INES SCARPAROLO Da sempre appassionata alle Lettere ed alle Arti, ama dire che «la poesia è per me il respiro stesso della vita, il profumo dei giorni, l'estasi dinnanzi alla musicalità e alla profondità di un verso, condividere con gli altri le mie gioie e i miei dolori.»
Fa parte del Cenacolo Poeti Dialettali Vicentini e di numerose altre associazioni culturali locali, regionali e nazionali.
Da diversi anni partecipa ai concorsi di poesia e narrativa conseguendo anche nell'ambito della letteratura per l'infanzia, numerosi e lusinghieri riconoscimenti. La lista dei premi vinti è lunghissima, con primi, secondi, terzi posti, diplomi, premi e menzioni speciali.
Ha pubblicato raccolte di poesie sia in dialetto sia in italiano e una raccolta di filastrocche e poesie per l'infanzia.
Collabora a riviste locali e regionali; sue liriche e suoi racconti si trovano in vari periodici culturali e su numerose antologie. Alcuni suoi lavori poetici sono stati tradotti nelle principali lingue europee dagli editori Bookj di Castel Maggiore (BO) e Carello di Catanzaro. Due sue poesie, tratte dalla silloge inedita per la preadolescenza «Ragazzi» (Fatmata e Ahmed), sono state musicate dal Maestro Bepi De Marzi di Arzignano per il coro «Piccola rosa di marzo» di Piovene Rocchette (VI) nel 2001.

Con Carta e Penna ha pubblicato il libro

ELEGIA PER NADIA ANJUMAN

Silloge poetica a cura di Cristina Contilli ed Ines Scarparolo in memoria di Nadia Anjuman, poetessa venticinquenne afghana uccisa dal marito il 4 novembre 2005.
In questa raccolta poetica si possono leggere alcune opere della Poetessa Nadia Anjuman e liriche ispirate dalle sue vicissitudini ed a lei dedicate da Mariateresa Biasion Martinelli, Luciana Chittero, Francesca Conforto, Annalisa Macchia, Michela Mussato, Rosetta Monteforte Rocalbuto, Dragan Petrovic, Giuseppina Ranalli, Lorella Rotondi, Maria Elsa e Ivana Scarparolo, Carlo Tognarelli oltre che delle due curatrici.

Per l'acquisto del volume contattare direttamente Cristina Contilli o Ines Scarparolo.

Ines Scarparolo
IL RESPIRO DELLE VIOLE di Ines SCARPAROLO
ISBN: 978-88-97902-28-7 Prezzo: 6,00 euro

Ines Scarparolo e la poesia
Mi sono avvicinata alla Poesia nel 1995, con il Cenacolo Poeti Dialettali Vicentini. Ne ho avuto in dono emozioni grandi, purissime. Da allora ho incontrato sulla mia strada persone splendide che con la loro amicizia mi hanno spronato a partecipare a vari Concorsi Letterari: ne ho ricevuto gratificazioni davvero intense e me ne sono sentita arricchita, umanamente e culturalmente.
Ho anche pubblicato le mie opere, poesie, racconti, fiabe, in lingua e in dialetto e, con alcune mie poesiole per bambini e ragazzi, alcuni compositori hanno creato canzoni stupende per Cori di Voci Bianche:
il Maestro-Poeta Bepi De Marzi con "Ahmed" e "Fatmata", Angela Maria Gorlato (purtroppo scomparsa poco dopo il successo ottenuto a Macerata dal nostro "Pim pum d'oro") e il Maestro Manolo Da Rold che ha da poco portato in musica, per il Coro Pollini di Padova la mia poesia "Fruscio".
Altra esperienza particolarissima e per me molto importante, è la mia collaborazione (sin dal 1997) con il mensile in dialetto "Quatro Ciàcoe" di Padova, che acquista un ruolo molto importante per la salvaguardia e lo studio della nostra "lingua del latte".



SOGNI INTINTI NEL CUORE di Ines SCARPAROLO
ISBN: 978-88-6932-004-0 - Prezzo di coprtina: 8,00 €.

È un'artista, Ines Scarparolo, e lo evidenzia in maniera inequivocabile fin dalla prima composizione di questa singolare e ispirata raccolta di poesie e di racconti. Lo è artista, soprattutto perché sa guardare dentro le cose e navigare usando i remi del cuore, senza mai perdere di vista l'ieri, il suo aver cavalcato realtà diverse e assai spesso dalle tonalità in negativo.
"Per oggi, voglio solo / giocare, ridere, sognare...", scrive in chiusura della poesia iniziale che si presenta, come tante altre, sia in dialetto vicentino che in lingua italiana. Da ciò risulta chiaro il suo intento di volare alto, di armonizzare il suo io sulle note di un lirismo intimo che risveglia figure (splendide le poesie che hanno al centro le immagini del padre e della madre) e paesaggi, momenti di vita e cavalcate all'aria aperta, nel segno di un ricordo e di un presente che si alternano su una tavolozza dai colori cangianti, brillanti...
Ines Scarparolo non usa alchimie stilistiche e soste ermetiche; gioca le sue carte con nitore espressivo; marca di sé ogni accelerazione emotiva, ogni incontro, ogni situazione.
C'è nel cuore del suo dire un compendio di religiosità, di sussulti che si alzano in direzione dell'Oltre e che, nell'ode dedicata al montanaro, racchiude la bellezza dei boschi, della natura, della voce della montagna: "Tu vai, montanaro, e comprendi / che puoi dare del "tu" persino / al Padreterno."
Giova fatica scindere l'eleganza dei versi in vernacolo dalla collaterale traduzione, in quanto nell'un caso e nell'altro Ines Scarparolo si rivela – anzi, si conferma – una grande interprete dei sentimenti e dell'amore che pervadono a trecentosessanta gradi il suo profumato giardino creativo.
Non a caso ha scritto di aver addolcito "ogni istante del giorno / con carezze di sole leggero / con i baci di petali rosa / con parole cantate dal vento" e non a caso, quando suo padre è spirato, "dalle imposte socchiuse / un raggio di luce / è entrato a carezzarti il viso" e lei non ha potuto fare a meno di sussurrargli: "Sì, papà, fuori / c'era ancora il sole!", che in vernacolo suona così: "Sì popà, fora / ghe jera 'ncora el sol!"
Se la poesia fa parte del Dna di Ines Scarparolo, nei racconti (esemplare e toccante, al riguardo, quello dal titolo "Lo stradivari" e il fascino che emana contemporaneamente "L'incontro") l'eleganza del suo dire trova ulteriore spazio espressivo, grazie anche al ricorso a modi di dire dialettali e ad aeree proiezioni affettive.
Un compendio di bellezza interiore, dunque, o, se preferiamo, un ulteriore salto in avanti di una scrittrice genuina e dal cuore sincero che sa riempire con abbondanza i giorni del suo passaggio sulla Terra.


