Vittorio Sartarelli nasce a Trapani il 20 febbraio 1937 da una modesta famiglia, compiuta la scuola dell'obbligo, prosegue la sua istruzione scegliendo gli studi umanistici. Frequenta con profitto il Ginnasio ed il Liceo Classico “L.Ximenes” di Trapani, quindi l'Università degli Studi di Palermo nella Facoltà di Giurisprudenza.
Nel 1958 viene assunto dal settimanale politico trapanese “Il Faro” nel quale opererà, a diverso titolo, per cinque anni. Durante lo stesso periodo è stato il corrispondente del quotidiano nazionale “Il Popolo”.
Assunto in Banca nel 1963, concluderà la carriera nel suo Istituto, dopo 35 anni di onorato servizio.
Esordisce come autore nel 2000 con un libro biografico sportivo sulla carriera agonistica del padre, Francesco, pilota e costruttore di auto sport degli anni '50. Nel 2005 pubblica il secondo libro di narrativa a sfondo autobiografico “Viaggio nella memoria”. Nel 2006 pubblica un tascabile di tradizioni, sport e cultura varia della città di Trapani “Territorio e Motori”.
Nel Mese di Aprile 2007 pubblica il suo quarto libro di narrativa con contenuti di storia, etnologia, tradizioni e sentimenti sulla sua città “Cara Trapani …”. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in diversi concorsi letterari nazionali, sia su racconti o raccolta di racconti inediti, sia sulle opere pubblicate. Il tutto è verificabile a suo nome su Internet.
Ha al suo attivo la pubblicazione, su diverse antologie di editori vari, di suoi racconti.
Tra il 2007 e il 2008 sono state pubblicate due sue raccolte di racconti per conto di alcuni editori nazionali:
“I Racconti nel cassetto”- Nicola Calabria Editore .- “I Racconti del cuore”- Montedit Editrice.


Per i navigatori di Carta e Penna ecco un articolo e un racconto.

Dei delitti e dei castighi - I nuovi Orchi

Spesso mi sono chiesto: “ Ma, l'uomo del 2000 e la sua Società, sono il prodotto di un'evoluzione della specie umana, del suo modo di vivere, del suo costume, della sua originaria animalità, del suo modo di interagire con suoi simili?
Oppure questo essere, si dice- fatto da Dio sua immagine e somiglianza- con un po' di presunzione forse, è ancora un essere preistorico, con tutte le storture genetiche e mentali che lo hanno caratterizzato come essere animalesco e crudele, di alcune migliaia di anni addietro?”
Questa è una domanda che forse si saranno posti in molti, spero, dal momento che ogni giorno sale alla ribalta della cronaca un episodio di cruda brutalità tra gli uomini e, quello che fa rabbrividire maggiormente è che molte di queste crudeltà, spesso, sono compiute a danno di giovani donne e di bambini, piccole vittime innocenti di orchi redivivi da favole ancestrali.
Qualche tempo fa ebbi ad occuparmi del problema, anche questo molto attuale, della crisi della “Famiglia” e a ben riflettere forse, alcune delle cause scatenanti di questa dissennata e crudele brutalità con la quale vengono perpetrati i crimini più efferati e aborriti, hanno la loro origine in seno alla cellula primaria della società umana.
Prescindendo dal fatto repressivo in sé, che pure ha la sua vitale importanza, sarebbe necessaria un'altra riflessione sulle leggi che regolano l'amministrazione della Giustizia le quali, attualmente, non appaiono, almeno alla mia personale osservazione, né adeguate né, tanto meno giuste e perfettamente correlate ai crimini commessi.
Tutto va contestualizzato nell'attuale globalizzazione, la quale non porta solo benefici, notizie, immagini e informazioni utili, bensì anche episodi criminali e criminosi che possono anche servire da stimolo alla emulazione per quei soggetti, già deviati mentalmente o addirittura affetti da gravi patologie del comportamento. A questo incredibile incremento di fatti, visioni, comportamenti e ricostruzioni mediatiche si inseriscono, nel nostro Paese, episodi ed avvenimenti aberranti e terribili, in numero sempre maggiore.
