Maria Grazia Stiavelli Silvani è nata a Milano ma da molti anni vive a Torino.
Per lei la poesia è linfa indispensabile alla quale ricorre per superare ogni ostacolo.
Col suo aiuto riesce a trasformare i sentieri impervi della vita in gioiose passeggiate.
Maria Grazia si è dedicata con entusiasmo anche alla narrativa e i suoi racconti hanno avuto consensi in importanti concorsi letterari.
L’amore, sia nella poesia che nella prosa, è il suo tema principale: “la sua Musa ispiratrice.”

Con Carta e Penna ha pubblicato:

IL BACIO - Prezzo: 10,00 euro ISBN: 978-88-89209-98-1

Dall'introduzione: Scrivere dell’amica Maria Grazia, Graziella per gli amici, e delle sue poesie mi emoziona e mi intimorisce allo stesso tempo perché lei è una poetessa vera nell’arte e nella vita. Ci provo citando Goethe “Chi vuole comprendere la poesia deve andare nella terra della poesia: chi vuole comprendere il poeta deve andare nella terra del poeta”. Sono andata a trovare Graziella nella sua bella casa, arredata con gusto: tanti mobili antichi, quadri, ritratti, un pianoforte e una festante cagnolina candida come la neve. L’ambiente le somiglia nella sua luminosità ed eleganza. Lei è spigliata, gentile ed ospitale. Pochi convenevoli ed abbiamo parlato di poesia. Poesia nelle cose, nei ricordi, nel modo di fare. E’ proprio vero: poeti si nasce! Era un giorno di splendente primavera e guardando dalla sua finestra verso quella che un tempo era la campagna torinese mi ha detto vedi, appena poco più in là un tempo pascolavano le greggi con i loro pastori. Mi ha raccontato di una Torino ancora incantata e immersa nel verde dei campi ed io mi sono lasciata rapire e trasportare da quelle soavi parole e fantasticando immaginavo le pecorelle come ricciute nuvolette brucare l’erba ai piedi della Mole Antonelliana. In realtà mi stava mostrando una bella fotografia di un luogo e di un tempo ormai perduto e lo faceva con intensità e dolcezza...

Matilde

RIFLESSI DI LUCE, Poesie e brevi racconti di Maria Grazia STIAVELLI SILVANI
ISBN: 978-88-97902-03-4 Prezzo: 12,00 euro

Dalla prefazione di Matilde Abrile:
Scrivere qualcosa delle belle liriche che sgorgano dalla fonte inesauribile di folgoranti ispirazioni di Maria Grazia è un'esperienza bellissima: ogni volta è come intraprendere un interessante viaggio che porta a conoscere luoghi esotici e a ritrovare angoli già conosciuti con l'ausilio di un linguaggio poetico davvero accattivante. Io ho il privilegio di poter dialogare spesso con l'autrice ogni volta mi ritrovo ricca di nuovi stimoli per riflettere sulla grandiosità di ciò che esiste accanto a noi e mi sovvengono le parole della notissima canzone dell'indimenticabile Domenico Modugno conosciuta con il titolo di "Meraviglioso" in cui si narra la storia di un uomo disperato cui compare un angelo che gli dice …ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare…tu dici non ho niente… ti sembra niente il sole!… Le poesie di Maria Grazia dipingono proprio la bellezza del creato e di ciò che di straordinario la vita ci offre ogni giorno. Maria Grazia è dotata di una personalità magnetica che affascina: ciò che colpisce di lei al primo momento è il tratto signorile, l'affabilità, lo sguardo dolce e profondo. E' sempre molto elegante nell'abbigliamento ma non disdegna qualche nota eccentrica: una collana, una borsa, un accessorio dalle forme o dai colori particolarmente ricercati. Arriva agli appuntamenti con passo svelto e leggiadro e difficilmente è da sola: ha sempre con sé la simpatica cagnolina bianca e riccioluta, di nome Lara. Si dice che la sensibilità degli animali sia mutuata dai loro padroni e in questo caso la teoria è confermata perché Lara si propone con fare affettuoso esibendosi in graziose evoluzioni, ma quando si inizia a parlare di poesia si ricompone, guarda e intuisce che il discorso si fa serio. Questa descrizione per quanto riguarda la figura esteriore di Maria Grazia. L'immagine che emerge dalle sue poesie conferma e accentua l'essenza di una persona piena di luce e profondi sentimenti. Discorrendo con lei si ha la sensazione di conoscerla da sempre perché si sa raccontare con disarmante semplicità ma con tale accurata dovizia di dettagli da rendere quasi visibili come fotogrammi gli avvenimenti e gli snodi della sua vita pregna di interessi [...]
Mi piace concludere ricordando che le poesie di Maria Grazia sono fiori che lei desidera donare a quanti sapranno raccoglierli e innaffiarli con il sorriso della solidarietà poiché anche i ricavati di questa pubblicazioni saranno destinati ad opere benefiche.


Per i navigatori di Carta e Penna ha scelto alcune poesie e un paio di racconti:

Crociera sul Volga

Senza te
disperderò nel Volga
briciole di gioia
racchiuse
nel mio abito da sposa.

Mentre l'arcobaleno regalerò
colori a un cupo cielo
gocce di pianto si poseranno
sui fiori profumati della vita.

E in questo giorno
delle nozze d'oro
attenderò la sera
per incontrarti
e innamorarmi ancora.


A MIO FRATELLO

Una bianca farfalla ha volato
sui petali delle mie rose.