SOLO PAROLE di Ines SCARPAROLO
ISBN: 978-88-6932-050-7 - Prezzo: 8,00 €.

Dalla prefaizone di Fulvio Castellani: "Dire "parole" può sembrare facile, ma non lo è soprattutto se a cercare le parole giuste (le più appropriate) è un poeta. E se si tratta di una poetessa che risponde al nome di Ines Scarparolo, il dire parole, "solo parole" nel suo caso, risulta davvero fascinoso, elegantemente collegato ad un Io dei più sensibili e carico di significati, di incontri-scontri con un concerto di piccole-grandi verità, di attese, di risvolti umani e legati a una fede solare, a un canto dall'orizzonte ampio per amore e gioia nel dare.
Se la luna srotola "aquiloni di sogni" e "festosa lascia / bagliori d'argento / sui fili di acqua ghiacciata / che l'inverno ricama", allo stesso tempo nei tanti quadretti lirici di Ines Scarparolo, troviamo un concerto di note in crescendo, di accelerazioni emotive dal sapore d'antan e dai contenuti mai discordanti...
Come a dire che le sue parole ci obbligano quasi a fare anche nostri i suoi pensieri ridonandoci così "fremiti / per una nuova / stagione del cuore".
Quante immagini! Quante gocce e quanti palpiti di luce! Quanta dolce intimità nel suo cantare e ricantare la vita!
Ci sono frutti silvani, anfratti profumati di fungo, incontri con l'amica poetessa Adriana Scarpa ("Ancora una volta / respiro i tuoi versi / tracciati sul foglio / della nostra amicizia"), quindi "virgole di nubi / dipinte d'indaco e viola", gesti d'amore continui, mani tese a un amico in difficoltà, a chi soffre e ha il colore della pelle diverso dal nostro...
Ines Scarparolo cuce una fitta tela di parole alte, di messaggi che fuoriescono a pioggia, e con un sorriso lucente, dal suo shaker creativo e dal suo guardare al dopo, a quell'ultima stagione quando (e lo dice con grande umiltà) "sulle ali del vento / inizierò il viaggio / che spiana ogni dolore...".
Da abile prestigiatore qual è, Ines Scarparolo con Solo parole dimostra ancora una volta (e non è di certo una novità per quanti, come noi, si occupano di poesia, della poesia che si fa leggere e gustare senza cerebralismi di sorta o di maniera) di possedere l'armonia della poesia nel cuore e di non giocare con le parole perché ogni sua parola riesce a condurci lontano ed è come una carezza che, lieve, si alza nell'aria lasciandosi avvolgere dal silenzio che allieta quasi a voler gridare a piena voce l'inutilità di quella guerra che ad Atmeh ha visto la piccola Hudea chiedere al nemico la Vita restando con le minuscole braccia alzate e dimostrando di avere con sé non di certo un mitra..."

DRIO LA MÙSICA DEL VENTO (Guidati dalla musica del vento) di Ines Scarparolo
ISBN: 978-88-6932-092-7, Prezzo: 8,00 €.

Incontrare la poesia di Ines Scarparolo è per me (e da diversi anni ormai) un piacere che si rinnova al pari di un sogno che si avvera. Il motivo è semplice: nei suoi versi c'è una freschezza congenita, una carica emotiva che va oltre la parola, un mosaico di immagini, di suoni, di umori, di armonie... che si presenta con grazia e composta eleganza formale, oltre che dal punto di vista dei contenuti.
Questo vale per le poesie in lingua e, in questo caso specifico, anche per le poesie in vernacolo vicentino, un dialetto quanto mai musicale e "inprofumà" tanto che "xe l'aprodo, la chiete, / xe la luse / dopo 'l scuro e la paura" che assai spesso ci fanno compagnia in questa epoca di egoismi, di violenze, di sopraffazioni...
I temi che si alternano nello shaker creativo di Ines Scarparolo sono legati ombelicalmente al vivere, al cercare spazi di luce, alle vibrazioni di un cuore quanto mai sensibile, alla natura in ogni sua manifestazione, all'ieri, al tempo che passa e di cui lei si riappropria sorridendo grazie ad una "vosseta" che la "ciama" ("Nona, son qua!").



Per i navigatori di Carta e Penna ha scritto un breve articolo riguardante la poesia dialettale, invita alla lettura di alcune poesie e racconti:

SULL'ACQUA

Sull'acqua che incupisce
stremata d'orrore, un lamento.
Il rosso vermiglio del sangue
s'allarga e l'odore di morte
sovrasta la fragranza dei frutti
che dai rami del mandorlo
bianco a scosceso sul mare
donano Speranza di Vita.
Poi, mentre s'appressa
un inquieto imbrunire
l'innocenza di un corpo piccino
al limitar della rena.
E soltanto i verdi viticci
di un'alga pietosa, or carezzano
quel corpicino che pare
teneramente addormentato...



