Alessandra Santini è nata nel 1965 a Roma - dove vive e lavora.
Appassionata di gialli e thriller, e di libri in generale, scrive racconti e romanzi di genere poliziesco, coi quali ha partecipato a molti premi letterari.
Con Carta e Penna Editore ha pubblicato il romanzo "Canto d'Inverno", un giallo ambientatao sui monti del Gran Sasso: un SMS mette in allarme il commissario Mark... la sua donna è in vacanza presso un'amica in un rifugio sui monti e le parole "Rapita. Gran Sasso, rifugio amica? Aiutami" non fanno presagire nulla di buono.
Per avere una copia del libro contatta l'autrice inviandole un e-mail.
Alcuni suoi racconti e poesie, risultati vincitori ai suddetti premi, sono stati pubblicati in antologia, mentre la raccolta di racconti Sette Note in Nero, e altri in antologia, sono presenti sul sito letterario www.e-book4free.com.
Nel dicembre 1999, con le Edizioni "Il Grappolo", ha pubblicato il romanzo Istinti Perversi, presentato alla Fiera del Libro di Torino nel 2000. Nell'ottobre 2002, con le Edizioni Ediclub del Club Letterario Italiano, ha pubblicato il racconto La Tredicesima Luna.
Il romanzo La Stele Nera, a cura della Maremmi Editori di Firenze è stato pubblicato alla fine di dicembre 2003 ed è ormai in distribuzione. Inoltre l'editore Aletti ha appena pubblicato, nella collana Giallonotte, il breve romanzo intitolato "La voce del mare", già in distribuzione presso le librerie Feltrinelli di Roma e presentato sul sito www.alettieditore.it.
Infine è nelle librerie il nuovo libro intitolato Piccole tracce:




I cunicoli della Grotta della Regina a Tuscania sono lo scenario, fisico e psicologico, di questo avvincente romanzo giallo di Alessandra Santini. L'ispettore Corsi e il commissario Terzi, distanti l'una dall'altro e affini allo stesso tempo, legati da un passato doloroso e oscuro, si trovano a dover risolvere un mistero che sembra profondamente legato alla misteriosa e affascinante civiltà etrusca, ancora ricca di enigmi nei suoi arcani rapporti con il Destino e la Vita. È proprio Vanth, dea del destino, a condurre il gioco, è lei la guida, ancora una volta reale e psicologica, nella risoluzione di una serie di efferati omicidi.
Alessandra Santini in Piccole tracce fonde in un perfetto equilibrio stilistico elementi romanzeschi, storici, archeologici e iconografici in un levigato percorso narrativo dai ritmi rapidi e serrati, in cui il flusso di informazioni scorre continuamente dalla realtà all'immaginazione, al dubbio, all'orrore, alla verità.
Alessandra Santini - Piccole tracce - Pag. 140 - ISBN 88-7842-126-X - Euro 13,00 - Per acquistare il libro della collana Nuove Voci potete inviare una mail di richiesta all'indirizzo ordini@ilfiloonline.it

Con questo libro l'autrice ha ottenuto la menzione d'onore per la narrativa edita all'VIII edizione del Premio "Firenze Capitale d'Europa" .






Prologo

Era buio pesto quando lei aprì gli occhi. Ci mise un po’ a capire di non essere nel suo letto, anzi di non aver dormito affatto. Stesa su un pavimento umido e ruvido - puzza di muffa e silenzio da brividi - tentò di muoversi. Ma aveva le ossa bloccate e un forte dolore alla nuca.
Hai preso una botta in testa, disse a se stessa. Ché il buio era anche nel suo cervello: vuoto totale, nessuna memoria. Dove diavolo si trovava? Come? Perché?
Istintivamente si portò le mani al volto, ma non c’era sangue, non sembrava almeno.
Poi, lentamente, l’oscurità si fece un po’ meno nera: solo un lieve bagliore latteo - punto indefinito sopra la testa - ma le bastò per tentare di orientarsi. Una botola, forse un pozzo. O una prigione? Dove?
Indossava jeans, un maglione pesante, un giaccone, eppure aveva freddo. Poi il bagliore illuminò anche la sua mente: ricordò tre persone sul sentiero, un castello bianco, qualcuno steso a terra vicino allo strapiombo. E parole sfumate nel nulla: «Mia sorella… da due giorni non ho più sue notizie». Nient’altro. Non subito almeno. Ma lei sapeva che la memoria prima o poi sarebbe tornata. Lentamente forse, ma l’avrebbe fatto.
Tastò il pavimento, le pareti. Mattoni freddi, o blocchi di granito. Non c’era altro là intorno, e quella specie di cella dov’era rinchiusa sembrava non più lunga di tre metri.
Un altro bagliore: il cellulare. Sì, nella tasca interna del giaccone. Doveva esserci, ne era sicura. E infatti c’era. Lo prese con foga, quasi strappò la tasca, quindi restò a guardarlo inebetita: lampi rossi sul display. Pila scarica.
Urlò di rabbia e disperazione, contro il cellulare, contro le pareti nude. Poi decise di dover tentare comunque. Telefonare forse no, ma un breve messaggio... a chi? Premendo i tasti di memoria, trovò un nome fra tanti. Il primo. Andava bene quello.
E fu l’istinto a farle scrivere quella frase sconnessa. Ma solo quando sul display comparve la parola “inviato”, lei si lasciò andare contro la parete, tirò un sospiro di sollievo e chiuse gli occhi sulla fottuta paura che provava.
Poi, da quel momento, cominciò a ricordare.





La notizia dell'omicidio di due giovani archeologi sconvolge la tranquilla cittadina di Cerveteri.
I cadaveri, avvolti in lunghi mantelli neri, con petali di rosa sulle labbra e sugli occhi, vengono ritrovati adagiati su sarcofagi etruschi nella necropoli della zona: uno spettacolo macabro e con grande perizia "messo in scena" da una mente perversa e pericolosa. Ma con lo sviluppo delle indagini i risvolti del caso diventano ben più inquietanti: riti magici, sette segrete e sacrifici divinatori sembrano strettamente legati alla morte dei due ricercatori, come pure l'enigmatica cultura etrusca, che fa da sfondo a tutta la storia.








La breve vacanza di due poliziotti romani viene turbata da un agghiacciante urlo di donna, che solo loro in albergo sembrano aver sentito. Ma gli strani discorsi del figlio dell'albergatore e un misterioso ritratto di donna spingono i due ad indagare su lontane verità che tutti sembrano voler nascondere.






Ci presenta alcune poesie e racconti.


Unico amore

Vorrei svegliarmi
all'alba
e trovarti addormentato
nel dolce calore
di un sogno infantile:
intimità di un istante



Terra picena

Terra felice
di gente picena
- guerrieri immobili
della valle silenziosa
che scrutano il fiume,
il confine, il mare,
celando segreti lontani.
Terra di confine,
d'antiche battaglie
tra feudi e castelli,
d'alchemici misteri
racchiusi nel marchio templare,
di cavalieri d'arme e di morte,
nascosti in tetri ipogei
che formano il borgo.
Terra generosa,
che al crepuscolo
chiude lo scrigno
e cede la scena
al fiume profondo
e, oltre la valle, al mare.