Ha posato il tuo saluto
e più lieve è stato il distacco.

Ricorderò una bara
di legno chiaro
accolta dalla dolce carezza
di una terra arsa dal sole.

Verrà una nuova primavera
un'altra ancora e tu non ci sarai.

Ma un filo invisibile ci unisce
e mai si spezzerà.

Scorre nelle mie vene
il film della nostra infanzia
tatuaggio d'amore
avvolto in un mistero
loquace più di ogni parola.


A LAURA

Eri bella elegante solare
la tua morbida chioma
incorniciava il viso di dolcezza.

Seduta in prima fila
ci accoglievi con quella grazia
che sa di poesia.

I tuoi applausi davano vita
ai nostri versi
accolti fra le pareti austere.

Ora la sedia è vuota
la tua dimora è in cielo
fra le stelle.

Con amore ci trasmetti
sensazioni sublimi
per dare luce ancora
ai nostri sogni.


Piazza dei Miracoli

Da sempre ho amato
l'infinito prato
dove piccole perle d'argento
ravvivano il colore dell'erba.

Da sempre come in un sogno
la magica visione
mi da brividi di gioia.

Il Battistero il Duomo la Torre
onore e vanto
della città marinara
donano al passante l'incanto
di antiche vestige.

"Piazza dei miracoli"è il tuo nome
e in esso è racchiuso il tuo mistero.


27/04/2014 (Canonizzazione)

Ricordo il tuo commiato
quando il vento
sfogliando dolcemente il Vangelo
ti salutava.

"Subito santo" gridava la folla!

La profezia si è avverata
Giovanni Paolo II "il Grande"
e Giovanni XXIII
"Il papa buono"
così diversi ma così uguali
sono diventati santi.

Oggi lacrime di gioia
ricoprono l'asfalto
di perline d'argento.

E su i visi provati
da una notte insonne
un sorriso smagliante
illumina la vita.


Fine settembre

Fine settembre deserta la spiaggia
scie di conchiglie
sulla cipria argentata.

Cani gioiosi giocano con l'onda
che dispettosa ruba la palla.

Pennellate vermiglie
macchiano il cielo.

In lontananza un'isola appare:
intermittente un faro si accende.

Nel silenzio claustrale
l'anima ascolta
una voce che parla d'amore.



