solo un sogno.» tentò di rassicurarlo Richards.
«No, lui esiste... ha iniziato a mangiarmi e finirà col portarmi via... è venuto per questo, ne sono certo.»
«E come fai ad esserlo?»
«Perchè nel sogno mi divora i piedi, senza sosta, pezzo per pezzo.»
«E perchè ti lasci torturare così ? Uno sparo e l’ avvoltoio è spacciato.» disse l’ uomo.
«Non ho armi. Tento persino di strozzarlo, ma un animale così ha molta forza. Mentre mi divora, so di non avere scampo... alla fine lo vedo saltarmi addosso e spalancare la bocca, dal becco ricurvo, nero come la morte. Poi mi sveglio» raccontò il piccolo scrutando il dottore.«Lei ha figli?» chiese Timoty.
«No. Sai Tim, certe cose non sono stato capace di farle. Parlo di avere una ragazza, costruirmi una famiglia...» rispose Richards.
«Sono contento che tra un pò nascerà Georgy, così i miei genitori non saranno soli.»
L’uomo chiuse gli occhi e sospirò tristemente. Quel ragazzino lo stupiva sempre più, tranquillo nel suo letto, parlando pacatamente, come se non stesse accadendo niente, per nulla intimorito dalla sorte che lo attendeva. Quando li riaprì, il dottor Richards vide il bambino che lo fissava, incuriosito dal suo comportamento.
«Non c’ è motivo di preoccuparsi.» gli disse: «L’avvoltoio mi ucciderà, questo è certo, ma io non mi arrenderò così facilmente. È per questo motivo che non piango, io...continuerò a sfidarlo fino alla fine.»
«Tim, non so davvero cosa dirti. Il tuo coraggio ti rende onore. Mi dispiace piccolo... mi dispiace tanto.» sussurrò Richards trattenendo a stento le lacrime. Si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi come per cancellarle.
«Il dottor Brennard lo sta dicendo a mamma?» volle sapere Timoty.
L’uomo annuì con la testa, poi si portò gli occhiali al naso.
«Ora starà male» borbottò Timoty.
«Stiamo tutti male Tim... stiamo tutti male.»
«Non dovete...io starò bene.» esclamò il piccolo.
«Ne sono certo.»
«Sì invece, starò benissimo perchè sarò finalmente libero! L’ avvoltoio questo non lo aveva considerato, se muoio, lui morirà insieme a me. Non avrà cosa mangiare e morirà di fame, lentamente, lentamente, e in quel momento si pentirà di avermi ucciso. Nessuno potrà salvarlo, soffrirà più di me.» ammise Timoty.
L’ uomo rimase in silenzio fissando il bambino, sembrava convinto delle sue parole, lo sguardo deciso di uno che sa cosa fare. In quel momento, il dottor Richards capì di essere davanti ad un ragazzo speciale, deciso, per nulla impaurito, sicuro dei suoi mezzi, anche se, purtroppo, inesistenti.
«Per favore, potrebbe aprire le tapparelle? Voglio vedere il sole» domandò Timoty.
«Certo.» disse il dottore alzandosi dalla sedia. Andò verso la finestra e dopo un pò il volto del bambino venne sommerso da una forte luce biancastra. Socchiuse gli occhi, poi, quando si furono abituati alla luce, li aprì lentamente. Vide il medico dirigersi verso la sedia, il cielo di un azzurro intenso, le fronde degli alberi, mosse da una leggera brezza, aldilà delle finestre.
«Che bellissima giornata per volare.» sussurrò sorridendo.
Richards si sedette e ripetè curioso: «Volare?»
«Certo, da grande avrei voluto fare l’aviatore... volare alto nel cielo, sopra le nuvole, dove nemmeno i gabbiani arrivano... dev’essere bellissimo.»
L’ uomo rimase in silenzio.
«Però volerò... non su un aereo, ma volerò... appena l’avvoltoio avrà finito il suo compito volerò anch’ io alto nel cielo...non è così?» disse il bambino e guardò il dottore.
Egli rispose: «Ma certo...senza dubbio.»
«È bello sognare... e poi vedere i propri sogni realizzarsi. Dev’essere stupendo.» sussurrò Timoty.
«Già.» ammise Richards.
Un momento di silenzio, poi il bambino chiese : «Dottore, quando nascerà Georgy?»
«Da quello che ho capito tra circa quattro mesi, perchè?»
«Andrò a trovarlo, sarà bellissimo. Spero che riesca a realizzare i suoi sogni...pregherò per lui.»
«Oh Tim.» sussurrò Richards e tese una mano verso il letto. Con un leggero movimento le lenzuola si sollevarono, e da sotto di esse sbucò la manina, ridotta all’ osso, di Timoty. Andò ad appoggiarla nella grande mano del dottore e la strinse forte. Richards si sentì il cuore in frantumi, la mano del bambino era delicatissima, così fragile che sembrava in procinto di rompersi.
Si tennero per mano, guardandosi negli occhi, mentre l’avvoltoio nel corpo del bambino smise di beccare, preparandosi per un breve riposino, prima di riprendere il lavoro.
Quando i genitori di Timoty fecero capolino nella stanza, il dottor Richards se n’ era andato da un pezzo. Il bambino se ne stava immerso nelle lenzuola, la testa sul cuscino, il viso rivolto verso l’alto. I signori Burns si fecero avanti. La madre si sedette accanto al letto. Il padre, in piedi, si sporse sul materasso e scrutò il volto del figlio: aveva gli occhi chiusi e un’espressione beata sulle labbra, chiuse in un lieve sorriso. Entrambi uscivano da uno stato di disperazione unica al mondo: la scoperta che il loro bambino non sopravviverà alla “bestia”.
I loro volti erano straziati dal dolore, mentre lo guardavano riposare. La madre continuava a lavorare di fazzoletto per pulirsi le guance dalla miriade di lacrime che le solcavano.