Se andiamo, poi, ad analizzare le varie componenti che interagiscono nel fenomeno che si può definire complessivamente come violenza assoluta, giova iniziare dalla famiglia. Che la prima cellula della Società sia in crisi, ormai da diverso tempo è un fatto notorio, che questa cellula non sempre adempia a quelle funzioni educative, formative e d'indirizzo verso i valori universali di una volta è altrettanto una cosa conosciuta.
Si può disquisire sui motivi di queste discrepanze che appaiono fondamentali nella formazione del carattere e della personalità dei figli che nascono e crescono in queste famiglie nelle quali esiste un deficit di educazione, di moralità, di cultura, di socialità, di costume. Ma, questo non cambia la realtà delle cose. E' chiaro che da queste famiglie, con buona probabilità e in una quantità statisticamente prevedibile, usciranno i nuovi “orchi” della società.
Oggi viviamo in un caos, apparentemente ordinato, dove sono poche le cose che valgono e che funzionano, dove la litigiosità politica e la lotta per il potere, non permettono l'attuazione di riforme, di progetti validi e la promulgazione di leggi e provvedimenti veramente utili alla collettività, che, invece, ha bisogno di sostegni e di incentivi, nel costante divenire del mondo. Le “Istituzioni”, che dovrebbero dare certezze e godere del rispetto e dell'affidabilità dei cittadini spesso sono assenti, quando non incappano, per merito(o demerito) dei propri componenti, in autentici infortuni o peggio, in deprecabili scandali. La Scuola, una volta fonte di sapere e di educazione, appare inadeguata ai tempi, con docenti non sempre all'altezza dei compiti loro affidati, con un'organizzazione approssimativa dove l'ordine e il rispetto dovuto ai docenti è spesso ridicolizzato da scolaresche ribelli e contestatarie, spesso violente e irriverenti che considerano la Scuola una ribalta per il bullismo, la maleducazione e l'uso disinvolto ed esibizionistico del sesso. Cosa fanno le Autorità preposte di fronte a queste manifestazioni? Minimizzano, sopportano e finiscono, per il quieto vivere e per non far scoppiare lo scandalo, con il tollerare anche quello che non si dovrebbe.
Per non parlare, infine, della malavita organizzata, che, ovunque impera e detta le sue leggi spietate di sfruttamento e di sopraffazione. Cosa fa lo Stato in tutte queste storture e mortificazioni della libertà e della civiltà di un popolo, a ben vedere, poco. Mancano le strutture, le leggi, le potenzialità e, a volte, le volontà umane e politiche. L'amministrazione della Giustizia, troppo lenta è anch'essa inadeguata, ci sono leggi inutili e sbagliate, altre vecchie e superate, si è passati da un'estrema intolleranza verso l'illegalità, ad un garantismo eccessivo e troppo permissivo per i trasgressori. Tutto questo ha generato nei cittadini insoddisfazione e scarsa credibilità nelle Istituzioni.
Gli antichi Romani, che hanno insegnato il Diritto a tutto il mondo, solevano dire: ”Dura lex, sed lex” oggi quest'aforisma induce a sorridere, la “Legge” che vige attualmente nel nostro Paese è solo la parodia di ciò che intendevano per Legge i Romani. Che dire, ad esempio, del così detto “rito abbreviato” e del “patteggiamento”, del “regime di semi-libertà” o dei “permessi premio” per i detenuti, della nuova figura istituzionale del “Tribunale del riesame”? Una volta, quando si giudicava il responsabile, accertato, di un grave crimine, si condannava il reo a vita, oggi questa pena, di fatto non viene quasi mai applicata, il massimo che si può comminare ad un omicida sono trenta anni di carcere che poi, non vengono quasi mai scontati per intero. Per concludere questa breve dissertazione sull'incremento dei crimini gravi nella società italiana attuale, vorrei portare all'attenzione del lettore due casi emblematici di cronaca nera che hanno interessato l'opinione pubblica nel recente passato e la cui eco non è ancora del tutto sopita, intendo riferirmi al “Delitto di Cogne” e al “caso” di Pedofilia scoppiato a Rignano Flaminio.
