Maria Grazia Stiavelli Silvani è nata a Milano ma da molti anni vive a Torino.
Per lei la poesia è linfa indispensabile alla quale ricorre per superare ogni ostacolo.
Col suo aiuto riesce a trasformare i sentieri impervi della vita in gioiose passeggiate.
Maria Grazia si è dedicata con entusiasmo anche alla narrativa e i suoi racconti hanno avuto consensi in importanti concorsi letterari.
L’amore, sia nella poesia che nella prosa, è il suo tema principale: “la sua Musa ispiratrice.”

Con Carta e Penna ha pubblicato:

IL BACIO - Prezzo: 10,00 euro ISBN: 978-88-89209-98-1

Dall'introduzione: Scrivere dell’amica Maria Grazia, Graziella per gli amici, e delle sue poesie mi emoziona e mi intimorisce allo stesso tempo perché lei è una poetessa vera nell’arte e nella vita. Ci provo citando Goethe “Chi vuole comprendere la poesia deve andare nella terra della poesia: chi vuole comprendere il poeta deve andare nella terra del poeta”. Sono andata a trovare Graziella nella sua bella casa, arredata con gusto: tanti mobili antichi, quadri, ritratti, un pianoforte e una festante cagnolina candida come la neve. L’ambiente le somiglia nella sua luminosità ed eleganza. Lei è spigliata, gentile ed ospitale. Pochi convenevoli ed abbiamo parlato di poesia. Poesia nelle cose, nei ricordi, nel modo di fare. E’ proprio vero: poeti si nasce! Era un giorno di splendente primavera e guardando dalla sua finestra verso quella che un tempo era la campagna torinese mi ha detto vedi, appena poco più in là un tempo pascolavano le greggi con i loro pastori. Mi ha raccontato di una Torino ancora incantata e immersa nel verde dei campi ed io mi sono lasciata rapire e trasportare da quelle soavi parole e fantasticando immaginavo le pecorelle come ricciute nuvolette brucare l’erba ai piedi della Mole Antonelliana. In realtà mi stava mostrando una bella fotografia di un luogo e di un tempo ormai perduto e lo faceva con intensità e dolcezza...

Matilde

RIFLESSI DI LUCE, Poesie e brevi racconti di Maria Grazia STIAVELLI SILVANI
ISBN: 978-88-97902-03-4 Prezzo: 12,00 euro

Dalla prefazione di Matilde Abrile:
Scrivere qualcosa delle belle liriche che sgorgano dalla fonte inesauribile di folgoranti ispirazioni di Maria Grazia è un'esperienza bellissima: ogni volta è come intraprendere un interessante viaggio che porta a conoscere luoghi esotici e a ritrovare angoli già conosciuti con l'ausilio di un linguaggio poetico davvero accattivante. Io ho il privilegio di poter dialogare spesso con l'autrice ogni volta mi ritrovo ricca di nuovi stimoli per riflettere sulla grandiosità di ciò che esiste accanto a noi e mi sovvengono le parole della notissima canzone dell'indimenticabile Domenico Modugno conosciuta con il titolo di "Meraviglioso" in cui si narra la storia di un uomo disperato cui compare un angelo che gli dice …ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare…tu dici non ho niente… ti sembra niente il sole!… Le poesie di Maria Grazia dipingono proprio la bellezza del creato e di ciò che di straordinario la vita ci offre ogni giorno. Maria Grazia è dotata di una personalità magnetica che affascina: ciò che colpisce di lei al primo momento è il tratto signorile, l'affabilità, lo sguardo dolce e profondo. E' sempre molto elegante nell'abbigliamento ma non disdegna qualche nota eccentrica: una collana, una borsa, un accessorio dalle forme o dai colori particolarmente ricercati. Arriva agli appuntamenti con passo svelto e leggiadro e difficilmente è da sola: ha sempre con sé la simpatica cagnolina bianca e riccioluta, di nome Lara. Si dice che la sensibilità degli animali sia mutuata dai loro padroni e in questo caso la teoria è confermata perché Lara si propone con fare affettuoso esibendosi in graziose evoluzioni, ma quando si inizia a parlare di poesia si ricompone, guarda e intuisce che il discorso si fa serio. Questa descrizione per quanto riguarda la figura esteriore di Maria Grazia. L'immagine che emerge dalle sue poesie conferma e accentua l'essenza di una persona piena di luce e profondi sentimenti. Discorrendo con lei si ha la sensazione di conoscerla da sempre perché si sa raccontare con disarmante semplicità ma con tale accurata dovizia di dettagli da rendere quasi visibili come fotogrammi gli avvenimenti e gli snodi della sua vita pregna di interessi [...]
Mi piace concludere ricordando che le poesie di Maria Grazia sono fiori che lei desidera donare a quanti sapranno raccoglierli e innaffiarli con il sorriso della solidarietà poiché anche i ricavati di questa pubblicazioni saranno destinati ad opere benefiche.


Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto alcune poesie e qualche racconto:

A Fiorella

Mi manca il tuo sorriso
raggio folgorante di luce.

Il tuo nome
nuvola di fiori profumati
che veleggia nel vento.

I tuoi modi gentili
tocco di signorile eleganza.

Al tramonto
quando pennellate di fuoco
coprano il cielo
è nata la nostra amicizia.

E indelebile scolpita nel sole
che lentamente si infrange nel mare
vivrà per sempre!

A FABRIZIO (26/03/2018)

Eri l'amico della porta accanto
con discrezione sei ritornato
nelle nostre case
e la gioia ha colorato di rosa
le pareti della mia esistenza.

Il tuo sorriso bello disarmante
ha allontanato il ricordo
della malattia.

Ma tu lottavi per debellare
un subdolo nemico
e dare amore:
l'amore grande per la tua bambina.

Hai perso la battaglia
ma stanotte nel cielo
nascerà una stella
sarà più grande luminosa bella.

Fabrizio era il tuo nome
e il tuo ricordo colmo di modestia
sarà un raro esempio da imitare!

UN RICORDO IMMORTALE

E’ in quegli scalini
consunti dal tempo
che una foto
ha suggellato un’intesa.

E’in quel luogo
dove le cariatidi
si ergano superbe
che mi hai detto di amarmi.

E’ lì dove ogni sasso
testimonia un’epoca
di millenaria civiltà
che abbiamo uniti
i nostri destini.

Tu vento dispettoso
che disperdi ogni cosa
non rubare quei ricordi
prigionieri per l’eternità
fra le vestigia della Grande Grecia.

 

 

Ad un amico scomparso


Te ne andasti così in un giorno
di bizzarra primavera
quando gli alberi si vestono
di speranza.

Quando i prati 
tavolozza di fiori variopinti
ancora umidi di rugiada
regalano l’ebbrezza della vita.

Quando il raggio del sole
con il suo tepore
invita a raccogliersi in preghiera.

L’ultimo mio saluto
è nelle ombre discrete
di una chiesa
dove il silenzio che raccoglie i cuori
è loquace più di ogni parola.

 

 

ANCHE TU SEI RIMASTO

La nostra casa con i ricordi
che parlano d’amore
quella si mi è rimasta.

Lo studio con il letto
di quando eri ragazzo
con le lenzuola
profumate dalla giovinezza
quello si mi è rimasto.

Il tuo attestato di laurea
appeso alle pareti
quello si mi è rimasto.

Il tuo cane che da quando
ci hai lasciato
ha lo sguardo velato di tristezza
quello si mi è rimasto.

Ma ora che i miei verdi anni
il tempo li ha rubati
sento una mano forte
che mi stringe
e so
che anche tu sei rimasto.


LA STRETTA DI MANO

 