SOLO I POETI

Solo i poeti
si guardano negli occhi
per ritrovare
bagliori d'infinito
e prati verdi e fiori
e monti azzurri...

Le loro braccia
come ali di farfalla
sanno volare
tra alberi d'argento
e cieli vasti dove
ogni respiro
spande nell'aria
carezze di vento.

Solo i poeti sanno
amico mio
mutar le lacrime in sorrisi
e giocare a rimpiattino
con fate ed angeli celati
in ogni cuore di bambino.


 

Teneramente, Madre

Era il mese d'agosto
e tra le messi
folate calde di sole
azzittivano ogni suono.
Infine il mio vagito
ruppe il silenzio e
la vita m'accolse
con trepida tenerezza.
Mio padre terse
il sudore dalla tua fronte
madre, e mi fu culla
il tuo grembo, pur provato
e nutrimento il latte
che tepido sgorgava
dal tuo seno.
Attorno a me
i colori ora sfumati
del giorno all'imbrunire
si fecero carezza,
e il tuo sguardo
pur velato dalla prova
divenne cielo terso.
Con dolce protezione
le tue braccia mi cinsero
mentre la tua preghiera
Ti ringraziava, Madre Celeste
per quel grande dono,
lietamente soffuso
di Luce e Amore.



Sull'argine del fiume

Lavava i panni dei Signori
sull'argine del fiume, mia madre
e l'acqua
saltava in grembo, lieta
a noi piccini
che con un cesto ricolmo
di sogni e fantasia
cercavamo nel gioco
di sopire la fame.
Sull'acqua ho costruito
con magia di trame
storie di cavalieri
e di navi all'arrembaggio;
ho intonato canti di pirati
ubriachi come la Nina della Corte
che con il vino cercava di colmare
il vuoto aspro della solitudine.
Su quelle rive
punteggiate dai fior del tarassaco
ho ricevuto e dato il primo bacio
ad un ragazzo biondo
con il ciuffo al vento...
Vibrante e un po' impaurita
ho sfiorato la sua carne
che fremeva d'amore.
Intanto il fiume, quieto scorreva
mischiando nel suo andare
giochi e miserie
al fuoco del tramonto.



SOFFIO…

Era il volto di Dio
a sorridermi
al di là della bolla
che saliva danzando
per l'aria.
E il mio cuore divenne
ancor puro
come quello di un bimbo
che alla musica lieve
dell'armonica
sognava per voi, dolci amici
un mondo diverso
bagnato dai mille colori
di una bolla d'amore.



Tra gli abeti rossi del bosco

Qualche bacio di sole ancora indorava la catena del Lagorai. A fondovalle, le prime soffuse ombre avvolgevano la distesa attorno alla vecchia cascina. Mentre la sera carezzava gli alti abeti rossi del bosco, pareva che in cielo si alzassero note sottili di violino. Appena fuori dell'uscio, seduta sopra un vecchio sgabello sbilenco, stava l'Agnese, una piacevole donna di circa quarant'anni con lunghi capelli sistemati a crocchia, di una vivida tonalità rosso tiziano. Sorrideva tra se', sgranando velocemente dei grossi piselli in una capiente zuppiera di porcellana dipinta mentre, accucciata lì accanto, la sua piccola Nini (frutto inatteso di un amore ormai considerato sterile), mora e dalla carnagione ambrata, quattro anni compiuti da poco, disponeva in fila ordinata alcuni baccelli verdi e polposi tolti al raccolto di mamma, contando e ricontando con caparbia tenacia. “Uno, due, tre... Mamma, sarebbe contento il mio papà a vedere che io sono brava”? “Come no, piccola mia! Direbbe: - Brava la mia principessina, sono tanto orgoglioso di te! Poi ti prenderebbe in braccio e ti porterebbe a vedere laggiù, nei boschi del Passo degli Oclini, la Statua di Grimm, il gigante buono”. “Quello che inseguì e uccise il drago dispettoso sulle rive del laghetto di là del bosco, mammina”? “Già, proprio quello, il buon Grimm, che la gente di Daiano, di Varena e di Cavalese supplicò, dopo l'uccisione del drago, di starsene buono e fermo accanto al Passo per non distruggere più le case della valle con i suoi larghi piedoni! Ma che dici, piccola, se ora rientriamo? Dai, da brava, in cucina! Mamma mette i piselli a cucinare, poi ti prepara il caffelatte e una bella fetta di pane, spalmato con la marmellata di more che l'estate scorsa abbiamo preparato assieme, io e te: buona, ma così buona che i Signori del Castello di San Valerio sfiderebbero nuovamente i falciatori di Cavalese, pur di potersela mangiare tutta loro!” L'urlo entusiastico di Nini coprì le ultime parole della mamma: “Siiii”!!!” Agnese strinse a se' la piccola poi la condusse dentro l'ampia cucina, versò un po' d'acqua nel largo catino di ferro smaltato e, con energia, incurante dei suoi strilli, le strofinò viso e mani con del buon sapone da bucato. Presto Nini si ritrovò, pulita e profumata, a sedere dinanzi a una ciotola con del buon latte, sporcato con del gustoso caffè d'orzo. Mamma affettò un pezzo di pane di segala e lo spalmò con la deliziosa marmellata di more che conservava nella madia.
“Ecco qua, signorina: la cena è servita! E poi la mamma... sarà tutta per la sua principessina”!
“Si, si! E mi racconti ancora di papà, del suo cappello magico, per piacere”? Ma già le si chiudevano gli occhi.
“Il tuo papà era bello come il sole, e forte, e bravo; è partito un giorno per un paese lontano, per far sorridere tanti bambini rimasti senza mamma e papà e per ricostruire le case che una guerra cattiva aveva distrutto”...
“Distrutto come distruggeva Grimm, il gigante buono, quando camminava per la valle, vero”?
“Oh, peggio scricciolo mio, molto peggio. La guerra fa più danni di un gigante”...
Poi salì le scale, con il dolce peso della sua piccina addormentata.