Per il primo che ha occupato per cinque anni la pubblica opinione con un processo atipico che si è concluso, nel secondo grado di giudizio, con una condanna scandalosa, che ha ridotto la precedente sentenza del primo grado, da ventiquattro anni di reclusione in sedici. Questa condanna “regalo” per la responsabile del delitto, ha potuto vedere la luce grazie al “rito abbreviato” ed alle “attenuanti generiche”.
Che conclusioni può trarre “l'uomo della strada” da questo epilogo? Come si fa a concedere alla responsabile di un crimine così orrendo ed esecrabile, solo grazie ad un artificio procedurale, una riduzione marcata della pena alla quale era già stata condannata nel giudizio di primo grado? E poi, quali sono le attenuanti generiche che possano, in qualche modo giustificare l'uccisione di un figlio, un bambino di neanche tre anni, massacrato il quel modo animalesco e disumano? Una conclusione, per certi versi analoga, nel senso deludente e destabilizzante per la Giustizia, ha avuto l'altro episodio criminoso di pedofilia perpetrato a danno di ben sedici bambini, tutti fra i tre e i cinque anni, nel piccolo Comune di Rignano Flaminio, centro residenziale del Lazio. Anche questa volta indagini tardive, condotte malamente e scarsamente qualificate, anche lì è stato scritto, qualche vizio di forma nel modo di attuazione delle direttive del P.M..
Si giunge, tuttavia, malgrado gli errori, le trascuratezze e le incompetenze, all'incriminazione e all'ordinanza di custodia cautelare per sei persone, tra docenti ed assistenti scolastici dell'Asilo del luogo, i quali vengono incarcerati. Giorni dopo, il colpo di scena: il Tribunale del riesame, ordina la scarcerazione dei sei incriminati, si dice nella motivazione, per vizi di forma nella conduzione dell'indagine istruttoria le cui conclusioni avevano portato il Gip ad emettere l'ordinanza di custodia cautelare.
A seguire, la tragica farsa un'effimera procedura indiziaria, piena di lacune procedurali che non hanno fatto altro che vanificare le scarse, inefficienti e tardive precedenti indagini degli organi inquirenti, si è risolta nella classica “bolla di sapone” e quindi, al non doversi procedere per l'insussistenza di prove indiziarie valide e conclamate, scagionando i presunti colpevoli.
Come può, tuttavia, l'opinione pubblica accettare (anche se ormai si accetta tutto e il contrario di tutto) che sei indagati e indiziati, (i nuovi Orchi) per avere compiuto violenze e abusi sessuali nei confronti di sedici (non uno) bambini, di età compresa fra i tre e i cinque anni, che hanno raccontato questa loro triste e traumatizzante esperienza, vengano rimessi in libertà, come se non fosse accaduto nulla. In pratica è come affermare che, sia i bambini sia le loro famiglie si siano inventato tutto e che, solo per una sorta di esigenza di protagonismo, abbiano costruito e inscenato una tragica farsa a spese e danno di ignari, integerrimi, scrupolosi educatori e pedagoghi.
Il reato di pedofilia, di per sé orrendo ed esecrabile, è uno dei reati, ahimè più frequenti nella società del progresso e del benessere e dei garantismi costituzionali. E questo crimine diventa ancora più grave e grida giustizia perché a commetterlo sarebbero stati, alcuni addetti all'educazione e alla cura dell'infanzia, in una Scuola Materna, dove nessuno potrebbe pensare che crimini del genere potessero mai avvenire.