 Lo riconobbi dalla stretta di mano quando mi voltai per scambiare un segno di pace.
All’uscita della piccola chiesa che avevamo da sempre frequentato ci abbracciammo    a lungo: un pianto dirotto confuse le nostre lacrime su quei visi ancora belli e giovani, ma provati da un dolore che non ha conforto. Fu l’inizio della nostra riconciliazione.
Ci conoscevamo da quando bambini, fino al giorno del nostro matrimonio, fummo ospitati in un orfanotrofio che consideravamo la nostra casa.
Le suore ci volevano bene e si adoperavano per creare un ambiente accogliente ai piccoli ospiti e facevano di tutto per non farci sentire tristi. Alle volte lo eravamo, specie quando un bambino lasciava l’Istituto per entrare in una vera famiglia. Il distacco era sempre traumatico, perdevamo un compagno di giochi al quale eravamo affezionati e lo invidiavamo perché anche noi avremmo voluto assaporare il calore, che solo dei genitori, sia pure adottivi, possono dare.
Suor Lidia, con la sua dolcezza, in queste circostanze, sapeva trovare le parole giuste per consolarci e subito la serenità aveva il sopravvento.
Io dopo avere conseguito il diploma di maestra feci un corso per usare il computer e potei così aiutare le suore nell’amministrazione dell’Istituto.
Nelle ore di ricreazione organizzavamo recite nel nostro teatro parrocchiale ed  io avevo sempre delle piccole parti perché la mia innata timidezza non mi consentiva di affrontare il pubblico, anche se benevolo.
Stefano mi prendeva in giro perché, al contrario, era disinvolto e sul palcoscenico si comportava come un vero mattatore.
Dopo il diploma di terza media, nonostante l’insistenza dei professori, che conoscevano la sua facilità nell’apprendere, lui non volle continuare gli studi. Si adoperò in tutti i modi per aiutare le suore e dotato di una volontà straordinaria riusciva ad eseguire lavori, i più disparati, con grande meticolosità e serietà. Era il suo modo di saldare il debito di riconoscenza a chi lo aveva così amorevolmente cresciuto senza fargli sentire il peso della solitudine.
Fin da ragazzino aveva un carattere estroverso, eclettico e una grande predisposizione per la musica. Le  sue agili dita, al pianoforte, sapevano interpretare alla perfezione qualsiasi canzone che noi gli proponevamo. Il suo strumento preferito era però la chitarra. Le note echeggiavano nell’aria e avevano il magico potere di far vibrare le corde dei nostri sentimenti.
Io lo ascoltavo estasiata e presto ci accorgemmo che la nostra amicizia si era trasformata in qualcosa di più importante.
Era appena sbocciata la primavera e Stefano stava sistemando delle timide violette in quel giardino che, per merito suo, era diventato un paradiso terrestre.
Come mi vide, con un forte abbraccio mi strinse a sé, le sue labbra sfiorarono la mia fronte. Colse una rosa, la più bella fra le belle e me la donò. Quel gesto così semplice e spontaneo ebbe un potere magico.
Il nostro amore era nato a maggio, come le rose, ma destinato a durare oltre la vita.
Le suore se ne accorsero e si organizzarono perché il nostro sogno si realizzasse al più presto. Poiché il giardiniere stava per andare in pensione, proposero a Stefano di sostituirlo.
.Lo stipendio era modesto ma lui sapeva districarsi in tutto e, dotato di una volontà ferrea, avrebbe potuto certamente arrotondarlo. Spesso, in particolari serate, suonava in un piano bar e, oltre a riscuotere particolari applausi, era ben ricompensato. Accettò con entusiasmo la proposta ringraziando con calore le sue benefattrici: finalmente la vita gli sorrideva e il futuro si presentava colmo di speranze.
Io continuavo ad occuparmi dell’amministrazione e, per giustificare uno stipendio mensile, le suore mi dettero un lavoro di responsabilità che richiedeva maggiore attenzione.
Fui loro grata per l’ aiuto generoso che ci davano e ringraziai Iddio di essere cresciuta in quell’ambiente che non conosce il male.
A maggio, tre anni dopo, potemmo coronare il nostro sogno nella piccola chiesa, dove le rose col loro profumo benedivano il nostro amore.
Le suore ci festeggiarono dimostrandoci grande affetto  e augurandoci un futuro radioso.
La nostra felicità aveva raggiunto le cime più alte: il lavoro ci permetteva di rimanere nella nostra grande famiglia e il piccolo nido che  avevamo costruito, modesto ma arredato con gusto, ci attendeva.
Presto la nascita di una bambina riempì i nostri cuori di gioia e fu il regalo più bello che la vita potesse offrirci. Ogni giorno facevamo per lei mille progetti. Il suo futuro doveva essere colmo di quella felicità che a noi in parte era stata negata.
Silvia era bellissima, i suoi capelli, morbidi come la seta, e i boccoli colore del sole ornavano il pallido viso dai lineamenti delicati. Dai suoi  occhi verdi,  gemme preziose, trapelava la purezza della sua anima.
Appena il nostro lavoro terminava, andavamo a prenderla all’asilo situato all’interno dell’Istituto e, tenendola per mano, ci recavamo al mare.
Durante le lunghe passeggiate sulla battigia si divertiva a raccogliere conchiglie di ogni colore e di ogni forma che riponeva con cura nel secchiello.
Le orme dei suoi piedini rimanevano impresse sulla sabbia: io mi voltavo a guardare quei disegni così teneri e speravo che il mare non li cancellasse. Riempire le formine di sabbia e creare tanti piccoli animaletti era il suo gioco preferito. Ad ognuno imponeva un nome e quando l’onda li trascinava con se’ rimaneva delusa. Allora le raccontavo che sotto il mare un meraviglioso castello li accoglieva nelle sue stanze e il suo visino subito si rasserenava.
Poi con l’imbrunire calavano le ombre della sera e noi felici ritornavamo nel calore della nostra casa.
Lei amava tanto gli animali e immediatamente si recava nella sua cameretta per salutare il suo piccolo zoo di peluche, dai mille colori.
Questo rituale durava da quando aveva cominciato a muovere i primi passi ed era bello pensare che potevamo avere queste gioiose sensazioni, ancora per molto tempo.
Ma un giorno la nostra vita cambiò.
Ci trovavamo come sempre sulla spiaggia, quando a un tratto il cielo divenne cupo e un vento impetuoso sibilò minaccioso sollevando la sabbia che presto si trasformò in una nuvola nera.
La paura si impadronì di noi e decidemmo di rientrare. Proprio in quel momento dalle piccole dita della  nostra bambina scivolò una formina.
Lei istintivamente si chinò per raccoglierla ma, un’onda anomala, come un gigante cattivo, la inghiottì. I suoi riccioli color del sole, dopo essere stati trascinati dalla furia dell’acqua, scomparvero prima che Stefano, gettatosi subito in mare, riuscisse ad afferrarla.
Quell’esserino, che era tutta la nostra vita, non fu mai ritrovato e ciò accrebbe la nostra disperazione.
Ogni sera mi recavo in riva al mare, nella speranza di sentire la sua voce fra quelle onde che, incuranti del mio dolore, s’infrangevano sulla scogliera.
Accecata dal dolore, nonostante Stefano fosse provato dalle stesse angosce, lo accusavo di non essere riuscito a trattenere la bambina dalla furia maledetta del mare. Lo facevo sentire in colpa senza motivo. Non riuscivamo più a dialogare ed il nostro amore, che sembrava saldo come una roccia, inesorabilmente giorno dopo giorno si sgretolò e fu impossibile proseguire la nostra strada insieme.  All’ennesima discussione lui uscì di casa, senza più ritornare.
Le mie già precarie condizioni psichiche peggiorarono e le suore furono costrette a ricoverarmi in una clinica.
Fui accolta e curata con molta comprensione. Lo psichiatra, dotato di grande umanità, si adoperò per farmi uscire da quel tunnel dove l’angoscia mi stava lentamente distruggendo.
A poco a poco le mie condizioni migliorarono.
Ogni giorno il medico trascorreva molto tempo con me e presto diventammo amici.
Mi parlò della sua vita difficile accanto a sua moglie che, da dieci anni, era costretta a vivere su una sedia a rotelle, dopo un incidente automobilistico.
Dalle sue parole compresi che l’amava molto e che avrebbe sacrificato la vita affinchè lei ritornasse bella e sana come prima.
Mi confidò che mi aveva prestato delle cure speciali perché io ero il ritratto di sua moglie. Le sue parole mi incuriosirono e sperai di poterla conoscere un giorno.
Io intanto avevo ripreso la mia vita normale e riuscii anche a superare il trauma della solitudine. Ritornai nella mia casa che mi accolse, avvolgendomi con i suoi ricordi, in uno stretto abbraccio. Dal mio cuore sparì la tristezza perché in ogni angolo sentivo la presenza della mia bambina. Questa illusione mi confortava e, prima di andare a letto, salutavo i suoi animaletti di peluche convinta che l’anima della mia piccola si fosse trasferita in loro. Ripresi a lavorare per l’Istituto. Quell’ambiente, carico di grande umanità, mi aiutò a proseguire con serenità il mio cammino. Stefano mi mancava, le suore sicuramente conoscevano il luogo dove si era trasferito. Tuttavia non entrai mai nell’argomento per paura di affrontare situazioni che forse mi avrebbero ancora fatto soffrire.
Periodicamente mi recavo in clinica per le visite di controllo. Un giorno il professore, dopo avermi visitato, mi chiese se potevo accompagnarlo a casa perché non riusciva ad avviare il motore della sua auto.
Fui felice di accontentarlo: avrei forse potuto conoscere sua moglie ed appagare la mia curiosità.
Dopo pochi Km mi apparve una sontuosa villa, circondata da prati all’inglese verdissimi, che davano risalto alla costruzione vittoriana, rigorosamente bianca. Quando il cancello si spalancò capii  che eravamo giunti alla sua abitazione. All’ombra di un pino secolare scorsi in lontananza due figure.
Scendemmo dall’auto e, con  gesto gentile, il professore m' invitò a seguirlo.
La giornata era calda, luminosa e quell’oasi che odorava di resina addolcì la mia anima e le diede una piacevole sensazione di pace.
“ Mi fa piacere che tu sia scesa in giardino” disse il professore rivolgendosi alla moglie. Potrai respirare meglio e anche il tuo mal di testa ne trarrà giovamento- Quasi tutti i giorni ,infatti, la signora era affetta da terribili emicranie e non era neanche esente da
crisi epilettiche che la costringevano ad essere guardata a vista, suo malgrado.
“E’ vero, qui si sta d’incanto ed ora che sei tornato mi sembra che i miei acciacchi siano scomparsi.
Mi hai fatto una gradita sorpresa! Questa bella ragazza è la tua cliente preferita: non è vero?”“ Sì e ne approfitto per presentartela”  “ Piacere signora e grazie per la”ragazza”: “mi fa sentire più giovane “
Girò la sedia a rotelle per guardarmi meglio negli occhi e mi disse:” lei è giovane e bella.  Una volta lo ero anch’io, ma da quando ho avuto quel brutto incidente tutto è cambiato. Ringrazio sempre il signore che mi ha messo accanto un uomo meraviglioso che non mi fa pesare la mia menomazione. Il debito che ho  verso di lui è troppo grande e,a volte, mi sento avvilita perché so che non potrò, neppure in minima parte, ricambiarlo” “ Non è vero “ rispose pronto il professore. Sono io che ti devo riconoscenza. La tua grande forza d’animo mi aiuta nel mio lavoro e la sofferenza che viviamo insieme mi fa comprendere meglio i dolori del mondo e mi sprona costantemente ad aiutare chi ne ha bisogno” “ E’  vero ciò che dice suo marito: tutti soffriamo su questa terra ma, per fortuna, al momento giusto, qualcuno ci tende una mano per non lasciarci cadere nel baratro.     
Io devo tutto al professore. Vede come è strano il mondo: per migliorarlo, il dolore è necessario, indispensabile. Con il dolore si comprende la sofferenza degli altri, ci si sente più buoni, più disponibili”
Anche l’infermiera che ascoltava con attenzione i nostri discorsi fece un gesto di assenso e dal sorriso che illuminò il suo viso capii che la sua anima era sensibile e che assolveva il suo lavoro con amore.
“ A proposito,purtroppo la tua giornata di lavoro non è ancora finita- disse la signora rivolgendosi al marito.  Ha telefonato la nostra vicina che  sua mamma ha avuto una brutta crisi e ti attende con urgenza.”  “ Vado subito da lei.
Oltre alla tua cara infermiera, ti lascio in compagnia della mia paziente. Avrete così modo di conoscervi  voi che, per me, siete due gocce d’acqua.. A presto dunque”
“ Cosa avrà voluto dire mio marito, con quella frase?” “Il professore un giorno mi aveva confidato che io assomigliavo tanto a lei e che, anche per questo mi prestava delle cure particolari “
“Si quando ci sposammo potevo assomigliarle, ma ora…- Ora è lo stesso:  lei per lui è sempre la sua diletta sposa  bella e giovane e lo sarà sempre”.
“Il trascorrere del tempo,le malattie, i dolori lasciano segni sull’aspetto fisico, ma sull’anima no, l’affinano, la rendono più bella e questa bellezza traspare dagli occhi dando al volto una nuova luce. Anche le rughe che  nascondono i segreti della giovinezza, quando a noi il mondo sorrideva, possono dare particolari emozioni.” Con un velo di malinconia nello sguardo e una voce flebile, la signora mi disse :” l' ho ascoltata con grande commozione e la ringrazio per il bene che mi ha trasmesso. Solo chi ha sofferto veramente sa trovare le parole per dare speranza. La perdita della sua bambina è un dolore incolmabile, il più grande che possa esistere al mondo.”
“ Anch'io avrei desiderato tanto poter dare a mio marito un figlio e, invece, quando me ne andrò gli lascerò solo un ricordo di quello che poteva essere e non è stato, di una malattia, di una sedia  a rotelle “ “ Non si rattristi, signora, ora il destino ci ha fatto incontrare e insieme sopporteremo meglio i nostri dolori”.  