1) La foresta di Paneveggio, tra le più celebrate dell'arco alpino, è rinomata per l'Abete rosso “di risonanza”, un particolare e raro tipo di abete il cui legno ha caratteristiche tali da giustificarne la forte richiesta sul mercato, sopratutto nel settore della liuteria.
2)Racconta la leggenda che in Trentino viveva un gigante buono che abitava nei boschi del Passo degli Oclini. Era così gigantesco, però, che doveva rimanersene sempre fermo immobile, per evitare di far danni, di calpestare le mandrie al pascolo, di distruggere le malghe, di metter fuori uso i ponti e le strade. Un giorno gli abitanti di Daiano, di Varena e di Cavalese, perseguitati da un drago pestifero, chiesero aiuto proprio al gigante Grimm. Costui non si tirò di certo indietro, diede la caccia al drago, lo inseguì su e giù per la Val di Fiemme e alla fine lo catturò e lo uccise sulle rive di uno dei molti laghetti del Lagorai.
3)Altra leggenda narra del Parco della Pieve, e vuole che i signorotti del Castello di San Valerio sfidassero un falciatore del luogo a tagliare l'erba di quei prati nell'arco di dodici ore, in caso contrario ogni famiglia di Cavalese sarebbe stata costretta a consegnare ai castellani la metà di tutto il raccolto.

NOTA: Le curiosità qui citate sono tratte dal volume “Panorama sulla Valle di Fiemme”, Casa Editrice Panorama, Trento - 2005.


Il dialetto e la poesia dialettale: considerazioni

Mantenere vivo il nostro dialetto è cosa essenziale per noi stessi e la cultura che ci appartiene. “Il dialetto” - come ha scritto il caro amico prof. Carlo Tognarelli di Arcade (TV), in un saggio sulla “Cultura dei Dialetti” – “è il modo più immediato ed esplicito per riconoscersi e dichiararsi appartenenti ad una medesima comunità, ad una stessa cultura, ad un'identica storia”.
Ovviamente, il mutamento delle condizioni socio-economiche, l'instaurarsi di nuovi rapporti fra individui di diversa matrice culturale, l'aumento delle necessità e delle possibilità di spostamento e di comunicazione, influiscono producendo modificazioni sia sul piano economico-sociale che su quello più eminentemente linguistico. Ecco l'importanza del “lasciar memoria” di ciò che, in un dato momento storico-sociale, è la “vera” lingua della nostra gente.
Affermava il grande Federico Fellini: “In tutti i miei film il dialetto… è il linguaggio verbale più diffuso non soltanto per motivo di credibilità, di coerenza, di folklore o di suggestione, ma perché il dialetto riesce ad esprimere con una forza, una violenza addirittura visive, folgoranti connotazioni di tipo storico, psicologico, sociologico, emotivo”.
Dialetto come efficace mezzo espressivo, dunque, che può trovare un rilevante aspetto di recupero, in un momento in cui esso è in crisi come lingua parlata, nell'uso che se ne fa come lingua letteraria.
La poesia dialettale ci permette di divenire noi stessi “memoria viva” della lingua delle “radici”, “lingua del latte”, “linguaggio petèl” (detto alla maniera di Zanzotto) perché il dialetto sembra fatto apposta per la poesia: crea un mondo di immagini “vive”, le “dipinge” con immediatezza e le trasmette con la musicalità del suo ritmo. Eugenio Montale affermava che: “In due modi, quando si è uomini di qualche cultura, si può essere dialettali: o traducendo dalla lingua, giocando sull'effetto di novità che il trasporto può imprimere anche a un luogo comune, o ricorrendo al dialetto come a una lingua vera e propria, quando la lingua sia considerata insufficiente o impropria a un'ispirazione”.
P. P. Pasolini vedeva nel dialetto l'ultima sopravvivenza di ciò che è ancora puro e incontaminato, e affermava che la poesia dialettale è somma e pura espressione dell'intimo mentre per Coleridge era: “… un paesaggio notturno colpito a un tratto dalla luce. … che pone sempre di fronte a un fatto compiuto, con tutta la fisicità di una nuvola o di un geranio”.


Carezza bianca

Pare sperduto l'orto
ricoperto da un manto
leggero di neve.
Soltanto qualche orma
sulla bianca coltre e
un alto pino,
muto personaggio
che svetta
sulla nudità del cielo.
Accolgo, come carezza
lo stormire delle fronde
generose,
a terra adagiano
farfalle di candore.
L'albero,
nel lungo sonno attende
nuova forza
dal sole di domani.
E anch'io, come albero
di neve, allargo le mie
braccia, quale dono.
Attendo
che una Luce in cielo
fenda l'oscurità
e al cuore sussurri:
“Risorgi, il Bimbo
è nato”.



IL GIOCO DELLO SPECCHIO

Forse il mio specchio è magico:
l'ho trovato ieri per caso
disbrigando su in soffitta.
Accarezzo con le mani
la cornice cesellata, mi rifletto
e scorgo il volto
che s'illuminava un tempo
alle tue tenerezze.
Rotondo ma armonioso
guance rosa, gli occhi verdi
han pagliuzze tutte d'oro.
Il naso a patatina, le labbra
dischiuse nel sorriso.
Sul mento una fossetta
capelli un poco mossi
color rosso Tiziano;
il ciuffo sulla fronte
è arruffato, impertinente.
Mi sfiora, lieve, un bacio.
Accanto al mio ora appare
ridente, il volto tuo.
Ma l'incanto è già finito:
ho le rughe d'espressione
i capelli un po' sfibrati
che scivolando, bianchi
sopra la pelle opaca
mi ricordano che tanti
son gli anni già sgranati
sul rosario della vita...
Eppure tu sussurri
con fare malandrino:
“Sei bella, amore. Oggi
ancor più di allora.”
Mi stringi forte e in cielo
si accendono le stelle.