Il padre, incredulo alla sorte di suo figlio, era talmente triste che le lacrime nemmeno gli uscivano; se ne stava come scioccato vicino al letto. Quando lo avevano informato delle condizioni del figlio era stato vicino ad un collasso, fisico e morale.
Ad un tratto gli occhi di Timoty si aprirono delicatamente. Trovò a fissarlo i volti di due genitori distrutti dal dolore e ciò gli procurò una fitta al cuore. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma il fiato gli si fermò in gola, respirò profondamente e provò del dolore al petto, tant’era divenuto magro. Nelle ultime ore si era adagiato in un sonno tranquillo, l’avvoltoio sembrava scomparso, davanti a lui c’era stato soltanto il nulla. Svegliandosi aveva provato una sensazione tremenda, pareva sollevarsi ad ogni respiro, come se il suo corpo pesasse poco più di una piuma. Capì che le sue condizioni erano notevolmente peggiorate. Provò a sollevare un braccio, ma lo sforzo gli sembrava impossibile, era come se i suoi muscoli non esistessero più. Nella testa gli balenò l’orribile idea d’essere completamente paralizzato. Cercò di muovere i piedi sotto lo sguardo attento dei genitori, ma non ci riuscì, parevano scomparsi. Per una frazione di secondo gli apparve davanti la testa allungata di un avvoltoio, dal lungo collo ricurvo, il becco ad uncino, gli occhi socchiusi in uno sguardo intenso, talmente intenso che pareva bruciargli l’anima. Poi sparì lasciando il posto ai volti straziati dei suoi genitori. Prese un respiro profondo, aprì la bocca e riuscì a sussurrare: «Lo batterò mamma.»
La signora Burns scattò in piedi e si portò vicino al marito. Con le lacrime agli occhi e la voce strozzata dal dolore chiese: «Chi tesoro? Chi?»
«L’... l’avvoltoio... non vincerà.»
La madre assunse una smorfia di tristezza e annuì con la testa, le parole le si bloccavano dentro, non volevano uscire.
Il padre, rimasto in silenzio, era troppo scioccato per poter parlare.
Ora il cuore dei due genitori sembrava venir preso a beccate, preso a beccate dallo stesso avvoltoio che stava divorando il loro figlio, senza dargli alcuna possibilità di fuga.
In quel preciso momento, il dottor Brian Richards stava sorseggiando una tazza di caffé. In testa ancora l’ espressione tranquilla sul volto di Timoty Burns. Se ne stava seduto ad un tavolo della mensa, mentre intorno a lui c’ era un continuo viavai di camici bianchi, voci lontane e vicine immerse in chiacchiere tra amici. Lui era solo, solo con i suoi pensieri, rivolti specialmente a quel dodicenne che aveva in cura, con cui aveva parlato. Ancora non riusciva a crederci, gli sembrava di stare in un incubo. Continuava a vedere il volto tranquillo del piccolo, nella sua mente riecheggiava la sua voce, resa debole dalla “bestia” che lo stava divorando.
Udì dei passi alle sue spalle, poi qualcuno gli appoggiò la mano sulla spalla destra, la sollevò e andò a prendere posto dall’ altra parte del tavolo. Richards non ci mise molto a riconoscere il volto severo di Harrison Brennard. Egli si sistemò la sedia sotto al sedere, appoggiò i gomiti sul ripiano del tavolo, tenne le mani incrociate su di esso, e chiese: «Come va Brian?»
«Come vuoi che vada? Sto per perdere un paziente.» borbottò Richards sorseggiando il caffé.
«Gliel’ hai detto?»
«L’ ha capito solo, lo sapeva prima di noi. Tim è un bambino sveglio... non posso accettare l’idea di lasciarlo andare così... senza un altro tentativo.»
«L’avevamo già fatto quest’altro tentativo... purtroppo è andata male - ammise Brennard dall’alto della sua superiorità, poi continuò - Timoty Burns non dev’essere motivo della tua tristezza... lo so, dodici anni, è terribile quello che gli è capitato... ma ti ricordo che abbiamo altri due casi come questo, per non parlare degli altri tipi di leucemie.»
Richards continuava a sorseggiare il caffé, d’altronde il suo superiore non aveva tutti i torti, ma era impossibile, per lui, non farsi coinvolgere in simili situazioni.
«L’importante è che abbiamo cercato di fare tutto il possibile per aiutarlo.» disse Brennard.
«Già.» sospirò Brian appoggiando la tazza sul tavolo.
Stava per dire qualcosa quando un’ infermiera gli si avvicinò a passo svelto, si fermò davanti al tavolo esclamando: «Dottor Richards, deve recarsi subito in stanza cinque! Timoty ha dei problemi!»
A quelle parole la sua reazione fu spontanea: si sollevò dalla sedia come morso da una tarantola, abbandonò il caffé sul tavolo e si scagliò verso l’uscita della mensa, facendosi largo tra i camici bianchi dei suoi colleghi. Anche Brennard scattò in piedi e, superata l’infermiera, si mise a seguire Richards.
Timoty teneva gli occhi spalancati, scuoteva leggermente la testa a destra e a sinistra, la fronte madida di sudore. Sua madre se ne stava stretta al petto del marito, il volto rigato dalle lacrime. La porta della stanza si spalancò e da essa entrarono Richards e Brennard. Il primo si diresse subito verso il bambino chiamandolo per nome, mentre il secondo parlò ai genitori: «Per favore signori, lasciate la stanza.»
«No, è il mio bambino» mugolò la donna.
Timoty continuava ad agitarsi nel letto, cercando di muovere braccia e gambe, ma senza alcun risultato, tentava di respirare, ma il respiro gli si bloccava in gola.