Con l' imbrunire stava per calare un velo su quella luminosa giornata e una brezza frizzante aveva rinfrescato l’aria . “ E’ ora di tornare “disse l’infermiera e con garbo spinse la carrozzella verso l’interno.
Quando stavo per accomiatarmi, la signora mi chiese se potevo rimanere a cena con  loro. Accettai volentieri. Fra noi era nata  un intesa, un’amicizia e anche se non collaudata dal tempo la sentivo solida, vera, inattaccabile. 
“Diamoci del tu, mi disse. Mio marito ammira molto il tuo modo di reagire e di affrontare le avversità. E’ una vera lezione di vita!”
“Il mio nome è Lorella e il tuo?” “  Benedetta anche se le suore, fin da quando ero in fasce, mi chiamano Ben. La nostra conversazione continuò in un piccolo salotto accogliente,  curato da mani di donna,  con un tocco di gusto semplice, ma raffinato.
Dopo poco arrivò il professore e mi ringraziò per avere fatto compagnia a sua moglie e avere accettato l’invito. Nonostante non fossi abituata  a frequentare persone di un livello sociale così diverso dal mio, mi  trovai  subito a mio agio. La loro simpatia e spontaneità riuscirono a farmi sentire disinvolta e sicura.
Mi stavano trattando come una figlia, come quella figlia che avevano tanto desiderato.
Dopo avere brindato alla nostra amicizia ci accomodammo attorno ad un tavolo rotondo. La tovaglia di fiandra metteva in risalto i piatti di porcellana decorati con fiori dai colori tenui. Caterina, la fedele domestica,servì la cena con stile, alla perfezione, proprio come avrebbe fatto la padrona di casa .
“ Mi commuove la vostra accoglienza” e aggiunsi: “ cosa posso fare per te e per il professore? Mi  piacerebbe sdebitarmi, ma come? “
“ Intanto il mio nome è Luciano mi interruppe  prontamente il padrone di casa e da ora in poi mi darai del tu e ti sdebiterai non chiamandomi più professore “ “ Sarà  difficile, ma ci proverò “.
“ Il 7 agosto festeggeremo i 40 anni del nostro matrimonio con gli amici più cari e sia io che Lorella saremo lieti se tu accetterai il nostro invito. Sarai l’ospite d’onore e ti considereremo il nostro porta fortuna, la nostra mascotte-“.
“ Non è vero Lorella?” “ Sì la tua presenza darà freschezza, profumerà di gioventù la nostra ricorrenza e finalmente  potremo farti conoscere agli altri ospiti.
“ Verrò, risposi, è il regalo più bello che mi possiate fare e vi ringrazio per la grande considerazione che mi riservate“.
Si era fatto tardi: mi accomiatai da loro con un sorriso, abbracciandoli teneramente.
   “ Se hai bisogno di essere accompagnato in clinica, telefonami, dissi a Luciano “.
    “ No  grazie: provvederà il meccanico a portarmi l’auto riparata, domattina “.
Avviai il motore per raggiungere la mia casa che distava una ventina di Km.  L’Istituto, invece, era vicinissimo alla loro abitazione.
Non trovai traffico e, avvolta dal ricordo di quelle piacevoli ore, mi infilai sotto le coperte e mi addormentai.
 Un bel sogno mi trasferì in luoghi incantevoli e il risveglio fu leggero,come se il peso dell’angoscia me lo avesse rubato il vento. Con spirito diverso, mi recai al lavoro. Sentii il bisogno di comunicare alle suore il mio stato d’animo, così cambiato,grazie alle cose belle che mi erano capitate, e all’accoglienza affettuosa a me riservata. Per loro sapermi serena rappresentava una conquista. Mi volevano bene, avevano a cuore la mia salute psichica e gioivano quando vedevano allontanarsi le ombre del  passato che mi avevano tanto provato.
Al quarantesimo anniversario di Luciano e Lorella mancavano solo quindici giorni. Loro facevano ormai parte della mia vita ed io desideravo festeggiarli come avrebbe fatto una figlia per i  genitori.
Il desiderio di fare shopping, come quando andavo alla ricerca dei migliori negozi  per acquistare abitini per la mia bambina, improvvisamente mi ritornò.
   Volevo fare bella figura e, in quel giorno, indossare un abito elegante,che si notasse. 
Mi fermavo in tutte le boutique, io che ormai rifuggivo da tutte quelle cose frivole, che per una donna sono il sale della vita.
    Dovevo anche pensare al regalo ed era così difficile la scelta….
In quella sontuosa villa ogni oggetto era raffinato, elegante:rispecchiava esattamente il gusto semplice, ma di classe, dei proprietari.
Un flash improvviso attraversò la mia mente: avevo deciso e di fretta mi recai in una gioielleria.
Alla commessa, che sorridente mi venne incontro, chiesi un oggetto d’argento, a forma di conchiglia.
Me ne mostrò tre, di peso, forma e dimensioni diverse. Scelsi la più bella incurante del prezzo elevato rispetto alle altre. Raccomandai di farmi un pacco regalo speciale, degno delle persone alle quali volevo offrirlo. Fui accontentata e, soddisfatta del mio acquisto, salutai e uscì dal negozio. Avevo deciso di consegnare personalmente il regalo accompagnato da questa frase: “La conchiglia è un piccolo dono, ma la perla che si nasconde è la nostra grande amicizia e neppure il tempo potrà mai scalfirla.”
Finalmente il fatidico giorno arrivò: l’ anniversario delle loro nozze fu benedetto dallo stesso sacerdote che li aveva uniti in matrimonio quaranta anni  prima. I visi degli sposi, colmi di commozione, mi contagiarono.
    La vita non era stata generosa con loro, ma l’amore aveva cancellato la sofferenza.
In quella splendida stanza,ricoperta da tappeti preziosi,colma di ricordi,la luce dei loro occhi illuminò le pareti dando risalto ai bellissimi quadri d’autore, e raggi di sole penetrarono nei cuori dei presenti.
   A tutti espressero la loro riconoscenza per averli festeggiati con tanto affetto. Io mi                 tenevo un po’ in disparte. Gli altri amici datavano di lunga data e avevano diritto di    complimentarsi per primi.
Appena li vidi li strinsi in un forte abbraccio e diedi loro il regalo. Lo aprirono e lessero tutto d’un fiato il biglietto. Entrambi si commossero e Lorella si abbandonò ad un pianto di gioia.
Anch’io ne fui coinvolta e pensai a Stefano e ai fantastici ricordi dei primi anni del nostro matrimonio.
Loro desideravano tanto farmi conoscere agli amici e questa  era l’occasione favorevole.
“Vi presento questa bella ragazza che io e mio marito consideriamo un po’ come nostra figlia “ disse Lorella .
    Tutti mi abbracciarono con calore e un alone di bontà scese dritto al mio cuore.
    Sentii la presenza del mio piccolo angelo che dal cielo mi proteggeva.
    Fu una giornata indimenticabile, organizzata in tutti i particolari alla perfezione.
Un compagno di università di Luciano, con una dialettica non comune,elencò le eccezionali doti degli sposi e dedicò loro una delicata poesia.
Da quelle parole così toccanti capii di aver trovato sul mio cammino un grande tesoro: “ il dono di un' amicizia vera!”
A poco a poco tutti si accomiatarono e augurarono ai festeggiati di trascorrere ancora molti anni in quella comunione di amore che ogni giorno li univa sempre più.
Rimasta sola, anch’io stavo per ritornare a casa quando Lorella disse di avermi preparato una sorpresa. “ Quale? “ Questa sera resterai con noi: è già pronta la tua camera e troverai tutto quello che ti occorre “  “ Vi ringrazio, ma non posso accettare”    
“ Perché? Non ci vuoi accontentare proprio oggi che è l’anniversario del nostro matrimonio? – disse il professore.
  “ Gli animaletti di peluche, i dolci ricordi mi aspettano nella mia piccola casa. “
“ Abbiamo pensato anche a questo. Domani ti faremo vedere una dependance della villa, dove tu potrai trasferire i tuoi ricordi. Sceglierai, poi, se vorrai vivere li' oppure con noi, e dormire nella camera che stasera ti abbiamo assegnato. “ disse ancora Luciano.”
   “Siete tanto cari, ma io non  merito tutto questo. “
   “ Ben, ti prego, accetta: noi abbiamo bisogno di te “ ribattè Lorella.
“ Sarai libera di condurre la tua vita come prima. Al mattino potrai alzarti più tardi: l’Istituto dove  lavori è vicinissimo a noi. Non avrai l’affitto da pagare e sarà come se le suore ti avessero aumentato lo stipendio” “ E’ una sorpresa tanto bella quanto inaspettata “ risposi.
“ Nella dependance potrai ricostruire il tuo piccolo nido vicino a noi  e non ti immagini la gioia che ci darai “ disse Luciano.
Non osai ribattere, mi accompagnarono nella suite degna di un albergo a cinque stelle. L’arredamento emanava un calore straordinariamente avvolgente. Una camicia da notte, una tunichetta e delle pantofoline  rosa mi attendevano, per augurarmi un sogno dal colore che ho sempre amato. Con la buona notte  ebbe termine quella giornata da favola.
    La mia vita dopo quel giorno, e per quasi cinque anni, ebbe una svolta positiva.
Finalmente non mi sentivo più sola. Oltre che con suor Lidia, con la quale avevo un feeling particolare, potevo conversare piacevolmente con quelli che consideravo i miei genitori adottivi.
   Con loro avevo instaurato un rapporto ideale, mi sentivo in perfetta sintonia.
   Le cose belle, si sa, non durano e un giorno subimmo dal destino un duro colpo.
Lorella ebbe una delle solite crisi. Il suo cuore, già tanto provato, non resse e ci lasciò all’alba di un mattino dal cielo limpido come la sua anima.
Avevamo parlato a lungo la sera prima e, come se presentisse la fine, mi dimostrò tanta gratitudine per avere accettato di vivere con loro. Mi fece promettere che qualora le fosse capitato qualcosa dovevo aiutare Luciano a illuminare le ore buie della sua vita. Cercai di distrarla, per allontanare i suoi tristi pensieri; con me lei si sentiva forte e presto si rasserenò.
Il piccolo cimitero a due passi dalla villa accolse le sue spoglie. Sulla sua lapide Luciano depose una foto che la ritraeva nel giorno del suo matrimonio.
Il suo viso bello, giovane, pulito, la felicità che trapelava dallo sguardo, la nuvola candida di tulle che l’avvolgeva, tutto contribuiva a darci, nei momenti di raccoglimento, una grande pace interiore.
Il professore era  andato in pensione due anni prima del previsto per essere vicino alla moglie.
Dopo il lutto riprese la sua attività, come volontario. Era un modo per distrarsi, per aiutare le persone povere che non potevano curarsi adeguatamente.
Quando di sera tornava nella sua casa, tutto parlava di lei . Quei momenti erano i più tristi, i più difficili da superare.
Al mattino, prima di recarmi all’Istituto, facevamo colazione insieme ed era piacevole scambiare qualche parola, prima di iniziare la nostra giornata.
Lui rimaneva ancora in casa mentre io, un po’ prima delle otto, uscivo per recarmi al lavoro.
Una mattina lo attesi invano. Il suo cappuccino si stava raffreddando, pregai Caterina di andarlo a chiamare.
Bussò invano alla porta e poi, con cautela, entrò nella camera. Si avvicinò al letto per svegliarlo e gli sfiorò una mano. Si accorse che era fredda. Il grido di Caterina echeggiò lungo il corridoio.
   Accorsi subito. Gli toccai la fronte e riconobbi immediatamente ”il gelo della morte.”
    Lorella, proprio nel giorno del suo compleanno, lo aveva voluto con sé.
Il mondo improvvisamente mi cadde addosso. Quando seppi che tutte le loro cospicue sostanze, compresa la sontuosa villa, le avevano lasciate a me fui stupita, ma ciò accrebbe il mio dolore.
Ero ricca, ma mi sentivo molto più sola di quanto non lo fossi stata al momento della perdita della mia bambina e all’abbandono di mio marito.
Stavo nuovamente per infilare il tunnel della depressione ma, questa volta, nessuno mi avrebbe aiutato ad uscirne. Mi sentivo tradita, continuavo la mia vita di lavoro, pedalavo in salita con grande fatica su una mountainbike, senza una meta.
   Tutte le mattine mi recavo in chiesa a pregare.
   Una domenica,  durante la messa, mi voltai per scambiare un segno di pace.
Con grande stupore riconobbi Stefano dalla sua stretta di mano,forte,vigorosa,sicura.
All’uscita della chiesa ci abbracciammo a lungo. In un istante lasciammo alle spalle il nostro passato e fummo pervasi da una gioia immensa.
   Seppi che lui aveva vissuto, in quegli anni, in Guatemala, nell’America centrale.
Le suore avevano aperto un asilo e lui si era offerto come volontario. I bambini lo adoravano ed egli, anche se provato dal passato, con una struggente nostalgia di Ben, si sentiva sereno,utile, realizzato.
Era la prima volta che tornava in Italia ed era arrivato la sera prima. Forse un presentimento lo aveva spinto a varcare l’oceano.
Si sarebbe trattenuto solo una quindicina di giorni perché i suoi piccoli ospiti avevano bisogno di lui.
Io non esitai, appena sbrigate le pratiche per l’eredità, vendetti la villa. L'ingente somma, che Lorella e Luciano mi avevano lasciato, la destinai all’ Istituto con la clausola di creare una fondazione a nome dei miei benefattori. Saldai così il mio debito di riconoscenza e contribuii a rendere più agiata la vita dei piccoli orfani. Le suore con uno abbraccio mi ringraziarono per questo gesto di grande altruismo. Per onorare la memoria dei miei amici, mi riservai la dependance: il mio piccolo nido, dove avevo riposto i ricordi felici dei miei primi anni di matrimonio.
Per uno strano gioco, il destino aveva di nuovo riunito Stefano e me e, questa volta, non ci saremmo più separati.
Partimmo insieme e fui felice di potere, con il ricavato della villa, ampliare l’asilo in Guatemala, ospitare altri bambini e fare parte di una grande famiglia. Certamente Lorella e Luciano ne avevano pilotato la realizzazione.
Ora si trovavano in cielo con la nostra bambina, in attesa di vivere tutti insieme in una comunione di pace e bontà.