…e ricostruirmi
ora
dal nulla spettrale
di assurdi ricordi
senza consistenza
accettandomi,
donna senza storia,
e svuotata
di inutili passioni



Sonno

Vorrei dormire
senza sogni,
chiudendo
con le palpebre
la porta
del passato



Ancora bombe...
Stanotte
qualcuno morirà
E io, qui,
incapace
di fermarle

(La guerra in Iraq - marzo 2003)




Luna in Rosso (*)

Come cuore
che batte
sul buio del mondo
Come faro
che illumina
il silenzio stellato
Come terra argentea
che si traveste
da pianeta rosso
Come forma sferica
che, perfetta, si rotola
nell'infinito
Come sole infuocato
che splende nella notte,
che splende sui miei sogni,
che splende per me

(*) Eclissi di luna del 9.1.2001


Neve

Silenziosa
e delicata
come carezza
d'amore
sfiori la terra,
timidamente
adagiandoti,
luminosa e candida,
sul mondo troppo buio
Ma, come sogno,
svanisci
e ti dissolvi:
di te, ora,
solo un bianco
ricordo



Parole

Mi sento perduta
in questa assurda
spirale di silenzio
quando le parole
restano in me
come un fugace
inconsistente
pensiero



A.S.

Stanotte
è un po' più freddo,
e il cielo
un po' più buio,
e Roma
un po' più vuota.
Stanotte
noi siamo un po' più soli,
e un po' più tristi,
ché tu non ridi più.
Stanotte,
e d'ora in poi...
Ciao, Alberto!

(per Alberto Sordi)



Occhi di ghiaccio

Solo quando riaprii gli occhi mi resi conto di ciò che avevo fatto.
L'avevo uccisa. E l'avevo fatto premendo il grilletto a occhi chiusi.
Avevo ancora la pistola in mano, ma non la lasciai cadere a terra, anzi la strinsi più forte e sorrisi. Mi venne così quel sorriso, quasi una liberazione. Lei era lì, a due metri da me, finalmente inerme, soprattutto innocua. Quel sorriso divenne una risata fragorosa, che saliva dall'anima come un gorgoglio di vittoria. Ridevo da sola davanti a un cadavere e mi divertiva il fatto di esserne perfettamente conscia: volevo ridere. Volevo gioire e congratularmi con me stessa. Avrei quasi desiderato che lei rivivesse per farmi i complimenti. Mi sentivo felice, soddisfatta, per niente stanca o impaurita.
Ma c'erano ancora molte cose da fare, come da copione. Avevo previsto tutto, ogni particolare. E sapevo di non potermi lasciar andare.
Ancora con la pistola in mano, scavalcai il suo corpo e raggiunsi la porta, la chiusi. Là fuori nessuno s'era accorto di niente, nessuno aveva gridato o tentato di sbirciare nel mio appartamento. Del resto gli altri inquilini erano tutti sopra i settanta, sicuramente un po' sordi e magari a quell'ora totalmente presi da quella insulsa soap opera televisiva che la tv trasmette ogni giorno, da anni, credo.
Non c'era nessuno. Ero sola con lei. E sapevo di essere io ormai a dirigere l'orchestra.
Lei l'aveva fatto per anni, dal giorno in cui ci eravamo conosciute. S'era portata via tutto di me: l'allegria, la forza, la voglia di vivere e di mettermi in discussione. M'aveva succhiato il sangue con quel suo fare mellifluo e accattivante. M'aveva prosciugato anche il conto in banca. Non avevo avuto altra scelta.

Tutto era cominciato in un freddo pomeriggio di marzo di tre anni prima. Lei, sconosciuta avvolta in un'elegante pelliccia bianca, s'era presentata a casa mia sorridendo in modo strano, dicendo: «Tu devi essere Amanda, quella col cellulare sempre spento.»
Stupita da un tale esordio, avevo sorriso senza volerlo.
«Ci conosciamo?» avevo replicato poi. «Tanta gente tiene spesso il cellulare spento. Ha forse il mio numero?»
«Non personalmente. Ma ho provato a chiamarti parecchie volte negli ultimi giorni. Insegni latino in una scuola privata, non è così? E ti piace tanto vestirti di nero. Il nero fa impazzire certi uomini, e tu dovevi saperlo bene quando hai deciso di prenderti Marco...»
Finalmente un barlume: Marco. Ma chi era quella donna per sapere certe cose di me? Certo, Marco aveva memorizzato il mio numero sul suo cellulare, ma... «Mi fai entrare, professoressa Amanda?» m'aveva chiesto lei.
E io mi ero automaticamente tirata indietro per permetterle di passare.
«Non capisco» le avevo detto. «Che c'entra Marco?»
Lei aveva sorriso di nuovo e, accendendo flemmaticamente una lunga sigaretta, aveva mormorato: «Certo, ora capisco: sei giovane – forse non ancora trentenne – e davvero molto bella. Intelligente, questo sì, visto che insegni latino, e i tuoi occhi... accidenti, i tuoi occhi sembrano fosforescenti, quasi opalini... occhi di ghiaccio.»
«Mi conosco, signora. Ma ancora non conosco lei» l'avevo interrotta un po' bruscamente. «Chi è, cosa vuole da me?»
E lei finalmente aveva chiarito ogni cosa: Marco era stato il suo uomo, prima di mettersi con me. Ed era stato brutale con lei, spingendola a fare cose assurde per lui... un maledetto egoista, anche un po' perverso.
«Volevo solo avvertirti, Amanda» m'aveva detto in tono supplichevole. «Non arrivare al punto in cui sono arrivata io, perché da lì non si torna indietro.» Fu da quel freddo pomeriggio di marzo che lei divenne la mia più cara amica, la mia confidente, tutto insomma. Per un po', anche la mia convivente, visto che Marco l'aveva graziosamente buttata fuori di casa.
Fu da quel giorno che iniziai ad amarla, ad ammirarla come una dea, ad imitarla nel suo modo di essere. Ho impiegato tre anni a capire che invece avrei dovuto odiarla per quello che mi stava facendo.
Di lei sapevo poco e anche quel poco, a un certo punto, s'era rivelato falso: Edy Amato – come diceva di chiamarsi – non esisteva. O meglio, era esistita, e morta d'infarto, molti anni prima. Chi era allora la donna che mi ero messa in casa? Che voleva da me?
Quando glielo chiesi, lei sorrise. E dopo un'ora era già fuori. Non la vidi più.
Ma era riuscita a vivere a mie spese per più di due anni e a farsi prestare una consistente somma di denaro. Non rividi più nemmeno quella.
Il poliziotto al quale raccontai la mia storia cercò di aiutarmi, interrogò Marco – che non aveva mai conosciuto alcuna Edy Amato, né donne con simili requisiti – e alla fine, sconfitto, mi disse: «E' inutile, non riusciamo a rintracciarla. L'ipotesi è quella della truffatrice esperta in clonazioni cellulari. E non lascia tracce dietro di sé.»
Il bello era che, per colpa sua, avevo lasciato Marco. Le avevo creduto. Fu allora che iniziai a odiarla.