UN INCONTRO ALLA STAZIONE

La luce era fioca e Lucia stentava a trovare in quel tabellone la coincidenza con il treno che da Pisa l'avrebbe portata a casa. Si trovava a Firenze, nell'ingresso della stazione di Campo di Marte. D'un tratto uno scossone le fece perdere l'equilibrio e, a stento, riuscì a non cadere. Aveva attorcigliato il guinzaglio della sua Shila, una barboncina tutto pepe, ad un piede per poter meglio annotare gli orari. Shila pazientemente attendeva, ma quando da lontano scorse un ammasso di pelo nero che si agitava, non riuscì più a contenersi. Appena sguinzagliata: il loro incontro fu festoso. Prima si guardarono con occhi interrogativi poi, anche se lo spazio era limitato, si rincorsero a lungo, si annusarono a vicenda improvvisando piccoli giochi fatti di scatti improvvisi quasi ritmati e quando le loro piccole code si mossero frenetiche Lucia capì che tra loro era nata un'intesa perfetta. Quella macchia scura arruffata era senza dubbio gradevole, i suoi occhi trasmettevano luce e bontà. Lucia si accorse subito che con grande impegno quell'ammasso di pelo nero assolveva ad un compito importante: fare la guardia ad una montagna di bagagli, tutti in buone condizioni, composta da due valigie e da tre borsoni, due dei quali nuovi di zecca.
Seduta su una delle tante sedie agganciate una all'altra faceva contrasto una fragile figura esilissima, emaciata, pallida, vestita di stracci. I suoi capelli bianchi, sporchi, disordinati erano troppo lunghi, ma il suo sguardo assente trasmetteva emozioni in quel viso dai lineamenti fini che il tempo impietoso aveva solcato di rughe profonde, ma non era riuscito a cancellare quello che certamente da giovane la distingueva: una bellezza eterea, delicate, irreale.
Era lei la padrona del cane e di quella montagna di bagagli dove forse aveva riposto i suoi segreti, i suoi ricordi, la sua tormentata esistenza.
Lucia si chiedeva come potesse vivere così, avrebbe voluto farle qualche domanda, ma la povertà è dignitosa ed entrare senza preavviso nel suo mondo le sembrava di insultarla, di violare la sua privacy alla quale lei aveva diritto. Ci rinunciò, si limitò a chiederle il nome del cane e lei, con una vocina gentile, con grazia: si chiama Bobj, le rispose.
Solo allora i suoi occhi si fecero vivi e dall'espressione del suo viso Lucia si accorse che la sua presenza non la infastidiva, al contrario, scambiare qualche parola la faceva partecipe di quel mondo da cui lei, ormai, si sentiva esclusa. Lucia si accommiatò con una stretta di mano che lei ricambiò con calore.
Trascorsero mesi da quell'incontro, ma spesso quel ricordo riaffiorava nella mente di Lucia e gli interrogativi si susseguivano come girandole. Pensava a lei nelle tristi giornate invernali, al suo modo di organizzarsi la vita, al freddo che avrebbe potuto patire.
Non era sicura di ritrovarla in primavera quando sarebbe arrivata in quella stazione.
La morsa del gelo si era fatta sentire un pò dovunque e le persone più deboli anche con possibilità di curarsi, non avevano retto a questo killer impietoso. Figuriamoci lei!
E Bobj, il suo amico prediletto che fine avrebbe fatto? Certamente si sarebbe lasciato morire e solo una grossa montagna di bagagli sarebbe rimasta a testimoniare una vita di stenti prima di essere definitivamente sommersa dai rifiuti di un anonimo cassonetto.
Invece la primavera tornò, le aiuole sfoggiarono ancora i colori, che sono i vestiti dei fiori, i prati si ricoprirono di un tappeto verde per nascondere le nude zolle, le piante esplosero orogliose la loro bellezza, con rami sempre più folti e la luce penetrò prepotente nell'anima di Lucia quando, a guardia di una montagna di bagagli, ritrovò Bobj e seduta sulla stessa sedia l'esile figura dallo sguardo smarrito, in quella stazione dove il tempo si era fermato. Quando si avvicinò a loro i cani si riconobbero e improvvisarono una specie di danza che divertì anche le persone presenti.Fu allora che quel mucchio di stracci si svegliò dal suo torpore, sorrise e con la mano fece a Lucia un cenno gentile che lei interpretò come un grazie per essere tornata. Si sentiva colpevole nei suoi confronti per quella sua vita normale fatta di affetti e di un tetto sulla testa, avrebbe voluto estrarre dai suoi bagagli come un prestigiatore la sua casa,un letto per riposare, i suoi ricordi. Se almeno fosse stata accolta in un pensionato, anche modesto, la sua vita sarebbe trascorsa meno triste, meno disagiata, ma senza libertà e poi che ne sarebbe stato del suo Bobj, della sua fedeltà, del suo amore?
Ciò che è assurdo per me può essere normale per lei pensò Lucia. E' una scelta di vita e le scelte di vita sono difficili, impossibili da giudicare: il metro è diverso da persona a persona.
Non le restava che aiutarla, in qualche modo, senza offenderla.
Verso sera portò una scatoletta di carne che Bobj subito divorò e riconoscente le inondò le mani con i suoi baci.
La mattina seguente appena varcata la soglia della stazione, Bobj le venne incontro scodinzolando, ma questa volta, oltre alla sua pappa, un cappuccino fumante ed una brioche appena sfornata, acquistati al bar di fronte, rifocillarono anche lei, quella piccola, esile figura che tanto piacere le aveva dato nel ritrovarla.
Aveva acquistato la sua fiducia e, come un fiume in piena si mise a raccontarle la storia della sua vita.
Con una punta di orgoglio le disse di essere istriana, nata a Pola, da una famiglia della buona borghesia. Aveva pochi anni quando suo padre, medico, aveva vinto un concorso e si era trasferito con la famiglia a Roma con la nomina di primario. Nel suo racconto, la figura materna era sfumata, cancellata e a stento un vago ricordo di una subdola malattia, di una sedie a rotelle, di una morte lenta, penosa, riaffiorò in maniera confusa nella sua mente e stentava a trovare le parole per descrivere quell'atroce dolore che tanto l'aveva provata. Suo padre non potè darle quell'affetto che avrebbe potuto mitigare la tristezza della sua anima: troppo presto convolò a nuove nozze e la gelosia della moglie ostacolò ogni forma di tenerezza verso la figlia. Le porte di un prestigioso collegio svizzero si spalancarono come due braccia forti, possessive per stringerla in una morsa opprimente che non le consentiva neppure di ricordare il dolce profumo di casa sua. La professione di medico dà poco spazio alla famiglia e le visite a quella figlia lontana erano sempre meno frequenti e le vacanze limitate al periodo estivo ed ai giorni natalizi accrescevano la sua solitudine dando al suo sguardo una nuova luce: bella, intensa, ma velata di grande malinconia.
Fin da piccola, la natura l'aveva dotata di una straordinaria predisposizione per la musica e dopo avere conseguito la licenza liceale si diplomò in pianoforte a pieni voti.
Sulla tastiera le sue lunghe, agili veloci dita ottenevano effetti sorprendenti e ben presto, sia per la sua bravura, sia per quella sua personalità così grintosa e piena di temperamento fu richiesta nelle più esclusive sale delle capitali mondiali.
I corteggiatori impazzivano per lei, il suo camerino era una serra profumata, un album in bella vista raccoglieva poesie che esaltavano la sua bellezza e non mancavano articoli favorevoli pubblicati sui più importanti quotidiani per quella splendida creatura che con il suo eccezionale talento aveva il dono di trasmettere emozioni anche nei cuori meno inclini ai sentimenti. Lei, però, era innamorata solo della musica ed è alla musica che dedicava interamente la sua vita.