UN CUORE IN CONDOMINIO

Giulio era affacciato alla finestra, assorto nella contemplazione di uno scenario che conoscevada sempre, ma il suo pensiero era lontano.
La strada sulla quale sfrecciavano le auto, i rumori del traf­fico, gli alberi, il fiume, la sagoma nobile del castello del Valentino e quella più defilata del Borgo Medioevale erano per lui una realtà estranea.
Dov’era in quel momento Sylvia?
Giulio si sentiva profondamente infelice.
Non lo era stato neppure in quel triste giorno ormai lontano quando,giovane promettente giornalista,perdette conoscenza durante una partita di tennis al Circolo della Stampa e si ritrovò colpito da infarto in una sala di rianimazione dell’ospedale S. Giovanni.
Fu in quell’epoca che egli strinse amicizia con un simpatico volontario di sangue misto,di nome Powar proveniente dal Sudamerica dove suo padre Kulwant, un indù trapiantato nel Suriname, si era discretamente arricchito con il commercio. Questi, ritenendo il figlio intellettualmente dotato, volle che diventasse medico e che, dopo la laurea, seguisse un corso di specializzazione in cardiochi­rurgia a Torino.
Il giovane si integrò facilmente nel mondo occidentale, in quanto la cultura acquisita, fin dall’infanzia, un misto di magiche cre­denze e di riti pagani, erano in sintonia con le sensazioni di quella città, ritenuta dai più, avvolta in un alone di mistero.
Powar era addetto a seguire il caso clinico di Giulio, compito al quale si dedicava con competenza e assiduità; quando l’11 Giugno 1988 si dovette procedere al trapianto cardiaco di un cuo­re sano da uno sconosciuto più sfortunato di lui, il medico era conscio, forse per la diversa impostazione mentale, che quell’or­gano non fosse un pezzo di ricambio qualsiasi del corpo umano, ma che portasse con sé anche sentimenti e affetti del proprietario.
Giulio accettò di buon grado quello strano ospite che pulsava nel suo petto, benché da quel momento dovesse adattarsi alla nuova situazione e dimenticare per sempre quell’attività sportiva che gli aveva procurato tante soddisfazioni.
Bisognava pure ricominciare a vivere e ritrovare degli inte­ressi nuovi che gli permettessero di andare incontro a un futuro ancora assai incerto e nebuloso.
Gli fu di grandissimo aiuto Powar, sostenendolo moralmente e aiutandolo a tollerare il progressivo diradarsi delle visite degli amici di un tempo. La sua assidua frequentazione nelle ore libere, l’ottimismo che trapelava dalla sua conversazione, le piacevoli partite a scacchi, costituivano le basi per un avvenire soddisfacente.
Al ritorno nell’abitazione di via Febo, nella sua atmosfera familiare, con quella  sensazione di pace che gli dava la vista sul Pò, avvenne un fatto nuovo ed imprevisto: Giulio si sentì na­scere l’imperioso desiderio di riprodurre l’incantevole scenario che gli appariva dalla sua finestra, con le relative emozioni.
Si procurò il necessario e, benché non avesse mai preso un pen­nello in mano, si mise a dipingere. Si meravigliò lui stesso del risultato perché, anziché in stile naif, il pennello guidato dalla sua mano che pure attingeva maldestramente i colori dalla tavolozza, tracciava soggetti di paesaggi fantastici, boschi velati da delicata nebbia, laghi striati d’argento,deserti incipriati da una leggiadra polvere ed altre cose affascinanti,meravigliose,irreali.
Quando Giulio, quasi per dimostrare che aveva dato un senso alla sua vita dedicandosi a questa piacevole attività, mostrò al l’amico il frutto del suo lavoro, questi ne rimase profondamente colpito e appena potè avere un quadro in regalo lo accettò con vera gioia, non tanto per il gesto gentile ma per la sorpresa di avere scoperto nell’autore un dono di natura fino allora sconosciuto.
Powar pensò che a Giulio facesse piacere conoscere persone che si occupassero di pittura e lo invitò,in un giorno di riposo,ad anda­re con lui in una galleria dove erano esposti quadri di impressionisti per presentargli la direttrice della mostra, conosciuta tempo addie­tro al Pronto Soccorso.
A Giulio l’idea piacque subito e accettò con grande entusiasmo.
La Galleria “Iride” si trovava in via Accademia Albertina, un ambiente modesto in cui una dozzina di dipinti era appesa alle pareti.
Seduta ad una scrivania in pittoresco disordine stava una signora giovane, bruna, abbigliata con composta eleganza.
Riconobbe subito Powar e si aprì in un accattivante sorriso e nei soliti convenevoli. Parlava con accento straniero un po’ aspro; Sylvia Pellicciari, infatti, era una brasiliana carioca, cioè di Rio ed era sorprendente che dal paese del sole e della gioia fosse capitata proprio nelle nebbie e nell’austerità di Torino.
Fece buona accoglienza al nuovo visitatore che Powar le pre­sentò e illustrò ad entrambi le tele esposte. L’attenzione di Giulio tuttavia era rivolta più che altro ad un quadro sopra la scrivania,di stile simile al suo.
Sylvia se ne accorse e gli spiegò che quello non faceva parte della collezione,ma. che era di un certo Vincenzo De Nunno.
Avrebbe voluto aggiungere altri particolari alla sua con­versazione ma, ad un tratto, balzò fuori dalla porta del retro una graziosissima barboncina bianca, un misto di morbido pelo e di tumultuosa felicità. Andò incontro a Giulio scodinzolando per manifestare la sua grande gioia e, come se lo avesse conosciuto da sempre, si mise a pancia in sù per farsi accarezzare e neppure i decisi rimproveri della padrona la fecero desistere dal suo at­teggiamento.  Carillon, così si chiamava, tentò di infilarsi sotto la giacca di Giulio dove già un ospite perfettamente inseri­to, alloggiava.
Quando i due amici si accomiatarono promettendo a Sylvia di tornare presto a visitare la prossima mostra, la cagnolina dispiaciuta, cercò invano di seguirli.
Durante il lento ritorno in auto, con il traffico caotico che anche Torino, nonostante i suoi larghi viali, da tempo subisce, Powar soddisfò la curiosità di Giulio che gli chiese notizie del­l’autore di quel quadro che tanto interesse aveva destato in lui.
Vincenzo Di Nunno, gli. disse, era un giovane pittore di ta­lento e proprio quando il successo gli sorrideva ebbe un incidente d’auto in corso Moncalieri che gli costò la vita.