Quindi chiusi la porta e per la seconda volta scavalcai il suo cadavere. Poi rimisi a posto la pistola, regolarmente denunciata e con tanto di porto d'armi - mia e con le mie sole impronte sopra –pensando a come avrei potuto giustificare quella pallottola nel suo corpo. Legittima difesa. Certo, perché lei, la Edy Amato svanita nel nulla mesi prima, era venuta da me con l'intenzione di uccidermi. E aveva con sé una pistola carica.
A quel pensiero sorrisi. Poi aprii il secondo cassetto e, con un fazzoletto pulito, presi l'altra pistola, quella non denunciata e col numero di serie abraso, sparai un colpo contro la parete e andai a metterla nella sua mano sinistra – ché lei era mancina, non bisognava dimenticarlo.
Del resto, se i cari vecchi inquilini non avevano udito il colpo sparato da me, come avevano potuto sentire quello esploso da lei un attimo prima? Ero l'unica testimone del mio delitto. A quel punto dovevo soltanto alzare la cornetta, comporre il 113 e, fingendo terrore, chiedere che mandassero una volante a casa mia: la fantomatica Edy Amato delle loro pratiche inevase era ricomparsa e, stavolta, morta davvero.
Ma come potevo fingere terrore se quel riso gorgogliante stava tornando? Era lei a farmi ridere. Decisi così di non guardarla. Mi girai e raggiunsi il telefono. Ma proprio in quel momento udii un suono insistente dietro di me... accidenti, il campanello. E ancora non avevo potuto chiamare la polizia... ancora ridevo di gusto, soddisfatta e fiera di me.
Ma a quel punto non ebbi più bisogno di fingere: il terrore iniziava a farsi largo, gelandomi la pelle, attanagliandomi lo stomaco.
Gli altri inquilini... accidenti, non erano tutti un po' sordi e a vedere la tv? Chi altri? Magari il custode, o il postino con una raccomandata... a quell'ora?
Il trillo era continuo, insistente, non potevo fingere di non averlo sentito. Ma perché non la smetteva? Ecco, sto arrivando… sto arrivando, sì. Devo aprire la porta e affrontare la situazione. L'ho uccisa, che altro?
Invece apro gli occhi, di scatto mi giro nel letto e vedo le lancette della sveglia segnare le sette e dieci: sta suonando da ben dieci minuti.
Allora mi metto a ridere e mi alzo subito.
Come posso aver elaborato un sogno simile? Se fossi una scrittrice ne trarrei una storia a sfondo giallo. Ma sono soltanto Amanda, ventotto anni, insegnante di latino. Tutto il resto era pura invenzione.
E devo sbrigarmi, o farò tardi a scuola.
Edy Amato è mai esistita? Mi scappa da ridere: una specie di gorgoglio di vittoria.



Ombre sul fiume

Claudia era stata assegnata alle volanti e come tutti là dentro lavorava anche di notte. Solo che a lei toccava un po' più spesso. Non l'aveva chiesto, né l'avrebbe voluto, ma era l'ultima arrivata e doveva “farsi le ossa”, come le ripeteva il collega che guidava la macchina. Lui aveva più esperienza, ma insisteva nel dire che “toccava a tutti”, che “anche i capi fanno i turni di notte”.
Figurati, pensava Claudia. Quelli a quest'ora dormono. Anche se il capo le piaceva. Non era uno come gli altri. Commissario da sempre, dirigeva la sezione da più di vent'anni: lui di notte non dormiva. In una città come Roma non è permesso farlo.
Il display sul cruscotto segnava 00:54 quando il collega imboccò il lungotevere. Per qualche centinaio di metri la volante scivolò solitaria nel freddo nebbioso di quella notte di settembre, spaccando l'oscurità come una lama di luce liquida e inoffensiva.
Qui non succede niente, pensò Claudia girando gli occhi sul finestrino laterale, verso il fiume nero e la città di luci rosa e azzurre che vi si specchiava dentro. Una città al contrario, in tutti i sensi: sei sicuro che succeda di tutto, che rischi la pelle anche solo mettendo il naso fuori di casa. Invece no. Da un anno non accadeva granché, piccoli spacciatori e protettori di prostitute a parte. Non da quando Claudia faceva quel turno.
La chiamata arrivò due minuti più tardi. Sembrava la solita routine: portarsi sul posto, controllare, rispedire a casa l'ennesimo esagitato che non ha niente di meglio da fare. Ma non era esattamente così.
Il cadavere era stato trovato da una coppia di giovani che, a loro dire, facevano una passeggiata romantica sul bordo del fiume. Si trattava di una donna: lunghi capelli rossi ed espressione di stupore stampata sul viso pesantemente truccato. Giaceva composta sotto l'arcata del ponte e sembrava fissarti coi suoi occhi verdi spalancati nel nulla.
Stupore, sì. Questo aveva notato Claudia arrivando, mentre il collega si fermava a parlare con la coppia di giovani. Poi sarebbero arrivati anche gli altri - omicidi, medico legale, scientifica - per illuminare a giorno quel tratto di fiume così silenzioso e buio, così lontano dal centro storico e dai suoi colori. Ma la prima a vederla era stata lei.
Non era la solita routine: la donna stesa in terra era morta. Ammazzata, probabilmente. E stupita di essere stata ammazzata. Non per gelosia, e nemmeno a scopo di rapina. Quella era una puttana, una delle tante che a volte cadono nelle retate della polizia, o vengono picchiate dai loro protettori. Bella però, pensò Claudia passandosi una mano sugli occhi.
Fu allora che notò la mano destra della vittima stretta a pugno su qualcosa che non faceva parte del suo abbigliamento. Un fazzoletto? Un pezzo di stoffa chiara, magari dell'assassino?
«Stefano, guarda qua» disse al collega, chiamandolo a sé.
«Stringe qualcosa» ammise lui. «Ma aspettiamo gli altri: noi dobbiamo solo trattenere quei due e non toccare niente.»
«Quei due non c'entrano.»
Il collega scosse la testa, allontanandosi per accendere una sigaretta. Ma Claudia lo afferrò per un braccio, lo costrinse a voltarsi.
«Non hai capito?» esclamò. «E' lui! E' l'assassino delle prostitute! Non hai letto l'informativa di tre giorni fa? Attacca alle dieci, resta un po' in ufficio a sistemare i reperti, poi mette il timer alle macchine fino alle sette e mezzo e se ne va in giro ad ammazzare la gente. Ce l'ha con le puttane dai capelli rossi. Allora, hai letto l'informativa?»
«L'ho letta, sì, ma è solo un'ipotesi. Che a me personalmente sembra assurda: ti pare che uno a un passo dalla pensione e a stretto contatto con la polizia, si mette a fare il killer? Dai, lasciamo perdere...»
«Ma oggi è venerdì: una settimana dall'ultimo delitto. Va avanti così da più di due mesi. Non è un killer, è uno psicopatico.»
«Va bene, ma che dovremmo fare?»
«Andare a prenderlo.»
Il collega scoppiò a ridere divertito. «E tu sapresti dove?»
Claudia indicò la mano della donna. «In laboratorio.»
Al collega la spiegazione fu chiara d'improvviso. Non si trattava d'un fazzoletto né, tanto meno, d'un pezzo di stoffa chiara: la donna stringeva un guanto sterile, del tutto simile a quelli usati dalla scientifica per le analisi di laboratorio. E il sospettato - tecnico addetto al controllo dei macchinari che operavano ventiquattrore al giorno nei sotterranei della questura - aveva occasione e modo di procurarsene un paio.
Ma era la prima volta che commetteva un errore, che lasciava una traccia di sé. Mai prima d'allora aveva perso qualcosa che potesse identificarlo. I guanti in particolare, che gli servivano solo in ufficio. Perché quel venerdì era andata diversamente? Cosa non aveva funzionato nella sua testa malata?
Claudia sapeva che non spettava a lei dare risposte: c'erano i capi per questo. A lei toccava andare là e fermarlo, prima che la notte finisse. Perché con essa, forse, finiva anche un assassino e la sua inutile follia.