Una sera mentre si trovava in una esclusiva suite a Vienna, dopo una giornata faticosa, ancora risonante degli applausi di un pubblico particolarmente esigente che dimostrava gratuitudine per l'interpretazione dei suoi brani così bene eseguiti, fu attratta da strani suoni che provenivano dalla strada. Incuriosita scostò le tendine ed il suo sguardo incontrò gli occhi luminosi, bellissimi di un ragazzo che estasiato guardava la sua finestra. Aveva una figura slanciata, elegante ed in quella notte buia, illuminata solo da una pallida luna, riuscì a scorgere fra le sue mani una chitarra. Da quelle corde le sue dita improvvisarono una delicata serenata con note flebili, stentate e lei, infilatasi sotto le coperte, cullata in un'atmosfera romantica si addormentò.
Il risveglio fu gioioso, nella notte aveva sognato interminabili distese di prati verdi, profumati, acque limpide che scendevano da montagne innevate, mari colorati di un cobalto intenso,e, in lontananza isole dalle forme più strane abitate da candidi gabbiani. Riapparvero nitidi i ricordi della sua infanzia quando la mamma, per farla addormentare, le cantava una dolce ninna nanna.
Ebbe una piacevole sensazione: qualcosa d'importante avrebbe certamente cambiato il cammino della sua vita.
Ormai i viaggi d'oltre oceano si susseguivano a ritmo vertiginoso, le sale da concerto ed i teatri delle più importanti capitali del mondo si contendevano la grande concertista.
In quell'atmosfera così colma di emozioni si tuffava come in un oceano dai fondali preziosi, realizzata da quei successi strepitosi che avrebbe desiderato dividere con una persona sensibile, che la comprendesse. I solchi profondi della delusione per la carenza d'affetto, dovuta anche alla morte improvvisa del padre per un incidente automobilistico, avevano lasciato cicatrici indelebili nella sua anima e temeva che la sofferenza potesse ancora bussare alla sua porta.
Per lei decise il destino e in un giorno risplendente di sole, dal cielo colorato di un azzurro intenso, non sfiorato nepppure da una nuvola, la sua vita cambiò.
Salita su un jumbo diretto a Pechino, un giovane per farle raggiungere il suo posto accanto al finestrino, si alzò dal suo sedile. D'improvviso fu scossa da un fremito di felicità.
Ricordò in una notte buia, rischiarata solo dalla luna, due occhi luminosi come stelle, risentì una sequenza di note che uscivano dalle corde di una chitarra flebili, timide, stentate ma che ebbero il potere di entrare spavaldamente nel suo cuore per parlarle con un linguaggio inusuale: il linguaggio dell'amore.
Fu una strana coincidenza quell'incontro? Non lo seppe mai, ma subito ebbe la certezza che qualcosa di bello stesse per accadere, forse un dono che Dio le inviava dal cielo per compensarla delle sofferenze e non sentirsi più sola, sia pure con i suoi successi.
Fra loro iniziò subito una conversazione spontanea, piacevole e il giovane, come se l'avesse conosciuta da sempre, le elencò ad una da una tutte le prestigiose capitali che ebbero l'onore di ascoltare i suoi concerti. La ringraziò per avergli toccato le corde del sentimento di e per la capacità di far rivivere in quelle sale, dense di magico mistero l'animo dei compositori. Le confessò che molto tempo addietro, mentre si trovava a Vienna per lavoro aveva tentato di improvvisare una serenata sotto la sua finestra, ma che l'emozione e la poca dimestichezza con la chitarra non gli avevano permesso di esprimere ciò che il suo animo sentiva.
Lei lo interruppe, lo ringraziò per quelle note flebili timide e stentate che aveva racchiuso nel suo cuore, come gioielli preziosi.
Da quel momento furono inseparabili e dovunque lei andasse, una poltrona centrale, in prima fila era riservata a lui che riusciva sempre a conciliare i suoi impegni di lavoro per potere essere presente a quelli che lui definiva i momenti magici della sua vita.
L'attrazione fisica li avrebbe coinvolti in una passione travolgente, ma il loro amore era sublimato dalla musica e decisero che fino al giorno del matrimonio fosse limpido, esclusivamente platonico. Le nozze erano imminenti e loro le consideravano un dono di Dio, un'unione che sarebbe durata oltre la vita.
Purtroppo i sogni non sempre si colorano di rosa e quella poltrona centrale in prima fila al Metropolitan, il teatro più importante di New York, in una calda sera di maggio rimase desolatamente vuota. Lei se ne accorse, ma come un pagliaccio che deve far ridere la gente, anche se colpito da un grande dolore, interpretò divinamente i suoi brani dando il meglio di sè.
Appena le fu possibile, colpita da un presentimento, corse in strada dove ancora la gente commentava l'incidente avvenuto poche ore prima. Era bello, giovane, scattante, ma aveva molta fretta e una macchina non riuscì ad evitarlo nonostante la lunga frenata. Era diretto al Metropolitan, forse per ascoltare il concerto interpretato da quella grande artista arrivata da poco da Los Angeles. Col cuore in gola, si recò al vicino ospedale e fece appena in tempo a raccogliere l'ultimo respiro, l'ultimo suo bacio su quelle preziose, bellissime mani che da quell'istante non avrebbero mai più potuto interpretare inebrianti melodie.
La sua musica interiore si era spenta per sempre.
Da allora la sua vita cambiò. Lei si sentiva sola, indifesa senza il calore di un affetto, abbandonata dal talento, che era lo scopo della sua eistenza.
La matrigna approfittò subito della sua vulnerabilità e, dopo averla interdetta, la rinchiuse in un ospedale psichiatrico freddo, senza umanità.
Dopo molti anni quando la sua personalità era annientata riuscì a fuggire, favorita dalle tenebre, con i suoi ricordi come un uccellino in gabbia che anela alla libertà. Vagò a lungo prima di trovare un luogo che le desse un minimo di conforto, un pò di calore nelle lunghe giornate invernali. Finalmente giunse per caso a Firenze, in una città per lei anonima, ma una sedia di una stazione di periferia l'accolse ed è da anni il suo rifugio, la sua dimora.
La strada che le aveva strappato gli affetti più cari era ora, per un assurdo gioco del destino, la sua casa.
Tutte le mattine all'alba prende il treno, aiutata dal personale ferroviario percorre pochi chilometri e con la sua montagna di bagagli custodita gelosamente da Bobj si trasferisce a Santa Maria Novella, la stazione principale, per far ritorno sull'imbrunire nel luogo di partenza.
Lucia si era chiesta più volte il perchè, ma poi un bit illuminò la sua mente e le diede una risposta persuasiva.
In quell'evasione lei rivive con la fantasia i momenti felici della sua vita: i viaggi d'oltre oceano così affascinanti con il suo ragazzo sempre accanto e nelle valigie, dalle quali non si separa mai, sono racchiusi i suoi ricordi.
Nelle più voluminose, gli abiti confezionati con tessuti preziosi dalle scollature che mettevano in risalto il suo perfetto decolletè e tutti gli accessori adatti ad una grande artista. Nelle altre, gli album di fotografie che la ritraevano con il suo innamorato e la chitarra ormai muta ma, dalla quale, in una notte incantevole uscirono flebili stentate note che si incisero per sempre nel suo cuore. E così.....anche un ladro d'amore non gliele potrà mai rubare!
Lei aspetta in quella stazione un treno speciale, il treno che possa varcare ogni frontiera, ogni dimensione e sul quale felice un giorno salirà per raggiungere una folgorante dimora dove l'attende il suo amore per vivere la vera gioia.