Guardò dritto davanti a sé e vide il volto preoccupato del dottor Richards, poi un’ombra si disegnò sul soffitto, scorse un rapido sbattere d’ali, ali enormi, dalle lunghe penne nere.
Con orrore vide un avvoltoio scendere sulla base del letto, proprio sul materasso, le grosse zampe nere, dagli artigli ricurvi, immobili a qualche centimetro di distanza dai suoi piedi. L’animale lo scrutava attentamente, poi abbassò lo sguardo e aprì il becco. La testa scattò in avanti ed il becco uncinato perforò le lenzuola, terminando nella carne del bambino. Un’espressione di dolore si dipinse sul suo volto, mentre sentiva l’avvoltoio beccare e beccare. Cercò di gridare, ma dalla sua bocca non uscì nulla. Si sentì sollevare, i muscoli rilassarsi, ed udì voci a lui familiari.
«Coraggio Tim.»gli sussurrava Richards.
«È il mio bambino...è il mio bambino!» gridava sua madre.
«Fate qualcosa! Non lasciatelo morire!» urlava straziato suo padre.
«Non possiamo fare nulla... siamo inermi.» esclamava Brennard.
Ad un tratto l’avvoltoio sollevò il capo arrossato di sangue, si guardò intorno e puntò nuovamente lo sguardo sul bambino che aveva davanti. Spalancò il becco sanguinolento e si mosse goffamente sul materasso, diretto verso il suo volto. Timoty lo fissò avanzare, sentì gli artigli perforargli il corpicino, e, nonostante il dolore fosse allucinante, non versò mezza lacrima. L’ avvoltoio si fermò a qualche centimetro dal suo naso, lo scrutava incuriosito, non aveva mai visto nessuno così determinato, di solito, molti di essi imploravano pietà, ma questo giovane no. I due si fissarono per qualche secondo, poi Timoty disse: «Io ti ucciderò.»
L’animale piegò la testa all’indietro per prendere slancio e come un lanciere affondò il becco attraverso la bocca del bambino. Egli si sentì cadere all’indietro, il suo corpo divenne leggero tanto da sentirsi sollevare, provò una sensazione di liberazione assoluta, e nel suo sangue straripante, di cui erano piene tutte le cavità, sentì l’avvoltoio affogare lentamente, irrimediabilmente. Era notte fonda, quando Lisa Kendler, trentenne, iniziò ad agitarsi nel suo letto, nella camera vicina a quella di Timoty Burns. I suoi movimenti erano accompagnati da borbottii di dolore.
Nella sua mente c’era un avvoltoio che le sfoderava colpi di becco contro i piedi, lacerandole stivali e calze. Continuava a colpire, poi si alzò in volo, spiegando le grandi ali grigiastre, e disegnò alcuni cerchi sopra la sua testa.
La donna si sentiva paralizzata dal dolore, cercò di scappare, ma, fissandosi i piedi, scoprì di averli quasi straziati. Con orrore vide l’avvoltoio ritornare sui suoi passi, scendere a terra chiudendo le ali lungo il corpo tozzo, fare due saltini in avanti e portarsi, nuovamente, con il becco a qualche centimetro dai suoi piedi. Chiuse gli occhi e sentì l’animale riprendere il lavoro. Rovesciò la testa all’indietro e lanciò un grido acuto, nella vana speranza che qualcuno la sentisse. L’avvoltoio beccava, beccava forte, senza tregua, con più foga, mentre la donna gridava dal dolore. Aveva quasi perso le speranze, quando udì uno sparo, seguito da un verso agghiacciante emesso dall’ avvoltoio. Un proiettile lo aveva raggiunto al dorso perforandogli il piumaggio.
Un secondo sparo, altre piume si sollevarono dal corpo dell’animale seguite da brevi schizzi di sangue. Alzò la testa al cielo spalancando il becco, stridette dal dolore, poi, però, ritornò a beccare i piedi della donna. Questa tentava di scalciare, ma le forze la stavano abbandonando. Aprì gli occhi debolmente e vide l’avvoltoio con il capo abbassato, intento ad affondarle il becco nella carne. Un altro sparo echeggiò nelle sue orecchie. Socchiuse gli occhi e udì l’avvoltoio stridare. Quando li riaprì si trovò a guardare il dorso scuro dell’animale, si era voltato verso il nemico, aveva spalancato le ali come per intimorirlo, muoveva la testa a destra e a sinistra agitando il becco ricurvo.
La donna si sporse lentamente da dietro l’avvoltoio e si stupì nel vedere il suo salvatore: era un bambino, un bambino sui dodici anni, dai folti capelli biondi, le belle guance paffute, la carnagione rosata, gli occhi castani puntati verso l’animale; in mano reggeva un grosso fucile da caccia. Con decisione fece partire un colpo che raggiunse l’uccello al petto, facendolo strillare dal dolore.
L’avvoltoio sollevò la testa verso l’alto emettendo un verso stridulo, prolungato, in segno di sofferenza. Poi abbassò il lungo collo e rigurgitò a terra la sostanza che gli scorreva nelle vene.
Mosse alcuni passi incontro al bambino, ma le forze venivano a mancargli, le zampe sembravano cedergli di secondo in secondo. Un ultimo proiettile lo raggiunse al ventre e lo fece stramazzare al suolo, il corpo sventrato dai colpi di fucile. La donna abbassò lo sguardo al suolo e, mentre delle lacrime le si formarono alla base degli occhi, guardò l’avvoltoio disteso a terra, immerso in un lago di sangue, gli occhi sbarrati, le ali aperte, il becco socchiuso. Poi sollevò il capo nella direzione del bambino, avrebbe tanto voluto ringraziarlo, ma questi non c’ era più: si era dissolto nel nulla.