Lo intercettarono all'altezza di ponte Matteotti, alle quattro in punto.
Aveva camminato sul lungofiume per ore, con le mani in tasca, cercando quella dimensione che il giorno e la luce non riuscivano a dargli, guardando il buio e i personaggi che lo popolavano. Ombre soprattutto. Come la donna dai capelli rossi che puntualmente ricompariva, alle otto di mattina, come un fantasma dai contorni vividi e lo sguardo accusatore. Per questo la cercava di notte, quando tutti dormivano, compresa lei. Lei che gli aveva rovinato la vita da quando era nato. Madre snaturata e senza amore. Madre comunque. Che non moriva mai, benché lui l'avesse ammazzata almeno otto, nove volte.
Adesso sapeva molto di lei, di se stesso e della notte, di quella città che non amava ma che era bella nonostante tutto. Di quel fiume. E delle ombre che ne percorrevano il lento incresparsi.
Sapeva anche che quei due sulla volante cercavano proprio lui. Che alla fine l'avevano individuato. Era il loro lavoro, li ammirava per questo - lui che, fra pochissime ore, un lavoro non l'avrebbe avuto più, nemmeno di notte. Li attese sul greto del fiume, con le mani in tasca e uno strano sorriso sulle labbra umide di nebbia.
Claudia lo raggiunse per prima, le dita strette sul calcio della pistola e il collega dietro a coprirle le spalle. Se quello avesse tirato fuori la calibro 9 con la quale aveva ammazzato otto donne in due mesi, per la giovane poliziotta ci sarebbe stato poco da scherzare. Invece non successe niente. Non a Claudia. Non a Stefano.
L'uomo sorrise, lentamente mostrò loro l'altro guanto sterile, lo gettò a terra e disse: «Addio, dolce signora notte. Adesso ti conosco e posso congedarmi da te.»
Non riuscirono a fermarlo: fu inghiottito dalle lievi onde nere del fiume.
Alle cinque era tutto finito. Claudia guardò le strade ancora deserte e l'unica cosa che riuscì a pensare fu che finalmente sarebbe andata a dormire, che tutto si sarebbe raddrizzato, città compresa. E nessun'altra prostituta dai capelli rossi sarebbe stata ammazzata. Si chiese se i suoi turni servissero davvero. Ma, come per tante altre cose, non spettava a lei dare risposte. Lei lavorava di notte. E quel silenzio ovattato dove non succedeva niente - o quasi - in fondo le piaceva.
Le piaceva davvero.



Il Posto dei Sogni

C'era un posto al quale Alex agognava. Un posto che, malgrado le tante notti passate a sognarne l'esistenza, non aveva ancora né un nome né una localizzazione precisa.
Perciò quel piovoso lunedì di fine marzo, con la sola compagnia di qualche tela e di pochi colori, Alex aveva deciso di partire – senza avvertire nessuno, senza nemmeno salutare sua moglie. Partire verso il sole, verso i colori dell'arcobaleno, verso quel posto ignoto e talmente nitido che avrebbe potuto disegnarlo a occhi chiusi, tracciando con esso il nuovo percorso della sua esistenza. Trovò il sole molto più tardi, in un'alba rosso–arancio, nei colori pastello che si stagliavano contro la facciata di un'abbazia romanica ai piedi dell'Appennino – una specie d'incanto, nel silenzio mistico e irreale dei pilastri e degli affreschi scrostati. E il colore dell'alba andò a fare da sfondo al quadro appena iniziato.
Trovò l'arcobaleno nell'ora del tramonto, a ridosso di un lago alpino verde smeraldo, sui dossi, sulle crode innevate. E disegnò la neve bianca, silenziosa e delicata, su cime non più irraggiungibili.
Poi, preceduto e accompagnato da un nero volo d'uccelli, Alex traversò l'oceano, verso un mondo nuovo e troppo spesso enfatizzato – l'America, quella che i suoi avi avevano potuto soltanto sognare. Dove di preciso non sapeva, ma sapeva che era lì che avrebbe completato il quadro e, probabilmente, anche il viaggio.
Il posto al quale agognava da anni gli si parò davanti d'improvviso, come una foto a colori o un dipinto già terminato… lì, sulla scaletta dell'aereo, a migliaia di chilometri da casa… lì, in quel paese stupendo e sconosciuto, in una notte tiepida illuminata da miliardi di piccole stelle… lì, davanti al nero profilo delle Ande, Alex si fermò.
«Cosa ci faccio qui?», si chiese a voce alta, mentre la hostess cercava di trascinarlo via, urlandogli nell'orecchio – forse in portoghese – che il pullman per Buenos Aires, già carico di gente, aspettava solo lui per partire.
In quel momento una voce flebile, proveniente da lontano, gli sussurrò: «Forse stai cercando dalla parte sbagliata.»
«Ma come…?», mormorò Alex stupito, cercando intorno a sé il proprietario di quella voce. «Il mito americano…»
«Forse è il posto ad essere sbagliato.»
«Ma io non so dove sia né come si chiami… Non so nemmeno come sia arrivato sin qui.»
«Lo sai, invece. Devi soltanto avere il coraggio di ammetterlo. Forse non ti servono migliaia di chilometri per raggiungere il posto che cerchi. Forse l'hai già trovato.»
La voce svanì. Fu allora che Alex si fermò e, lasciati alla hostess colori e tele, s'incamminò verso l'uscita dell'aeroporto. Non sapeva in quale città fosse atterrato, né gli interessava. Ormai aveva capito: nessun viaggio poteva portarlo nel posto al quale agognava: esso non aveva né nome né localizzazione e poteva trovarsi ovunque. Oppure non esistere affatto.
Perché era il posto dei sogni – un mito, forse una speranza – e stava lì, proprio dentro di lui: bastava saperlo trovare.

Alex si svegliò alle cinque di mattina di un piovoso lunedì di fine marzo. Un brivido gli percorse la schiena mentre allungava una mano a sfiorare sua moglie per accertarsi che lei fosse lì e che tutto fosse ancora come l'aveva lasciato.
Poi sorrise: dove sarebbe arrivato col prossimo volo? In America o dovunque, non importava. L'importante era trovarsi dentro al quadro sino alla fine del viaggio, sino all'ultimo colore.
Richiuse gli occhi e in breve si riaddormentò.