RICORDO DI UN'AMICA

Non ci sarà più fine d'anno da trascorrere insieme e neppure interminabili partite a carte da giocare e litigare in allegria.
A dieci mesi di distanza, il 19 agosto, il tuo caro sposo ti ha chiamato e tu, obbediente come sempre al suo comando, sei andata da lui.
Perché ci hai lasciato soli e tristi… perché?
Non è facile avere una risposta, ma è altrettanto difficile accettare la realtà
E' scomparsa con te il tuo carattere spumeggiante, turbolento, ciclonico, complicato che tanto mi attraeva.
E' scomparsa con te la tua incredibile spigliatezza la tua battuta toscana sempre pronta la tua facile ironia la grande simpatia che ispiravi a prima vista.
Ma soprattutto è scomparsa con te quella voglia di affetto, di compagnia, di stare insieme che avvertivamo in ogni istante e che, senza dubbio, era la tua caratteristica principale.
Ci conoscemmo diciottenni ed abbiamo percorso questo lungo cammino senza mai perderci di vista e, pur vivendo in città diverse, i nostri momenti tristi e lieti li conoscevamo bene. La spola tra Torino e Firenze ci era familiare : appena i nostri impegni lo permettevano era dolce trascorrere insieme qualche giorno in compagnia, oltre che dei nostri mariti, anche di Pat e di Carrilon, i nostri cani che tanto abbiamo amato e che tanto ci hanno accomunato. In quelle liete occasioni approfittavamo per parlare, parlare, e ripercorrere il nostro cammino.
Le festività di fine anno erano diventate un rito: non potrò mai dimenticare il tuo impegno nel preparare quello sfavillante albero di Natale.! Quanti giorni impegnavi per adornarlo di angioletti, palline colorate, luci che si accendevano a intermittenza, quanti significativi regalini per noi adulti e per i nostri due fedeli amici a quattro zampe!
Una dolce musica in sordina completava l'atmosfera: era "l'Ave Maria di Schubert" che salutava l'anno nascente e con esso le nostre speranze future.
Ritornavamo bambine in quei momenti,sentivamo prepotentemente la nostalgia dell'infanzia e ci sembrava impossibile che quell'incanto potesse avere termine.
Ma purtroppo, come accade spesso, la parola fine si presenta quando meno te l'aspetti ed è infinitamente triste accettarla anche se ineluttabile.
Non ti eri ancora ripresa dal distacco improvviso del tuo capo (così lo chiamavi affettuosamente) quando una subdola malattia presentatasi sotto forma di una banale sciatica diede termine a tutte le nostre speranze.
Tu però la speranza non la perdesti mai: volevi continuare il cammino anche se impervio, anche se sola, anche se indifesa perché lui avrebbe voluto così.
Durante la tua malattia ti fui vicina per quanto la distanza lo consentisse ed ogni volta che varcavo la tua cameretta temevo di vedere in te la consapevolezza di quanto stava accadendo. Per fortuna facevi di tutto per non farmela avvertire e di questo te ne sono immensamente grata. Fino a che punto eri sincera? Lo facevi per te stessa, per non addolorare le persone che ti stavano attorno o credevi realmente nel miracolo?
Forse non lo saprò mai. Ti ringrazio comunque : mi hai semplificato molto il compito di darti calore con la mia presenza e mi hai dato anche l'illusione di esserti stata utile.
Cosa non avrei fatto perché tu soffrissi anche solo un'ora di meno! Ma neppure ciò mi fu permesso: la ferrea legge del destino non lo consentì. Te ne andasti così, Carla, alla fine di una calda giornata di agosto,addormentata dolcemente e a me hai lasciato il tuo ricordo, il tuo esempio, la tua presenza viva nella mia anima.
Avrei ancora d'aggiungere molto per dare sfogo al mio cuore, ma fino a che punto il lettore lo permetterebbe?
Oggi non ci sarò al tuo funerale, ma se tu potessi chiedermene il perché ti direi: non posso, devo usare la penna per scrivere qualcosa di te!