LA LUNA
E GLI AQUILONI

Con voluta lentezza
srotola, la luna
aquiloni di sogni.
Leggeri, se ne volano via
rivestendo di perle
gli orti, le strade e le case
che il silenzio culla.

Si annida, curiosa
e ammaliatrice, la luna
dietro la fontanella malinconica
ai piedi del pendio.
Festosa lascia
bagliori d'argento
sui fili d'acqua ghiacciati
che l'inverno ricama.

E stuzzicante avvolge
le carezze più belle
di due sposi che
nella dolce intimità
della carne, colgono
con gioia la Vita.


Mater dulcissima

Pur se gli occhi
offuscati dalle nebbie
non sanno scorgerti,
so che sei lì, quercia maestosa
che nella terra, fertile o ingrata
affonda le radici.
Quali pietose braccia
che si levano al cielo,
protendi i tuoi rami, forti
eppur gentili.
L'armonioso fruscio
delle tue fronde
è un canto di grazie
al sole che ritempra
ogni tenero virgulto.
Sopraggiungono i venti
e scuotono insolenti
la tua chioma
ma tu, impavida, li affronti
perché vorresti, anche
se talora invano
che né gemma, né frutto
fossero tolti al tuo calore.
Passano le stagioni
e la tua linfa è ormai consunta
ma non desisti:
t'ergi superba e a chi
chiede rifugio e amore
ancora e sempre doni,
dolce Madre.