Una Scelta Difficile

Claudia mi abbracciò, felice di avermi a casa. Non sapeva cosa avessi nel cuore, né poteva immaginare quale fosse l'epilogo di quella brutta storia.
«E' finita», le annunciai faticosamente. E lei volle sapere tutto. Del resto lo meritava: aveva seguito passo passo la mia indagine, temuto per la mia incolumità, atteso pazientemente che tornassi – anche a notte fonda – da qualche appostamento. L'aveva fatto senza lamentarsi, perché in fondo sposare un poliziotto poteva significare anche questo.
Parlai per un quarto d'ora e lei non m'interruppe mai.
«Insomma Giuliani ha confessato?», chiese alla fine. «Ha ucciso lui quelle sei persone… per cosa?»
«Vendetta, immagino. Ma era stravolto e la sua confessione è risultata confusa, lacunosa. Comunque avevamo prove schiaccianti contro di lui e il magistrato non ha avuto dubbi nell'emettere il mandato d'arresto.»
Era finita davvero, ma Claudia quasi non voleva crederci. Glielo lessi negli occhi, capii che avrebbe voluto sapere di più perché era sicura che un "di più" vi fosse. Ma non mi chiese altro e io non le rivelai il vero epilogo – che aveva stravolto le mie certezze, gli affetti, tutto. Non ne ebbi il coraggio.
Cenammo in silenzio e più tardi, a letto, attesi che lei s'addormentasse. Poi, in quel buio silenzioso e confortante, lasciai che tutte le lacrime sinora respinte avessero libero sfogo… le sentii scendere giù veloci, bollenti, amare di disperazione e di rabbia… non potevo più fermarle. Non volevo.
Questo il vero epilogo: un segreto che m'ingabbiava, che non mi lasciava scampo, che m'obbligava a fare una scelta che per nulla al mondo avrei voluto dover fare. Mio fratello Sandro era un assassino… per vent'anni, un assassino. E a saperlo, adesso, ero soltanto io. Se Sandro, tanti anni fa, avesse confessato il suo delitto, Giuliani – lo psicopatico arrestato poche ore prima – non sarebbe impazzito di dolore, non avrebbe architettato tutta quella messinscena per attuare la sua folle vendetta. Sandro aveva ucciso Laura in un eccesso di rabbia, quasi per errore… e Laura era la donna amata da Giuliani. Se non l'avessimo fermato, l'uomo avrebbe ucciso pure mio fratello, dopo averla fatta pagare a tutti i responsabili di quel tremendo errore giudiziario. Perché per l'omicidio di Laura, all'epoca, aveva pagato qualcun altro. Mentre il vero assassino (il “mio” Sandro) ne era uscito pulito. E, soprattutto, libero.
Sei innocenti, vittime di un errore e della follia di Giuliani. Ma soprattutto vittime della calcolata cattiveria di mio fratello che, senza scrupoli, aveva lasciato che un innocente fosse condannato al posto suo. Del resto Sandro prometteva bene, aveva davanti a sé una brillante carriera di avvocato (penalista… che ironia!), perché rovinarla accusandosi dell'omicidio di quella "puttanella"? Questo aveva asserito poche ore prima mio fratello assassino, senza rammarico né dolore, certo che avrei comunque mantenuto il segreto. Era stato uno shock per me, un colpo al cuore. Non avevo mai pianto prima. Lo feci quella notte, a causa sua. Lo feci perché mi odiavo, perché dopo quella confessione non ero stato capace di ribattere né di arrabbiarmi… perché ero riuscito soltanto a scappare, da lui e soprattutto da me stesso, nascondendomi alle mie responsabilità, travolto da un'emozione troppo forte e vorticosa… io, poliziotto, uomo di legge e di giustizia…
Ma quale giustizia, se non ero nemmeno capace di inchiodare Sandro alle sue responsabilità?
Ero scappato, avevo corso per la città sotto la pioggia scrosciante illudendomi che l'acqua potesse spegnere l'incendio che avevo dentro e ripulirmi l'anima dalle sozzure che avevo ascoltato. Ma era stato tutto inutile: dovevo scegliere. Quella notte. Da solo. Claudia si svegliò, forse conscia del mio stato d'animo, forse a sua volta nervosa. «Non dormi?», mi chiese. «Sono quasi le quattro.» «Non ci riesco», le risposi in un soffio.
«C'è qualcosa che ti tormenta, vero?», seguitò lei. «L'ho capito subito, Luca, non dirmi che ho torto. Hai detto E' finita, mi hai raccontato i fatti, ma hai parlato senza soddisfazione, come se mancasse qualcosa… Mi sbaglio?»
Ovviamente non sbagliava. Ma – mi chiesi – se le avessi detto tutto, lei avrebbe capito? avrebbe compreso la mia angoscia? «Non sbaglio», aggiunse, sicura di sé. «Perché non vuoi parlarne? Cos'è che ti tormenta, Luca?»
«Una scelta», dissi infine, con estrema fatica. Mi ero strappato quelle parole dall'anima e ormai non potevo più tirarmi indietro: Claudia avrebbe voluto una spiegazione. E la meritava, dopotutto.
«Una scelta che devi fare? A che riguardo?»
«Sandro», sussurrai. Poi fui colto da un'emozione ancora più devastante di quella provata al cospetto di mio fratello, qualcosa che mi fece traboccare le parole contro la mia volontà… una specie di desiderio di liberazione (o era soltanto vigliaccheria?). Parlai, le dissi tutto. «Sandro è un assassino e io non posso sopportare questo peso… non più.»
Claudia mi guardò esterrefatta, di certo pensando che fossi impazzito. «Che stai dicendo?», mormorò carezzandomi sulla fronte. «Non ho la febbre né sono diventato matto…», tentai di rassicurarla. «Mio fratello è il vero e unico responsabile di quella serie di delitti. Un errore giudiziario, capisci? Fu lui ad uccidere quella ragazza, vent'anni fa… me l'ha confessato stasera, forte del fatto che Giuliani fosse finito dentro e che la storia fosse ormai chiusa. Forte del mio silenzio.»
Insomma le dissi tutto e fu come una liberazione per me.
Lei mi ascoltò in silenzio e, nella semi–oscurità della stanza, mi parve di scorgere una lacrima sul suo bel viso assonnato.
«Sono solo uno stronzo, Claudia…», terminai. «Non ho fatto altro che scappare stasera… per poi rifugiarmi da te – che non c'entri niente –, perché sono incapace di prendere una decisione.»
Lei mi abbracciò. Anzi, mi si aggrappò con tutta la forza e l'amore che provava (ma come poteva amare uno come me?), poi disse con voce lieve: «E' pazzesco… non riesco a crederci.»
«Ma è così. E io devo scegliere: denunciarlo – facendo finalmente giustizia, benché dopo tanti anni –, o tacere – divenendo complice di un assassino.»
«Perché? Perché devi scegliere?»
«Perché ora so e non posso più fingere di non sapere. Le parole di Sandro, la sua boria, quel modo di guardarmi – come una minaccia… è un incubo, Claudia. Non posso convivere con un incubo e sopravvivere facendo finta di niente… non ci riesco.» «E' una situazione assurda, Luca… perché tuo fratello ha deciso di parlare proprio adesso? che senso aveva farti così male?»
«Sandro non è quello che sembra», mormorai. Era come se qualcun altro avesse parlato al posto mio.
«Tu cosa faresti?», le domandai. «Ciò che riterrei giusto.»
«E cioè?»
Claudia non mi rispose. Certo, spettava a me. Perché tentavo ancora di arrampicarmi sugli specchi, sfuggendo alle mie responsabilità? Mia moglie non ne avrebbe fatto parola con nessuno, qualunque fosse stata la mia decisione – di questo ero certo. Lei era la sola di cui potessi fidarmi. Lei non chiedeva né giudicava: aveva sposato un poliziotto e imparato a non fare domande. Mai. Non era certo lei il mio problema. Ero io. Era il sonno che non veniva e quel dolore che seguitava a squassarmi il petto. Era l'incubo che mi attanagliava e non mi lasciava scampo. Ero io e basta.
Chiusi gli occhi sui miei pensieri funesti e m'imposi di dormire.
C'è chi dice che la notte porta consiglio: sarebbe stato così anche per me?

Quella mattina Claudia si sarebbe svegliata e non m'avrebbe trovato: ero uscito pressoché all'alba. Ma avrebbe capito, ne ero certo. Non era stato facile decidere. Però l'avevo fatto. Infine avevo scelto. Ed era una scelta che avrebbe cambiato la vita di molte persone, a cominciare dalla mia. Forse nemmeno mia moglie sarebbe stata d'accordo. Forse i miei genitori m'avrebbero odiato e il mio amico Franco m'avrebbe detto – col suo solito, sarcastico buontempismo – “Ma chi te lo fa fare?”. Forse mi sarei ritrovato più solo e disperato di prima. Ma la scelta era obbligata e ormai sapevo di non potermene più esimere.
Mi chiesi cosa fosse giusto, per chi e perché. E se fosse giusto per gli altri ciò che lo era per me. Senza risposte, varcai la soglia della questura. Contrariamente a tutti gli altri giorni però non salutai nessuno, non mi fermai nel mio ufficio. Proseguii per il lungo corridoio, salii le scale sino al terzo piano e nemmeno badai a qualcuno (chissà chi) che mi salutava allegramente. Mi sentivo un automa, uno senza cuore, programmato per tradire. Mi sentivo uno schifo. Mi facevo schifo.
Mi fermai davanti alla porta del questore. Lui avrebbe capito, certo. E approvato. Bussai, ed entrai subito dopo.
«Commissario!», esclamò lui, stupito di vedermi lì. «Pensavo fosse in ferie, come le avevo suggerito.»
Non riuscii a rispondere. Ero un automa senza voce.
«C'è qualcosa che vuole dirmi?», mi incitò lui. «Avanti, non si faccia scrupoli. Si sieda e mi dica tutto.»
Mi sedetti. D'improvviso mi parve di riascoltare le dure, assurde, ciniche parole di Sandro… «Le donne sono tutte puttane, Luca. Possibile che tu sia ancora così ingenuo? Ho ammazzato Laura, certo, ma cos'ho perso in fondo? Cos'ha perso la società con la sua morte? Era solo una puttana in meno da mantenere»… Socchiusi gli occhi. Non potevo credere che fosse stato proprio mio fratello a parlare in quel modo.
Guardai nuovamente il questore. Lui aspettava una spiegazione (a quel punto ne aveva tutto il diritto), però non chiese altro. Da dietro la sua enorme scrivania piena di carte restò a fissarmi con quegli occhietti da topo un po' miopi e un po' divertiti. Non poteva immaginare la verità. Però l'avrebbe accettata.
Fu la sua fede incrollabile nella giustizia (quella vera, valida per tutti) a darmi la forza necessaria. E alla fine parlai.
Quelle poche parole uscirono fredde, dirette, metalliche – una staffilata al cuore, per me che così tanto avevo amato Sandro e che adesso invece lo sentivo indifferente, distante…
«Sono qui per denunciare mio fratello», dissi. «L'avvocato Sandro Bordini… un assassino.»
E solo quando ebbi finito mi accorsi di non provare alcun dolore.