IL TUTTO SEI TU

Non esiste il nulla:
i tuoi occhi colorano il mare
di cobalto profondo

La tua anima
è nuvola candida
che veleggia nel cielo

La tua voce
è sibilo di vento
che dà suono alle fronde

Il tutto esiste:
e il tutto sei tu.


VORREI

Vorrei essere su un'onda d'argento
per ascoltare il tuo richiamo.

Vorrei essere in mezzo
a un tramonto infuocato
per sentire il tuo calore.

Vorrei essere nel vento
mentre tu mi accarezzi i capelli.

Si vorrei
ma ora una nuvola rosa
mi trascina nell'infinito
per incontrarti
e il mio sogno si avvera.     


UN SORRISO PER TE

Un sorriso per te
piccola creatura
che da una nuvola rosa di tulle
agiti le manine
per salutare il mondo
perché tu sei una cosa grande.

Un sorriso per te
fragile ragazza
che lasciata un'infanzia contrastata
ti affacci alla vita
perché un sole splendente
illumini la tua giovinezza.

Un sorriso per te
donna coraggiosa
provata dalla sofferenza
perché l'ancora della speranza
ti dia nuova energia.

Cos'è mai un sorriso:
 un sorriso è dono  gioia  vita: poesia


I figli del sole (7/03/2010)
(poesia n°385)

I figli del sole
sono i miei piccoli amici
che timorosi si posano
sul mio terrazzo.

Il cinguettio incessante
è musica rubata
al sibilo del vento.

Saltellate felici
e non temete le insidie
di gelidi cuori.

Vi proteggerò
spargerò briciole
sulle piastrelle vermiglie.

E nutriti d'amore
volerete fra nuvole d'argento
alla ricerca di nidi lontani.


Saprò ancora

Saprò ancora trasmettere
sensazioni nostalgiche
a un'estate che muore?

Saprò ancora provare emozioni
da tempo assopite?

o mare ridammi l'entusiasmo
dei giorni
rubati dal vento

e ancora le illusioni
culleranno i miei sogni.


Un mondo d'amore

Hai lasciato le tue orme
fra i miei passi

Hai lasciato schegge di vita
lungo il sentiero

Hai lasciato l'azzurro dei tuoi occhi
per colorare un deserto infinito

Hai lasciato l'emozione
del nostro primo incontro
fra le pareti
della mia esistenza

E nel mio cuore è nato
un mondo d'amore.


UN MANDORLO ILLUMINATO DAL SOLE

Scorre veloce il tempo
rubando la gioia.

Le orme di ieri
l'onda le ha cancellate.

Mi sono persa nei tuoi occhi
per non pensare.

Ruscello dove trascini
i fiori della mia anima?

Vento ladro di mantelli
dove nascondi le mie speranze?

Il chiacchierio della legna
scricchiola nel camino
e i guizzi di fuoco sono loquaci

Domani i preziosi propositi
racchiusi nel mio scrigno
come perle di una collana spezzata
rotoleranno per perdersi
nel nulla.

Ma un mandorlo
illuminato dal sole
riaccenderà i miei sogni
per dare ancora un senso alla mia vita.


LE STAGIONI
Haiku

INVERNO
  La neve tutto imbianca
il chiaro velato della campagna
mi rischiara l'anima.


PRIMAVERA
Il profumo dei fiori
dà una gioia al cuore così grande
che colora la vita.


ESTATE
I tramonti d'estate
che accendono il cielo di fuoco
danno luce ai sogni.


AUTUNNO
Son cadute le foglie
il mio giardino ormai spoglio
si copre di ruggine.


A PAPA GIOVANNI PAOLO II: IL GRANDE

Ti abbiamo voluto bene
perché tu:

Ci hai amato tanto
e ci hai insegnato ad amare.

Hai sofferto
e ci hai insegnato a soffrire.

A vivere nel segno della pace
a morire esorcizzando la morte.

Sulla tua bara
scrigno prezioso di legno chiaro
il vento dolcemente
ha sfogliato il Vangelo
perché nel cuore
dell'intero universo
sbocciasse il seme della concordia.

Ai tuoi solenni e semplici funerali
massa di giovani di handicappati
grandi della terra, teste coronate
capi religiosi di ogni nazione.

Strette di mano hanno trasformato
i nemici in amici
discorsi interrotti per tredici volte
da applausi scroscianti
che salivano al cielo.

Dalla finestra della casa del padre
tu ci proteggi in ogni momento.

Sai:
un giorno con la gioia negli occhi
ti seguiremo e illuminati
da una fede profonda
con te vivremo
la vera vita.


LA FATICA DI VIVERE

Coglierò
Il profumo della magnolia
prima che l'aria
lo disperda fra le nuvole.

Poserò le sue piccole gocce
sulla tua fronte
poi un alito di vento
le asciugherà
per cancellare il sudore
di tutta una vita

RAGAZZO DI CRISTALLO
(Dedicato a Giovannino Agnelli)

Ragazzo di cristallo
lo splendido disegno
che stavi realizzando
si è chiuso in un cassetto.

Ci sei stato sottratto
negli anni ancora verdi:
la punizione è nostra
non ti meritavamo!

L'arma segreta avevi
in un limpido sguardo
che rifletteva esempio
d'impegno e serietà.

Quel modo tuo di essere
senza però apparire
ti rese popolare.

Ragazzo di cristallo
sarai sempre con noi
stretto nel forte abbraccio
di tutta una città
che ora vedrà sfrecciare
la tua vespa d'argento
su nell'immensità.