Era legato da una lunga relazione sentimentale con Sylvia: la loro intesa era totale avendo entrambi gli stessi interessi arti­stici e l’amore per Carillon, la barboncina di Di Nunno, che dopo la morte di questi era rimasta in possesso della gallerista.
Al tempo dell’incidente, però, tutto era finito a causa de l’eccessiva gelosia di Vincenzo che sfociava in incresciose scenate.
Sylvia tuttavia non volle mai rimuovere quel quadro che le ri­cordava un passato a lei caro.
Alcuni giorni dopo, il telefono di Giulio squillò e una corte­se voce femminile lo invitò a una mostra allestita da pittori Sud americani.Questa volta vi andò da solo, perché Powar aveva dovuto lasciare Torino per un non breve periodo di stagista in Inghilterra.
Da quel momento la vita di Giulio cambiò; Sylvia ammirava sen­za riserva i suoi quadri e presto tra i due si stabilì una intesa. sentimentale, condivisa pienamente da Carillon.
All’inizio tutto filava alla perfezione: molti gli incontri e le occasione per stare insieme, forse eccessive le illusioni del giovane di poter avere una stabile relazione con una personalità così viva e dinamica che gli riempiva la vita di tante emozioni.
Purtroppo, accecato dal fascino che emanava da quegli occhi scuri così penetranti e febbrili della compagna, Giulio dimenticò le parole e i giudizi di Powar sulle donne brasiliane, che hanno fama di essere passionali, volubili e incostanti. In realtà esse sono sincere, non fingono e, quando lo fanno, è perché vi sono co­strette dalla possessività dei loro partners o dal conformismo sociale. Esse danno e ricevono finché sono innamorate, ma quando il fuoco si riduce a brace è vano pensare di riattivarne le ceneri.
A determinare la svolta nella relazione dei due giovani fu, inaspettatamente, un evento sportivo. Infatti, in quell’anno si svolsero a Torino, allo Stadio delle Alpi costruito per l’occasione, alcune partite del campionato mondiale di calcio, la più importante delle quali fu tra Brasile e Argentina tradizionali rivali.
Il suono del patrio idioma dei molti tifosi e turisti accorsi i gesti e atteggiamenti noti, la gaiezza di un popolo festoso in evidente contrasto con la composta riservatezza piemontese, furono
per la gallerista un ritorno alle origini ed ai ritmi di una con­suetudine mai dimenticata. La giovane non tardò a stabilire un contatto con l’ambiente dei calciatori e a frequentarli con sempre maggiore assiduità.
Ora Giulio si vedeva meno con Sylvia, conscio della tempora­nea “rimpatriata” di lei coi connazionali e si consolò occupandosi di Carillon,divenutagli quasi inseparabile. Le passeggiate, i giuo­chi, le gioiose rincorse e i salti dell’animale contribuirono al riequilibrio fisico e psichico del giovane.
Ma la sempre maggior difficoltà di contattare Sylvia e di su­perare lo sbarramento telefonico di Assuera, la cameriera segreta­ria già di per sé equivoca e infida, insinuò progressivamente il tarlo della gelosia nell’animo di Giulio, che pur geloso non era mai stato. I giorni per lui divennero tormentosi e lancinanti; almeno ci fosse stato Powar, sempre così misurato e raziocinante, per confidargli le sue apprensioni e i suoi sospetti.
Alla fine, Giulio decise di affrontare la realtà e si appostò a tarda ora nelle vicinanze dell’abitazione di Sylvia.
La triste conferma non si fece attendere: la gallerista scese da una vistosa macchina sportiva gialla in compagnia di un giovane aitante con una folta chioma bruna che si inanellava su un polo sgargiante e che egli non esitò a riconoscere nel giocatore Evaristo, astro del Fluminense.
Rientrato a casa tardi col cuore in tumulto, quella notte Giulio non riuscì a dormire: un pensiero coatto lo attanagliava e, perduta la serenità ricuperata con tanta fatica, il desiderio stesso di vivere veniva meno.
Ogni giorno la voce di Assuera che gli negava la presenza in casa di Sylvia gli fece perdere il controllo e Giulio decise di agire.
Suonò concitatamente alla porta della gallerista. Assuera socchiuse il battente con circospezione e, alla vista del giovane, mormorò ancora una volta che la Signora non era rientrata  ma Giulio, premendo contro la porta, la respinse e si introdusse con violenza nell’alloggio.
Carillon gli si precipitò incontro abbaiando festosamente.
Mentre la cameriera sorpresa e spaventata cercava di raggiun­gere il telefono, Giulio lesto bloccava il microfono e tentava di staccarne la spina; la cagnolina ne approfittò per penetrare sotto la giacca e la camicia di lui per leccargli il petto.
Fu un attimo; tutta la furia da cui Giulio era pervaso cessò di colpo ed egli con la mano sinistra prese ad accarezzare l’ani­male. Quando introdusse la destra in tasca avvertì il freddo me­tallico della pistola: quel contatto ebbe l’effetto di ricondurlo alla realtà. Il suo io stava riprendendo coscienza e il controllo della situazione.
Ne ebbe orrore e nel centro del petto avvertì il cuore battere forte, quel cuore che non era il suo,  ma solo un ospite indispensabile.
Ad un tratto un pensiero, una speranza lo fulminò.
Prese in collo il piccolo cane, raggiunse la porta e corse giù per le scale. Il percorso fino alla sede del giornale era breve e, in macchina, gli ci vollero pochi minuti.
Ormai sapeva cosa doveva fare: cercare solo una conferma, un ultimo tassello di un puzzle già mentalmente completato.
Giulio lasciò Carillon nella macchina parcheggiata, cerco Walter, l’archivista del giornale che fu felice di rivederlo e di esaudire la sua richiesta. Gli occorreva la copia dell’11, no, del 12 Giugno l988: trovò l’articolo in Cronaca a pagina 28.
Sotto il titolo IL PITTORE VINCENZO DI NUNNO MUORE IN UN INCIDENTE STRADALE IN CORSO MONCALIERI il cronista si dilungava nei particolari, intervistava un paio di testimoni che confermavano l’accidentalità della perdita di controllo da.parte del guidatore e parlavano di un possibile suo malore improvviso . Non mancava un profilo dell’excursus artistico della vittima.
C’era pure la notizia dell’intenzione del giovane di donare i propri organi nel caso di una sua eventuale precoce scomparsa, prontamente esaudita con un delicato trapianto cardiaco.
Sul referto da parte della Polizia Stradale di una pistola con un colpo in canna nella giacca del pittore gravava invece alcunché di misterioso.
C’era tutto, proprio tutto quello che Giulio voleva.
Ora sapeva quello che doveva fare per liberarsi dei fantasmi di Vincenzo Di Nunno che si erano trasferiti in lui col trapianto di cuore e lì erano rimasti fino al momento della catarsi, avvenuta per opera di un piccolo cane.
Raggiunse Carillon che era nella realtà il “suo” cane e non pensò più a quella storia che in fondo non gli apparteneva.
Si sedette finalmente rilassato su una panchina e al fiume affidò le scorie di un recente passato.
Aveva ereditato un cuore che gli consentiva di vivere , un piccolo cane fedele oltre alla morte, l’amore per la pittura, il.modo di trasferire le sue emozioni su una tela e tutto questo in definitiva gli bastava.

 

Questa storia mi è stata raccontata, come un fatto realmente accaduto: in una epoca di trapianti, in una città magica, misteriosa, folle, tutto può succedere! …


Crociera sul Volga

Senza te
disperderò nel Volga
briciole di gioia
racchiuse
nel mio abito da sposa.

Mentre l'arcobaleno regalerò
colori a un cupo cielo
gocce di pianto si poseranno
sui fiori profumati della vita.

E in questo giorno
delle nozze d'oro
attenderò la sera
per incontrarti
e innamorarmi ancora.


A MIO FRATELLO

Una bianca farfalla ha volato
sui petali delle mie rose.

Ha posato il tuo saluto
e più lieve è stato il distacco.

Ricorderò una bara
di legno chiaro
accolta dalla dolce carezza
di una terra arsa dal sole.

Verrà una nuova primavera
un'altra ancora e tu non ci sarai.

Ma un filo invisibile ci unisce
e mai si spezzerà.

Scorre nelle mie vene
il film della nostra infanzia
tatuaggio d'amore
avvolto in un mistero
loquace più di ogni parola.


A LAURA

Eri bella elegante solare
la tua morbida chioma
incorniciava il viso di dolcezza.

Seduta in prima fila
ci accoglievi con quella grazia
che sa di poesia.

I tuoi applausi davano vita
ai nostri versi
accolti fra le pareti austere.

Ora la sedia è vuota
la tua dimora è in cielo
fra le stelle.

Con amore ci trasmetti
sensazioni sublimi
per dare luce ancora
ai nostri sogni.


Piazza dei Miracoli

Da sempre ho amato
l'infinito prato
dove piccole perle d'argento
ravvivano il colore dell'erba.

Da sempre come in un sogno
la magica visione
mi da brividi di gioia.

Il Battistero il Duomo la Torre
onore e vanto
della città marinara
donano al passante l'incanto
di antiche vestige.

"Piazza dei miracoli"è il tuo nome
e in esso è racchiuso il tuo mistero.


27/04/2014 (Canonizzazione)

Ricordo il tuo commiato
quando il vento
sfogliando dolcemente il Vangelo
ti salutava.

"Subito santo" gridava la folla!

La profezia si è avverata
Giovanni Paolo II "il Grande"
e Giovanni XXIII
"Il papa buono"
così diversi ma così uguali
sono diventati santi.

Oggi lacrime di gioia
ricoprono l'asfalto
di perline d'argento.

E su i visi provati
da una notte insonne
un sorriso smagliante
illumina la vita.


Fine settembre

Fine settembre deserta la spiaggia
scie di conchiglie
sulla cipria argentata.

Cani gioiosi giocano con l'onda
che dispettosa ruba la palla.

Pennellate vermiglie
macchiano il cielo.

In lontananza un'isola appare:
intermittente un faro si accende.

Nel silenzio claustrale
l'anima ascolta
una voce che parla d'amore.