Una conferma alle perplessità sopra esposte, è perfettamente riscontrabile nei due fatti di sangue più recenti che hanno turbato l'opinione pubblica e non solo per la loro brutalità, quanto piuttosto per questa sorta di “impotenza” e, quasi, di “futilità” degli investigatori e della Magistratura inquirente. Si tratta del giallo di Garlasco con l'omicidio e l'orrenda fine di Chiara Poggi e ancora, del delitto di Perugia con la giovane straniera uccisa barbaramente, ancora non si sa né come, né da chi.
Si assiste così, ormai troppo spesso, ad una sorta d'insuccesso annunciato da parte degli inquirenti, si è perduto, forse, quello che i vecchi investigatori avevano, il fiuto, l'intuito, la genialità che hanno caratterizzato i vari Maigret di una volta? Essi non avevano bisogno di attrezzature tecniche sofisticate per scoprire l'autore di un delitto o di un fatto delittuoso in genere, a loro bastava solo usare il cervello, il mestiere che ora si chiama “professionalità” e l'esperienza. Che stia qui il famoso “nocciolo” della questione?
Non c'è in me l'intenzione di sostituirmi al “Catone” di turno, ma per onestà intellettuale e per esigenza di coscienza civile e morale, ritengo che così non si vada da nessuna parte, questa non è civiltà e progresso civile acquisito, ma accettazione e, quasi, indifferenza di fronte alla barbarie. Nell'estrema incertezza su tutte le cose che ci stanno attorno e ci governano, ci vuole essenzialmente la certezza assoluta della capacità personale e professionale delle persone che sono investite di poteri e responsabilità istituzionali.
Questo assioma può dare fiducia nelle Leggi e nelle Istituzioni che le amministrano e, quanto alle Leggi, per alcune di esse, come si è avuta la spudoratezza di farle approvare, così ora si abbia il coraggio civile di abrogarle, perché sono dannose alla collettività. La civiltà non progredisce con un garantismo che favorisce e, anzi, incentiva a delinquere e a commettere ogni sorta di reato, tanto non c'è quasi mai la certezza della pena ché, anzi, questa sarà sicuramente la minore possibile.
Il progresso civile deve essere supportato oltre ché da Istituzioni credibili e da funzionari capaci e professionali, da Leggi rigorose e mirate, nelle quali ci sia la certezza delle pene, alle quali non debbano aggiungersi sconti di sorta, grazie a furbeschi inserimenti di artifici procedurali, e che le stesse leggi vengano severamente applicate con giustizia ed equità, la conoscenza e l'esempio di esse, oltre ad essere un valido presidio repressivo ai reati, costituisca anche un ottimo deterrente preventivo che scoraggi i male intenzionati.


Lo zio d'America

Nei primi mesi del 1947 una novità mise in fermento la famiglia di Marco: uno zio dall'America stava arrivando!
Si trattava di un fratello di sua madre che, trenta anni prima, era emigrato all'estero per cercare fortuna come, del resto, avevano fatto molti altri suoi connazionali di quell'epoca.
La seconda guerra mondiale era finita da poco, durante le operazioni belliche non era stato possibile comunicare. Mancando, quindi, di notizie per una sorta di rimorso indiretto, per il fatto che l'America, con la Guerra aveva portato in Italia lutti e distruzioni, questo zio, credendo di trovare i suoi parenti disastrati e in miseria, aveva portato con sé un baule pieno d'ogni ben di Dio.
La famiglia di Marco non era di condizione agiata, il padre era un valente artigiano della meccanica e, tutto sommato, dalla guerra era stato sfiorato appena. In Sicilia, infatti, dove risiedeva la sua famiglia, a parte i bombardamenti che avevano creato solo delle lesioni alla casa di proprietà, per il resto, egli non aveva subito altri danni e il suo lavoro gli consentiva di vivere una vita dignitosa, per se e per la sua famiglia.