Felicità

“Nina nana, nina nana, tato belo de la mama…”
Virginia scostò il ciuffo sbarazzino colore castano scuro dalla fronte del suo piccino addormentato. Come sempre, si incantò dinanzi al suo incarnato di un tenero rosa; assorta, si soffermò a scrutare gli occhietti dalla forma leggermente orientale, chiusi nel sonno beato dell'innocenza; sfiorò con le dita il nasetto un po' tozzo, la boccuccia socchiusa dalle labbra lievemente sporgenti che lasciavano intravedere la punta ruvida della sua linguetta.
Il suo piccolo… il suo mondo! Era… la felicità!
“È affetto dal Morbo di Down”, avevano asserito con sguardo severo gli specialisti, dopo innumerevoli e rigorosi controlli. Poi, quasi con tono di rimprovero, avevano soggiunto: “Si dovrebbe essere coscienti di ciò a cui si va incontro mettendo al mondo un figlio alla sua età, cara signora. E avrebbe dovuto effettuare, a suo tempo, gli esami prescritti”.
Virginia aveva abbassato gli occhi sul suo tesoro. “El xe cussì belo, a no ghe credo mìga a sta bruta roba e po', cossa vol dire? El xe 'l me toseto…”1 – aveva pensato tra se'. Ma le guance le si erano fatte di fiamma quando le avevano proposto di affidarlo ad un Istituto, se non fosse stata in grado di accudirlo.
Aveva rifiutato, decisa.
“El xe el me putèlo. Lo jutarò in tute le maniere, a ghe vorò 'ncora pi ben, a lo cressarò e'l deventarà on bravo fiòlo, pien de sestin, che me darà na man a laoràr la tera e a starghe drìo a le bestie”2 – aveva ribadito ma, quando Giacomo aveva saputo del verdetto dei medici, era andato su tutte le furie e le si era scaraventato contro. L'aveva percossa a sangue, lanciandole le accuse più assurde finché lei, stremata e piangente, non era caduta a terra.
“Bruta cretina… a te ghe savudo, vero, vegnerme drìo fasendo la troieta fin che no te go sposà… E mi, sènpio, a cascàrghe… A speravo almanco de 'vere on fiolo che me dasesse sodisfassion, ch'el savesse darme na man co la botega e ti, p…, a te si' stà bona solo de métare al mondo on desgrassià, on deficiente che 'l farà fadiga inparare anca solo a ligarse le scarpe…”3
Quindi se n'era andato, sbattendosi dietro la porta con violenza.
Virginia era rimasta per qualche tempo a terra, dolorante, con la testa che le scoppiava, il sangue che le colava copioso dal naso e un sopracciglio rotto. Quando si era rialzata, aveva udito il pianto concitato del suo piccino; subito lo aveva preso dalla culla, baciandolo quasi con disperazione sul visetto congestionato.
“Sst, sst… Amore, a semo soli, 'desso, ma pol darse ca sia mejo cussì, seto? Sù, da bravo, a no xe gninte, dài, Nineto mio… Speta che me neto on fià la facia, va là, ca se no te fasso spavento e mi no vojo miga che te pianzi 'ncora. 'Arda ti, chel can da l'ojo de to pare! El me ga canbià i conotati… Ma no ga inportansa, basta ch'el stàga fóra da i pìe, elo e la so botega de Rizzolaga! Eco qua, screcola, 'desso te tàco… Da bravo, ciùcia ca te deventi grando. Te vedarè che presto te podarè córarghe drìo a le galine, te ghe tirarè la còa al mas'cio e te 'ndarè tor sù le more a la Cascata del Lupo, i mirtili 'tel bosco sora la Malga del Nelo e i bruscàndoli salbèghi drìo el stròso che porta al Passo de Redebus. Eco, bravo, 'desso fame on bel rutìn che dopo te meto in nana na s'ciantina”4
Virginia si poggiò quindi il bimbo contro la spalla, gli batté dolcemente sulla schiena finché il piccolo non dimostrò, col suo rigurgito, di aver ben digerito il latte materno quindi, con tenerezza, lo rimise nella culla.
Quanto era vorace, il suo lupacchiotto, pensava soddisfatta la donna e rifletteva sul fatto che, se Giacomo avesse acconsentito a tenerlo tra le braccia anche soltanto per un momento, certo dopo non l'avrebbe più lasciato. Ma ora stava a lei far da madre e da padre al bimbo; le forze non le mancavano, era una robusta montanara di quasi quarant'anni, abituata a lavorare sodo sin da quando, orfana di ambedue i genitori a soli quindici anni, si era ritrovata a dover svolgere l'usuale lavoro in casa, con la terra, il bestiame, la vendita al mercato di Borgo di uova e pollame. Si era presa proprio Giacomo, come aiutante per certi lavori pesanti; era un uomo di mezza età, vedovo, ancora piacente, con una bottega di frutta e verdura a Rizzolaga. Circa una volta a settimana, si presentava alla Casotta della Virginia e con fare brusco le chiedeva cosa dovesse fare. Virginia lo pagava una volta al mese, col ricavato della vendita delle uova ma l'uomo, passando i mesi, aveva cominciato a farle strani discorsi. “Ci si potrebbe mettere d'accordo in altro modo, Virginia. Io sono solo, tu sei sola…”
Virginia riandò con il pensiero alla loro prima volta. Era stato amore? Non lo sapeva, lei non aveva mai frequentato alcun maschio, prima di quel vedovo… E la casa, e la terra, e le bestie… Quando ne avrebbe avuto voglia e tempo? Ma ora la curiosità la tentava, il suo corpo ancora integro fremeva al solo contatto delle mani dell'uomo.
Aveva acconsentito a riceverlo in casa anche la sera, giustificandosi che era soltanto per accordarsi con calma su alcuni lavori di fiducia.
Quando lei si recava alla Messa in paese, lui l'aspettava accanto alla sua bottega e le sorrideva, sfrontato. Poi, una sera d'estate, mentre lei stava sull'aia a dare il becchime alle galline, Giacomo era salito a trovarla cantando allegro una canzonaccia; aveva il volto arrossato e l'alito pesante. L'aveva afferrata con forza, trascinandola sopra della paglia secca; una mano sulla bocca e l'altra sotto la gonna. La donna cercò di urlare quando un dolore lancinante le attraversò il ventre ma Giacomo le stava sopra, continuò a urlarle oscenità finché in lei, poco a poco, il timore lasciò spazio a desideri e sensazioni nuove, travolgenti.
Il prete acconsentì a maritarla a Giacomo in tempi brevi; lui fremeva per l'attesa ma lei, dentro di se', pensava che l'amore non fosse davvero una gran cosa.
Ma doveva ritenersi fortunata, infine: era solo una povera zitella, con il volto cotto dal sole delle montagne, la pelle ruvida, ed era abituata a lavori tutt'altro che leggeri; e poi, non era certo ricca, se non per la Casotta, quel po' di terra, la stalla e qualche gallina. Quando scoprì di essere rimasta gravida, il suo mondo si colmò di luce. Giacomo pareva essersi un po' ammansito nei suoi confronti pur continuando a volerla solo quando era sbronzo, a prenderla con la violenza e a picchiarla se la minestra gli pareva insipida.
La levatrice del paese l'aveva vista una volta trasportare grosse balle di fieno e l'aveva redarguita, raccomandandole di stare un po' tranquilla e di farsi vedere periodicamente da un ginecologo dell'Ospedale di Trento. Virginia però non ebbe il coraggio di chiedere al marito di accompagnarla e le sembrò un'esagerazione mettersi a riposo.
E in una tiepida giornata di primavera, era nato il suo piccolo tesoro.
Virginia si riscosse. Già il Lago di Piazze rifletteva il fuoco del tramonto. Presto avrebbe dovuto mettere al riparo le bestie e doveva completare il raccolto delle patate.
Erano davvero tanti i problemi che d'ora in avanti avrebbe dovuto affrontare ma non le facevano paura, aveva le spalle grosse e presto il suo Nineto l'avrebbe aiutata, imparando da lei tutto ciò che gli sarebbe servito, anche se con meno prontezza ed intuizione di un bimbo normale. Gli avrebbe insegnato ad accudire le bestie, a mungere le vacche, a tosare le pecore e persino quando è il momento della semina e quando quello del raccolto.
Usando la canapa che teneva nel baule, cucì una robusta sacca con tracolla: “Ghe metarò el me Nineto e me'o portarò senpre drìo; el sentirà cussì 'l caldin de 'a pele de so mama e mi podarò contarghe tuto quéo ca fasso. Có 'l sarà bastansa sgàjo, me lo tirarò drìo par man e ghe farò provare quanto che xe belo butarse 'te l'erbeta 'pena tajà a scoltare el sberegàr de le sigàle o el cìo-cìo de on oseléto. Questo xe senpre stà el me mondo e questo sarà anca el suo, finché 'l Signore el me lo lassarà”5.
Tremò al pensiero che ciò potesse accadere abbastanza presto; ripensò alle parole dello specialista; le aveva spiegato chiaramente che vi sarebbe stata la possibilità di complicazioni cardiache o renali.
Virginia completò la cucitura della sacca e ne fu soddisfatta. Mettendovi dentro il piccolo capì che, nella ruvida tela, egli si sarebbe sentito a suo agio, come in un rustico nido.
Fuori, accolse con un brivido di gioia la carezza dell'ultimo sole, alzò lo sguardo verso i monti sopra la Val di Fiemme e si sorprese a pensare che, infine, Dio le aveva davvero regalato molto.
Per lei era giunta la “felicità”.