Una passione pericolosa

Erano quasi le sette di sera quando mi accinsi ad effettuare l'ultima autopsia di quel giorno. Sarebbe stata ora di staccare, ma avevo promesso a quelli della omicidi che l'indomani avrei fornito un referto e - come tutti ben sapevano - mantenevo sempre la parola data.
Ero sola ormai, nel grigiore asettico dell'istituto di medicina legale, se si eccettuava la silenziosa presenza del cadavere che avevo di fronte e quella - ugualmente silenziosa - del custode in fondo al corridoio.
«Se ha bisogno di qualcosa, dottoressa, mi chiami pure» m'aveva detto poco prima. In realtà avrei avuto bisogno della mia assistente, ma lei era giustamente andata via in orario, per accudire il suo piccolo Luca, nato da poco più d'un anno. Io non avevo figli né marito: potevo procedere ad oltranza, ché nessuno avrebbe notato la mia assenza.
Si trattava del cadavere d'una giovane donna, violentata e uccisa due giorni prima dal solito sconosciuto malato di mente. Io dovevo scoprire come era morta e fornire alla polizia elementi utili all'identificazione dell'assassino. Quella sarebbe stata la terza autopsia giornaliera.
«Ma perché hai scelto questo truce lavoro?» m'aveva chiesto una volta il commissario capo della omicidi - col quale ero in ottimi rapporti (era uno che parlava poco, come me, perciò mi piaceva).
«Perché non so fare altro, proprio come te» gli avevo risposto.
Ma sapevo che c'era dell'altro. E probabilmente lo sapeva anche lui.
«Mi sembri la Gioconda!» aveva aggiunto lui. «Sei insondabile.»
Risi al ricordo di quelle parole. Poi mi parve offensivo nei confronti della donna stesa davanti a me. Così m'infilai i guanti sterili e iniziai il mio lavoro. Avrei tenuto tutto a mente e solo a casa buttato giù uno straccio di referto per la polizia - a costo di fare le ore piccole.
Mi sentivo piena di vigore quella sera, e stranamente allegra.
Del resto era la prima volta che qualcuno mi contattava perché gli mostrassi i miei quadri. Colori a olio, tele, trementina, pennelli di martora, stracci sporchi, cavalletti: questi i colori della mia vita, gli unici davvero miei, nei quali mi ritrovavo e cancellavo la tetraggine del mio lavoro e il pallore delle decine di cadaveri che mi passavano davanti ogni giorno. Dipingere era stata una passione più o meno da quando ero nata - trentasei anni prima. Forse per questo al commissario avevo fatto venire in mente la Gioconda di Leonardo.
Avevo alcune tele nel bagagliaio dell'auto e alle nove sarei andata a mostrarle al mio interlocutore. Forse era l'idea di quell'incontro a darmi tanta forza. Non che m'illudessi, ma già il fatto di essere stata contattata mi dava un'indicibile soddisfazione.
Detti un'occhiata alla scheda relativa alla mia silenziosa compagna e notai una particolarità fra i suoi dati personali: era una pittrice professionista. Perciò provai uno strano sentimento: pietà per lei e odio verso chi l'aveva uccisa. Chi s'era permesso di stroncare la vita di un'artista come lei, che raccontava la vita coi vividi colori dei suoi quadri? E perché l'aveva fatto? Non spettava a me capire, ma volevo trovare comunque una risposta. Per lei. E soprattutto per me.
Terminai alle otto e quaranta, scrissi alcuni appunti - che ritenevo fondamentali - sul solito quaderno a quadretti, quindi corsi via. Non volevo assolutamente arrivare in ritardo.
Passando, notai che il custode non era al suo posto. Non mi vide uscire, ma che importava? Se ne sarebbe accorto al prossimo giro di perlustrazione e avrebbe capito. Io avevo fretta e dovevo correre via.