SEI MESI DOPO
Il cielo era di un azzurro intenso, una lieve brezza muoveva gli alberi situati nel giardino anteriore all’ ingresso principale dell’ospedale. Le foglie ingiallite, cadute da essi, si spostavano, mosse dal vento, lungo la strada in un continuo turbinare. Alcune di queste si fermarono sulle rotelle di un passeggino, posto accanto ad una panchina. Su di essa vi erano sedute due persone, una dal lungo camice bianco, l’altra con indosso una pelliccia scura. Brian Richards fissò la donna che aveva davanti, sospirò e disse: «Signora Burns, il motivo del perchè ho voluto vederla riguarda suo figlio Timoty.»
La donna ebbe un singulto, un nodo le si creò in gola. Socchiuse gli occhi e deglutì, poi mormorò: «È da circa sei mesi che Timoty se n’è andato...»
«Lo so signora, non era mia intenzione farla ritornare al passato, non voglio riaprire in lei cicatrici già chiuse dal tempo...» si affrettò a specificare il dottore, continuò: «Ma, vede signora, da quando Tim ci ha lasciati è successo qualcosa di incredibile... molti di noi preferiscono definirlo un vero, autentico miracolo.»
«Cos’ è successo?» volle sapere la donna in un sospiro.
«Molti dei nostri pazienti, ricoverati per varie forme di leucemia, sono stati dimessi in breve tempo. La “bestia” che si portavano dentro sembrava scomparsa nel giro di qualche ora. Certo, ha dell’ incredibile, ma io... io penso che Tim centri qualcosa con questo miracolo.»
La signora Burns riusciva a stento trattenere le lacrime, mentre ascoltava parlare il dottore: «Io... ne sono quasi convinto. Tim ripeteva continuamente che lo avrebbe sconfitto, che lo avrebbe ucciso. Si riferiva ad un avvoltoio, lo vedeva nei suoi sogni...» continuò l’ uomo e guardò la donna frugare nella propria borsa in pelle nera; ne estrasse un foglio piegato a metà e glielo porse. Lui lo prese e, spiegandolo, si trovò a fissare la figura eretta di un avvoltoio disegnato a matita, le ali chiuse, la testa sollevata sul lungo collo, il becco chiuso come in un ghigno malefico. Sentì la donna spiegare: «L’ha disegnato Timoty... tempo fa... ha detto che era per lei... avrei dovuto consegnarglielo prima, però... sa, è stata l’ultima cosa che Tim ha fatto prima di... prima di...» ed il dolore che si portava dentro non la fece terminare la frase.
«Lo tenga lei signora Burns.» disse Richards restituendo il foglio.
«No.» sospirò la donna con le lacrime agli occhi: «È suo. Così voleva Tim.»
Brian Richards si mise il disegno in una tasca del camice, vide la signora Burns prendere un fazzoletto dalla borsa e portarselo agli occhi, poi guardò verso il cielo azzurro e ricordò le parole di quel tenero bambino: “...avrei voluto fare l’ aviatore... volare più in alto di qualsiasi gabbiano... lo farò, non con un aereo, ma volerò... sarò libero”
“Sì Tim, ora sei libero.” pensò l’ uomo.
E mentre i due se ne rimasero chiusi nel loro dolore, seduti sulla panchina, una piuma bianca, sicuramente non di avvoltoio, si staccò dal cielo e, disegnando piccoli cerchi nell’aria, scese lentamente all’interno del passeggino, sorvolò le copertine e andò a posarsi, come una carezza, vicino al volto addormentato del neonato che esse ricoprivano in un tenero abbraccio.