Traduzione letterale delle frasi scritte nel testo in dialetto vicentino:
1 - “È così bello, io non credo davvero a questa brutta cosa e poi, che vuol dire? È il mio bambino…”
2 - “È il mio piccolo. Lo aiuterò in qualsiasi modo, gli vorrò ancora più bene, lo crescerò e diventerà un bravo figliolo, garbato, che mi darà una mano a lavorar la terra e ad accudire le bestie”
3 - “Brutta cretina… hai saputo, vero, fare la smorfiosa e comportarti da sgualdrina finché non ti ho sposata… Ed io, imbecille, che ci son cascato…Speravo almeno di avere un figlio che mi desse soddisfazione, che sapesse darmi una mano in bottega e tu, p…, hai saputo soltanto mettere al mondo un disgraziato, un deficiente che stenterà persino ad imparare a legarsi le scarpe…”
4 - “Sst. Sst… Amore, siamo soli, ora, ma può darsi che sia un bene, sai? Su, da bravo, non è nulla, dai, Ninetto mio… Aspetta che mi pulisco un poco il viso, altrimenti ti faccio paura ed io non voglio che tu pianga ancora. Guarda un po', quel farabutto di tuo padre! Mi ha cambiato fisionomia… Ma non importa, è sufficiente che se ne resti lontano, lui e il suo negozio di Rizzolaga! Ecco qui, scricciolo, ora ti attacco al seno… Bene, succhia così diventi grande. Vedrai che presto potrai rincorrere le galline, tirare la coda al maiale e raccogliere le more alla Cascata del Lupo, i mirtilli nel bosco sopra la Malga del Nello e gli asparagi selvatici dietro il sentiero che conduce al Passo di Redebus. Ecco, bravo, ora fammi un bel ruttino così poi ti metto un poco a nanna”.
5 - “Ci metterò il mio Ninetto e lo porterò sempre con me; sentirà così il calore della pelle di sua madre e io potrò raccontargli ogni cosa che faccio. Quando sarà abbastanza bravo lo porterò con me tenendolo per mano e gli farò provare quanto è bello stendersi sull'erba appena tagliata ed ascoltare il frinire delle cicale o il cinguettio di un uccellino. Questo è sempre stato il mio mondo e questo sarà anche il suo, finché il Signore me lo lascerà”.



La carezza

L'autunno
ha rivestito di colori
quest'alba chiara
che incanta
e che stupisce.
E io vedo
la tua mano
attraversare il cielo
con dita di nube
e, soffice, sfiorare
la mia guancia
che il tempo
di solchi ha disegnato.
Mai vi è stata
carezza, tra di noi
più intensa,
più struggente.
Nel cielo, intanto
l'oro si fa strada
abbracciando le chiome
gialle ed ocra
del noce.



(Che profumo può avere...)

Che profumo può avere
la fine di un amore?

Forse il profumo pungente
delle cose non dette

o, forse, quello che in cuore
si chiude, come rabbia soffocata.

La fine di un amore
ha certo il profumo delle lacrime amare
che invadono dentro, e straripano, e annegano
la voglia di carezze e di baci...

... o il profumo
di due mani che si cercano
ma non riescono a toccarsi.



Vuoti Paradisi

Hai tessuto con lui
aquiloni di vento
e gli hai donato ali
colorate di sole.

Lo hai condotto
tenendolo per mano
la, dove parole
raccontano magie.

E hai sfogliato con lui
le trepide attese,
cantato la dolcezza
del suo primo amore.

Ma ora
che la spada della Notte
lo ha trafitto
derubandolo dei sogni

invano cerchi, Madre
di togliere argento alla sua luna
per cancellare
da vuoti Paradisi
ogni parvenza di luminosita.


Una penna, un foglio di carta

E quieto, oggi, il lago
e mi porta
con crespe di azzurro
voci di bimbi
in giochi d'acqua intenti.
Tra il verde dei pini,
il soffio vivace del vento:
mi alza la gonna,
io rido, lui tace.
Da quant'e che ti ho perso,
compagno?
Gia da troppo non sento
il calore di un bacio
una complice stretta di mano,
non vedo uno sguardo
che dice, ma senza parole.
Or le crespe sul lago
si fanno piu rade
e riflettono i sassi
del basso fondale.
Una coppia si bacia
e dimentica il mondo.
E a me resta
soltanto una penna,
un foglio di carta
per dire a me stessa
che esiste
ancora l'Amore.


Ora altre vette


Per Mariateresa, dolce Amica del Passo:

Scandivano il giorno
il lavoro paziente
di braccia operose
e parchi abbracci
fioriti di parole antiche...

Ancora ti serra
un fiato di cielo
alla terra che ami
e un cuore
di atavica saggezza
e di affetti,
selvatici fiori
sbocciati
tra le rocce sovrane.

Ora altre vette
coglie il tuo sguardo
dolce Amica del Passo
ma la tua Penna
travalica spazi e tempo
scrivendo
giorno dopo giorno
nuova musica di versi
con inchiostro d'Amore.



VENDEMMIA

Ridevano
le mie colline
simili a dame
vestite a festa,
lussureggianti d'erba
dal verde di smeraldo,
impreziosite da grappoli
profumati di sole.
Erano i primi
giorni di settembre
e la vendemmia
ferveva tra i filari.
Già pregustavano
i fanciulli
l'allegra pigiatura
del frutto saporoso,
il ribollire
inquieto del mosto
dentro i larghi tini,
la fragranza soave
di quel succo
che presto avrebbe
rallegrato i cuori.
Canti, risate,
fiorir di primi amori…
Io raccoglievo
quei grappoli divini
sfiorando intimidita
le tue mani.
E quando venne sera
tra le labbra sciogliemmo
un chicco d'uva
colore del rubino,
sognando
un dolce bacio.



Per Giulietta:
Lacrime di rugiada

Mai vi fu notte sì bella
a custodire palpiti e segreti d'amore…

Sul tuo letto, una candida luna
dipingeva con ali d'argento
il tuo corpo fremente di vita.

Poi le stelle del cielo
adagiarono sogni
tra i lini odorosi di fiori di lavanda.

Con carezze di seta ti cinse l'aurora
ma il destino compiuto già screziava
di sangue il tuo ventre di rosa.