QUANDO SI AMA

Tu sai cos’è per me vivere?
è far vivere te.

Tu sai cos’è per me morire?
è incontrarti per vivere.

Cosa è meglio allora:
vivere o morire?

Quando si ama
è la stessa cosa.


IL TUNNEL DI LADY D

In un soffio di tiepida estate
la tua fiaba è iniziata e finita.

Eri bella solare famosa
destinata a esser regina
impazziva la gente comune
per lo sguardo tuo limpido e triste.

Trasgressiva alla falsa etichetta
di una corte ormai superata
prigioniera della carta stampata
hai perduto la tua libertà.

La folle rincorsa alla felicità
ti ha inghiottita in un tunnel:
il tunnel del sabato sera.

La tua fiaba prosegue ora in cielo
dove ti attende la pace
quella che il tuo mondo dorato
ti ha crudelmente negato.



LA LUCE DOPO LE TENEBRE

Avevano giurato che dopo la morte di Pat, un superbo maremmano dagli occhi sognanti, non ci sarebbe più stato posto per un cane.
Laura e Giorgio non se la sentivano di assumere un impegno così importante, anche se la parola importante può suonare eccessiva. Infatti lo sarebbe per adottare un bambino che ha diritto ad una vita migliore, ma anche un cane è pur sempre una creatura e bisogna essere disponibili alle sue esigenze.
I motivi poi erano almeno due: il primo perché avevano troppo sofferto per il distacco del loro amato Pat e un nuovo cucciolo avrebbe potuto sopravvivere a loro che giovani non erano. Il secondo, ben più grave, fu la perdita totale della vista di Giorgio cui, dopo un ultimo intervento non riuscito, crollarono tutte le speranze e rimasero solo il grande affetto di Laura per aiutarlo a superare quella dolorosa menomazione e un bianco bastone che lo inserì per sempre nel mondo dei non vedenti.
Era dunque una scelta molto sofferta, anche se certamente maturata.
Ma il “ma” per fortuna o purtroppo, a volte si presenta.
In una piovosa notte, su una piazzola dell'autostrada dei fiori dove Laura aveva arrestato la macchina, un flebile guaito attirò la sua attenzione. Nel buio comparve un ammasso di peli scuri, fradici e sporchi che solo Laura poté vedere, ma al quale incuriositi entrambi si avvicinarono.
Con gli occhi imploranti un piccolo cane supplicava di non essere abbandonato.
Era il segno del destino: la speranza che quell'animale avrebbe addolcito il loro difficile cammino in quanto, trattandosi chiaramente di un giovane pastore tedesco, era in età tale da poter essere ancora addestrato al compito di accompagnatore di Giorgio.
Lo ribattezzarono Ben, cioè Benvenuto, perché certamente un nome doveva già averlo: la scelta non poteva essere più appropriata e di buon auspicio.
Per alcuni anni vissero felici: Giorgio e Laura riconoscenti a Ben per essere entrato così discretamente nella loro vita e il cane compreso e orgoglioso della nuova importante missione che gli veniva affidata e che avrebbe svolto sempre con impegno e assoluta dedizione.
Ben riusciva a guidare Giorgio attraverso quelle difficoltà che per un non vedente si presentano ad ogni passo e che solo un saldo equilibrio interiore permette di superare. Era bello vederlo passeggiare in istrada a fianco del suo padrone con una croce rossa sul dorso, così altero da far invidia anche al più disponibile passante al quale la vita non avesse riservato la gioia immensa di essere altrettanto utile al prossimo.
Purtroppo però anche i cani non sono immuni dai dolori della vita.
In un triste giorno di autunno Laura partì per il suo ultimo viaggio lasciando a quanti la conobbero infinito rimpianto.
Furono anni difficili per Giorgio e Ben un dolore così immenso, si sa, non si può cancellare mai.
Alla vita a due si erano un po' rassegnati e, anche se il ricordo degli anni trascorsi era sempre struggente, trovavano tuttavia la forza di continuare insieme il cammino senza troppo lamentarsi, perché così avrebbe desiderato Laura.
L'uno era complemento dell'altro e sia il tempo che silenzioso trascorrevano nella loro casa, sia la passeggiata che giornalmente facevano all'aria aperta li ripagavano di quell'amaro destino senza la dolce presenza dell'indimenticabile compagna.
Ma dicono di temere quando la serenità fa capolino nel nostro cuore: un brutto giorno di Novembre di due anni fa annunciò che presto anche quel solido anello a due tra il cane e il suo padrone si sarebbe spezzato.
Giorgio, infatti, fu colpito da un male irreversibile ed il tempo che gli restava lo utilizzò dedicandolo alle consuete occupazioni e ai suoi molti interessi culturali e spirituali. Il metodo Braille lo aveva imparato alla perfezione e lo utilizzava con disinvoltura non comune in modo di non far pesare agli amici il buio della propria solitudine. I cani hanno di sicuro doti sensoriali molto più spiccate degli esseri umani ed in virtù di ciò anche Ben ebbe presto l'intuizione che un giorno non lontano sarebbe rimasto solo. Giorgio avvertì lo stato d'animo del suo amico e per confortarlo gli parlava a lungo, senza preoccuparsi che al cane è negato l'uso della parola: gli bastava accarezzarlo per avere la risposta: quella carezza era la stessa che Ben aveva ricevuto nella buia e piovosa notte della sua infanzia.
Ora però tutto era diverso: Giorgio non poteva fare miracoli, non poteva trasformare Ben in un cane felice.
A causa di questo miracolo impossibile, Ben mostrava agli amici del padrone la sua grande malinconia: quanto era diverso il suo comportamento da quando la catena a tre anelli non si era ancora spezzata!
Prima era tutta una festa quando gli amici di Giorgio venivano a trovarlo: l'abbaiare festoso, il vezzo di avvicinarsi scodinzolando erano il suo modo di dire che il padrone grazie a lui vedeva. Ben era sempre più triste e neppure le carezze e le parole affettuose riuscivano a confortarlo: non abbaiava più, la sua coda era immobile.
I pochi giorni che ormai precedevano il distacco li trascorreva davanti alla porta di casa, tutto raggomitolato, con lo sguardo smarrito, quasi conscio che il suo compito fosse terminato e con esso la sua. vita. Giorgio se ne è andato alla fine di un corto mese di inverno che la neve e il freddo rendevano ancor più doloroso: era sereno perché andava incontro a Laura in un mondo di eterna luce dove avrebbe potuto vedere cose meravigliose che l'esistenza terrena gli aveva definitivamente negato.
Ben intuì quel tragico momento, entrò con discrezione nella stanza di Giorgio e si accovacciò ai suoi piedi.
Un attimo prima che il suo padrone lo lasciasse, Ben fu colpito da un infarto che pose fine al suo immenso dolore.
Volarono in cielo, uno accanto all'altro e Laura li accolse nella folgorante dimora che aveva preparato per loro.