Ispirato ad un racconto di Franz Kafka


Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto anche i seguenti testi:


Follia

Se in un momento della vita,
metto tutto da parte,
prendo solo l' essenziale, e vado via,
forse è Follia;
per vedere luoghi nuovi,
incontrare volti sconosciuti,
allargare i miei orizzonti, magari su un mondo migliore,
forse è fantasia;
per lasciarmi alle spalle ricordi maligni,
e pensieri nefasti,
forse è magia;
ripartire da zero, con ottimismo ed entusiasmo,
e non sapere dove finisco,
forse è poesia;
e respirare tutta l' aria che c'è,
solo per poterti abbracciare un giorno,
e desiderare che le nostre anime diventino una sola,
forse è Follia...o semplicemente Amore.


Lode a te

Sei venuta da oltre confine
per far sbocciare in questo cuore un sentimento sublime;
s'illumina tutta la città morta
al tuo sorriso, e l'immagine distorta
di un ragazzo senza futuro sembra risorta.

Mani nelle mani, occhi negli occhi, possa il ricordo
tenerti sempre così viva e dolce,
poetica: come un ruscello che scorre tra le rocce;
mio, per un attimo, il sentiero che conduce alla foce
mentre il mondo è melodia, al suono della tua voce.

Leggera, soave, come l'aurora nascente dalle vallate
riluci sovrana nell'allegoria di festa
travolgente, abbagliante: ho perso la testa;
cosa molto buffa: son bastate due delle tue risate.