UN INCONTRO ALLA STAZIONE

La luce era fioca e Lucia stentava a trovare in quel tabellone la coincidenza con il treno che da Pisa l'avrebbe portata a casa. Si trovava a Firenze, nell'ingresso della stazione di Campo di Marte. D'un tratto uno scossone le fece perdere l'equilibrio e, a stento, riuscì a non cadere. Aveva attorcigliato il guinzaglio della sua Shila, una barboncina tutto pepe, ad un piede per poter meglio annotare gli orari. Shila pazientemente attendeva, ma quando da lontano scorse un ammasso di pelo nero che si agitava, non riuscì più a contenersi. Appena sguinzagliata: il loro incontro fu festoso. Prima si guardarono con occhi interrogativi poi, anche se lo spazio era limitato, si rincorsero a lungo, si annusarono a vicenda improvvisando piccoli giochi fatti di scatti improvvisi quasi ritmati e quando le loro piccole code si mossero frenetiche Lucia capì che tra loro era nata un'intesa perfetta. Quella macchia scura arruffata era senza dubbio gradevole, i suoi occhi trasmettevano luce e bontà. Lucia si accorse subito che con grande impegno quell'ammasso di pelo nero assolveva ad un compito importante: fare la guardia ad una montagna di bagagli, tutti in buone condizioni, composta da due valigie e da tre borsoni, due dei quali nuovi di zecca.
Seduta su una delle tante sedie agganciate una all'altra faceva contrasto una fragile figura esilissima, emaciata, pallida, vestita di stracci. I suoi capelli bianchi, sporchi, disordinati erano troppo lunghi, ma il suo sguardo assente trasmetteva emozioni in quel viso dai lineamenti fini che il tempo impietoso aveva solcato di rughe profonde, ma non era riuscito a cancellare quello che certamente da giovane la distingueva: una bellezza eterea, delicate, irreale.
Era lei la padrona del cane e di quella montagna di bagagli dove forse aveva riposto i suoi segreti, i suoi ricordi, la sua tormentata esistenza.
Lucia si chiedeva come potesse vivere così, avrebbe voluto farle qualche domanda, ma la povertà è dignitosa ed entrare senza preavviso nel suo mondo le sembrava di insultarla, di violare la sua privacy alla quale lei aveva diritto. Ci rinunciò, si limitò a chiederle il nome del cane e lei, con una vocina gentile, con grazia: si chiama Bobj, le rispose.
Solo allora i suoi occhi si fecero vivi e dall'espressione del suo viso Lucia si accorse che la sua presenza non la infastidiva, al contrario, scambiare qualche parola la faceva partecipe di quel mondo da cui lei, ormai, si sentiva esclusa. Lucia si accommiatò con una stretta di mano che lei ricambiò con calore.
Trascorsero mesi da quell'incontro, ma spesso quel ricordo riaffiorava nella mente di Lucia e gli interrogativi si susseguivano come girandole. Pensava a lei nelle tristi giornate invernali, al suo modo di organizzarsi la vita, al freddo che avrebbe potuto patire.
Non era sicura di ritrovarla in primavera quando sarebbe arrivata in quella stazione.
La morsa del gelo si era fatta sentire un pò dovunque e le persone più deboli anche con possibilità di curarsi, non avevano retto a questo killer impietoso. Figuriamoci lei!
E Bobj, il suo amico prediletto che fine avrebbe fatto? Certamente si sarebbe lasciato morire e solo una grossa montagna di bagagli sarebbe rimasta a testimoniare una vita di stenti prima di essere definitivamente sommersa dai rifiuti di un anonimo cassonetto.
Invece la primavera tornò, le aiuole sfoggiarono ancora i colori, che sono i vestiti dei fiori, i prati si ricoprirono di un tappeto verde per nascondere le nude zolle, le piante esplosero orogliose la loro bellezza, con rami sempre più folti e la luce penetrò prepotente nell'anima di Lucia quando, a guardia di una montagna di bagagli, ritrovò Bobj e seduta sulla stessa sedia l'esile figura dallo sguardo smarrito, in quella stazione dove il tempo si era fermato. Quando si avvicinò a loro i cani si riconobbero e improvvisarono una specie di danza che divertì anche le persone presenti.Fu allora che quel mucchio di stracci si svegliò dal suo torpore, sorrise e con la mano fece a Lucia un cenno gentile che lei interpretò come un grazie per essere tornata. Si sentiva colpevole nei suoi confronti per quella sua vita normale fatta di affetti e di un tetto sulla testa, avrebbe voluto estrarre dai suoi bagagli come un prestigiatore la sua casa,un letto per riposare, i suoi ricordi. Se almeno fosse stata accolta in un pensionato, anche modesto, la sua vita sarebbe trascorsa meno triste, meno disagiata, ma senza libertà e poi che ne sarebbe stato del suo Bobj, della sua fedeltà, del suo amore?
Ciò che è assurdo per me può essere normale per lei pensò Lucia. E' una scelta di vita e le scelte di vita sono difficili, impossibili da giudicare: il metro è diverso da persona a persona.
Non le restava che aiutarla, in qualche modo, senza offenderla.
Verso sera portò una scatoletta di carne che Bobj subito divorò e riconoscente le inondò le mani con i suoi baci.
La mattina seguente appena varcata la soglia della stazione, Bobj le venne incontro scodinzolando, ma questa volta, oltre alla sua pappa, un cappuccino fumante ed una brioche appena sfornata, acquistati al bar di fronte, rifocillarono anche lei, quella piccola, esile figura che tanto piacere le aveva dato nel ritrovarla.
Aveva acquistato la sua fiducia e, come un fiume in piena si mise a raccontarle la storia della sua vita.
Con una punta di orgoglio le disse di essere istriana, nata a Pola, da una famiglia della buona borghesia. Aveva pochi anni quando suo padre, medico, aveva vinto un concorso e si era trasferito con la famiglia a Roma con la nomina di primario. Nel suo racconto, la figura materna era sfumata, cancellata e a stento un vago ricordo di una subdola malattia, di una sedie a rotelle, di una morte lenta, penosa, riaffiorò in maniera confusa nella sua mente e stentava a trovare le parole per descrivere quell'atroce dolore che tanto l'aveva provata. Suo padre non potè darle quell'affetto che avrebbe potuto mitigare la tristezza della sua anima: troppo presto convolò a nuove nozze e la gelosia della moglie ostacolò ogni forma di tenerezza verso la figlia. Le porte di un prestigioso collegio svizzero si spalancarono come due braccia forti, possessive per stringerla in una morsa opprimente che non le consentiva neppure di ricordare il dolce profumo di casa sua. La professione di medico dà poco spazio alla famiglia e le visite a quella figlia lontana erano sempre meno frequenti e le vacanze limitate al periodo estivo ed ai giorni natalizi accrescevano la sua solitudine dando al suo sguardo una nuova luce: bella, intensa, ma velata di grande malinconia.
Fin da piccola, la natura l'aveva dotata di una straordinaria predisposizione per la musica e dopo avere conseguito la licenza liceale si diplomò in pianoforte a pieni voti.
Sulla tastiera le sue lunghe, agili veloci dita ottenevano effetti sorprendenti e ben presto, sia per la sua bravura, sia per quella sua personalità così grintosa e piena di temperamento fu richiesta nelle più esclusive sale delle capitali mondiali.
I corteggiatori impazzivano per lei, il suo camerino era una serra profumata, un album in bella vista raccoglieva poesie che esaltavano la sua bellezza e non mancavano articoli favorevoli pubblicati sui più importanti quotidiani per quella splendida creatura che con il suo eccezionale talento aveva il dono di trasmettere emozioni anche nei cuori meno inclini ai sentimenti. Lei, però, era innamorata solo della musica ed è alla musica che dedicava interamente la sua vita.
Una sera mentre si trovava in una esclusiva suite a Vienna, dopo una giornata faticosa, ancora risonante degli applausi di un pubblico particolarmente esigente che dimostrava gratuitudine per l'interpretazione dei suoi brani così bene eseguiti, fu attratta da strani suoni che provenivano dalla strada. Incuriosita scostò le tendine ed il suo sguardo incontrò gli occhi luminosi, bellissimi di un ragazzo che estasiato guardava la sua finestra. Aveva una figura slanciata, elegante ed in quella notte buia, illuminata solo da una pallida luna, riuscì a scorgere fra le sue mani una chitarra. Da quelle corde le sue dita improvvisarono una delicata serenata con note flebili, stentate e lei, infilatasi sotto le coperte, cullata in un'atmosfera romantica si addormentò.
Il risveglio fu gioioso, nella notte aveva sognato interminabili distese di prati verdi, profumati, acque limpide che scendevano da montagne innevate, mari colorati di un cobalto intenso,e, in lontananza isole dalle forme più strane abitate da candidi gabbiani. Riapparvero nitidi i ricordi della sua infanzia quando la mamma, per farla addormentare, le cantava una dolce ninna nanna.
Ebbe una piacevole sensazione: qualcosa d'importante avrebbe certamente cambiato il cammino della sua vita.
Ormai i viaggi d'oltre oceano si susseguivano a ritmo vertiginoso, le sale da concerto ed i teatri delle più importanti capitali del mondo si contendevano la grande concertista.
In quell'atmosfera così colma di emozioni si tuffava come in un oceano dai fondali preziosi, realizzata da quei successi strepitosi che avrebbe desiderato dividere con una persona sensibile, che la comprendesse. I solchi profondi della delusione per la carenza d'affetto, dovuta anche alla morte improvvisa del padre per un incidente automobilistico, avevano lasciato cicatrici indelebili nella sua anima e temeva che la sofferenza potesse ancora bussare alla sua porta.
Per lei decise il destino e in un giorno risplendente di sole, dal cielo colorato di un azzurro intenso, non sfiorato nepppure da una nuvola, la sua vita cambiò.
Salita su un jumbo diretto a Pechino, un giovane per farle raggiungere il suo posto accanto al finestrino, si alzò dal suo sedile. D'improvviso fu scossa da un fremito di felicità.
Ricordò in una notte buia, rischiarata solo dalla luna, due occhi luminosi come stelle, risentì una sequenza di note che uscivano dalle corde di una chitarra flebili, timide, stentate ma che ebbero il potere di entrare spavaldamente nel suo cuore per parlarle con un linguaggio inusuale: il linguaggio dell'amore.
Fu una strana coincidenza quell'incontro? Non lo seppe mai, ma subito ebbe la certezza che qualcosa di bello stesse per accadere, forse un dono che Dio le inviava dal cielo per compensarla delle sofferenze e non sentirsi più sola, sia pure con i suoi successi.
Fra loro iniziò subito una conversazione spontanea, piacevole e il giovane, come se l'avesse conosciuta da sempre, le elencò ad una da una tutte le prestigiose capitali che ebbero l'onore di ascoltare i suoi concerti. La ringraziò per avergli toccato le corde del sentimento di e per la capacità di far rivivere in quelle sale, dense di magico mistero l'animo dei compositori. Le confessò che molto tempo addietro, mentre si trovava a Vienna per lavoro aveva tentato di improvvisare una serenata sotto la sua finestra, ma che l'emozione e la poca dimestichezza con la chitarra non gli avevano permesso di esprimere ciò che il suo animo sentiva.
Lei lo interruppe, lo ringraziò per quelle note flebili timide e stentate che aveva racchiuso nel suo cuore, come gioielli preziosi.
Da quel momento furono inseparabili e dovunque lei andasse, una poltrona centrale, in prima fila era riservata a lui che riusciva sempre a conciliare i suoi impegni di lavoro per potere essere presente a quelli che lui definiva i momenti magici della sua vita.
L'attrazione fisica li avrebbe coinvolti in una passione travolgente, ma il loro amore era sublimato dalla musica e decisero che fino al giorno del matrimonio fosse limpido, esclusivamente platonico. Le nozze erano imminenti e loro le consideravano un dono di Dio, un'unione che sarebbe durata oltre la vita.
Purtroppo i sogni non sempre si colorano di rosa e quella poltrona centrale in prima fila al Metropolitan, il teatro più importante di New York, in una calda sera di maggio rimase desolatamente vuota. Lei se ne accorse, ma come un pagliaccio che deve far ridere la gente, anche se colpito da un grande dolore, interpretò divinamente i suoi brani dando il meglio di sè.
Appena le fu possibile, colpita da un presentimento, corse in strada dove ancora la gente commentava l'incidente avvenuto poche ore prima. Era bello, giovane, scattante, ma aveva molta fretta e una macchina non riuscì ad evitarlo nonostante la lunga frenata. Era diretto al Metropolitan, forse per ascoltare il concerto interpretato da quella grande artista arrivata da poco da Los Angeles. Col cuore in gola, si recò al vicino ospedale e fece appena in tempo a raccogliere l'ultimo respiro, l'ultimo suo bacio su quelle preziose, bellissime mani che da quell'istante non avrebbero mai più potuto interpretare inebrianti melodie.
La sua musica interiore si era spenta per sempre.
Da allora la sua vita cambiò. Lei si sentiva sola, indifesa senza il calore di un affetto, abbandonata dal talento, che era lo scopo della sua eistenza.
La matrigna approfittò subito della sua vulnerabilità e, dopo averla interdetta, la rinchiuse in un ospedale psichiatrico freddo, senza umanità.
Dopo molti anni quando la sua personalità era annientata riuscì a fuggire, favorita dalle tenebre, con i suoi ricordi come un uccellino in gabbia che anela alla libertà. Vagò a lungo prima di trovare un luogo che le desse un minimo di conforto, un pò di calore nelle lunghe giornate invernali. Finalmente giunse per caso a Firenze, in una città per lei anonima, ma una sedia di una stazione di periferia l'accolse ed è da anni il suo rifugio, la sua dimora.
La strada che le aveva strappato gli affetti più cari era ora, per un assurdo gioco del destino, la sua casa.
Tutte le mattine all'alba prende il treno, aiutata dal personale ferroviario percorre pochi chilometri e con la sua montagna di bagagli custodita gelosamente da Bobj si trasferisce a Santa Maria Novella, la stazione principale, per far ritorno sull'imbrunire nel luogo di partenza.
Lucia si era chiesta più volte il perchè, ma poi un bit illuminò la sua mente e le diede una risposta persuasiva.
In quell'evasione lei rivive con la fantasia i momenti felici della sua vita: i viaggi d'oltre oceano così affascinanti con il suo ragazzo sempre accanto e nelle valigie, dalle quali non si separa mai, sono racchiusi i suoi ricordi.
Nelle più voluminose, gli abiti confezionati con tessuti preziosi dalle scollature che mettevano in risalto il suo perfetto decolletè e tutti gli accessori adatti ad una grande artista. Nelle altre, gli album di fotografie che la ritraevano con il suo innamorato e la chitarra ormai muta ma, dalla quale, in una notte incantevole uscirono flebili stentate note che si incisero per sempre nel suo cuore. E così.....anche un ladro d'amore non gliele potrà mai rubare!
Lei aspetta in quella stazione un treno speciale, il treno che possa varcare ogni frontiera, ogni dimensione e sul quale felice un giorno salirà per raggiungere una folgorante dimora dove l'attende il suo amore per vivere la vera gioia.