Arrivai nel suo studio alle nove e cinque: l'avrebbe notato?
«Salve» mi disse aprendomi la porta. «Tu devi essere Romina. Piacere di conoscerti. Entra pure.»
«Scusa il ritardo, ma…»
M'interruppe gentile: «Cinque minuti… per carità! Tutti gli artisti arrivano in ritardo. Allora, vediamo queste tele?»
Le tenevo in mano. Mi sentivo impacciata. E se non gli fossero piaciute? Me l'avrebbe detto, o m'avrebbe illusa con falsi complimenti?
Gliele porsi sorridendo. «Eccole» mormorai.
Anche lui sorrise. «Che ignorante, non ti ho nemmeno offerto un drink… o preferisci un aperitivo? Hai già cenato?»
«Non prendo niente, grazie» risposi.
«Nervosa?»
Annuii. Allora lui prese le mie tele, le appoggiò alla parete e aggiunse: «Le guardiamo dopo. Ora ci prepariamo un caffè.»
Non me la sentii di rifiutare. Lo seguii in cucina.
Era una casa un po' tetra, forse troppo buia per quel mobilio anni venti e quelle tende marroncine che stonavano con tutto il resto. Ma era la casa d'un artista - uno strano, dai gusti particolari. Uno insondabile. Lo osservai mentre preparava il caffè - serio e meticoloso (troppo?). Un bel tipo, tutto sommato. Ma decisi che non mi piaceva. Non ero più tanto sicura di potermi fidare di lui.
«Cosa fai nella vita oltre a dipingere?» mi chiese voltandosi a metà e indirizzandomi un sorrisetto ambiguo. «Sono capo medico legale, lavoro per la polizia.»
Lui non sembrò stupirsi, come se già conoscesse la mia attività.
«Avrai saputo della pittrice uccisa un paio di giorni fa?» chiese.
«Ne ho eseguito l'autopsia proprio stasera. La conoscevi?»
Lui non mi rispose. Perché m'aveva posto quella domanda?
«Quindi sai come è morta?» mi chiese ancora.
«Non è argomento di cui possa parlare.»
«Capisco. Ma la polizia sa già chi è l'assassino?»
«Non ne ho idea.»
Perché tanto interesse per quella poveretta? La conosceva davvero?
«Fui io ad organizzarle la mostra che poi le diede celebrità» disse d'un tratto, porgendomi il caffè. «Ma lei non si dimostrò troppo riconoscente. Comunque mi dispiace che sia morta così.»
«Davvero?» mormorai, trangugiando il primo sorso.
Quell'uomo mi piaceva sempre meno. Mi chiesi perché avessi accettato d'incontrarlo, perché fossi lì, sola con lui, alle nove di sera… e cominciai ad averne paura.
«Allora, diamo un'occhiata ai tuoi quadri?» disse. Poi s'avviò verso l'altra stanza senza attendere risposta. Lo seguii silenziosa e lo osservai mentre staccava le mie tele dalla parete e le rimirava apparentemente impassibile.
«Cosa ne pensi?» gli domandai, stupendomi dell'indifferenza che stavo provando in quel momento.
«Niente male» rispose. «Hanno qualcosa di intimo - un nervosismo inespresso, un odio ancestrale. Probabilmente rappresentano te stessa e il mondo tetro in cui vivi, e dal quale vorresti uscire senza sapere come. Sono interessanti, davvero.»
Aveva capito tutto senza sapere niente di me: com'era possibile?
«Sei medico legale e molto sola» proseguì. «Le uniche persone con cui parli sono i tuoi cadaveri e nei quadri riporti tutto ciò che loro hanno da raccontarti: odio, rabbia, disperazione, terrore… In poche parole, rappresenti la morte. Ma lo fai con colori vivi e luminosi - quasi una rivincita sulla tetraggine di tutti i giorni. Che ne pensi?»
«Che ne penso di cosa?» mormorai stupefatta.
«Potrebbe andare come presentazione alla mostra?»
«Intendi dire che ne organizzerai una anche per me?»
«Lo farò, certo. Come feci per Bruna, come ho fatto per tante altre. Anche loro rappresentavano il dolore di vivere. Vedi, Romina, penso che non sia giusto vivere così e poi angustiare gli altri coi propri incubi. Se tu dipingi la tua malinconia, gli altri si sentiranno coinvolti e soffriranno per qualcosa che non li riguarda… non lo trovo corretto.»
«Non capisco» mormorai, sempre più piano.
«Davvero?» mi schernì lui.
Il suo tono era cambiato: mi stava facendo gelare il sangue nelle vene. Pensai di dovermene andare subito, con o senza le mie tele. Fuggire immediatamente - ché quello era proprio matto da legare. Feci un passo indietro, intimorita.
«Non vorrai lasciarmi proprio ora?» disse lui, ironico.
«Non te lo permetterò, Romina. Non ti permetterò di angustiare ancora gli altri coi tuoi quadri di morte… come non l'ho permesso a Bruna, né alle altre.»
D'improvviso capii: era lui! Lui aveva ucciso la pittrice sezionata poche ore prima… e le tre ragazze con l'hobby della pittura della cui morte s'occupava il commissario! Era lui lo psicopatico che odiava i pittori! Ecco come accalappiava le sue vittime… Troppo facile davvero.
Ora sapevo. Ma come uscirne? Avrebbe ucciso anche me.
Lo vidi impugnare un lungo rasoio affilato e con quello sfregiare irreparabilmente le mie tele. Poi avvicinarsi a me, con quel rasoio in mano. Pensai agli appunti per il referto di Bruna: recisione della carotide - taglio netto e deciso, inferto frontalmente da sinistra a destra. E lui era mancino.
Non indietreggiai, lo attesi al varco. Non potevo subire, non più. Ne aveva ammazzate quattro e io non volevo essere la sua quinta vittima.
Decisi di reagire e probabilmente lo colsi impreparato. La paura che provavo mi dette una forza sconosciuta: con la mano sinistra bloccai il suo polso e con la destra afferrai il rasoio… fu solo un attimo, una reazione improvvisa e imprevista, brutale, rabbiosa: gli squarciai la gola (come lui voleva fare con me) e lo vidi cadere a terra senza un lamento.
Morto.
Mi ritrovai col rasoio in mano e il suo sangue addosso, sconcertata e soddisfatta allo stesso tempo.
Il commissario m'avrebbe aiutata (avevo fermato un pericoloso assassino), avanzando la tesi della legittima difesa. Me la sarei cavata con poco. Nonostante questa certezza, presi ben altra decisione. Volevo qualcosa di diverso per quell'uomo. Volevo l'indifferenza, l'anonimato, l'annullamento di personalità. La fine vera. Perciò andai a lavarmi, cercai e trovai un grosso sacco di cellofan e vi misi dentro tele e rasoio; poi avvolsi il cadavere in una coperta di lana e lo trascinai sino alla porta. Lavai pavimento, tazzine e caffettiera, poi spensi tutte le luci e lasciai casa sua trascinandomelo appresso: erano le undici passate e non incontrai nessuno. Riuscii a caracollarlo nel bagagliaio insieme alle tele e ripartii verso l'istituto di medicina legale.
Parcheggiai sul retro, afferrai una delle barelle di servizio e vi misi sopra il cadavere; poi spinsi la barella sul montacarichi e salii al secondo piano. Il custode era tornato al suo posto, ma s'era appisolato. Non mi vide passare nemmeno stavolta.
Raggiunsi l'obitorio e misi la barella accanto a quella di Bruna.
«Non ti farà più alcun male» le bisbigliai. «Ora lui è qui, come te.»
Presi un cartellino, vi scrissi sopra "sconosciuto" e glielo legai al piede.
L'indomani qualcuno avrebbe notato quel corpo e m'avrebbe chiamata perché lo analizzassi. Ovviamente non ne avrei saputo niente e il caso sarebbe stato archiviato come tanti altri: “ignoto ucciso da ignoti”.
Uscii nella notte stellata e respirai a pieni polmoni, soddisfatta. Non gli avevo concesso nemmeno il beneficio del riconoscimento. Niente, se non l'indifferenza più totale. Cadavere fra i cadaveri. Questo meritava.
Ora avevo una risposta a tutto, anche a me stessa.
Soprattutto sapevo che non avrei dipinto mai più.