Muore adesso il ricordo dell'effimera felicità
che in quei passi m'ha accompagnato,
e già dal letto di rovi mi rialzo trasognato
privo di tutta la mia integrità.

Sento la vita ruggirmi nel petto:
avessi potuto, t'avrei trascinata nel mio letto
e tenuta stretta fino al sorger del mattino;
"ma non puoi avere tutto dalla vita, cretino!",

e m'accontento d'esser stato tuo amante
nella fantasia più ardita;
piange ora l'anima ferita
e trema il cuore ansante.

Lode a te, mio impossibile amore,
sogno perduto, felicità latente:
la notte è finita, spazio al dolore
e a questo essere sempre più morente
che sempre s'innamora...per niente.

a Valery, un sussurro di vita
ch'è stata pura magia.


UNA NOTTE SENZA TE

Le stelle ardono indifferenti, fredde.
La luna si nasconde dietro una nube, amara.
Nessuna luce, o barlume, la mia anima rischiara.
E l'infinito dove tutto tace s'estende, come erba nelle steppe.

Un ricordo sfocia rabbioso e m'investe.
Il tuo odore s'espande, portandomi lontano;
in un mondo un pò migliore, racchiuso in una mano.
Dove una barca, solitaria, affronta tutte le tempeste.

Grida il falco, dal picco più impervio
di una montagna che svetta fino al cielo.
E manca il respiro, in una morsa di gelo.
Lo sai come sono, a volte troppo serio.

Ci vorrebbe un pò di te, nel letto
qui accanto. Dove basta una carezza
per ritrovare uno squarcio di freschezza.
Che l'Amore trancia l'anima in due, di netto.

Il colpo è troppo basso, per poterlo sostenere.
Ma quante lacrime versate, vagabonde verso il nulla:
ai piedi di questo letto, dove il sonno mi culla.
Un incubo senza pari: i tuoi occhi che non mi riescono a vedere.

La nebbia s'è abbassata, con alone di tenebra.
Chissà dove sarai, e se domani t'incontrerò.
Di pensarti e ricordarti, te lo immagini, non smetterò.
Il silenzio è padrone, di questa notte senza tregua

piena di singhiozzi, sussulti, urla e forze latenti.
Si è schiavi dell'Amore, e dei suoi pesanti fendenti.
Che infligge senza remora, e cadiamo ai suoi piedi: perdenti.
E con un ultimo grido, strappato alla luna,

sfinito, ricadrò nel regno dove tutto tace.
Ad avvolgermi, un'amara illusione di pace.
In questi occhi vitrei, più immagine si riflette: nessuna.



Onda

Un'onda. Si alza dal moto costante, placido, della marea. Cresce. Cresce. E cresce.
S'infrange contro il molo, in un ribollir di schiuma e alghe: con un boato sordo, senza tempo. Poi, veloce, l'acqua si ritira di un poco, a metter in risalto una serie di mitili infilzati nella pietra. E' la monotonia dell'onda; la sua vita, la sua crescita, sino allo schiantarsi contro il molo. E pare arrampicarsi sui mitili, che appena appena, impercettibilmente, ondeggiano al suo passare; nella sua foga, l'onda pare voler strapparli dalla pietra: portarseli dietro, sul fondo. Unirli nel suo discendere e fondersi nella massa del mare. Ma non ci riesce: afflitta si ritira; si dissolve.
Siamo delle onde: cresciamo, ci sviluppiamo, e, forse senza rendercene conto, andiamo ogni giorno, sempre di più, verso la nostra distruzione. Nessuno fermerà quell'onda, che inevitabilmente andrà a distruggersi contro il molo; nessuno cambierà il suo destino. Niente può modificarlo. Anche noi, non possiamo nulla col nostro. E prima di dissolverci nel nulla, ci aggrappiamo ai nostri mitili: per ognuno di noi essi hanno forma diversa; e per quanto ci mettiamo impegno, forza, proprio non ci riesce di strapparli dalla roccia e portarceli dietro: affoghiamo nella brama di riuscirci; ma niente: il nostro è un moto indeformabile. Ma poi, l'onda si rigenera un pò più in là, dove l'acqua è più calma; da sembrar uno specchio lucente: prende di nuovo vita. Allora c'è speranza! Forse, anche noi ci ricostruiremo: per avere un nuovo cammino e per schiantarci ancora: contro quel muro invalicabile ch'è la vita: dono incomprensibile.


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