Ogni sabato sera

Ero arrivata in ritardo quel sabato sera alla messa e i banchi erano tutti occupati. Potei sedermi in una panca laterale della chiesa, grazie a una signora anziana che, spostandosi,mi aveva fatto posto.
Quando fu il momento di scambiarci un segno di pace, le strinsi forte la mano, riconoscente per il suo atto gentile. Lei accennò un sorriso che io ricambiai. Voltandomi notai che alla sua destra, un vecchio con la testa appoggiata a una stampella e gli occhi socchiusi, stava ascoltando la messa. Dallo sguardo premuroso di lei, che controllava l’insolita posizione, capii che era suo marito. Dopo breve un sacerdote si recò da lui per porgergli l’ostia benedetta.
Provai uno strano sentimento di tenerezza e mi immedesimai. Io non avevo accanto a me il compagno della mia vita. Lui se ne era andato, da quasi quattro anni, dopo una malattia crudele che non lascia speranza. Io ero rimasta a custodire la nostra casa, a proteggerla, a continuare il cammino da sola, ma con la convinzione che lui vivesse sempre accanto a me. Quando due persone si vogliano bene, uno è complemento dell’altro, si instaura una solida intesa,una complicità, e il pensiero di sopravvivere all’altro è atroce. Sarebbe bello, dopo avere terminato il nostro mandato su questa terra, mano nella mano librarci insieme, in un mondo sconosciuto, senza temere l’ignoto.
Un caleidoscopio di pensieri si impadronì della mia mente e alle molte domande che mi posi non potei rispondere. Pur di non perderlo, avrei desiderato avere accanto a me il compagno del mio cammino terreno, in quelle condizioni? Non penso: la qualità della vita è troppo importante per potere essere protagonisti di un degrado fisico così scadente che mio marito non avrebbe di sicuro accettato. Certamente lo avrei confortato per fargli sentire meno il peso della sua malattia, ma non sarebbe bastato. E poi, sarei arrivata a quel traguardo in salute per potergli dare una mano o anche la mia forma fisica, col passare degli anni, non mi avrebbe permesso di aiutarlo?
Dopo avere ascoltato la messa, mi avviai a piedi a casa e questi interrogativi mi accompagnarono lungo tutto il tragitto.
Appena aprì la porta del mio appartamento le feste della cagnolina mi distolsero dai miei pensieri. Come di consueto Shila mi si avvicinò e dopo averle messo il guinzaglio l’accompagnai in strada per una breve passeggiata. Quando trovò i suoi piccoli amici e inanellò lunghe corse con loro la sua felicità contagiò anche me. Al ritorno, accesi la televisione per ascoltare il telegiornale. Entrai immediatamente nel quotidiano e dalle notizie funeste che purtroppo non mancano mai, mi convinsi che io non avevo ragione di lamentarmi, anche se la solitudine mi pesava.
Invecchiare insieme alla persona amata è bello solo se sorretti da buona salute, ma ahimè questi casi sono molto rari. Del resto la certezza che mio marito non mi abbandona e mi protegge, in ogni circostanza, è un dono non comune che mi consente di accettare la vita così com’è.
Un sabato di qualche mese fa mi recai, come di consueto, alla messa vespertina. Al momento della comunione, davanti a me notai l’anziana signora che molto tempo prima fu oggetto delle mie riflessioni. Questa volta era sola ed io l’attesi fuori della chiesa per salutarla.
Mi riconobbe e subito mi disse che erano trascorsi sei mesi da quando suo marito l’aveva lasciata. Cercai di consolarla: io sono sola da quattro anni, le dissi, ma una grande serenità si è instaurata dentro di me perché mio marito lo sento sempre vicino. Anch’io ho questa sensazione, mi rispose la signora e la certezza che lui viva in un mondo di pace, dopo tanta sofferenza, mi dà forza per continuare il cammino senza di lui.
D’allora ogni sabato sera ascoltiamo nello stesso banco la messa e all’ uscita della chiesa il nostro caloroso saluto è l’augurio più bello per una nuova settimana.


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