Al suo arrivo, la festa, la commozione e la contentezza di sua madre nel rivedere un fratello, dopo tanti anni, erano emozioni e manifestazioni scontate, ma per Marco, che aveva appena compiuto dieci anni e per i suoi tre fratelli tutti molto più piccoli di lui, la vera festa fu lo scoprire cosa conteneva quell'enorme baule che veniva dall'America.
Ebbene, dentro c'era un po' di tutto, generi alimentari con scatolame variegato, perfino la pasta, poi numerosi capi di vestiario e diverse coperte, un gran numero di penne a sfera (allora chiamate biro), una vera novità per tutti poiché era la prima volta che si vedevano. Ma, la più gradita sorpresa per Marco e i suoi fratelli fu il vedere, un numero imprecisato di pacchetti multicolori, equamente distribuiti, fra gomme da masticare, (anche queste una novità per loro) caramelle e poi, ben dieci chili di cioccolata.
Mentre i fratellini di Marco indirizzarono il loro interesse per le caramelle e le gomme da masticare, egli fu attratto, irresistibilmente, dalla cioccolata. Confezionata in modo sontuoso ed invitante in grossi quadrettoni, costituiva uno spettacolo; quella inaspettata leccornia oltre ad essere bella da guardare emanava un odore buonissimo composto di aromi e spezie inebrianti, sarebbe stata sicuramente una sensazione magnifica per il palato, poterla assaporare.
Sarebbe stato impossibile impedire che Marco l'assaggiasse, lo zio allora, resosi conto che il nipote era quasi irretito e ipnotizzato dal cioccolato, ne prese una barra, l'aprì ne spezzò alcuni scacchi e li offrì a Marco.
Questi, quasi incredulo, li prese e cominciò ad assaporare quella meraviglia! La guerra era veramente finita sì, in Sicilia si cominciava a stare molto meglio, ma con tutta la buona volontà e la sua maestria non c'era, in città, un maestro cioccalatiere che avrebbe saputo confezionare un dolce così buono. Né si trovava nei migliori negozi di dolci di allora, la cioccolata già confezionata dalle fabbriche italiane, almeno in Sicilia.
La madre di Marco, durante l'euforia ed il trambusto dell'arrivo, aveva notato lo sguardo assorto e desideroso di suo figlio che fissava la cioccolata ed aveva colto il senso di quel gesto di suo fratello, che aveva tolto da carboni ardenti Marco e lo aveva gratificato oltre ogni sua aspettativa.
Quella sera, mentre tutti erano a cena attorno all'ospite gradito, la madre di Marco che dall'espressione estasiata del figlio nel gustare la cioccolata portata da suo fratello, aveva compreso che quella leccornia era una cosa da fare assaggiare a tutta la famiglia disse, non senza un'occhiata riconoscente per lo zio che, ogni tanto, a tavola tutti avrebbero assaggiato un pezzetto di quella cioccolata.
Quell'espressione tradiva, inconsapevolmente, l'educazione e la tradizione familiare di un tempo del risparmiare sempre e tutto, secondo lei, quei dieci chili di cioccolata sarebbero dovuti durare qualche anno ma, quello fu solo un suo pio desiderio!

Lo zio rimase con loro quasi due mesi, egli durante quel periodo si era reso conto che i suoi parenti, in fondo, non erano così mal ridotti dalla guerra, come lui aveva temuto e immaginato, la sua “missione” benemerita di sostegno e di aiuto poteva considerarsi conclusa era tempo, quindi, di fare ritorno alla sua famiglia che lo attendeva. Quel viaggio lo aveva riportato nella sua terra natia e gli aveva fatto riabbracciare i suoi cari dopo trenta anni, egli si sentiva gratificato, i legami con la terra nella quale affondano le nostre radici sono sempre forti e irrinunciabili. Era contento, anche se non lo dimostrava, tuttavia, si sentiva come un pesce fuor d'acqua, l'ambiente che aveva ritrovato era molto diverso dal suo attuale, ormai egli apparteneva ad un altro mondo, molto lontano, anche metaforicamente, da quello che aveva lasciato molti anni prima, doveva ritornare a casa in America, dai suoi figli.