RICORDO DI UN'AMICA

Non ci sarà più fine d'anno da trascorrere insieme e neppure interminabili partite a carte da giocare e litigare in allegria.
A dieci mesi di distanza, il 19 agosto, il tuo caro sposo ti ha chiamato e tu, obbediente come sempre al suo comando, sei andata da lui.
Perché ci hai lasciato soli e tristi… perché?
Non è facile avere una risposta, ma è altrettanto difficile accettare la realtà
E' scomparsa con te il tuo carattere spumeggiante, turbolento, ciclonico, complicato che tanto mi attraeva.
E' scomparsa con te la tua incredibile spigliatezza la tua battuta toscana sempre pronta la tua facile ironia la grande simpatia che ispiravi a prima vista.
Ma soprattutto è scomparsa con te quella voglia di affetto, di compagnia, di stare insieme che avvertivamo in ogni istante e che, senza dubbio, era la tua caratteristica principale.
Ci conoscemmo diciottenni ed abbiamo percorso questo lungo cammino senza mai perderci di vista e, pur vivendo in città diverse, i nostri momenti tristi e lieti li conoscevamo bene. La spola tra Torino e Firenze ci era familiare : appena i nostri impegni lo permettevano era dolce trascorrere insieme qualche giorno in compagnia, oltre che dei nostri mariti, anche di Pat e di Carrilon, i nostri cani che tanto abbiamo amato e che tanto ci hanno accomunato. In quelle liete occasioni approfittavamo per parlare, parlare, e ripercorrere il nostro cammino.
Le festività di fine anno erano diventate un rito: non potrò mai dimenticare il tuo impegno nel preparare quello sfavillante albero di Natale.! Quanti giorni impegnavi per adornarlo di angioletti, palline colorate, luci che si accendevano a intermittenza, quanti significativi regalini per noi adulti e per i nostri due fedeli amici a quattro zampe!
Una dolce musica in sordina completava l'atmosfera: era "l'Ave Maria di Schubert" che salutava l'anno nascente e con esso le nostre speranze future.
Ritornavamo bambine in quei momenti,sentivamo prepotentemente la nostalgia dell'infanzia e ci sembrava impossibile che quell'incanto potesse avere termine.
Ma purtroppo, come accade spesso, la parola fine si presenta quando meno te l'aspetti ed è infinitamente triste accettarla anche se ineluttabile.
Non ti eri ancora ripresa dal distacco improvviso del tuo capo (così lo chiamavi affettuosamente) quando una subdola malattia presentatasi sotto forma di una banale sciatica diede termine a tutte le nostre speranze.
Tu però la speranza non la perdesti mai: volevi continuare il cammino anche se impervio, anche se sola, anche se indifesa perché lui avrebbe voluto così.
Durante la tua malattia ti fui vicina per quanto la distanza lo consentisse ed ogni volta che varcavo la tua cameretta temevo di vedere in te la consapevolezza di quanto stava accadendo. Per fortuna facevi di tutto per non farmela avvertire e di questo te ne sono immensamente grata. Fino a che punto eri sincera? Lo facevi per te stessa, per non addolorare le persone che ti stavano attorno o credevi realmente nel miracolo?
Forse non lo saprò mai. Ti ringrazio comunque : mi hai semplificato molto il compito di darti calore con la mia presenza e mi hai dato anche l'illusione di esserti stata utile.
Cosa non avrei fatto perché tu soffrissi anche solo un'ora di meno! Ma neppure ciò mi fu permesso: la ferrea legge del destino non lo consentì. Te ne andasti così, Carla, alla fine di una calda giornata di agosto,addormentata dolcemente e a me hai lasciato il tuo ricordo, il tuo esempio, la tua presenza viva nella mia anima.
Avrei ancora d'aggiungere molto per dare sfogo al mio cuore, ma fino a che punto il lettore lo permetterebbe?
Oggi non ci sarò al tuo funerale, ma se tu potessi chiedermene il perché ti direi: non posso, devo usare la penna per scrivere qualcosa di te!


IL TUTTO SEI TU

Non esiste il nulla:
i tuoi occhi colorano il mare
di cobalto profondo

La tua anima
è nuvola candida
che veleggia nel cielo

La tua voce
è sibilo di vento
che dà suono alle fronde

Il tutto esiste:
e il tutto sei tu.


VORREI

Vorrei essere su un'onda d'argento
per ascoltare il tuo richiamo.

Vorrei essere in mezzo
a un tramonto infuocato
per sentire il tuo calore.

Vorrei essere nel vento
mentre tu mi accarezzi i capelli.

Si vorrei
ma ora una nuvola rosa
mi trascina nell'infinito
per incontrarti
e il mio sogno si avvera.     


UN SORRISO PER TE

Un sorriso per te
piccola creatura
che da una nuvola rosa di tulle
agiti le manine
per salutare il mondo
perché tu sei una cosa grande.

Un sorriso per te
fragile ragazza
che lasciata un'infanzia contrastata
ti affacci alla vita
perché un sole splendente
illumini la tua giovinezza.

Un sorriso per te
donna coraggiosa
provata dalla sofferenza
perché l'ancora della speranza
ti dia nuova energia.

Cos'è mai un sorriso:
 un sorriso è dono  gioia  vita: poesia


I figli del sole (7/03/2010)
(poesia n°385)

I figli del sole
sono i miei piccoli amici
che timorosi si posano
sul mio terrazzo.

Il cinguettio incessante
è musica rubata
al sibilo del vento.

Saltellate felici
e non temete le insidie
di gelidi cuori.

Vi proteggerò
spargerò briciole
sulle piastrelle vermiglie.

E nutriti d'amore
volerete fra nuvole d'argento
alla ricerca di nidi lontani.


Saprò ancora

Saprò ancora trasmettere
sensazioni nostalgiche
a un'estate che muore?

Saprò ancora provare emozioni
da tempo assopite?

o mare ridammi l'entusiasmo
dei giorni
rubati dal vento

e ancora le illusioni
culleranno i miei sogni.


Un mondo d'amore

Hai lasciato le tue orme
fra i miei passi

Hai lasciato schegge di vita
lungo il sentiero

Hai lasciato l'azzurro dei tuoi occhi
per colorare un deserto infinito

Hai lasciato l'emozione
del nostro primo incontro
fra le pareti
della mia esistenza

E nel mio cuore è nato
un mondo d'amore.


UN MANDORLO ILLUMINATO DAL SOLE

Scorre veloce il tempo
rubando la gioia.

Le orme di ieri
l'onda le ha cancellate.

Mi sono persa nei tuoi occhi
per non pensare.

Ruscello dove trascini
i fiori della mia anima?

Vento ladro di mantelli
dove nascondi le mie speranze?

Il chiacchierio della legna
scricchiola nel camino
e i guizzi di fuoco sono loquaci

Domani i preziosi propositi
racchiusi nel mio scrigno
come perle di una collana spezzata
rotoleranno per perdersi
nel nulla.

Ma un mandorlo
illuminato dal sole
riaccenderà i miei sogni
per dare ancora un senso alla mia vita.


LE STAGIONI
Haiku

INVERNO
  La neve tutto imbianca
il chiaro velato della campagna
mi rischiara l'anima.


PRIMAVERA
Il profumo dei fiori
dà una gioia al cuore così grande
che colora la vita.


ESTATE
I tramonti d'estate
che accendono il cielo di fuoco
danno luce ai sogni.


AUTUNNO
Son cadute le foglie
il mio giardino ormai spoglio
si copre di ruggine.


A PAPA GIOVANNI PAOLO II: IL GRANDE

Ti abbiamo voluto bene
perché tu:

Ci hai amato tanto
e ci hai insegnato ad amare.

Hai sofferto
e ci hai insegnato a soffrire.

A vivere nel segno della pace
a morire esorcizzando la morte.

Sulla tua bara
scrigno prezioso di legno chiaro
il vento dolcemente
ha sfogliato il Vangelo
perché nel cuore
dell'intero universo
sbocciasse il seme della concordia.

Ai tuoi solenni e semplici funerali
massa di giovani di handicappati
grandi della terra, teste coronate
capi religiosi di ogni nazione.

Strette di mano hanno trasformato
i nemici in amici
discorsi interrotti per tredici volte
da applausi scroscianti
che salivano al cielo.

Dalla finestra della casa del padre
tu ci proteggi in ogni momento.

Sai:
un giorno con la gioia negli occhi
ti seguiremo e illuminati
da una fede profonda
con te vivremo
la vera vita.


LA FATICA DI VIVERE

Coglierò
Il profumo della magnolia
prima che l'aria
lo disperda fra le nuvole.

Poserò le sue piccole gocce
sulla tua fronte
poi un alito di vento
le asciugherà
per cancellare il sudore
di tutta una vita

RAGAZZO DI CRISTALLO
(Dedicato a Giovannino Agnelli)

Ragazzo di cristallo
lo splendido disegno
che stavi realizzando
si è chiuso in un cassetto.

Ci sei stato sottratto
negli anni ancora verdi:
la punizione è nostra
non ti meritavamo!

L'arma segreta avevi
in un limpido sguardo
che rifletteva esempio
d'impegno e serietà.

Quel modo tuo di essere
senza però apparire
ti rese popolare.