Una Notte Particolare

Era mezzanotte passata quando Giulia fu svegliata dall'inatteso suono del campanello. Mezzanotte di una calda sera di fine luglio - e lei era appena riuscita a prendere sonno. Si alzò controvoglia e il campanello suonò di nuovo, più forte, più a lungo di prima. Seccata e un po' intontita, s'affrettò alla porta e chiese chi fosse.
«Il vicino, signora... la prego, apra: è importante» si sentì rispondere.
Le passarono per la mente una raffica di pensieri sconnessi, forse anche un brivido di paura, ma aprì l'uscio e quello che si trovò davanti non era il vicino di casa bensì uno sconosciuto che aveva sul viso una calza di nylon marrone. Non poté reagire, non ne ebbe il tempo: lo sconosciuto spalancò violentemente la porta, si gettò su di lei e con un braccio la afferrò, se la strinse addosso. Nell'altra mano impugnava una pistola: gliela puntò alla testa dicendo rauco:
«Ora sta' zitta. Se fai ciò che ti dico, non ti succederà niente. Sono stato chiaro?»
Giulia provò a rispondere, ma aveva la gola secca, la mente svuotata dal terrore. Annuì e l'uomo aggiunse:
«Ho la polizia alle calcagna e tu devi aiutarmi. Li senti? Sono già qui. Se urli, o provi a fare qualcosa, per te è finita.»
S'era sentita una sirena giù in strada. Lei annuì di nuovo.
Lui chiuse la porta con un calcio e trascinò la donna con sé fino al salotto; poi la fece sedere sul divano e, sempre puntandole la pistola contro, s'avvicinò alla finestra e guardò giù. Erano lì, con le loro macchine dalle luci azzurre, con le sirene, i megafoni, le pistole nella fondina. Lui sapeva che c'era anche l'ispettore Patti con loro, ma non riuscì ad individuarlo. Adesso doveva pensare a un piano - uno qualunque - per uscire da quell'assurda situazione.
Aveva una donna con sé, un ostaggio prezioso, ma cosa poteva chiedere in cambio se non la libertà? Nessun piano, ecco: solo la libertà.
«Cos'ha fatto di tanto grave per trovarsi qui?» chiese d'un tratto la donna con voce flebile e incerta.
Lui si girò di scatto, stupito - gli aveva rivolto la parola, accidenti: non aveva paura? E Giulia vide di lui l'unica cosa lasciata libera dalla calza di nylon: due grandi, bellissimi occhi verdi. Due occhi che la fissavano con curiosità, forse con stupore. Aveva paura quell'uomo?, si chiese Giulia. Era disperato, o soltanto un pazzo psicopatico?
Dalla strada si udì la voce dell'ispettore, falsata dal suono metallico del megafono: «Ti abbiamo individuato: è inutile scappare. Lascia i tuoi ostaggi e arrenditi, Curzi. Non hai altra scelta.»
Allora l'uomo scoppiò in una risata isterica.
«Ho scelta e come!» esclamò. «Va' alla finestra e di' a quel poliziotto che se non mandano qui un'auto col pieno di benzina entro due ore, t'ammazzo. Forza, va' a dirglielo.»
Giulia obbedì. Poi tornò a sedersi sul divano e, mentre lui richiudeva il vetro della finestra, disse piano:
«Forse accetteranno le sue richieste. Se sarà così, mi ucciderà comunque?»
L'uomo andò a sedersi di fronte a lei e, sempre puntandole addosso la pistola, la guardò a lungo - a lei sembrò senza cattiveria - prima di dire:
«Non ho nessuna intenzione di ammazzarti. Ma se quelli non mandano un'auto entro due ore, sarò costretto a portarti con me. Se esco da solo e senza protezione, mi fanno fuori subito.»
«Ma cos'ha fatto di tanto grave?» insistette lei.
«Sono colui che deve pagare per tutti. Gli altri sono riusciti a scappare col bottino, mentre io restavo indietro... e poi quel poliziotto mi conosce, si accanirà su di me, questo è sicuro...»
«Un furto?» mormorò lei.
«Sì. La chiamano “recidività”. Mi sono già fatto tre anni di galera per furto con scasso e adesso non ho nessuna intenzione di pagare per tutti. Non uscirò di qui finché non sarò sicuro di potermi dileguare.»
«Begli amici quelli che l'hanno mollata...» constatò Giulia.
Ma la reazione dell'uomo fu imprevista e violenta: s'alzò di scatto, andò a puntarle la pistola sulla fronte, urlò:
«Che ne sai tu? T'è mai corsa appresso la polizia? Ma no... tu sei ricca, bella, vivi come una signora... Che ne sai della paura, quella vera, che t'attanaglia lo stomaco, che ti fa vomitare l'anima, che ti spappola il cervello? Che ne sai della vita di uno che per campare è costretto a rubare? Hai mai rubato? Hai mai rischiato la pelle per quattro soldi? No, certo. Perciò devi stare zitta.»
«Io... io credo di capire...» azzardò lei terrorizzata.
«Non voglio la tua comprensione: sta' zitta e basta.»
«Ma forse, se si arrendesse...»
Lui non rispose, ma col calcio della pistola la colpì sul viso e la mandò a sbattere addosso al divano. Poi tornò a sedersi e seguitò a fissarla con occhi di ghiaccio. Era strano: perché lei non aveva paura? Molto carina, accidenti, e giovane... non avrebbe dovuto colpirla. Certo però che non era il caso di chiedere scusa, non adesso. La vide risollevarsi, massaggiarsi la guancia. Gli parve che tremasse e le parole gli uscirono incontrollate, in un tono tutt'altro che cattivo:
«Perché non prepari un bel caffè? Ci terrebbe svegli.»
Giulia lo guardò. No, non aveva paura di lui. C'era qualcosa nei suoi occhi: un velo strano, un dolore antico e inestinguibile. Si chiese se lo odiava, ma evitò di darsi una risposta.
«Davvero vuole un caffè? Lo faccio volentieri» mormorò.
Le parve che sorridesse, ma fu solo un attimo.
Dopo lui tornò alla finestra: la polizia era sempre assiepata là sotto. Le due ore stavano per scadere e la macchina non si vedeva. La voce al megafono disse che ci sarebbe voluto del tempo, che il questore era fuori città e che la decisione spettava solo a lui; chiese altre due ore. «Maledetti...» ruggì il rapinatore. «Tutte balle... Prendere tempo è la loro tattica. Ma stavolta non cedo... magari mi faccio ammazzare, ma non cedo. Vogliono solo stancarmi.»
«Non penso che valga la pena di morire per questo» azzardò Giulia con dolcezza. «Per niente e per nessuno.»
«Davvero? Tu ce l'hai qualcuno per cui vivere?» ribatté lui amaramente.
«Non più: mio marito è morto sei mesi fa. Ma lasciarmi andare non sarebbe servito, né a lui né a me.»
«Vedova... così giovane?»
C'era vero stupore nella sua voce. Giulia sorrise prima di aggiungere:
«Appunto voglio vivere. Lei è sposato?»
«No. E forse hai ragione. Però ricorda, una cosa c'è per cui vale la pena di rischiare la pelle. Si chiama libertà.»
«Se non avesse fatto quella rapina...»
«Non farmi la morale, okay? Adesso sono qui e devo solo uscirne.»
«Ha idea di come fare? Forse non le manderanno alcuna macchina e, se anche mi uccidesse, non avrebbe via di scampo.»
«Non ti ucciderò. Come ti chiami?»
«Giulia.»
«Bene, Giulia. Aspetteremo fino l'alba insieme.»
Tornò a sedersi e per la prima volta abbassò la pistola.

L'alba sopraggiunse quasi d'improvviso.
L'ispettore Patti guardò l'orologio spazientito: non sarebbe arrivata nessuna macchina per Pier Paolo Curzi, rapinatore recidivo incastrato e fottuto dai suoi compagni; invece doveva arrivare qualcos'altro e ancora non si vedeva. Curzi avrebbe ucciso la donna?
Prese il megafono e comunicò che l'auto era in arrivo; lo fece per prendere tempo, sperando che ve ne fosse ancora. Ma nessuno comparve alla finestra del quarto piano, nessuno rispose.
Giulia s'era assopita sul divano e la pistola del rapinatore era sul tavolo del salotto quando l'ispettore Patti irruppe violentemente nell'appartamento dalla finestra - calandosi con l'aiuto d'un elicottero, frantumando vetri e oggetti, provocando un gran fracasso.
Lei si destò di soprassalto e l'ispettore urlò: «Dov'è? Le ha fatto del male?»
Poi notò la pistola sul tavolo.
«Se n'è andato, ispettore» mormorò Giulia con calma. «E forse, chissà...»
Patti, istupidito dalla rabbia, le fece mille domande: cos'era successo, cosa le aveva detto, com'era vestito, da dove accidenti era fuggito - dallo scantinato forse? o dalla terrazza? chi gli aveva dato la chiave? l'aveva aiutato a fuggire?
Ma Giulia, alzandosi lentamente, disse soltanto:
«Aveva una calza sul viso, e un bel paio di occhi verdi.»
Non disse altro perché non sapeva altro di lui, neppure il nome di battesimo. Sapeva soltanto che non lo odiava. Forse l'aveva aiutato, o forse no: che importava? Una notte era passata e adesso l'alba - col suo chiarore opalino - sbiadiva tutto ciò che c'era intorno, ciò che era successo, la rabbia, la paura, l'umiliazione. Tutto, sì. Tranne il ricordo.
Giulia sorrise impercettibilmente.


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