Invano ti hanno baciata
lacrime di rugiada:
tu per sempre dormivi,
mia povera amante…



Cristina

Questa regione
ha il tuo volto:
è tenera e selvaggia
come i treni disertori...

Ti vedo
tra i gatti e le ginestre,
le distese di grano e le siepi
carezzate
da selvatiche rose.
Accoglimi,
anche se più non ho
trasparenze nello sguardo
ma nubi e temporali
pur tra ceste di sogni.

Ho perso la battaglia
con la spada ancora in pugno...
E mi restano nel cuore
sussurri innamorati
e corse dietro il vento
con ali d'aquilone!


CREPUSCOLO AL PASSO

Tra l'indaco
e il viola del cielo,
là dove
il monte si spacca
catturando
un mondo di luce,
ecco il Passo
che spiana il cammino.
Mi porta
là dove il declivio
dolcemente discende,
verso prati
dal manto lucente
di smeraldi e di fiori.
Il crepuscolo accende
arcane malìe
e si acquieta il mio cuore
mentre vaga il pensiero
tra speroni
possenti di monte
e fuoco di terra
che accoglie i miei sogni.


E NELLA BOCCA IL SUCCO...

Io non so
se tornerà l'inverno
a impreziosire
con merletti di brina
il cespuglio assonnato.
Nell'estate incipiente
sono gli abbracci
a cingere di luce
i boschi e il sentiero
tra i rovi.
Presto
raccoglierai del ribes
le bacche ambrate
e le more più mature
per farmene dono
e gustare poi, nella mia bocca
il loro succo che sa
di vento aspro
e dolce terra.


NON RESTI CHE MEMORIA

Parlami, fanciullo
della tua voglia di vita.
Dipingeremo insieme nuovi fiori
mentre il gelo va sciogliendo
i suoi cristalli.
Vedi? Steli di smeraldo
già si affacciano alla luce.
Del tempo triste, che di sangue
ha intriso la terra,
non resti in noi che la Memoria
e la voglia di lottare
per ribellarci a nuovi orrori.

9 agosto 2004


SAN MICHELE, IL GUERRIERO

È il silenzio
il padrone del giorno
ed il sole che bacia il cortile
di ciottoli bianchi.
Va sfiorando, la brezza
le selvatiche rose
screziate di sangue.

San Michele, il guerriero
nella stanza protegge
una dolce Madonna di gesso.

Tu, inforcando la bici
vai su complici strade
dove palpita ancora
il ricordo di un bacio.


DISEGNO DI STELLE

Acquieto
immagini d'angoscia
e muto spazi d'ombra
in caselle di luna.
Disegno stelle
sopra un cielo offuscato
e dò ali al mio pensiero
tessendo arabeschi
di fragile filigrana.
Alla carezza
di ciò che è stato, affido
finalmente, la mia notte.



COSMO SEGRETO

Io non so
se tra nubi d'incanto
o tra anse
di galattici fiumi,
negli spazi
virtuali del tempo
o agli albori
del tutto e del nulla,
la mia anima
possa volare
liberando
il mio corpo inquieto.
Tra i riflessi
di stelle vaganti
o nell'eco
del canto del vento
troverò
forse un Cosmo segreto.



IL RESPIRO DEI FIORI raccolta di versi di Ines Scarparolo, Editrice Veneta.

È un florilegio di tematiche semplici, dedicato ai bambini ed ai ragazzi e, proprio per la loro schiettezza, questi versi conquistano.
Il volumetto è impreziosito da efficaci disegni che la stessa autrice ha voluto inserire, arricchendo le parole con fanciullesche immagini, utili a determinare la vena ispiratrice.
Con uno stile consono al lettore cui il volume è indirizzato, la Scarparolo evidenzia argomenti affini all’infanzia di oggi, inserita in un mondo che, forse, la considera soltanto come elemento di consumismo, ma che non sempre tiene conto delle peculiarità tipiche e caratterizzanti.
La raccolta può considerarsi un diario attento a puntualizzare argomenti che investono il mondo dell’infanzia e della fanciullezza, ma che hanno sempre risvolti etici ed educativi.
Non si può negare all’autrice un notevole bagaglio cognitivo oltre che fervida fantasia, il tutto manipolato con discrezione e con arguzia, finalizzato a catturare l’interesse del lettore facendogli assaporare tutti gli aromi formativi che tale tipo di lettura dovrebbe avere. Dal volume emerge una universalità di ambientazione che ne accresce la piena attualità...

Ci sono bambini
al di là del mare
costretti dalla guerra
a essere soldati...

Il tema dell’infanzia sfruttata, violentata, abbandonata, insieme a quello dell’etnicità è alla base di questa silloge che quindi assume un elevato pregio sociale, umano e cristiano.
Suddiviso in tre parti, saggiamente dosate, investono tre temi: la propria identità... «io vivo», fin dal concepimento; la seconda è sfogo di fantasia «coriandoli di sogni... a cavallo di nubi / di zucchero filato...»; infine la terza è una carrellata nell’eclettico mondo infantile mondiale «Fatmata» che dice

...nella regione di Kono
sono stata rapita.
Mi hanno inciso sul petto
il marchio della guerra...

Flash fotografici di una realtà a noi lontana, ma esistente, evidenziata con realismo e contenuto stile emotivo.
Policrome illustrazioni ravvivano e rifiniscono i vari argomenti.
La quarta parte l’autrice l’ha riservata ad una sua passione particolare: il dialetto vicentino, sono vivaci acquerelli che, con il gergo popolare, conferiscono effervescenza al linguaggio.
Questa silloge poetica per bambini e ragazzi ha una valenza pedagogica e potrebbe ben figurare come testo di lettura consigliabile nelle nostre scuole in alternativa a tanti spettacoli violenti e diseducativi che ci vengono propinati dai mass media.


Pacifico Topa

Per contattare direttamente l'autrice:

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