Ragazzo di cristallo
sarai sempre con noi
stretto nel forte abbraccio
di tutta una città
che ora vedrà sfrecciare
la tua vespa d'argento
su nell'immensità.


QUANDO SI AMA

Tu sai cos’è per me vivere?
è far vivere te.

Tu sai cos’è per me morire?
è incontrarti per vivere.

Cosa è meglio allora:
vivere o morire?

Quando si ama
è la stessa cosa.


IL TUNNEL DI LADY D

In un soffio di tiepida estate
la tua fiaba è iniziata e finita.

Eri bella solare famosa
destinata a esser regina
impazziva la gente comune
per lo sguardo tuo limpido e triste.

Trasgressiva alla falsa etichetta
di una corte ormai superata
prigioniera della carta stampata
hai perduto la tua libertà.

La folle rincorsa alla felicità
ti ha inghiottita in un tunnel:
il tunnel del sabato sera.

La tua fiaba prosegue ora in cielo
dove ti attende la pace
quella che il tuo mondo dorato
ti ha crudelmente negato.



LA LUCE DOPO LE TENEBRE

Avevano giurato che dopo la morte di Pat, un superbo maremmano dagli occhi sognanti, non ci sarebbe più stato posto per un cane.
Laura e Giorgio non se la sentivano di assumere un impegno così importante, anche se la parola importante può suonare eccessiva. Infatti lo sarebbe per adottare un bambino che ha diritto ad una vita migliore, ma anche un cane è pur sempre una creatura e bisogna essere disponibili alle sue esigenze.
I motivi poi erano almeno due: il primo perché avevano troppo sofferto per il distacco del loro amato Pat e un nuovo cucciolo avrebbe potuto sopravvivere a loro che giovani non erano. Il secondo, ben più grave, fu la perdita totale della vista di Giorgio cui, dopo un ultimo intervento non riuscito, crollarono tutte le speranze e rimasero solo il grande affetto di Laura per aiutarlo a superare quella dolorosa menomazione e un bianco bastone che lo inserì per sempre nel mondo dei non vedenti.
Era dunque una scelta molto sofferta, anche se certamente maturata.
Ma il “ma” per fortuna o purtroppo, a volte si presenta.
In una piovosa notte, su una piazzola dell'autostrada dei fiori dove Laura aveva arrestato la macchina, un flebile guaito attirò la sua attenzione. Nel buio comparve un ammasso di peli scuri, fradici e sporchi che solo Laura poté vedere, ma al quale incuriositi entrambi si avvicinarono.
Con gli occhi imploranti un piccolo cane supplicava di non essere abbandonato.
Era il segno del destino: la speranza che quell'animale avrebbe addolcito il loro difficile cammino in quanto, trattandosi chiaramente di un giovane pastore tedesco, era in età tale da poter essere ancora addestrato al compito di accompagnatore di Giorgio.
Lo ribattezzarono Ben, cioè Benvenuto, perché certamente un nome doveva già averlo: la scelta non poteva essere più appropriata e di buon auspicio.
Per alcuni anni vissero felici: Giorgio e Laura riconoscenti a Ben per essere entrato così discretamente nella loro vita e il cane compreso e orgoglioso della nuova importante missione che gli veniva affidata e che avrebbe svolto sempre con impegno e assoluta dedizione.
Ben riusciva a guidare Giorgio attraverso quelle difficoltà che per un non vedente si presentano ad ogni passo e che solo un saldo equilibrio interiore permette di superare. Era bello vederlo passeggiare in istrada a fianco del suo padrone con una croce rossa sul dorso, così altero da far invidia anche al più disponibile passante al quale la vita non avesse riservato la gioia immensa di essere altrettanto utile al prossimo.
Purtroppo però anche i cani non sono immuni dai dolori della vita.
In un triste giorno di autunno Laura partì per il suo ultimo viaggio lasciando a quanti la conobbero infinito rimpianto.
Furono anni difficili per Giorgio e Ben un dolore così immenso, si sa, non si può cancellare mai.
Alla vita a due si erano un po' rassegnati e, anche se il ricordo degli anni trascorsi era sempre struggente, trovavano tuttavia la forza di continuare insieme il cammino senza troppo lamentarsi, perché così avrebbe desiderato Laura.
L'uno era complemento dell'altro e sia il tempo che silenzioso trascorrevano nella loro casa, sia la passeggiata che giornalmente facevano all'aria aperta li ripagavano di quell'amaro destino senza la dolce presenza dell'indimenticabile compagna.
Ma dicono di temere quando la serenità fa capolino nel nostro cuore: un brutto giorno di Novembre di due anni fa annunciò che presto anche quel solido anello a due tra il cane e il suo padrone si sarebbe spezzato.
Giorgio, infatti, fu colpito da un male irreversibile ed il tempo che gli restava lo utilizzò dedicandolo alle consuete occupazioni e ai suoi molti interessi culturali e spirituali. Il metodo Braille lo aveva imparato alla perfezione e lo utilizzava con disinvoltura non comune in modo di non far pesare agli amici il buio della propria solitudine. I cani hanno di sicuro doti sensoriali molto più spiccate degli esseri umani ed in virtù di ciò anche Ben ebbe presto l'intuizione che un giorno non lontano sarebbe rimasto solo. Giorgio avvertì lo stato d'animo del suo amico e per confortarlo gli parlava a lungo, senza preoccuparsi che al cane è negato l'uso della parola: gli bastava accarezzarlo per avere la risposta: quella carezza era la stessa che Ben aveva ricevuto nella buia e piovosa notte della sua infanzia.
Ora però tutto era diverso: Giorgio non poteva fare miracoli, non poteva trasformare Ben in un cane felice.
A causa di questo miracolo impossibile, Ben mostrava agli amici del padrone la sua grande malinconia: quanto era diverso il suo comportamento da quando la catena a tre anelli non si era ancora spezzata!
Prima era tutta una festa quando gli amici di Giorgio venivano a trovarlo: l'abbaiare festoso, il vezzo di avvicinarsi scodinzolando erano il suo modo di dire che il padrone grazie a lui vedeva. Ben era sempre più triste e neppure le carezze e le parole affettuose riuscivano a confortarlo: non abbaiava più, la sua coda era immobile.
I pochi giorni che ormai precedevano il distacco li trascorreva davanti alla porta di casa, tutto raggomitolato, con lo sguardo smarrito, quasi conscio che il suo compito fosse terminato e con esso la sua. vita. Giorgio se ne è andato alla fine di un corto mese di inverno che la neve e il freddo rendevano ancor più doloroso: era sereno perché andava incontro a Laura in un mondo di eterna luce dove avrebbe potuto vedere cose meravigliose che l'esistenza terrena gli aveva definitivamente negato.
Ben intuì quel tragico momento, entrò con discrezione nella stanza di Giorgio e si accovacciò ai suoi piedi.
Un attimo prima che il suo padrone lo lasciasse, Ben fu colpito da un infarto che pose fine al suo immenso dolore.
Volarono in cielo, uno accanto all'altro e Laura li accolse nella folgorante dimora che aveva preparato per loro.


Ogni sabato sera

Ero arrivata in ritardo quel sabato sera alla messa e i banchi erano tutti occupati. Potei sedermi in una panca laterale della chiesa, grazie a una signora anziana che, spostandosi,mi aveva fatto posto.
Quando fu il momento di scambiarci un segno di pace, le strinsi forte la mano, riconoscente per il suo atto gentile. Lei accennò un sorriso che io ricambiai. Voltandomi notai che alla sua destra, un vecchio con la testa appoggiata a una stampella e gli occhi socchiusi, stava ascoltando la messa. Dallo sguardo premuroso di lei, che controllava l’insolita posizione, capii che era suo marito. Dopo breve un sacerdote si recò da lui per porgergli l’ostia benedetta.
Provai uno strano sentimento di tenerezza e mi immedesimai. Io non avevo accanto a me il compagno della mia vita. Lui se ne era andato, da quasi quattro anni, dopo una malattia crudele che non lascia speranza. Io ero rimasta a custodire la nostra casa, a proteggerla, a continuare il cammino da sola, ma con la convinzione che lui vivesse sempre accanto a me. Quando due persone si vogliano bene, uno è complemento dell’altro, si instaura una solida intesa,una complicità, e il pensiero di sopravvivere all’altro è atroce. Sarebbe bello, dopo avere terminato il nostro mandato su questa terra, mano nella mano librarci insieme, in un mondo sconosciuto, senza temere l’ignoto.
Un caleidoscopio di pensieri si impadronì della mia mente e alle molte domande che mi posi non potei rispondere. Pur di non perderlo, avrei desiderato avere accanto a me il compagno del mio cammino terreno, in quelle condizioni? Non penso: la qualità della vita è troppo importante per potere essere protagonisti di un degrado fisico così scadente che mio marito non avrebbe di sicuro accettato. Certamente lo avrei confortato per fargli sentire meno il peso della sua malattia, ma non sarebbe bastato. E poi, sarei arrivata a quel traguardo in salute per potergli dare una mano o anche la mia forma fisica, col passare degli anni, non mi avrebbe permesso di aiutarlo?
Dopo avere ascoltato la messa, mi avviai a piedi a casa e questi interrogativi mi accompagnarono lungo tutto il tragitto.
Appena aprì la porta del mio appartamento le feste della cagnolina mi distolsero dai miei pensieri. Come di consueto Shila mi si avvicinò e dopo averle messo il guinzaglio l’accompagnai in strada per una breve passeggiata. Quando trovò i suoi piccoli amici e inanellò lunghe corse con loro la sua felicità contagiò anche me. Al ritorno, accesi la televisione per ascoltare il telegiornale. Entrai immediatamente nel quotidiano e dalle notizie funeste che purtroppo non mancano mai, mi convinsi che io non avevo ragione di lamentarmi, anche se la solitudine mi pesava.
Invecchiare insieme alla persona amata è bello solo se sorretti da buona salute, ma ahimè questi casi sono molto rari. Del resto la certezza che mio marito non mi abbandona e mi protegge, in ogni circostanza, è un dono non comune che mi consente di accettare la vita così com’è.
Un sabato di qualche mese fa mi recai, come di consueto, alla messa vespertina. Al momento della comunione, davanti a me notai l’anziana signora che molto tempo prima fu oggetto delle mie riflessioni. Questa volta era sola ed io l’attesi fuori della chiesa per salutarla.
Mi riconobbe e subito mi disse che erano trascorsi sei mesi da quando suo marito l’aveva lasciata. Cercai di consolarla: io sono sola da quattro anni, le dissi, ma una grande serenità si è instaurata dentro di me perché mio marito lo sento sempre vicino. Anch’io ho questa sensazione, mi rispose la signora e la certezza che lui viva in un mondo di pace, dopo tanta sofferenza, mi dà forza per continuare il cammino senza di lui.
D’allora ogni sabato sera ascoltiamo nello stesso banco la messa e all’ uscita della chiesa il nostro caloroso saluto è l’augurio più bello per una nuova settimana.


Per contattare direttamente l'autore

Homepage