Di lui, a Marco rimase un ricordo affettuoso, anche se un po' distaccato, era in fondo una persona già anziana, piuttosto taciturna e con un'aria malinconica, con quel suo giubbotto di pelle nera che non abbandonava mai. Marco ricorda ancora il profumo caratteristico e dolce delle sigarette che fumava solo a metà e, soprattutto, non dimenticherà mai quel cioccolato del quale, nei due mesi di permanenza dello zio, aveva fatto man bassa all'insaputa della madre.
L'oggetto del desiderio era stato da lei riposto con cura quasi religiosa, come se fosse stata una reliquia, nella madia che c'era in cucina. Marco periodicamente e furtivamente, spesso di notte, sottraeva un po' di cioccolata, prelevandola dalla parte posteriore del mucchio che costituiva la riserva, per questo non era facile accorgersi, guardando frontalmente, che mancasse qualcosa.
Per Marco, questa figura di parente, comparsa all'improvviso e che egli doveva necessariamente collocare nella cerchia dei familiari, allora, colpì molto la sua immaginazione. Non riusciva a comprendere, tuttavia, come mai uno zio che, per trenta anni era rimasto lontano dal suo Paese e dall'affetto dei suoi cari, una volta ritornato fra loro, non riuscisse a manifestare almeno esteriormente una maggiore affettuosità. Ma, spesso “l'apparenza inganna”, quell'uomo che a Marco era sembrato freddo, inespressivo, quasi un estraneo, in effetti aveva un cuore buono e aveva da sempre amato quei suoi parenti che non aveva mai conosciuto e, incapace di manifestare il suo affetto con evidente esteriorità, aveva ricoperto quei suoi nipoti di ogni cosa “materiale” che potesse mancare loro.
Allora, Marco era ancora un bambino e non poteva capire, divenuto adulto si rese conto che quell'uomo taciturno e malinconico che a lui era sembrato un estraneo, era una persona che sicuramente aveva sofferto molto. L'essere vissuto per lunghi anni in un paese straniero cercando di ricavarsi uno spazio vitale, non doveva essere stato facile. Tutto questo lo aveva sicuramente segnato profondamente, lo aveva reso più duro e cinico nei confronti di tutti, in definitiva, l'aspetto che lui mostrava era una sorta di guscio duro e protettivo che ormai faceva parte della sua personalità e, a mala pena, lasciava trapelare i suoi sentimenti e le sue emozioni. Quando lo zio partì tutti, salutandolo, erano certi che probabilmente non l'avrebbero più rivisto, ormai lui faceva parte di un'altra famiglia che lo attendeva oltre oceano, non si poteva pretendere che fosse rimasto ancora con loro, in un contesto che ormai non gli apparteneva più.
Marco, ancora oggi, che ha settanta anni ricorda quello zio che allora gli sembrò così strano e quasi distante, e lo vorrebbe abbracciare un'altra volta per manifestargli il suo affetto e soprattutto la gratitudine, per la felicità che gli aveva regalato con quel cioccolato del quale egli non aveva saputo fare a meno e che di esso, alla sua partenza, era rimasta solo una piccola parte.
Oggi, Marco non mangia più la cioccolata perché, purtroppo è diventato diabetico, però niente e nessuno gli può impedire di ritornare con la mente a quel tempo magico della sua infanzia ricordando, come se fosse ora, il gusto, l'aroma e la soave bontà di quel cioccolato che solo chi apprezza questo prodotto può capire, anche se non ne può valutare l'intensità. Mangiare la cioccolata, è un piacere che gratifica il gusto e lo spirito e predispone al buon umore ed alla positività la persona che ne beneficia, taluni sono convinti, perfino, che il cioccolato possieda anche dei poteri terapeutici ma, questo è un altro discorso che forse ci porterebbe lontano è meglio, quindi, rimandarlo ad un'altra volta.


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